Europhon

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Europhon
StatoItalia Italia
Fondazione1949
Fondata daAndrea Zenesini
Chiusura1991
Sede principaleMilano
Settoreelettronica

Europhon è stata un'azienda italiana produttrice di elettronica di consumo. Si è occupata della progettazione diretta, la produzione e commercializzazione a livello industriale di apparecchi radiofonici. Nel corso degli anni l'azienda acquisì importanza nel mercato delle radio ed estese le proprie produzioni ad altri tipi di elettronica (giradischi e televisori). Mantenendo in tale area il proprio segmento predominante, Europhon progettò - con minore successo - oggetti che si spingevano nel settore dell'elettrodomestica (rasoi, ventilatori, scope elettriche). Il suo logo fu costituito da una cartina stilizzata dell'Europa attraversata dalla scritta "Europhon" in stampatello.[1] Oggi il nome Europhon non è più utilizzato.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Gli anni cinquanta: la Ebesa s.r.l. e Kosmophon[modifica | modifica wikitesto]

Fu fondata a Milano nel 1949 dalla famiglia di Andrea Zenesini; inizialmente si occupava di assemblaggio di prodotti elettronici. L'azienda cambiò diversi nomi: Mignon e - successivamente - Ebesa s.r.l., saranno quelli più longevi. I prodotti - radio in onde medie, corte, lunghe (RM52, K558, TR90) o giradischi - erano marchiati quasi esclusivamente Kosmophon, con una scelta predittiva per i tempi, e volta a creare diverse fette di mercato con diversi brand. Il primissimo logo venne ricavato dalla stilizzazione della parte superiore del mappamondo, sovrastata da una K. Successivamente, il logo divenne uno scudo la cui parte superiore era costituita dal fronte del Castello Sforzesco, la scritta Kosmophon in corsivo, sovrastante una stilizzazione del biscione milanese. Le attività della Ebesa incrementarono - nel volgere degli anni cinquanta - al punto di dover dividere la propria sede amministrativa - spostandola in viale Tunisia - trasformando in stabilimenti produttivi la zona di via Mecenate, dove l'azienda aveva utilizzato - negli anni precedenti - una serie di stabili, facendo costruire, nel 1958, una fabbrica ex novo, in via Mecenate 86[2].

Gli anni sessanta[modifica | modifica wikitesto]

Con la nuova sede, che comprendeva uno spazio espositivo, gli uffici di ricerca e sviluppo, zone di produzione pilota, la ditta assunse la denominazione definitiva di Europhon e il nuovo logo. Alcuni prodotti - già a listino - furono venduti con il nuovo logo anche se la strategia dell'utilizzo di diversi brand caratterizzerà l'intera esistenza di quella che sarà una delle multinazionali dell'elettronica degli anni sessanta, creando non poca confusione della catalogazione.

Il boom per Europhon giunse nel corso dei primi anni sessanta, quando la società si espanse e creò altri stabilimenti di produzione: a Quistello, Bozzolo (MN), Castelleone (CR) e Trino (VC), arrivando a impegnare fino a 1 100 addetti, con una produzione mensile di 125 000 pezzi assemblati[3]. Al contrario di altre aziende, Europhon comprese sempre la necessità di abbattere i costi acquistando componenti da altri produttori specializzati, soprattutto italiani.

Il successo di Europhon, oltre all'idea di un battage pubblicitario pressante di ispirazione anglosassone, fu dovuto alla capacità di incontrare le richieste del pubblico di oggetti semplici ed economici, dai colori e dal design particolare; a questi, Europhon si dedicò quasi esclusivamente durante la prima parte della propria attività: radio e giradischi amplificati. Per le prime, la ditta si sbizzarrì proponendone varie versioni. Notevole anche la produzione di apparati a transistor tascabili: Personal, Poket, la serie SB. Per quanto riguarda i giradischi amplificati, ne vennero prodotti piccoli apribili (anche sotto forma di fonovaligie - soprattutto negli anni sessanta, periodo in cui andarono di moda - e provvisti anche di ricevitore radio). Ampia fu la produzione di mangiadischi (quali il Fonojet 700, Super Jet), e impianti di medie dimensioni a casse separate intesi per l'uso a scaffale. Oltre a questi, apparati multifunzione combinati a mobile di medio ingombro quali l'ES200 (filodiffusione-giradischi-radio).

