Presidente degli Stati Uniti d'America

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Stati Uniti d'America

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« Roosvelt [Franklin Delano, n.d.r.] dimostrò che la Presidenza [degli Stati Uniti d'America, n.d.r.] può essere un mestiere da esercitarsi vita natural durante. Truman ha dimostrato che chiunque può fare il Presidente. Eisenhower, che non v'è in realtà bisogno di un Presidente. Kennedy, che può essere pericoloso avere un Presidente… »
(Apologo dei magnati americani dell'acciaio durante la controversia con il Presidente John Fitzgerald Kennedy[1])

Il presidente degli Stati Uniti d'America (in inglese President of the United States of America) è il capo di Stato degli Stati Uniti d'America.

Sede e residenza ufficiale del presidente è la Casa Bianca a Washington, D.C.. Il presidente dispone di un suo staff e usufruisce di numerosi servizi. Due Boeing VC-25 (versione appositamente modificata dell'aereo di linea Boeing 747-200B) servono per il trasporto a lunga distanza. Con il presidente a bordo, l'aereo viene denominato Air Force One. Lo stipendio del presidente ammonta a 400.000 dollari all'anno, esclusi altri benefici, e gli viene corrisposto mensilmente.

Dalla Costituzione, 43 persone si sono succedute alla carica presidenziale. I mandati conteggiati sono comunque 44, in quanto Grover Cleveland, eletto nel 1884, sconfitto nel 1888 ed eletto nuovamente nel 1892, ha ricoperto due presidenze non consecutive (la ventiduesima e la ventiquattresima, rispettivamente).

Il Presidente attualmente in carica è Barack Obama, rieletto nel 2012.

Lo stemma del presidente degli Stati Uniti d'America

Storia[modifica | modifica sorgente]

George Washington, primo presidente degli Stati Uniti d'America (1732–1797)

Dopo il Trattato di Parigi (1783) gli Stati Uniti erano indipendenti e in pace, ma il loro sistema di governo era instabile. Il Secondo Congresso Continentale aveva redatto gli Articoli di Confederazione nel 1777, in cui si era configurata una confederazione permanente, assicurando però al Congresso - unica istituzione a livello federale - un potere minimo, sia nel finanziare sé stesso, sia nell'imposizione delle sue risoluzioni. Infatti, seguendo la visione anti monarchica che aveva caratterizzato il periodo rivoluzionario, il nuovo sistema americano era stato configurato per evitare il sorgere di un forte potere centrale, con caratteristiche "tiranniche" analoghe al monarca britannico.

Prima della Costituzione del 1788, non esisteva una figura comparabile a quello che sarebbe stato il presidente degli Stati Uniti. Le personalità che ebbero la presidenza del Congresso continentale durante la guerra rivoluzionaria e negli anni di vigenza degli Articoli di Confederazione avevano il titolo di "Presidente degli Stati Uniti d'America nel congresso riunito", spesso abbreviato in "Presidente degli Stati Uniti", ma erano privi di poteri esecutivi importanti.

Durante il periodo di depressione economica che seguì la Guerra d'Indipendenza, una serie di problemi minacciarono la sopravvivenza del nuovo governo americano. In molti luoghi si manifestarono rivolte, mentre i debitori tentavano di strumentalizzare il sistema di governo popolare per sottrarsi ai pagamenti. Il Congresso continentale appariva incapace di restituire i debiti di guerra e di instaurare un clima cooperativo tra gli Stati, che incoraggiasse il commercio e lo sviluppo economico. Si convocò quindi una Convenzione costituzionale per riformare gli Articoli di Confederazione. In realtà, i padri costituenti tracciarono le linee di un nuovo sistema di governo, in cui venne concesso un potere maggiore all'esecutivo, implementando comunque un complesso di "pesi e contrappesi" (checks and balances) che prevenissero ogni sua tendenza imperiale.

Requisiti[modifica | modifica sorgente]

L'articolo II della Costituzione stabilisce i requisiti per ricoprire la carica presidenziale.

Il presidente deve:

  • essere cittadino degli Stati Uniti dal momento della nascita;
  • avere almeno trentacinque anni;
  • aver risieduto negli Stati Uniti per almeno quattordici anni.

