Laboratori Elettrotecnici Società Anonima

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Lesa
Logo
StatoItalia Italia
Fondazione1929 a Milano
Fondata daNello Meoni
Chiusura1972
Sede principaleMilano, via Bergamo 21; Tradate, via Carlo Poma; Saronno, via Ferrari
SettoreElettronica
Prodotti
  • Giradischi
  • Amplificatori
  • Elettrodomestici
  • Componenti

La LESA, acronimo di Laboratori Elettrotecnici Società Anonima, è stata una azienda italiana in attività tra il 1929 e il 1972 nel campo della produzione di materiale elettrico frazionario.

Nel suo periodo di maggior espansione, in relazione ai criteri merceologici, ovvero sulla base delle linee di prodotto, la ripartizione tecnicamente più indicativa era: componenti (motori elettrici, i potenziometri a carbone e a filo, le cartucce piezoelettriche pick-up, giradischi, cambiadischi e meccanismi per registratori o riproduttori a nastro magnetico), fonografia, piccoli elettrodomestici, registratori e riproduttori a nastro magnetico[1]. I componenti elettronici erano destinati all'industria di settore, impiegati in prodotti propri e di altri assemblatori, mentre gli oggetti finiti destinati al commercio, quali apparecchi fonografici e piccoli elettrodomestici.[2] erano marchiati Lesa.

Il settore per cui è stata più conosciuta presso il grande pubblico è stato comunque quello dei giradischi portatili (fonovaligie e mangiadischi).

Dal 1972 fino al 1984 un ramo dell'azienda - gestito su delega di GEPI da Seimart inizialmente, e successivamente scorporato con il nome di Panta - ha proseguito la sola attività di produzione apparecchi fonografici.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Nascita ed espansione[modifica | modifica wikitesto]

Fondata dall'imprenditore Nello Meoni e dal tecnico Luigi Massaroni come impresa artigiana nel 1929, la società iniziò la propria attività in corso Italia, a Milano con la denominazione sociale "Laboratori Elettrotecnici di Luigi Massaroni". Nel 1930 divenne società per azioni ed assunse la nuova denominazione "Laboratori Elettrotecnici Società Anonima" (L.E.S.A.) trasferendo la produzione nei più ampi locali di via Cadore, sempre a Milano. Nel 1939 la LESA inaugurò lo stabilimento di via Bergamo 21 ed ai motori e rivelatori si aggiunse anche la produzione di potenziometri e piccolo macchinario elettrico rotante. Sopravvissuta alla prematura scomparsa - nel 1940 - di uno dei soci fondatori (Luigi Massaroni) ed ai pesanti bombardamenti del 1943 che danneggiarono gravemente la sede della produzione, la LESA iniziò la ricostruzione, ampliando poi gli stessi impianti produttivi ed aprendo anche nuovi stabilimenti: a Tradate (1950, con 800 dipendenti)[3][4] per l'hi-fi ed i componenti, e a Saronno (1959) per gli elettrodomestici[5], con una forza lavoro complessiva che superava le duemila unità. La produzione negli stabilimenti decentrati, oltretutto, permetteva di superare le difficoltà causate, nelle operazioni di precisione, dalla polvere e dalle vibrazioni presenti nella sede di Milano[2], che divenne - nel tempo - principalmente centro studi e ricerche e amministrativo. Nel frattempo divenne dapprima società collettiva ed in seguito di nuovo s.p.a. con la nuova ragione sociale "LESA Costruzioni Elettromeccaniche".

Negli anni cinquanta, l'espansione commerciale avvenne con l'avvicinamento al territorio, mediante l'apertura di filiali commerciali che fungessero anche da centro di riferimento per la distribuzione e l'assistenza (nel 1966, vi erano "rappresentanze regionali" a Torino (via Petrarca 25bis), Genova (via Boselli 4 rosso), Padova (via Volturno 40), Firenze (via Boccaccio 38 rosso/m), Roma (via Gregorio VII, 160), a Napoli (Corso Malta 15), Bari (via Nicolai 539-a-b-), Palermo (via Pipitone 2), e Catania (via Filzi 10). Agenti erano a Monfalcone, Ancona e Cagliari. L'ingrandimento della rete incluse anche l'estero, con la presenza di grandi filiali commerciali e tecniche. Furono progressivamente aperte consociate in Europa che avrebbero coperto, nel periodo di massimo splendore, i principali paesi (la Lesa Deutschland G.m.b.H. a Friburgo, la Lesa France S.A.R.L. a Lione, la Lesa Electra S.A. a Bellinzona), uffici regionali, ed una sede negli Stati Uniti d'America : la "Lesa of America Corp." al numero 521 della 5 Strada, New York[6].