L'attenzione di Europhon alle novità tecnologiche ancora non giunte in Italia si deduce, oltre che dall'uso di circuiti comuni nel caso dei primi combinati (radio più giradischi), dall'introduzione precoce dei ricevitori abilitati alla modulazione di frequenza, nonché dallo sviluppo - a inizio anni sessanta - di giradischi stereofonici portatili (il CZ-70/s). Europhon produsse anche radiogadget pubblicitari conto terzi, sia utilizzando propri oggetti di linea sia assemblandone ad hoc; discreto successo ebbe nel 1969 una radio in FM dalla forma di una bottiglia e con l'insegna del liquore all'uovo Vov,[4] anche se ne venivano prodotte, usando la stessa bottiglia, e anche in onde medie, o come ricetrasmittenti, per Cynar - con tanto di etichetta anteriore e posteriore che includeva consigli per la preparazione dei cocktail - nonché per il distributore italiano di Pepsi e altri. Al contrario, gli oggetti di design di Europhon, quali i radio-orologi disegnati da Adriano Rampoldi (serie H10, 20 e 30) e le radio-lampade, introdotti alla fine del decennio, verranno semplicemente marchiati su richiesta di aziende esterne.

Negli anni sessanta, l'Europhon si dedicò anche ad altri generi di oggetti, alcuni dei quali destinati a costituire settori produttivi stabili nel tempo. È il caso dei televisori; dal "Gran Gala" 23' del 1961, attraverso il "Custom de Luxe", fino ai tv color dai 14 ai 29 pollici. In misura minore, la ditta produrrà piccoli elettrodomestici. Per un certo periodo, Europhon continuò anche a produrre componenti per separati, da montare nelle discoteche di allora o nei mobili ancora prodotti da aziende artigianali: un esempio è il piatto CF59.

Già dall'inizio degli anni sessanta, infine, ispirandosi stavolta al modello postvendita statunitense, Europhon aveva sviluppato una propria rete ufficiale di assistenza, cercando di fidelizzare la clientela anche per le riparazioni fuori garanzia, altrimenti effettuate negli allora numerosi laboratori multimarca. Solamente a Milano erano ben tre i punti di riferimento: via Mecenate 86 (anche luogo di produzione), via Moscova 40/2, via Brioschi 56. Nell'intera Italia, 33 erano i centri nel 1961. A differenza di altre aziende, la presenza di depositi e centri assistenza lungo la penisola fu capillare. Al volgere del decennio, vi erano - sempre in Lombardia - centri a Bergamo (via San Bernardino 71), Brescia (via A. Mario 2), Cremona (via Aporti 2/A), Mantova (Quistello). Tre i centri in Piemonte: ad Alessandria, Biella, Torino (in via Artisti 31 bis); Bolzano, Padova e Verona per il Veneto, Trieste e Ronchi dei Legionari per il FVG, Genova; Europhon era poi a Bologna Parma e Faenza per l'Emilia Romagna, a Firenze, Perugia, Ancona, Roma (via Gramsci 48), Pescara, Napoli e Bari. Tre erano i centri in Calabria (Catanzaro, Cosenza, Reggio Calabria), quattro in Sicilia (Catania, Messina, Palermo, Trapani), e uno in Sardegna, a Cagliari[5].

La fusione italo-tedesca[modifica | modifica wikitesto]

Europhon, i cui quadri erano allora abituati ai contatti con l'estero, fu tra le prime aziende italiane a percepire - sul finire degli anni sessanta - le potenziali conseguenze dell'arrivo imminente della concorrenza asiatica. La dirigenza comprese quindi l'importanza di trovare alleati all'estero per la ricerca e sviluppo di nuove tipologie di oggetti, nonché per il loro assemblaggio e distribuzione. Al contempo, per non soccombere all'invasione dei marchi orientali, i dirigenti dell'epoca si resero conto dell'importanza della puntare nuovamente sulle nuove linee di marchio. In questo modo, si pensava di distaccare il nome aziendale "Europhon" dal rischio di essere associato, nella percezione del pubblico, solo a oggetti di basso prezzo.

