Gruppo Mediaset

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Gruppo Mediaset
Logo
StatoItalia Italia
Forma societariaSocietà per azioni
Fondazione1993 a Milano
Fondata daSilvio Berlusconi
Sede principaleCologno Monzese
GruppoFininvest
Controllate
Persone chiave
SettoreMedia
Fatturato3,824 miliardi di (2020)
Utile netto190 milioni di (2019)
Dipendenti5519 (2016)
Slogan«La tua tv. Sempre più grande»

Mediaset S.p.A., nota anche come Gruppo Mediaset, è una società italiana attiva nell'ambito dei media e della comunicazione, specializzata primariamente nella produzione e distribuzione televisiva in chiaro e a pagamento su più piattaforme, oltre che nella produzione e distribuzione cinematografica, multimediale e nella raccolta pubblicitaria. È il principale operatore televisivo privato italiano, spagnolo e tedesco.

La sede legale è a Milano in via Paleocapa, 3[1], mentre la direzione, la sede operativa e amministrativa si trovano a Cologno Monzese, nella città metropolitana di Milano. Dal 1994 il presidente di Mediaset è Fedele Confalonieri.

Il gruppo è quotato alla Borsa di Milano dal 1996 e l'azionista di maggioranza è Fininvest, holding fondata negli anni settanta da Silvio Berlusconi, è il secondo gruppo televisivo privato d'Europa[2] dopo la società lussemburghese RTL Group e il primo in Italia; in termini di fatturato è tra i più rilevanti a livello mondiale nel mercato globale dei media[3]; nel 2010 è risultato miglior gruppo media italiano e quinto europeo nella classifica stilata da Thomson Reuters Extel[4]; nel 2013 è stato classificato il 34º gruppo nel campo dei media al mondo[5].

Struttura e partecipazioni societarie[modifica | modifica wikitesto]

[6]

  • Mediaset Italia S.p.A. (100%)
  • Publitalia '80 S.p.A. (100%)
    • Digitalia '08 s.r.l. (100%)
    • Publieurope Ltd (100%)
    • Mediamond S.p.A. (50%)
    • Adtech Ventures S.p.A. (50%)
      • European Broadcaster Exchange EBX Limited (25%)
  • RTI (100%):
    • Auditel s.r.l. (26,67%)
    • Elettronica Industriale S.p.A. (100%)
    • RadioMediaset S.p.A. (100%)
      • Radio Studio 105 S.p.A. (100%)
      • RMC Italia S.p.A. (100%)
      • Virgin Radio Italy S.p.A. (100%)
      • Radio Subasio s.r.l (100%)
      • Radio Aut S.p.A. (100%)
    • Medusa Film S.p.A. (100%)
    • Taodue s.r.l. (100%)
      • Medset Film s.a.s. (100%)
    • R2 s.r.l. (100%)
    • Blue Ocean s.r.l in liquidazione (100%)
    • Boing S.p.A. (51%)
    • Monradio s.r.l. (80%)
    • Fascino PGT s.r.l. (50%)
    • Titanus Elios S.p.A. (30%)
    • Tivù s.r.l (48,16%)
    • Studio 71 Italia s.r.l. (49%)
    • Superguida TV s.r.l. (29%)
  • Mediaset Investment N.V. (100%):
  • Mediaset España Comunicación S.A. (51,63%):
    • Publiespaña SAU (100%)
      • Publimedia Gestión SAU (100%)
      • Netsonic S.L. (100%)
        • Netsonic S.A.C. (99,9%)
      • Adtech Ventures S.p.A. (50%)
      • Aunia Publicidad Interactiva SLU (50%)
    • Grupo Audiovisual Mediaset España Comunicación SAU (100%)
    • Connecta 5 Telecinco SAU (100%)
    • Mediacinco Cartera S.L. (100%)
    • Grupo Editorial Tele 5 SAU (100%)
    • Advertisement for Adventure SLU (100%)
    • Producción y distribucción de contenidos audiovisuales Mediterraneo SLU (100%)
      • El Desmarque Portal Deportivo S.L. (60%)
      • Megamedia Televisión S.L. (65%)
      • Alea Media S.A. (40%)
      • Supersport Televisión S.L. (62,50%)
      • Unicorn Content S.L. (30%)
      • Producciones Mandarina S.L. (30%)
      • Buldog TV Spain S.L. (30%)
      • La Fabrica de la Tele S.L. (30%)
      • Melodia Producciones S.L. (40%)
    • Telecinco Cinema SAU (100%)
      • Furia de Titanos II A.I.E. (34%)
    • ProSiebenSat.1 Media SE (5,5%)
  • EI Towers S.p.A. (100%)
  • Towertel S.p.A. (100%)
  • NEtCO S.p.A. (100%)
  • E.I.T. Radio S.p.A. (100%)
  • Towertel S.p.A. (20,1%)
  • Nettrotter s.r.l. (95%)
  • Nessma S.A. (34,12%)
  • Nessma Broadcast S.r.l. (32,30%)
  • ProSiebenSat.1 Media SE (9,6%)

