Emerson (azienda)

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Emerson
StatoItalia Italia
Fondazione1949 a Firenze
Fondata daAldobrando Saccardi
Chiusura1980 (fallimento)
SettoreElettronica
Prodottielettronica di consumo

Emerson Electronics S.p.A. è stata un'azienda italiana produttrice di elettronica di consumo, una delle prime del settore in Toscana. È oggi un marchio, di proprietà della Funai Corporation, non utilizzato.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'azienda nacque nel 1949 a Firenze su iniziativa del sig. Aldobrando Saccardi come ditta individuale, la Saccardi Radio, con sede in via Porta Rossa 39 r., e iniziò le sue attività come agente esclusivo Radiotelefunken, come concessionario e riparatore di altri marchi (Phonola, Magnadyne, Geloso, etc.) e con la costruzione di piccole proprie radio a valvole. Negli anni seguenti la ditta cominciò a importare telai di televisori dell'azienda di elettronica statunitense Emerson Radio, della quale divenne filiale commerciale europea ed assunse nel 1956 la denominazione Emerson Electronics S.p.A.. La sede vene presto spostata nell'allora zona industriale di via Bardazzi, al numero 19.

Dopo aver importato e commercializzato prodotti della casa madre, l'azienda italiana cominciò a sviluppare, in maniera autonoma rispetto alla casa madre americana, proprie attività industriali e vennero costruiti principalmente radio, televisori, giradischi e vari componenti elettronici. Nel 1968 acquisì l'uso del marchio Emerson dalla casa americana e affittò l'altro marchio DuMont.

Anni '70 : l'epoca Borghi e l'azienda di Siena[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1969 l'azienda fu acquisita dall'imprenditore milanese Giovanni Borghi. Sotto la proprietà del gruppo Borghi, l'azienda investì molto nell'innovazione, tanto che nel 1975 fu una delle prime in Italia a lanciare sul mercato i primi televisori a colori, e, nel 1979, la prima nel paese a progettare e sperimentare i videoregistratori[1]. Viene aperto uno stabilimento anche a Siena, in viale Mazzini[2]. Alla morte del Borghi, avvenuta nel 1975, la gestione della società passò ai figli Guido ed Emidia.

L'entrata nel capitale della Sanyo e lo stop alla produzione[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1977, nel capitale della Emerson entrò la giapponese Sanyo, che rilevò il 34% delle azioni, allo scopo di facilitare l'ingresso dei suoi prodotti nel mercato europeo. In quello stesso anno venne inaugurato il nuovo stabilimento di Siena trasferito da viale Mazzini alla località Isola d'Arbia[2]. Molti prodotti divennero quindi dei Sanyo rimarchiati per il mercato italiano ed europeo.

Tra i soci sorsero molte incomprensioni e tale situazione fece sprofondare l'azienda in una crisi, che nel 1980 portò alla sua liquidazione. La società, che aveva accumulato un debito di 5 miliardi di lire, interruppe la produzione nei due stabilimenti, e si procedette con la cassa integrazione straordinaria per i suoi 500 dipendenti[3]. Nel 1980 l'azienda entra in concordato preventivo liquidatorio.

Per molti anni le attività della Emerson rimasero ferme. Nel 1985 vi fu l'interesse di un altro colosso giapponese dell'elettronica, la Pioneer, per acquistare l'azienda toscana[4]. Tale interesse non portò però a nulla di concreto.

La ripresa della produzione a Siena e la definitiva chiusura[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1988, la Emerson fu rilevata e assorbita dall'azienda elettronica lombarda Ultravox, che ne acquisì il 55% del capitale e il marchio, mentre il restante 45% fu di proprietà della società pubblica REL. In base all'accordo stipulato tra le due società, sarebbe stato mantenuto soltanto lo stabilimento di Isola d'Arbia e reintegrati 85 lavoratori sui 295 impiegati nel 1980; sarebbe stato chiuso definitivamente quello di Firenze[5] (75 tra operai e impiegati) con la definitiva cassa integrazione fino all'agosto del 1988 e il successivo inserimento nelle cosiddette liste di mobilità[6]. Nell'operazione di salvataggio dell'Emerson sarebbero stati alla fine spesi 6,4 miliardi di lire di soldi pubblici[7].

L'attività prosegue però per poco tempo, poiché anche lo stabilimento di Siena chiude i battenti; il marchio italiano viene poi acquisito - assieme a quello della Emerson statunitense - dalla Funai Corporation, senza poi essere riutilizzato. L'area fiorentina, prima occupata da un centro sociale, viene demolita per essere adibita a costruzioni civili. Quella senese è rimasta ad oggi abbandonata.

Note[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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