Fin dal 1970 venne aperta una filiale commerciale in Germania, a Ottobrunn, denominata Europhon Service GmbH[6]. Peculiari furono le scelte di marketing della controllante italiana per la scelta dei mercati di diffusione degli oggetti. Alcuni prodotti - quali la radio da scaffale amplificata RC626S - nata sull'onda delle mode dei paesi nordici, non vennero mai importati ufficialmente in Italia. Al contrario, in Italia vennero assemblati oggetti destinati all'esportazione (quali il giradischi AG350SH, che nasceva con scritte in tedesco). La scelta dei mercati di destinazione mostrò alcuni segni di disorganizzazione, con ripensamenti e dirottamenti dell'ultimo minuto su paesi diversi, che non pregiudicò - nel corso del decennio successivo - l'utilizzo di impianti tedeschi (o francesi) per la costruzione di pezzi marchiati come Europhon o uno dei suoi brand.

In relazione al secondo aspetto, l'azienda lombarda riprese a commercializzare i propri prodotti anche utilizzando altri marchi minori, quali Euronic, Eurostar e altri. Brand diversi furono utilizzati anche per commercializzare oggetti che si decidere di non vendere più come Europhon, oppure assemblati in altri stabilimenti o per mercati diversi. Si trattò anche in questo caso di un'intuizione pionieristica; Europhon rilevò infatti il know how di aziende in chiusura, il cui nome era però ancora conosciuto fra i consumatori, utilizzando poi tale nome per continuare a commercializzare parte dei loro cataloghi o marchiare i propri oggetti. In questo modo, Europhon poté anche conseguire il risultato di conquistare aree di mercato già appartenute alla propria concorrenza, secondo una strategia aziendale che sarebbe divenuta celebre negli anni successivi. Esemplare è il caso della ItalRadio S.A. di Torino[7]: questa, costituita nel 1932, si fuse, negli anni, con la concittadina Eterphon chiudendola - per cederne il database progetti alla Kennedy - e usandone il solo logo, oltre a iniziare una produzione sotto il nome Kosmophon. Al pari di molte altre piccole aziende, surclassate dalla produzione e dai costi delle grandi produzioni, anche ItalRadio, nel 1966, dovette arrendersi all'assorbimento da parte del gruppo Magnadyne, allora forte, che inglobò una serie di aziende e marchi (oltre a Italradio, anche Kennedy, Damaiter, Eterphon, Radioson, Raymond, Visiola, Nova). Europhon, a quel punto, decise di riprendersi il marchio Kosmophon - riaggiungendolo, come etichetta, alla propria scuderia di nomi, impiegati per i prodotti base di Europhon.

Gli anni settanta e il design[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni settanta Europhon progettò un'entrata nel mondo, allora promettente, dell'alta fedeltà, in cui il dominio dei produttori giapponesi e americani si scontrava con produzioni minori come quelle Hirtel o Milani. Come avvenne in altre ditte a carattere industriale, però, fu la dirigenza a non credere all'alta fedeltà, a seguito di proiezioni sugli investimenti necessari, comparate con i risultati attesi e con la risposta da parte del pubblico[8]. Così, se durante il corso degli anni settanta, Europhon continuò in effetti a lavorare - in termini di ricerca e sviluppo - anche sull'evoluzione qualitativa della stereofonia[9], questo non porterà a impieghi pratici.

Al contrario, sul design gli investimenti furono notevoli: grazie alla collaborazione di progettisti di livello, pur mantenendo componenti di livello standard, Europhon riuscì a vestire e commercializzare in breve tempo oggetti di disegno industriale destinati a lasciare un certo seguito nella storia del costume. Se già nel 1966 era stato lanciato lo stilofono (una radio in un portapenne) e stadio (un pallone-radio sonoro, primo di vari gadget commerciali che la ditta produsse), seguendo l'idea del sistema ibrido, nel disegno di oggetti ibridi (orologio e radio, luce e radio), la penna di designer quali Adriano Rampoldi racchiuse icone di un certo successo del decennio: il radiorologio (nelle versioni h10[10] h20[11] e h30[12] a seconda delle bande radio coperte: OM, OM/OL, OM/OL/FM) o la radiolampada (un abat-jour in stile space age con radio OM).

Europhon H10

La fine della decade coincise colla moda dei primi compatti "a tavolo" di allora, che includevano - in un oggetto unico - giradischi, piastra cassette e radio, con casse separabili. Europhon sfruttò allora il sistema dell'"entertainment center" : dapprima con una serie di apparecchi stereofonici; poi tentando anche di promuovere la quadrofonia (storpiatura dall'inglese, in Italia chiamata anche quadrifonia o quadrafonia), con sofisticati quanto delicati apparati a quattro casse separate; esempi ne sono il RCR10000 e il P163. Pochi furono però i supporti (dischi in vinile, cassette) prodotti e poche le radio attrezzate per tale tecnologia.