Composizione societaria[modifica | modifica wikitesto]

Azionariato[modifica | modifica wikitesto]

Dati aggiornati al 24 marzo 2020[7].

Dati societari[modifica | modifica wikitesto]

Valore delle azioni

Il 18 gennaio 2007 le azioni Mediaset valevano 9,367 euro per azione. Il 14 giugno 2012 le azioni hanno toccato il minimo storico di 1,144 euro per azione.

Capitale sociale[modifica | modifica wikitesto]

Il capitale sociale di Mediaset è costituito da 1.181.227.564 azioni ordinarie con diritto di voto.

Organi sociali[modifica | modifica wikitesto]

Consiglio di amministrazione:

Collegio sindacale

  • Presidente: Ferdinando Superti Furga
  • Sindaci effettivi: Francesco Antonio Giampaolo
  • Sindaci supplenti: Francesco Vittadini

Perdite di bilancio[modifica | modifica wikitesto]

Il 2 marzo 2017 l'aumento delle perdite di bilancio di Mediaset è un fatto contabile: dal 2015 al 2016 il rosso sale da circa 30 milioni di euro a più di 110 milioni di euro. A settembre 2016, l'azienda accusava già un buco di 116,6 milioni di euro[9].

Controversie[modifica | modifica wikitesto]

Mediaset (e prima della sua costituzione Fininvest) è da diversi anni al centro di diverse critiche, nonché iter politico-giudiziari per lo più strettamente intrecciati tra la storia politica italiana, la magistratura e il fondatore Silvio Berlusconi; in altri casi invece totalmente separati dallo stesso fondatore in quanto dal 1994 non rientrante più nei quadri societari. Principalmente tali critiche riguardano le presunte violazioni di alcune leggi, le quote di ricavi da concessioni pubblicitarie, l'informazione giornalistica, la qualità dei programmi trasmessi, i diritti televisivi, la gestione dei rapporti con la concorrenza (televisiva e mediatica in generale) e le censure degli anime.

Concessioni televisive[modifica | modifica wikitesto]

Canale 5 e Italia 1[modifica | modifica wikitesto]

Le prime due reti ricevono regolare e definitiva concessione a livello nazionale alla fine degli anni novanta, a distanza di nove anni dalla legge Mammì, prima legge italiana organica di sistema per la disciplina del settore radiotelevisivo pubblico e privato; questa legge segue a un periodo, dal 1984 al 1989, nel quale l'assenza di precise regolamentazioni e di leggi (vacatio legis) per un settore in fase di radicale cambiamento, avevano portato a una serie di provvedimenti transitori nel corso delle varie legislature: nel 1984 era stato varato il cosiddetto il primo decreto Berlusconi, convertito poi in legge nel 1985, finalizzato ad autorizzare la diffusione simultanea delle trasmissioni di Canale 5, Italia 1, Rete 4 e di altre emittenti private, già presenti a centinaia in Italia, in attesa di una nuova legge per la regolamentazione radiotelevisiva. La legge non prevedeva - ma nemmeno escludeva - la possibilità per i privati di interconnettere i propri ripetitori situati in regioni diverse in modo da poter trasmettere lo stesso programma in tutto il territorio nazionale. La sentenza n. 202 della Corte Costituzionale del 1976 aveva messo fine al monopolio televisivo pubblico permettendo la trasmissione via etere ma senza che nulla fosse poi stabilito dal Parlamento in ambito nazionale. La creazione di un gruppo di canali televisivi nazionali si era rivelata di fatto in contrasto con la legge in vigore e con le sentenze della Corte che già dal 1960 (n. 59/1960), aveva mostrato il suo orientamento in materia. Un tema ripreso anche dal più seguente pronunciamento del 1981, dove veniva riaffermata la mancanza di costituzionalità nell'ipotesi di permettere a un soggetto privato il controllo di una televisione nazionale, considerando questa possibilità, visti gli spazi limitati delle frequenze via etere a disposizione, come una lesione al diritto di libertà di manifestazione del proprio pensiero, garantito dall'articolo 21 della Costituzione. Difatti, dopo le denunce della RAI e dell'associazione delle emittenti locali (ANTI) avvenute nel 1982, le reti Fininvest erano state oscurate contemporaneamente il 16 ottobre 1984 per quattro giorni in tre regioni d'Italia, a seguito della disposizione dei pretori di Torino, Roma e Pescara, secondo i quali il sistema di interconnessione simultanea regionale a mezzo di videocassette violava sia l'art. 195 del Codice Postale che il monopolio sulla trasmissione nazionale da parte della televisione pubblica. La diffusione dei programmi, tuttavia, avveniva con l'escamotage di una minima differita tra ogni regione comprovando che ciascuna emittente locale trasmetteva autonomamente secondo le norme allora vigenti.