La produzione continuava ad essere divisa fra componenti elettronici e oggetti finiti, pronti per la vendita al pubblico. È il decennio nel quale l'azienda - dopo aver prodotto giradischi e meccanismi per altri - entrò nel mercato della fonografia con prodotti completi propri. Se i primi giradischi LESA mod. VE1 erano stati commercializzati nel 1940, con il progetto - nel 1948 - del primo cambiadischi mod.CADIS, (entrambi con la sola velocità 78 giri/min), nel 1950 furono prodotti i giradischi PS1 che davano la possibilità di selezionare una delle tre velocità 33, 45 e 78 giri/min attravereso un sistema di pulegge manuali. Gli MT3 con cambio velocità realizzato mediante albero motore gradinato - immessi sul mercato nel 1952 unitamente al cambiadischi CD1 - superarono questi limiti. Fu in questo periodo che la Lesa dovette adeguarsi a realtà più avanzate dell'Italia per design e tecnica; la LESA of America iniziò a chiedere - oltre a prodotti di miglior design - una riduzione delle dimensioni d’ingombro e prodotti utilizzabili in ambito hi-fi. Il primo risultato di tali indicazioni fu il cambiadischi CDE - lanciato nel 1960 - ed utilizzato in seguito anche per i prodotti di alta fedeltà quali il PRF-6. Contestualmente, negli anni sessanta, la Lesa dovette impostare il disegno e l'efficienza dei propri prodotti - anche economici, quali i mangiadischi - allineandosi agli standard americani, ai quali dovette adeguarsi anche per organizzazione aziendale[1] strutturata attraverso ricerche di mercato, piani di lavoro, aggiornamento continuo e uno stringente controllo qualità[1].

Negli anni sessanta, momento di maggiore espansione, la Lesa era ritenuta la prima industria italiana nel settore della componentistica, sia per l’alta qualificazione acquisita, sia per l’entità della produzione che consentiva di soddisfare il 60% del fabbisogno nazionale oltre a notevoli forniture all’estero. Nello stesso periodo la Lesa produceva circa 10 milioni di potenziometri, oltre 400 000 giradischi e 100 000 cambiadischi[7]. Il settore fonografico rappresentava la parte più nota della produzione LESA ed alimentava il 60% del suo fatturato[1].

In quel periodo, oltre alle molte versioni delle fonovaligie, dei giradischi portatili, dei mangiadischi, i prodotti più venduti dalla Lesa erano i registratori a nastro di tipo economico; settore già occupato dagli anni cinquanta dalla Geloso, fu insidiato dalla Lesa attraverso un collocamento nella classe superiore con la serie di apparecchi Renas, sostituiti successivamente da un meccanismo “mangianastri” per le nuove audiocassette lanciate dalla Philips[1]. Non mancavano impianti completi con amplificatore e casse separate.

In quegli anni inizia inoltre la collaborazione con il designer Giuseppe De Goetzen, che per LESA disegnerà parecchi elettrodomestici, fra i quali anche il macinacaffè GRANAR e il tritacarne TRITAK. Numerosi furono i modelli di ventilatore da tavolo ed i primi robot da cucina LESAMAK.[8]

L'organizzazione aziendale era sofisticata per l'epoca[2]. Notevolmente sofisticate erano state, fin dalla fine degli anni cinquanta, la ricerca e lo sviluppo tecnologico. Grazie alla divisione di compiti, era possibile arrivare dall'idea al prototipo in soli nove mesi; oltre a questo, vi era una florida brevettazione - anche oltreoceano - di nuovi sistemi elettromeccanici per gli apparecchi di riproduzione.[9] La Lesa creò e lanciò sul mercato una serie di nuovi sistemi di testine, di amplificazione, e una nuova generazione di cosiddetti "cambiadischi", che permettevano di superare i vecchi problemi di "scattosità" dei bracci[10][11]

Lo stesso design fu quasi esclusivamente delegato a divisioni interne di Lesa, in modo da fornire una connotazione riconoscibile all'intera produzione. Notevole fu il contributo del progettista Mario Biancardi.

Nel corso del decennio LESA tentò con successo l'inserimento in ulteriori mercati stranieri, espandendosi sui mercati tedesco e statunitense, dove peraltro aveva già aperto filiali a vocazione fino ad allora solo distributiva (LESA of America, LESA Deutschland a Friburgo) ed inserendosi nei mercati francese e svizzero (LESA France in Lione e LESA Electra Svizzera, a Bellinzona[12]), anche in funzione produttiva[13], con una strategia aziendale da multinazionale, di delocalizzazione in controcorrente coi tempi che vedevano i primi componenti orientali arrivare in Europa e negli USA per essere assemblata, e non viceversa.