La ricerca in house produsse - infine - nel settore audio e video, gli ultimi frutti interessanti: venne lanciato un sistema di controllo senza fili degli apparecchi stereo e delle loro funzioni e, nel 1979, col televisore CTV 16000, Europhon lanciò un sistema elettronico in grado di "riconoscere" le emittenti selezionate.

Il volgere degli anni settanta mostrava però un'Europhon che, nonostante una notevole forza di inerzia, che la manteneva fra le principali aziende italiane[13], era priva - al pari di molte altre realtà dell'elettronica di consumo, aggredite dal mercato orientale degli economici da una parte, ed estromesse dalla nicchia dell'alta fedeltà dall'altra - di una reale visione strategica e commerciale: l'azienda si proiettava verso il futuro sperando di fronteggiare la crisi generale dell'elettronica di consumo italiana solo contando sul mercato entry-level e sui grandi numeri di vendita; mercato e numeri oramai saldamente in mano agli orientali. Gli stessi oggetti di design, meno richiesti nel decennio alle porte, subirono un calo di vendite. A questo, si aggiungano le vicende personali dell'amministratore Zenesini, e della sua famiglia, che lo portarono - nel 1978 - ad abbandonare per lungo tempo l'impresa che aveva fondato.

Gli anni ottanta e la crisi[modifica | modifica wikitesto]

Con gli anni ottanta Europhon, abbandonato il design, si avventurò in un ultimo tentativo di excursus all'interno del mercato dell'alta fedeltà, lanciando componenti separati oggettivamente superiori rispetto al proprio passato: si ricordano le serie Rck2000, Rck2900, Rck 3005, Rck305, rCK350, Rck3900, Rck4040. Spesso con minime evoluzioni fra loro, una lettera dopo il codice identificava la funzione dell'oggetto (P per piatto, C per piastra, T per sintonizzatore, A per amplificatore). E fu solamente negli anni ottanta inoltrati che Europhon elevò gli standard dei propri apparecchi al DIN 45500, il livello qualitativo che, in base agli accordi del 1973 avrebbe dovuto permettere ai costruttori di marchiare i propri apparecchi come hi-fi.[14] Questi apparecchi sono marchiati "Europhon International" a significare il connubio italo-tedesco, e prodotti principalmente in Germania. Nonostante ciò, Europhon non si scrollò mai di dosso la reputazione di produttore di oggetti economici.

In questo periodo, l'Europhon progettò e produsse anche uno dei pochi lettori compact disc made in Italy, intuendo le potenzialità del prodotto. Fra le ultime marche italiane a mantenere almeno l'assemblaggio finale in Italia (già da tempo i componenti provenivano invece da altri paesi), Europhon poté continuare - per qualche tempo - a progettare e produrre - sempre in linea con l'epoca - sia stereo a cubo da casa (con giradischi, lettore cassette, radio, e casse) sia i "boombox", gli stereo da "spiaggia" o da "strada", quali il Jumbo. Continuò anche la vendita di televisori anche se ormai, di fatto, basati su elettronica acquistata.

La realtà è però che - già dall'inizio del decennio - Europhon è in crisi[15]. Al pari di quasi tutte le imprese di elettronica di consumo italiane, o con stabilimenti sul territorio (la Grundig di BInasco, la Telefunken di Milano, la Voxson, Brionvega)[16] sopravvissute alla prima ondata dei prodotti asiatici degli anni settanta, anche l'azienda della radiolampada non riusciva più a far quadrare i bilanci. Negli anni settanta le ditte in cattive acque (Lesa, Magnadyne) erano già finite sotto la gestione unificata di un progetto di finanziaria elettronica "di stato" - Seimart (Società Esercizio Industriale Manifatturiere Radio e Tv), costituita da una finanziaria piemontese con soci Cassa di Risparmio di Torino, Istituto Bancario San Paolo, Banca popolare di Novara, la Finanziaria Regionale Piemontese, FIAT, FINDI (Pianelli e Traversi), che avrebbe dovuto ottimizzare il settore, attraverso una finanziaria pubblica per il salvataggio delle aziende in crisi - la GEPI. Il progetto non aveva dato i frutti sperati e così, per gli anni ottanta, liquidata la Seimart, le forze politiche avevano optato per la creazione di una finanziaria pubblica specializzata direttamente in elettronica: REL (Ristrutturazione Elettronica Spa), varata nel 1982[17], che si affiancasse a GEPI come braccio finanziario. L'ambizione sarebbe stata quella di poter creare, attraverso delle iniezioni di capitale, e un'opera di riorganizzazione, un nuovo polo dell'elettronica civile, dove alcuni marchi, selezionati per settore, avrebbero trovato il proprio posto di mercato, salvando però personale e stabilimenti.