Rete 4[modifica | modifica wikitesto]

La posizione di Rete 4 era differente per via di una serie di altre vicende politico-giudiziarie nota come Lodo Rete 4. Una volta effettuata l'acquisizione da parte di Fininvest nel 1984, venne avviata una trattativa per la cessione a Callisto Tanzi, già operante nel settore. Ciò avvenne per presunti motivi politici collegati alla Democrazia Cristiana, allora partito di governo[10]. Sfumata l'operazione, la Corte Costituzionale nel 1988, giudica anticostituzionale la concessione di tre reti analogiche nazionali a un unico soggetto privato, in quanto in violazione dell'articolo 21 della Costituzione Italiana. Al contrario di quanto espresso dalla Corte, nel 1990 la rete ottiene ugualmente la concessione a trasmettere sul territorio nazionale grazie alla legge Mammì. Nel 1994, con una nuova sentenza, la Corte sancisce l'incostituzionalità della legge e così, nel 1995, pochi mesi dopo l'ingresso in politica di Silvio Berlusconi, viene promosso un referendum popolare per l'abrogazione delle norme che permettono la concentrazione di tre reti televisive a un unico soggetto privato. Nel 1997 viene approvata la Legge Maccanico che vieta a uno stesso soggetto di essere titolare di concessioni o autorizzazioni che permettano di irradiare più del 20% delle reti televisive analogiche in ambito nazionale - quindi interessa Mediaset - e stabilisce inoltre che le reti in più rispetto al consentito - quindi Rete 4 - potranno continuare a trasmettere anche dopo il nuovo limite fissato per il 1998, a patto che siano affiancate alle trasmissioni analogiche quelle con segnale digitale (intese allora come cavo e satellite, ancora poco diffuse), per poi permettere un passaggio più graduale e definitivo verso queste ultime. Ciò avverrà quando l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni accerta che in Italia la diffusione di antenne paraboliche per la ricezione del segnale satellitare sia congrua; termine, quest'ultimo, che non esprimendo una quantità certa, viene lasciato alla discrezione della stessa Autorità e non verrà mai più definito.

Caso Europa 7[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Lodo Rete 4 ed Europa 7.

Nel 1999, l'imprenditore Francesco Di Stefano, già operante nel settore con la syndication Italia 7, decise di creare una televisione nazionale partecipando alla gara pubblica per l'assegnazione delle frequenze televisive nazionali, prevista dalla Legge Maccanico del 1997.[11] La società vinse la gara ottenendo la concessione ma non le frequenze necessarie a trasmettere su scala nazionale la nuova rete, Europa 7 la quale, pur avendo vinto la concessione per le frequenze nazionali dallo stato italiano, non le ha mai potuto utilizzare per la mancata assegnazione delle stesse e, dopo un contenzioso durato dieci anni, nel 2012 l'Italia è stata condannata a pagare 10 milioni di euro di risarcimento alla società.[12]