Inoltre, la Costituzione stabilisce un certo numero di casi d'ineleggibilità. È il caso dei condannati in un giudizio di impeachment davanti al Senato. Costoro non potranno rivestire, negli Stati Uniti, "qualsiasi carica onorifica, di fiducia o retribuita",[2] tra cui la Presidenza.

Secondo il XXII emendamento (ratificato il 27 febbraio 1951), nessuno può essere eletto presidente per più di due volte e nessuno che abbia rivestito la carica presidenziale per più di due anni durante il mandato di un altro presidente eletto potrà essere eletto presidente per più di una volta.

A causa del fatto che il vicepresidente è eletto direttamente dal popolo, egli è costituzionalmente legittimato a succedere al presidente in caso di dimissioni, morte o impedimento di quest'ultimo. Per questo motivo anche al vicepresidente si applicano gli stessi requisiti.

Poteri[modifica | modifica sorgente]

La Costituzione statunitense stabilisce che il presidente è investito del potere esecutivo a livello federale (art. II, sez. 1) e che a lui fanno capo le forze armate federali e le milizie dei singoli Stati, ove chiamate al servizio della Federazione. Per l'adempimento delle sue alte prerogative in tema di sicurezza e politica estera, quotidianamente riceve dall'intelligence un rapporto, denominato President's Daily Brief.

Sempre l'art. II, dedicato al potere esecutivo, enumera altri poteri esclusivi del presidente, come quelli di raccomandare al Congresso le misure che ritiene necessarie ed opportune, di nominare consiglieri, di accordare la grazia e di sospendere le pene per i reati puniti a livello federale.

L'esercizio di altri poteri presidenziali è invece coordinato con l'attività del Congresso. È il caso della promulgazione delle leggi approvate da entrambe le camere, che include la possibilità di esercitare il diritto di veto (art. I, sez. 7). In molte tipologie di atto la collaborazione con il potere legislativo si sostanzia nel cosiddetto "advice and consent" del Senato. Il presidente può così nominare diversi alti funzionari (inclusi i segretari di dipartimento, corrispondenti grosso modo ai ministri di un governo parlamentare), gli ambasciatori e i giudici federali, ma tali nomine devono essere scrutinate ed approvate dal Senato (a maggioranza semplice). I due terzi dei voti espressi dai senatori sono invece necessari per approvare i trattati firmati dal presidente.

Il Presidente è il Capo dello Stato, il simbolo dell'unità della nazione. Egli garantisce la continuità e la permanenza dello Stato. Il Presidente giura di "preservare, proteggere e difendere la Costituzione".

Il presidente è il simbolo dell'unità nazionale e la sua voce è unica: sia verso l'interno (importanza del Presidente in occasione di tragedie nazionali) che verso l'esterno (all'estero è il portavoce di posizioni condivise dall'intero popolo americano).

Capo della diplomazia[modifica | modifica sorgente]

Come capo di stato, il presidente è il capo della diplomazia americana. La Costituzione gli attribuisce il titolo di "diplomatico supremo" (Chief Diplomat). In sostanza è il rappresentante della nazione all'estero.

Il presidente nomina ambasciatori e altri rappresentanti dello Stato, e riceve diplomatici che sono accreditati presso di lui. Anche il riconoscimento di Stati stranieri, nonché l'interruzione o la ripresa di rapporti diplomatici con i vari paesi, sono compiti conseguenti a questo suo ruolo.

Il presidente ha il potere di negoziare e concludere trattati, con riserva di ratifica da parte del Senato. Si noti che i presidenti usano sempre più spesso concludere "accordi in forma semplificata" (executive agreements) che sono di fatto dei trattati internazionali senza che venga rispettata la forma e le procedure standard previsti per questi. Si tratta di una estensione del potere esecutivo nelle relazioni internazionali che evidentemente non tiene conto del sistema di contrappesi previsto dalla Costituzione. Se questa consuetudine è discutibile dal punto di vista giuridico, da un punto di vista pragmatico bisogna dare atto che con tali procedimenti si consente una rapidità di azione che in certi casi permette di intervenire con una tempestività altrimenti non ottenibile.

Capo delle forze armate[modifica | modifica sorgente]

Ai sensi dell'articolo 2, comma 2 della Costituzione, il Presidente è il comandante in capo dell'esercito e della Guardia Nazionale degli Stati Uniti. Egli è dunque il capo delle forze armate ed è titolato ad intraprendere e condurre operazioni militari.