Di fatto, però, nel corso degli anni divennero troppe le aziende in crisi, e di grandi dimensioni (Imperial e Sèleco), alcune irrecuperabili sia nel know how sia nel marchio (quali, ad esempio, Ultravox e la stessa Voxson). Europhon entrò quindi nei progetti di rilancio con uno dei tanti piani - approvato dal CIPI nel 1983 - che prevedeva la creazione di una "società operativa" comprendente anche Zanussi e Indesit e la Voxson[18], diventando una delle partecipate di REL; pur ricevendo finanziamenti per 23 miliardi, le vendite e l'utile non ripresero mai quota. Un successivo piano, approvato nel 1986 - segnò quindi il destino degli stabilimenti di Milano (salvo la parte non produttiva) e una razionalizzazione di Quistello, Bozzolo e Castelleone. Nel 1987 fu evidente come non vi fossero alternative alla chiusura, ponendosi quindi il problema della ricollocazione dei dipendenti e della sopravvivenza degli stabilimenti[19]. Lacerata da vertenze sindacali e ricorsi giudiziari[20], in una contingenza storica sfavorevole, l'azienda - che continuò comunque, per tutto il decennio, la produzione - non ebbe alternative se non quella d'imboccare la strada della liquidazione. Con la fine degli anni ottanta cessa l'attività di Europhon, che viene posta in liquidazione nel maggio del 1989 con la sospensione di ogni attività produttiva[21].

Anni novanta : la cessazione dell'attività[modifica | modifica wikitesto]

Dopo un ultimo tentativo - sulla carta - con Delibera CIPE del 1990, di rilanciare parte dell'attività[22], nel 1991 Europhon, oramai parte del gruppo GEPI S.p.A. - REL S.p.A. sotto la gestione REL, chiude definitivamente[23], divenendo una questione meramente occupazionale e fiscale. Da una parte, infatti, molti dei dipendenti Europhon finirono in cassa integrazione[24], o subirono ricollocazioni precarie fuori sede, inattuate (presso Hantarel)[25], e mobilità[26]. Nonostante la cancellazione del logo Europhon dalle produzioni, una parte degli stabilimenti dell'azienda di Zenesini - quella di Quistello - poté essere riutilizzata con l'impiego degli stessi dipendenti. La rete europea intessuta da Europhon, basata su accordi, si era nel frattempo completamente dissolta: la Europhon Service GmbH si trasformava in Europhon Deutschland Gmbh, soggetto giuridico senza più alcun nesso con la casa madre, operante nel segmento ricevitori satellitari, per poi cessare ogni attività[27]. A questo punto, Europhon - in quanto azienda - aveva cessato di esistere.

Gli stabilimenti Europhon[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni degli impianti produttivi sono stati riconvertiti, riutilizzati, abbattuti o si trovano in stato di abbandono. A sopravvivere in forma operativa, con una certa continuità settoriale con la storia precedente (e detenendo il marchio Europhon) anche se si tratta di un soggetto diverso, è stato - per alcuni anni - il solo stabilimento di Quistello, in via Zenesini 12, che divenne la sede di "Europhon Topvision", continuando a produrre, dapprima televisori a colori, e - successivamente - con il solo nome di Topvision, schede logiche e numeriche. Lo stabilimento di Milano via Mecenate 86, parzialmente ristrutturato, è stato riconvertito ad altre attività.

La Europhon s.p.a. in liquidazione[modifica | modifica wikitesto]

La Europhon s.p.a. in liquidazione ha proseguito - sulla carta - una propria sopravvivenza meramente cartolare connessa alla gestione delle lunghe fasi necessarie per concludere le procedure di dismissione amministrativa e fiscale di una realtà a partecipazione statale fra le tre più grandi d'Italia, nell'elettronica di consumo (assieme a poche altre: LESA e Infim-Magnadyne). Con sede a legale a Milano, in via Comelico 44, si sono tenute negli anni novanta[28] e duemila[29][30] le assemblee ordinarie, presso gli studi associati che ne hanno curato le attività di liquidazione e concordato preventivo. L'ultimo atto, il bilancio finale di liquidazione - approvato nel giugno del 2012 - pare aver scritto la parola fine alla storia[31].