Europa 7 per poter avere le frequenze di cui aveva diritto per poter iniziare le trasmissioni, avrebbe dovuto attendere l'emissione del piano di assegnazione delle stesse. Questo non viene emanato per la persistente inadempienza ministeriale nella redazione dello stesso, unita alla proroga fino al 31 dicembre 2003 per le trasmissioni delle emittenti non vincitrici voluto dal ministero delle comunicazioni con autorizzazione ministeriale del 1999 che, contravvenendo al risultato della gara pubblica, permise la prosecuzione delle trasmissioni analogiche da parte delle "reti eccedenti" (Rete 4 e TELE+ Nero). Il Piano nazionale di assegnazione delle frequenze, di competenza dell'AGCOM, di fatto, non verrà mai attuato; inoltre a causa dei vincoli antitrust imposti dalla legge Maccanico, Rete 4 avrebbe dovuto essere trasferita sul digitale entro un termine stabilito dall'Autorità ma tale termine non sarà mai indicato.

Nel 2002 una nuova sentenza della Consulta conferma la violazione della legge in atto fissando il termine ultimo della diffusione del segnale al termine del 2003, ma a dicembre di quell'anno il governo guidato dallo stesso Silvio Berlusconi approva un nuovo decreto legge per consentirne di prorogare la diffusione analogica per Rete 4; contemporaneamente le reti iniziano a trasmettere anche in digitale terrestre, una nuova tecnologia di trasmissione che nel corso degli anni successivi avrebbe sostituito progressivamente il sistema analogico. Con la definizione della Legge Gasparri nel 2004 per il riordino del sistema radiotelevisivo, viene definitivamente svincolata la diffusione di Rete 4 in via analogica terrestre, in trasmissione simultanea digitale terrestre, fino al passaggio definitivo in sola tecnica digitale (switch off), fissato dal precedente governo entro la fine del 2006 (poi prorogato al 2012, seguendo la direttiva dell'UE), seppure in contrasto con la sentenza della Corte Costituzionale.

La legge Gasparri viene tuttavia contestata nel luglio 2007 dall'Unione europea avviando una procedura d'infrazione e sollecitando il governo italiano a modificarla in più punti; difatti secondo la Corte di giustizia dell'Unione Europea, il regime italiano di assegnazione delle frequenze per le attività di trasmissione radiotelevisiva viene decretato contrario al diritto comunitario. Allo stesso tempo, rispettando il programma ministeriale di switch-over su base regionale, inizia il passaggio a diffusione interamente digitale di Rete 4 conclusosi nel 2012. Il Consiglio di Stato, nel 2008, conferma come lecita la momentanea attività di diffusione televisiva dell'emittente in ambito analogico ma, allo stesso tempo, richiama esplicitamente il ministero a rideterminarsi motivatamente sull'istanza di Europa 7 intesa all'attribuzione delle frequenze, sulla base della sentenza europea. Alle fine del 2008 il ministero attribuisce definitivamente le frequenze a Europa 7 e agli inizi dell'anno successivo il Consiglio di Stato accorda un risarcimento economico all'emittente. A seguito della delibera dell'Agcom sulle nuove frequenze digitali disponibili, la procedura d'infrazione aperta dall'Unione europea contro la legge Gasparri viene quindi sospesa nel 2009.

Censura[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Adattamento e censura degli anime.

Un'altra critica mossa nei confronti di Mediaset riguarda la politica relativa ai prodotti di animazione, soprattutto l'animazione giapponese. Molto spesso Mediaset è stata accusata di aver censurato i contenuti, i dialoghi e le immagini di alcune serie stravolgendone il significato, perché ritenute inadatte.[13] Serie come Marmalade Boy - Piccoli problemi di cuore, Temi d'amore fra i banchi di scuola, È quasi magia Johnny, Dragon Ball e Sailor Moon sono spesso portate ad esempio. Va segnalato che in alcuni casi Mediaset ha dichiarato di aver ceduto alle pressioni del MOIGE. Gli accusatori sostengono invece che la mancanza di motivazione di alcuni tagli porta a pensare che Mediaset abbia collaborato volontariamente con il MOIGE o cercato di adattare le opere ad un target diverso dall'originale, per poter migliorare l'audience. In altre occasioni Mediaset è stata accusata di aver stravolto il significato di una serie per scopi commerciali. Un esempio in questo caso è la serie Mila & Shiro, in cui la protagonista è stata fatta diventare cugina della protagonista di Mimì e la nazionale di pallavolo, creando una connessione in realtà inesistente tra le due opere (poi portata nelle versioni francese e spagnola) e giustificata dal tentativo di trasferire il successo della serie di Mimì su quella di Mila, che comunque divenne popolare in Italia. Lo stesso discorso è valido per le due serie Holly e Benji, due fuoriclasse e Palla al centro per Rudy.