In tempo di pace, il Presidente, può utilizzare il suo potere per mantenere o ripristinare l'ordine in uno stato federato, su richiesta del governo locale. Questo è avvenuto, ad esempio, in Arkansas nel 1957, nel Mississippi nel 1962 e nell'Alabama nel 1963. Ragioni analoghe sono alla base delle iniziative di George W. Bush nella lotta contro il terrorismo che ha portato, estendendo il suddetto concetto, la Guardia Nazionale ad operare in Medio Oriente e nei Balcani.

Nonostante la Costituzione affermi che è il Congresso ad avere l'onere di dichiarare la guerra (articolo I, sezione 8), e nonostante l'adozione nel 1973 della legge sui poteri straordinari di guerra (War Powers Act), il potere di inviare truppe per combattere è detenuto de facto dal Presidente.

Potere esecutivo[modifica | modifica sorgente]

Il presidente è il capo dell'esecutivo (chief executive) degli Stati Uniti. Il governo, la cui responsabilità è di "aver cura che le leggi siano fedelmente eseguite" dispone di oltre quattro milioni di dipendenti, compresi i membri delle forze armate.

Il presidente, oltre agli Ambasciatori, nomina i membri del Gabinetto, e gli altri ufficiali federali, con il meccanismo del "consiglio e consenso" (advice and consent) della maggioranza del Senato. Nel corso di un solo mandato un Presidente può effettuare anche 6.000 nomine.[3]

Riguardo al potere del Presidente di rimuovere i funzionari si è dibattuto a lungo. In generale può farlo a sua discrezione. Tuttavia il Congresso, per decreto, può ridurre l'autorità presidenziale di licenziare i responsabili di agenzie di regolamentazione indipendenti e certi ufficiali esecutivi inferiori.

Il presidente può esercitare il proprio potere esecutivo attraverso i cosiddetti ordini esecutivi (executive orders). Nella misura in cui gli ordini sono radicati nella legge federale o potere esecutivo garantito nella Costituzione degli Stati Uniti, questi ordini hanno forza di legge. Ne consegue che gli ordini esecutivi possano essere sottoposti all'esame di tribunali federali o anche essere resi nulli attraverso modifiche legislative.

Potere legislativo[modifica | modifica sorgente]

In ottemperanza al principio di separazione dei poteri alla base delle grandi democrazie, negli Stati Uniti il potere legislativo è esercitato dal Congresso mentre al Presidente attiene la gestione del potere esecutivo.

A livello legislativo la Costituzione riconosce dunque al Presidente solo un diritto di veto che, per altro, è esercitato in casi molto particolari. D'altra parte però l'influenza del Presidente sull'attività legislativa è enorme. A partire dal Discorso sullo Stato dell'Unione, l'annuale bilancio-indirizzo programmatico di fronte al Congresso riunito, a proseguire con i disegni di legge che partono da iniziative dell'esecutivo e che, in sostanza, occupano la maggior parte dei lavori parlamentari, come per altro è usuale che accada in quasi tutte le democrazie.

Veto presidenziale[modifica | modifica sorgente]

La Costituzione degli Stati Uniti conferisce al Presidente come unico potere legislativo quello del veto presidenziale (articolo I). La Presentment Clause è una clausola in base alla quale qualsiasi disegno di legge (Bill) approvato dal Congresso deve essere presentato al Presidente prima che possa diventare legge (Act). Il presidente ha tre opzioni: firma la legislazione e il disegno di legge diventa legge, oppure pone il suo veto e lo restituisce al Congresso, esprimendo le proprie obiezioni, così che il disegno di legge non diventi legge, a meno che il veto non venga ignorato per effetto di votazioni con maggioranza dei due terzi effettuate da ognuna delle due Camere. Infine il presidente può anche semplicemente non agire, vale a dire che non firma né pone veti su un determinato disegno di legge. In questo caso, dopo 10 giorni, domeniche escluse, emergono due possibilità: se il Congresso è ancora convocato, il disegno di legge diventa legge, se l'attività del Congresso è sospesa, il disegno di legge non può ritornarvi e quindi non ha seguito. Quest'ultimo procedimento è chiamato anche il pocket veto (letteralmente "veto tascabile").