Il marchio Europhon[modifica | modifica wikitesto]

Il marchio, in Italia, non è più stato utilizzato anche se il detentore dello stesso continua a essere la Topvision.[32]

Sponsorizzazioni[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Logo (JPG), su roetta.it.
  2. ^ Archimedia, ARCHIVIO DI STATO DI MILANO FONDO CEMENTI ARMATI SERIE “COLLAUDI” INVENTARIO, 2002.
  3. ^ Breve articolo dedicato all'Europhon su Guanciarossa.it
  4. ^ VOV Radio Europhon; Milano, build 1969, 2 pictures, Italy, s
  5. ^ Europhon, Depositi e centri di assistenza tecnica, 1959.
  6. ^ Belle` Lucio, Europhon Professional II - la radio multibanda italiana, in Radiorama - Panorama Radiofonico Internazionale, n. 47.
  7. ^ associazione di radio d'epoca, su airepiemonte.org. URL consultato il 10 febbraio 2014 (archiviato dall'url originale il 22 febbraio 2014).
  8. ^ Caimi Daniel, L'Hi-Fi italiana: pronta per la sfida. Si può acquistare un apparecchio italiano? (PDF), in Suono, Novembre 1972.
  9. ^ MARCHI Cesare, Il pioniere stereofonico, in "I fabbricanti di miliardi" 1970
  10. ^ Radioorologio H10 Radio Europhon; Milano, build 1968 ??, 12
  11. ^ Radioorologio H20 Radio Europhon; Milano, build 1970 ?, 4 pi
  12. ^ Radio-Uhr H30 Radio Europhon; Milano, build 1973 ??, 29 pict
  13. ^ Mediobanca, Le principali società italiane (PDF), 1979.
  14. ^ High fidelity, su princeton.edu. URL consultato il 1º maggio 2019 (archiviato dall'url originale il 3 ottobre 2017).
  15. ^ Mantova: SETTIMANA PER IL LAVORO (PDF), in Rassegna Settimanale Cgil, 22 Gennaio 1983.
  16. ^ A Pollio Salimbeni, Telefunken: 900 licenziamenti (PDF), in L'Unità, 24 Novembre 1981.
  17. ^ REL, IL COLORE DEI SOLDI - la Repubblica.it, in Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 18 marzo 2018.
  18. ^ Senato della Repubblica, Interrogazione 3 - 02386 (PDF), 26 Febbraio 1983.
  19. ^ Senato della Repubblica, Interrogazione al Ministro dell'Industria - 387 - (PDF), 23 Settembre 1987.
  20. ^ Charta Società Cooperativa, Confederazione Generale Italiana del Lavoro della provincia di Mantova Inventario dell’archivio (PDF), 2006.
  21. ^ Camera dei Deputati, Interrogazione (4-22426) (PDF), 7 Novembre 1990.
  22. ^ NTERROGAZIONE A RISPOSTA IN COMMISSIONE 5/00459 presentata da STRADA RENATO (PARTITO DEMOCRATICO DELLA SINISTRA) in data 19921102, su dati.camera.it.
  23. ^ COMMISSARI ALLA REL - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 25 maggio 2020.
  24. ^ Comunicato, su gazzettaufficiale.it.
  25. ^ Interrogazione 3/00095 (PDF).
  26. ^ INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/32773 presentata da ROSSI EDO (MISTO) in data 20001129 | OCD - Ontologia della Camera dei deputati, su dati.camera.it. URL consultato il 20 gennaio 2014 (archiviato dall'url originale il 1º febbraio 2014).
  27. ^ AIR - RADIORAMA, su air-radiorama.blogspot.com. URL consultato il 25 maggio 2020.
  28. ^ Gazzetta Ufficiale - Europhon assemblea ordinaria 1995.
  29. ^ Gazzetta Ufficiale, su gazzettaufficiale.it.
  30. ^ Gazzetta Ufficiale, su gazzettaufficiale.it.
  31. ^ Gazzetta Ufficiale, su gazzettaufficiale.it.
  32. ^ Azienda | TopVision, su www.topvision.it. URL consultato il 22 ottobre 2015.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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