Pubblicità[modifica | modifica wikitesto]

Da diverse parti Mediaset è stata accusata di inserire nel palinsesto quantità eccessive e sempre crescenti di pubblicità, a volte ricorrendo ad artifizi. Un esempio è il fatto che TGcom, è considerato da Mediaset un programma autonomo simile ad un telegiornale piuttosto che una pubblicità inserita all'interno di altri programmi. Forte di questa interpretazione, Mediaset ha più volte aggirato la normativa vigente e interrotto una trasmissione per trasmettere pubblicità seguita dal TGcom e poi da un ulteriore stacco pubblicitario anziché con la ripresa del programma. L'autorità garante delle comunicazioni ha già condannato più volte questo atteggiamento.[14]

Nel 2003 un telespettatore fece causa a Mediaset a causa del numero di spot giudicato intollerabile trasmessi durante le semifinali di Champions League. Il caso arrivò in Cassazione e la suprema corte si espresse a favore del telespettatore riconoscendogli il risarcimento simbolico chiesto di 100 euro (più il pagamento delle spese legali).[senza fonte]

Nel novembre 2006 Mediaset fu multata di 650.000 euro per le ripetute violazioni delle norme riguardanti le interruzioni pubblicitarie durante la trasmissione dei film e per la violazione delle norme in materia di tutela dei minori.[senza fonte]

All'inizio degli anni duemila, con il passaggio di responsabile da Alessandra Valeri Manera a Fabrizio Margaria scomparvero tutti i contenitori di cartoni animati, ideati da Alessandra Valeri Manera con grande disappunto degli affezionati, per fare spazio a: Friends for Fun (dal 2006 al 2012 Il giardino dei girasoli) un programma di circa 90 secondi (secondo alcuni uno spot mascherato) che reclamizzava prodotti per bambini e ragazzi.[senza fonte]

A partire dal giugno 2003 fu ridotta la durata delle videosigle di apertura dei cartoni animati, e di conseguenza, la canzone in essa associata, da circa due minuti ad un minuto, per consentire spazio maggiore alla pubblicità, artifizio che però stava cadendo in disuso anche a causa della nascita di canali tematici gratuiti come Boing. Diverse volte andarono anche in onda videosigle dalla durata di soli 10 secondi, giusto il tempo di mostrare il titolo del cartone. Da notare che Luca Tiraboschi, quando era, già dal maggio 2002, direttore di Italia 1, inizialmente voleva sopprimere le sigle lasciando un cartello con il titolo del cartone e dell'episodio, ma siccome l'idea non era condivisa da tutti (anche perché l'etichetta discografica del gruppo, la RTI Music, non avrebbe più commercializzato i dischi con le versioni complete), si è giunti al compromesso delle sigle più brevi. Più vecchia ancora risale la sfumatura delle sigle di coda dopo qualche secondo, attuata già dal 1996 al 1999 all'interno di Game Boat su Rete 4, impedendo totalmente o parzialmente la lettura completa dei titoli di coda (in alcune serie i titoli di coda non iniziavano a scorrere immediatamente, ma dopo alcuni secondi dall'inizio della videosigla).

Diritti d'autore[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2008 Mediaset ha fatto causa a YouTube per violazione dei diritti d'autore richiedendo 500 milioni di euro di risarcimento. Secondo Mediaset, alla luce dei contatti rilevati e vista la quantità dei documenti presenti illecitamente sul sito, è possibile stabilire che le tre reti televisive italiane del Gruppo abbiano perduto 315.672 giornate di visione da parte dei telespettatori, con relative perdite subite per la mancata vendita di spazi pubblicitari sui programmi illecitamente diffusi in rete. Alcuni hanno visto in questo atteggiamento una volontà di censura, ma Mediaset si è difesa affermando di aver cercato più volte un dialogo con YouTube e con il suo proprietario Google senza mai ottenere risposta, vedendosi costretta a ricorrere alle vie legali.[15]

In Spagna è successa quasi la stessa cosa: Telecinco ha vinto una causa contro il portale ottenendo la rimozione dei video non autorizzati ma non il risarcimento economico.