Nel 1996 il Congresso ha cercato di rafforzare il potere di veto del presidente con il Line Item Veto Act ottenendo però poi nel 1998 un giudizio di incostituzionalità da parte della Corte Suprema che ha quindi ripristinato l'impostazione preesistente.

Potere giudiziario[modifica | modifica sorgente]

Il presidente ha anche il potere di nominare i giudici federali, compresi i membri delle Corti di appello degli Stati Uniti e della Corte Suprema. Tuttavia, queste nomine richiedono la conferma del Senato. L'approvazione del Senato impedisce che i presidenti possano orientare il sistema giudiziario federale verso un particolare assetto ideologico. Nella designazione dei giudici di tribunale distrettuale degli Stati Uniti, salvo eccezioni, i presidenti rispettano la lunga tradizione della cosiddetta senatorial courtesy. In pratica il Presidente si attiene all'indicazione che gli viene trasmessa dal senatore anziano del proprio partito dello Stato in questione.

Grazia[modifica | modifica sorgente]

Il presidente ha il diritto di concedere la grazia per crimini federali, con esclusione dei casi di impeachment. Il Presidente può inoltre commutare una pena, con o senza condizioni, proclamare un'amnistia o concedere sospensioni per un periodo determinato o indeterminato.

Elezioni[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Elezioni presidenziali degli Stati Uniti.
Una mappa degli Stati Uniti che mostra il numero di voti elettorali attribuiti a ciascuno stato. Per ottenere la maggioranza sono richiesti 270 voti elettorali (il totale è 538).

Il presidente rimane in carica quattro anni. Non può essere sfiduciato dal Congresso durante il suo mandato, e può decadere dall'incarico nel solo caso di impeachment. Nel 1951 venne ratificato il ventiduesimo emendamento, che rese norma costituzionale il limite dei due mandati.

L'elezione avviene indirettamente, tramite il Collegio Elettorale degli Stati Uniti d'America. Ad ogni stato viene assegnato un numero di voti elettorali, equivalente alla somma dei rappresentanti e dei senatori che lo stato elegge al Congresso. Il ventitreesimo emendamento (ratificato nel 1961) ha riconosciuto al Distretto di Columbia, privo di una propria rappresentanza congressuale, un numero di voti elettorali equivalenti a quelli che gli spetterebbero se fosse uno stato, ma comunque non superiori a quelli attribuiti allo stato meno popolato (in pratica, il Distretto non potrà esprimere più di tre voti elettorali). Quasi tutti gli stati assegnano la totalità dei loro voti elettorali al candidato che ha ottenuto la maggioranza semplice dei voti espressi nello stato stesso. In Maine e Nebraska vengono riconosciuti due voti elettorali al vincitore a livello statale, più un voto al vincitore in ogni collegio congressuale. Per diventare presidente basta dunque conquistare la maggioranza nel collegio dei grandi elettori. Nel caso nessun candidato ottenga la maggioranza, l'incombenza di eleggere il presidente spetta alla Camera dei Rappresentanti che, nel caso, vota per delegazioni statali.

Diversamente da molti altri paesi che adottano sistemi presidenziali, negli Stati Uniti il presidente viene eletto indirettamente, tramite grandi elettori, noti come Collegio Elettorale degli Stati Uniti d'America. Ogni Stato ha un numero di Elettori, equivalente alla sua delegazione nelle due camere del Congresso. Il XXIII emendamento della Costituzione ha attribuito al Distretto di Columbia il numero di Elettori che gli spetterebbero se fosse uno Stato, ma che non può essere superiore a quello spettante allo stato meno popolato. Ogni dieci anni, in relazione ai risultati del censimento i voti elettorali vengono ridistribuiti. In teoria, gli Elettori dello Stato potrebbero essere nominati dai parlamenti statali, ma di fatto, in ogni stato essi vengono eletti direttamente dai cittadini.

Campagna elettorale[modifica | modifica sorgente]

La campagna elettorale inizia con le elezioni primarie, in cui i due partiti maggiori selezionano le personalità che poi riceveranno la candidatura ufficiale alla Convention del Partito. Nella stessa occasione il candidato alla presidenza sceglie un candidato alla vicepresidenza e i delegati del partito formulano la piattaforma su cui basare la campagna elettorale. Anche se le conventions hanno una lunga storia, la loro importanza è via via diminuita ed ora svolgono soprattutto la funzione di galvanizzare i militanti dei partiti in vista delle elezioni e di focalizzare l'attenzione dei media sui candidati.