Si ricorda - alla fine degli anni sessanta - il lancio negli Stati Uniti del giradischi e cambiadischi Professional Six (PRF/6), progettato appositamente per la clientela americana e recensito nell'agosto 1970 dalla rivista High Fidelity come il primo esempio di alta fedeltà italiana sul mercato nordamericano.[14] Le relazioni post vendita con la clientela erano curate - in un'ottica di fidelizzazione - con i mezzi allora disponibili. Oltre ai consueti cataloghi delle parti e dei prodotti completi, e alle brochure per i nuovi prodotti, veniva fatto stampare, fin dall'inizio degli anni sessanta, un notiziario tecnico commerciale riservato alla clientela: "La vetrina"[15].

Nel corso del decennio, poi, la proprietà dell'azienda aveva sviluppato un sistema di welfare all'avanguardia, pari solo a quello di Olivetti, e condiviso dalla Geloso: erano state stipulate convenzioni con le scuole materne per i figli dei dipendenti, e con le colonie estive per permettere a lavoratori e lavoratrici di non doversi preoccupare dell'affidamento dei figli[16].

Gli anni settanta: il crollo[modifica | modifica wikitesto]

Il crollo avvenne a cavallo fra gli anni sessanta e settanta; iniziò infatti l'importazione in massa in Italia dei prodotti di fabbricazione giapponese, al punto che la stessa LESA dovette iniziare ad adoperarne. All'inizio degli anni settanta, al dumping causato dalla concorrenza asiatica, si aggiunse il fattore legato alle nuove mode nel consumo per cui i prodotti della casa italiana venivano percepiti come obsoleti, al punto che, improvvisamente, il numero delle vendite - fattore di sopravvivenza per l'azienda - crollò, portando ad un surplus di magazzino.[17]

In questo periodo si pose quindi il problema di come sopravvivere. Al pari di altre aziende, ci si rese conto di come la produzione non potesse competere con quella dei giganti orientali. La LESA decise quindi di tentare un ulteriore excursus nel settore - già affrontato negli anni sessanta - dell'alta fedeltà. La concezione degli apparecchi fu stravolta: cambiarono i nomi dei prodotti, vennero introdotte nuove tecniche progettuali, nuovi design e inedite denominazioni alfanumeriche (LF 1203, SC1905, SC1905 BS). Lesa mostrò di aver intuito - al pari degli asiatici - quali fossero i desideri del pubblico: oggetti di design particolare, colorati, economici. All'inizio del decennio Lesa introdusse anche gli "audio center" (quali il 6331), che includevano radio, giradischi e registratore. In quest'ultimo settore, scomparsi i registratori a bobina, Lesa ebbe anche modo di lanciare qualche piastra a cassetta ed una serie di autoradio (Lesacar).

Le attività residue dopo la chiusura[modifica | modifica wikitesto]

Le vendite, però, non ripresero. Vi furono dei tentativi di salvataggio: si giunse dapprima alla richiesta dell'amministrazione controllata e - condizione imposta dal capitale pubblico per il salvataggio dell'azienda - il fallimento, dichiarato nel 1972.[17][3] La Lesa venne quindi convogliata nell'allora finanziaria di stato GEPI, Società di Gestione Partecipazioni Industriali, finanziaria pubblica per il salvataggio delle aziende in crisi fondata nel 1971 allo scopo di salvare le aziende nazionali attraverso operazioni di taglio, fusione e ricapitalizzazione pubblica. La GEPI però - non essendo specializzata nel complesso mondo del management dell'elettronica[18] - non intervenne direttamente in questa operazione. Decise invece di utilizzare la SEIMART (Società Esercizio Industriale Manifatturiere Radio e Tv), una finanziaria piemontese con soci Cassa Risparmio di Torino, l'Istituto Bancario S. Paolo, la Banca popolare di Novara, la Finanziaria Regionale Piemontese, FIAT, FINDI (Pianelli e Traversi)[19], già costituita l'anno precedente per rilevare l'attività della fallita INFIN-Magnadyne di Torino[20]. La Seimart - però - acquisì la Lesa (come, nello stesso periodo, altre aziende in crisi, quali la Gallo Condor di Concorezzo, Geloso ed Europhon), seguendo una procedura standardizzata, che portava ad un taglio dei settori ritenuti non produttivi, con accorpamento dei beni e riduzione degli stabilimenti, destinati a produrre più marchi[21]. Quest'ultimo periodo di vita della Lesa coincise con intense lotte sindacali delle maestranze, che decisero di occupare gli stabilimenti di via Bergamo e di Tradate[22] in segno di protesta contro l'annunciata messa in liquidazione; vi furono anche manifestazioni a Milano in piazza Duomo e un'interpellanza presso la Regione Lombardia[23].