Il procedimento di scelta dei candidati inizia, tradizionalmente, con i Caucus dell'Iowa nei primi giorni dell'anno elettorale. Spesso determinante per entrambi i partiti è il "Super martedì", ossia il giorno (solitamente di febbraio o marzo) in cui si tengono contemporaneamente i caucus e le primarie in un gran numero di stati. Fin dall'inizio della selezione dei candidati all'interno dei partiti e poi, in crescendo, durante la campagna elettorale vera e propria, svolgono un ruolo fondamentale le grandi macchine organizzative messe in campo dai vari aspiranti alla Casa Bianca. I mezzi di comunicazione più moderni delle varie epoche (dai manifesti nel corso del XIX secolo, fino ad Internet ai giorni nostri) sono stati utilizzati per convincere gli elettori e raccogliere fondi. Non trascurabile è il ruolo svolto dalle grandi organizzazioni sociali, dalle Chiese ai sindacati, che raccolgono i cittadini.

Nel corso del XX secolo è diventato consueto che i candidati si affrontino in una serie di dibattiti televisivi. In tali dibattiti, che si svolgono in base a regole concordate dagli staff dei candidati, di solito si contrappongono solo i nominati del Partito Democratico e di quello Repubblicano. In certi casi, tuttavia, sono stati invitati anche candidati di partiti terzi, come Ross Perot nella campagna del 1992.

L'attenzione degli strateghi elettorali si è sempre più concentrata sugli swing states, ossia gli stati in cui non è chiara la prevalenza politica. Accade così che i candidati trascurino stati in cui sono ragionevolmente sicuri di vincere (ad esempio, il New York o il Texas, rispettivamente per i Democratici e per i Repubblicani), concentrando visite e spot elettorali in stati considerati "in bilico" (come l'Ohio o la Florida).

Altro elemento caratterizzante le ultime tornate elettorali è l'importanza cruciale assunta da una serie di organizzazioni, indipendenti dai partiti, che svolgono vere e proprie campagne parallele, a favore o contro un determinato candidato. Si tratta dei cosiddetti Political action committees - abbreviato PAC - o dei 527 groups (dal numero di un paragrafo dello United States tax code che concede loro l'esenzione fiscale).

Collegio elettorale[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Collegio Elettorale degli Stati Uniti d'America.
L'allora Presidente degli Stati Uniti George W. Bush, secondo da sinistra, assieme ai suoi tre predecessori George H.W. Bush, Bill Clinton e Jimmy Carter durante l'inaugurazione del William J. Clinton Presidential Center and Park a Little Rock, Arkansas, il 18 novembre 2004

Ogni quattro anni, le elezioni presidenziali si svolgono il "martedì successivo al primo lunedì di novembre", questo per evitare che il Primo Novembre, giorno festivo negli Usa, cada appunto di martedì. Nello stesso giorno sono concentrate anche altre consultazioni, riferite ad ogni livello di governo. A livello federale, si svolgono assieme a quelle per il presidente le elezioni per il rinnovo della Camera dei Rappresentanti e quelle per la scelta di un terzo dei membri del Senato.

Tornando all'elezione presidenziale, ogni Stato esprime un numero variabile di membri del Collegio Elettorale (I "Grandi Elettori" o gli "Elettori" per antonomasia), equivalente al numero dei suoi rappresentanti al Congresso.

Il sistema elettorale per la scelta dei Grandi Elettori è rimesso alla legislazione statale. Fin dai primi periodi della storia statunitense, comunque, si manifestò l'orientamento di far eleggere i Grandi Elettori direttamente dai cittadini. Alcuni stati in origine preferivano far selezionare gli Elettori dai membri dei Legislativi. Il South Carolina mantenne questo sistema fino alla Guerra di Secessione, quando ormai tutti gli altri stati erano passati all'elezione diretta.

Sulle schede compaiono solo i nomi del candidato alla presidenza e di quello alla vice presidenza dei vari partiti (i Tickets), ma il voto assegnato ad un Ticket va formalmente ad un numero di candidati al Collegio Elettorale scelti dal partito che appoggia il Ticket stesso. Nella stragrande maggioranza degli Stati, il Ticket che conquista il maggior numero di preferenze si vede assegnare tutti i voti elettorali dello Stato. Il Maine e il Nebraska adottano un sistema diverso, assegnando due voti al Ticket che vince a livello statale e uno ai vincitori nei vari collegi elettorali per il Congresso. In ogni caso, i Grandi Elettori si riuniscono nelle capitali dei rispettivi Stati il primo lunedì dopo il secondo mercoledì di dicembre per votare. Viene formata una "lista di tutti coloro che hanno avuto voti e del numero di voti raccolti da ciascuno": questa la formula adottata dall'art. II, sez. 3 della Costituzione, ma ormai si tratta chiaramente di una formalità, in quanto gli Elettori daranno la preferenza ai candidati alla presidenza e alla vicepresidenza sostenuti dal loro partito. Il risultato del voto è inviato al Presidente del Senato, ossia il vicepresidente in carica.

In presenza della Camera e del Senato, il Vicepresidente, nella qualità di presidente del Senato, apre le liste e si procede al conteggio dei voti. I risultati dei singoli stati vengono letti a voce alta alla presenza dei congressisti in seduta comune. I Membri del Congresso possono contestare il conteggio dei voti di ogni stato, purché la contestazione sia supportata da almeno un membro di entrambe le camere. In realtà, ciò avviene molto di rado.

Nel caso in cui nessun candidato ricevesse la maggioranza del voto espresso dal Collegio Elettorale, il Presidente sarebbe eletto dalla Camera dei Rappresentanti tra i tre candidati più votati, mentre il Vicepresidente verrebbe scelto dal Senato. In questo caso, la Camera adotta un sistema di votazione particolare, in cui ogni delegazione statale sceglie al suo interno un candidato ed ha diritto ad un solo voto. Si tratta di un sistema che penalizza (o meglio, penalizzerebbe, in quanto questa eventualità è piuttosto remota) gli stati maggiori. Il Senato, in cui ogni stato ha una delegazione identica, vota invece normalmente.


Lista dei presidenti degli Stati Uniti d'America[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Lista dei Presidenti degli Stati Uniti d'America.
# Nome Inizio mandato Fine mandato Partito
1 George Washington 1789 1797 nessun partito
2 John Adams 1797 1801 Federalista
3 Thomas Jefferson 1801 1809 Democratico-Repubblicano
4 James Madison 1809 1817 Democratico-Repubblicano
5 James Monroe 1817 1825 Democratico-Repubblicano
6 John Quincy Adams 1825 1829 Democratico-Repubblicano
7 Andrew Jackson 1829 1837 Democratico
8 Martin Van Buren 1837 1841 Democratico
9 William Henry Harrison 1841 1841 Whig
10 John Tyler 1841 1845 Whig[4]
11 James Knox Polk 1845 1849 Democratico
12 Zachary Taylor 1849 1850 Whig
13 Millard Fillmore 1850 1853 Whig
14 Franklin Pierce 1853 1857 Democratico
15 James Buchanan 1857 1861 Democratico
16 Abraham Lincoln 1861 1865 Repubblicano
17 Andrew Johnson 1865 1869 Repubblicano[5]
18 Ulysses Simpson Grant 1869 1877 Repubblicano
19 Rutherford Birchard Hayes 1877 1881 Repubblicano
20 James Abram Garfield 1881 1881 Repubblicano
21 Chester Alan Arthur 1881 1885 Repubblicano
22 Stephen Grover Cleveland 1885 1889 Democratico
23 Benjamin Harrison 1889 1893 Repubblicano
24 Stephen Grover Cleveland 1893 1897 Democratico
25 William McKinley 1897 1901 Repubblicano
26 Theodore Roosevelt II 1901 1909 Repubblicano
27 William Howard Taft 1909 1913 Repubblicano
28 Thomas Woodrow Wilson 1913 1921 Democratico
29 Warren Gamaliel Harding 1921 1923 Repubblicano
30 John Calvin Coolidge Jr. 1923 1929 Repubblicano
31 Herbert Clark Hoover 1929 1933 Repubblicano
32 Franklin Delano Roosevelt 1933 1945 Democratico
33 Harry S. Truman 1945 1953 Democratico
34 Dwight David Eisenhower 1953 1961 Repubblicano
35 John Fitzgerald Kennedy 1961 1963 Democratico
36 Lyndon Baines Johnson 1963 1969 Democratico
37 Richard Milhous Nixon 1969 1974 Repubblicano
38 Gerald Rudolph Ford Jr. 1974 1977 Repubblicano
39 James Earl Carter Jr. 1977 1981 Democratico
40 Ronald Wilson Reagan 1981 1989 Repubblicano
41 George Herbert Walker Bush 1989 1993 Repubblicano
42 William Jefferson Clinton 1993 2001 Democratico
43 George Walker Bush 2001 2009 Repubblicano
44 Barack Obama 2009 In carica Democratico