Dopo aver proseguito l'attività della Lesa, risultando non fattibile un incorporamento (per le dimensioni dell'azienda) o una vendita di rami della Lesa, la Seimart, nel 1975, si divise in Seimart elettrica, Neohm (divisione componenti) con stabilimenti - oltre che a Leini (To) - anche a Saronno, presso i capannoni della Lesa. L'avventura, però, ebbe vita breve, portando alla definitiva chiusura di Saronno. A Tradate - alienato il magazzino considerato invendibile - era nel frattempo proseguita l'attività di assemblaggio e vendita di giradischi e hi-fi a marchio Seimart-Lesa, sia delle meccaniche ancora richiesta dal mercato, che degli ultimi progetti Lesa ; nel 1977 la Seimart si liberò dello stabilimento di Tradate fondandovi due aziende separate, con il progetto di cederle a privati[24] assieme ai beni aziendali per scorporazione: la Panta per l'hi-fi, che progettò alcuni nuovi giradischi a trazione diretta (la serie RPH[25], fra i quali il RPH-220, RPH-400[26] ed altri) e alcuni registratori a cassetta (la serie HD[27]) e la Optronics, che si occupava di cristalli liquidi[28].

Nello stesso anno creò in via Bergamo la SELI (Società elettronica lavorazioni industriali) - orientata all'elettronica professionale - che prestò lasciò la sede storica milanese e traslocando in via Vitruvio prima, e successivamente a Sesto San Giovanni. Se dopo gli scorpori, il 29 giugno del 1979, la stessa Seimart fu messa in liquidazione[28], le attività della Panta - le uniche ancora riconducibili al core business della Lesa - proseguirono a rilento. Nel 1984, il CIPI approvò un piano che prevedeva l'intervento della finanziaria REL (succeduta all'accoppiata GEPI-Seimart nella ristrutturazione e rilancio sul mercato dell'elettronica italiana) e di un partner privato, poi ritiratosi. Nel 1984 l'azienda cessò ogni attività produttiva[21], venendo posta in liquidazione dall'assemblea dei soci azionisti il 27 novembre 1985[29], con un procedimento che si protrasse formalmente fino al 1988[30].

Loghi[modifica | modifica wikitesto]

Il suo marchio è stato dapprima costituito dal nome aziendale in lettere corsive unite fra loro. Negli anni cinquanta, in anticipo sulle tendenze grafiche del tempo[senza fonte], venne ristilizzato con le quattro lettere, separate, in stampatello, attraversate da un lampo. Quest'ultimo logo campeggiava all'ingresso della sede di via Bergamo e sul lato dello stesso palazzo. Nella prima metà degli anni sessanta il logo - ristilizzato in base alle mode optical - divenne quello definitivo: le quattro lettere del nome, in stampatello.

Le sedi della LESA[modifica | modifica wikitesto]

Mentre l'edificio che ospitava lo stabilimento storico di Milano, in via Bergamo 21, è stato preservato e restaurato, ed oggi ospita Prada, poco è rimasto dell'area di Tradate, intorno alla via Carlo Poma, abbattuta per favorire l'insediamento residenziale[31]. La stessa denominazione di via Poma, parte di un quartiere industriale, ha cessato di esistere con la nuova lottizzazione.

Lo stabilimento di Saronno - indirizzato alla produzione degli elettrodomestici - situato in via Gaudenzio Ferrari, abbandonato quasi subito dalla gestione Seimart, è rimasto quasi inalterato; la struttura inaugurata nel 1959 è oggi sede di uffici ed enti para-statali.

In tempi recenti, alla sommità dell'edificio più alto di via Ferrari, le intemperie hanno scolorito i muri al punto da rivelare il vecchio logo aziendale con la grande scritta LESA in colore blu attraversata da un fulmine rosso.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e Argenti Giovanni, La storia della Lesa - ARG-audio sito, su www.argaudio.it. URL consultato il 18 marzo 2018.
  2. ^ a b c storia della LESA Archiviato il 17 settembre 2012 in Internet Archive.
  3. ^ a b Anna Gamardella, Gianpaolo Cisotto, Museo Fisogni (a cura di), 1950-1973. Il Boom Economico nel tradatese in mostra al Museo Fisogni-Un'esperienza di alternanza, Macchione, 2018, ISBN 978-88-6570-517-9.
  4. ^ Boom economico, su Museo Fisogni. URL consultato il 14 marzo 2019.
  5. ^ La storia della Lesa; Edgardo Magnaghi; Pagina 5
  6. ^ Lesa, Catalogo Hi-fi, 1966, p. terza di copertina.
  7. ^ Storia della LESA
  8. ^ Galleria elettrodomestici della LESA
  9. ^ Patents by Inventor Edgardo Magnaghi. Brevetti registrati da Edgardo Magnaghi, uno dei progettisti storici della Lesa e della successiva Panta
  10. ^ Brevetto 2,972,484 registrato il 21/02/1961 presso l'USPTO a nome di Nello Meoni, per un braccetto rotante
  11. ^ Registrazione del brevetto nel database del USPTO
  12. ^ Storia della Lesa Archiviato il 17 settembre 2012 in Internet Archive.
  13. ^ Gli anni americani della LESA
  14. ^ Articolo "Bravo LESA" su HF dell'agosto 1970
  15. ^ I libri a disposizione, su www.radioedintorni.it. URL consultato il 28 febbraio 2017.
  16. ^ Sergio Biagini, Lesa, dove dalle idee nascevano i giradischi (PDF), in quattro, Giornale di informazione e cultura della Zona 4, Anni XI numero 83, Marzo 2007.
  17. ^ a b Nello Meoni, La Lesa e le sue vicende, 27 Gennaio 1972.
  18. ^ REL, IL COLORE DEI SOLDI - la Repubblica.it, in Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 18 marzo 2018.
  19. ^ Sergio Biagini, Lesa, dove dalle idee nascevano i giradischi. (PDF), in Quattro, Marzo 1987.
  20. ^ Partecipazioni Statali e l’industria dell'Elettronica di Consumo., su aireradio.org. URL consultato il 5 settembre 2013 (archiviato dall'url originale il 4 marzo 2016).
  21. ^ a b Aa.Vv., I luoghi del lavoro, Comune di Milano.
  22. ^ Occupazione della Lesa contro le speculazioni aziendali e il licenziamento dei lavoratori - Ingresso della fabbrica - Striscione - Cartelli - Insegna Lesa, Loconsolo, Silvestr...
  23. ^ Bollettino ufficiale della Regione Lombardia[collegamento interrotto]
  24. ^ PRIVATIZZATE DALLA GEPI PIU' DI 160 AZIENDE IN SEDICI ANNI DI ATTIVITA - la Repubblica.it, in Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 18 marzo 2018.
  25. ^ Untitled Document, su digilander.libero.it. URL consultato il 18 marzo 2018.
  26. ^ La storia della Lesa; Edgardo Magnaghi; Pagina 17, su digilander.libero.it. URL consultato il 18 marzo 2018.
  27. ^ Untitled Document, su digilander.libero.it. URL consultato il 18 marzo 2018.
  28. ^ a b Untitled Document, su www.aireradio.org. URL consultato il 18 marzo 2018 (archiviato dall'url originale il 4 marzo 2016).
  29. ^ Portatandino, Interrogazione Ministero dell'Industria (PDF), 28 Aprile 1986.
  30. ^ Gazzetta Ufficiale, su www.gazzettaufficiale.it. URL consultato il 18 marzo 2018.
  31. ^ Tradate - Ex Lesa: ruspe al lavoro | Saronno/Tradate | Varese News, su www3.varesenews.it. URL consultato il 5 settembre 2013 (archiviato dall'url originale il 25 dicembre 2013).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Catalogo fonografi LESA del 1957
  • Catalogo elettrodomestici LESA del 1964
  • Catalogo elettrodomestici LESA del 1966/1967
  • Articolo "La LESA ha 25 anni" ( Catalogo ANIE, maggio 1955 ) - intervista all'amministratore delegato comm. Nello Meoni
  • Nello Meoni, La Lesa e le sue vicende, 1972 (pubblicato in proprio)
  • Sergio Biagini, Lesa, dove dalle idee nascevano i giradischi. In Quattro, anno XI, numero 83, Marzo 2007
  • Stefania Aleni, Vito Redaelli, Storie industriali. Passato e presente nel sud est di Milano, Edizioni Quattro , 2010
  • Alberto Di Bello (a cura di), I luoghi del lavoro (PDF), Edizioni Comune di Milano. URL consultato il 18 marzo 2018 (archiviato dall'url originale il 14 dicembre 2017).
  • Lesa: dove dalle idee nascevano i giradischi (PDF), in Quattro, nº 83, marzo 2007, p. 6.

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