Linea temporale[modifica | modifica sorgente]

Linea temporale dei Presidenti degli Stati Uniti d'America. Barack Obama George W. Bush Bill Clinton George Bush Ronald Reagan Jimmy Carter Gerald Ford Richard Nixon Lyndon B. Johnson John F. Kennedy Dwight D. Eisenhower Harry Truman Franklin D. Roosevelt Herbert Hoover Calvin Coolidge Warren G. Harding Woodrow Wilson William H. Taft Theodore Roosevelt William McKinley Grover Cleveland Benjamin Harrison Grover Cleveland Chester A. Arthur James A. Garfield Rutherford B. Hayes Ulysses S. Grant Andrew Johnson Abraham Lincoln James Buchanan Franklin Pierce Millard Fillmore Zachary Taylor James K. Polk John Tyler William H. Harrison Martin Van Buren Andrew Jackson John Quincy Adams James Monroe James Madison Thomas Jefferson John Adams George Washington

Dati statistici[modifica | modifica sorgente]

Elezioni[modifica | modifica sorgente]

Ogni presidente viene eletto il martedì successivo al primo lunedì di novembre in ogni anno bisestile, cioè ogni quattro anni. Ma per entrare effettivamente in carica deve attendere ben due mesi e mezzo, in quanto la cerimonia d'insediamento avviene solo il 20 gennaio dell'anno seguente.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Citato in: Piero Buscaroli, Una nazione in coma, Argelato (BO), Minerva Edizioni, 2013, ISBN 978-88-7381-494-8. p. 162
  2. ^ U.S. Const., Art. I, Sec. 3, Cl. 7;
  3. ^ (EN) Robert W. Watson, http://books.google.es/books?id=k06fzPI9CgEC&pg=PA136&#v=onepage&q=&f=false in White House Studies Compendium, Nova Publishers, 2007, p. 136. ISBN 1600215211. URL consultato il 4-5-2011.
  4. ^ Democratico eletto vicepresidente per il partito Whig
  5. ^ Democratico eletto vicepresidente per il partito Repubblicano

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

In Inglese:

  • Gary Boyd Roberts, Ancestors of American Presidents (1989; fuori stampa dal 1995. Studioso della New England Historic Genealogical Society rivela che 19 Presidenti discendono da re Edoardo III;
  • Couch, Ernie, Presidential Trivia. Rutledge Hill Press, 1996, ISBN 1-55853-412-1
  • Lang, J. Stephen, The Complete Book of Presidential Trivia., Pelican Publishing, 2001, ISBN 1-56554-877-9
  • Leonard Leo, James Taranto, and William J. Bennett, Presidential Leadership: Rating the Best and the Worst in the White House., Simon and Schuster, 2004, ISBN 0-7432-5433-3
  • Presidential Studies Quarterly, pubblicato da Blackwell Synergy
  • Waldman, Michael, and George Stephanopoulos, My Fellow Americans: The Most Important Speeches of America's Presidents, from George Washington to George W. Bush., Sourcebooks Trade, 2003, ISBN 1-4022-0027-7
  • Winder, Michael K., Presidents and Prophets: The Story of America's Presidents and the LDS Church, Covenant Communications, 2007, ISBN 1-59811-452-2

In Italiano:

  • Claudio Lodici, "Governare l'America - Enciclopedia della politica USA". il glifo, Roma, 2011. ISBN 9788897527022
  • Mauro della Porta Raffo, "I Signori della Casa Bianca". Edizioni Ares, Milano, 2004. ISBN 88-8155-303-1
  • Luca Stroppiana, "Stati Uniti". Il Mulino, Bologna, 2006. ISBN 88-15-10516-6

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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