Accuse di faziosità[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni esponenti del centro-sinistra hanno accusato alcune delle trasmissioni di informazione di Mediaset, su tutte il TG4 (ma solo nei riguardi di Emilio Fede e non degli altri giornalisti, che non mostrano il suo grado di faziosità) e in parte anche Matrix[16].

L'accusa di faziosità e di allarmismo a favore del centro-destra è stata successivamente rivolta anche a diversi talk show di Rete4 come Quinta Colonna, Dalla vostra parte, Dritto e rovescio, Fuori dal coro e Quarta Repubblica.[17]

In più occasioni le emittenti del gruppo (in particolare Rete 4 e Italia 1) sono state multate per violazione della legge sulla par condicio.

Il caso Englaro[modifica | modifica wikitesto]

Il 9 febbraio 2009, in occasione della morte di Eluana Englaro, la rete ammiraglia Canale 5 ha mantenuto la programmazione invariata con la messa in onda del Grande Fratello 9 (a differenza della Rai in cui fu solo Rai 2 a mantenere invariata la programmazione trasmettendo X Factor), nonostante le richieste di Enrico Mentana per Matrix e del TG5 di trasmettere uno speciale sul caso. La rete del gruppo preposta a tale approfondimento giornalistico, in prima serata, è stata Rete 4 (terza rete del gruppo) con uno speciale condotto dal direttore della testata Emilio Fede. La sera stessa Mentana, attraverso un comunicato stampa, ha annunciato per protesta le sue dimissioni dalla carica di direttore editoriale di Mediaset, accusando il suo editore di pensare solo e unicamente all'auditel e di ignorare l'aspetto fondamentale della televisione come mezzo di informazione[18][19]. Mediaset accettò immediatamente le dimissioni del giornalista affermando, attraverso un comunicato stampa, il proprio ruolo di televisione commerciale con un sistema a tre reti. Due giorni dopo, Mentana, tramite una lettera pubblicata dal quotidiano Libero, illustrò a pieno la vicenda, ribadendo le accuse[20].

Rapporti con i dipendenti[modifica | modifica wikitesto]

Mediaset è criticata dagli addetti ai lavori poiché si sono verificati casi in cui è mancata la comunicazione diretta agli attori e ai membri della troupe della decisione (o anche solo della possibilità) di sospendere la serie. Nel caso del già citato Crimini bianchi molti membri dei cast si sono lamentati di aver saputo della perdita del lavoro solo all'annuncio stampa.[21]

Ad inizio del 2009 ha molto risalto sui media il caso di Mike Bongiorno, volto storico del network fin dalla sua nascita. Infatti il contratto di Bongiorno scadeva alla fine del 2008 e lo stesso conduttore aspettava un rinnovo che in 30 anni era sempre arrivato puntuale e in automatico. Alla fine del 2008 tuttavia Mike non ricevette il rinnovo e le sue telefonate ai più alti dirigenti per avere chiarimenti furono ignorate fino a quando un impiegato dell'azienda gli comunicò per telefono che Mediaset già da tempo aveva deciso di non rinnovare il contratto. Durante la trasmissione di Rai 3 Che tempo che fa di Fabio Fazio, Bongiorno si è detto duramente amareggiato per il modo in cui è stato trattato e del fatto che nessuno per mesi (neanche il suo grande amico Silvio Berlusconi) avesse risposto alle sue telefonate.

Sempre nel 2009 dopo il caso Mentana, che è stato allontanato da Matrix dopo le sue dimissioni, l'azienda, dopo la sentenza di reintegro di Enrico Mentana, si è rifiutata di applicare la sentenza fino a un accordo di separazione consensuale tra Enrico Mentana e Mediaset.

Come risulta dai dati del sito Mediaset[22], l'azienda negli ultimi anni ha proceduto ad una serie di licenziamenti del personale che hanno ridotto il numero dei dipendenti a poco più di 4000 unità (4.124) a tempo indeterminato, tre quarti dei quali (il 74%) a Milano, contro i 6.113 che, in base ai dati pubblicati a suo tempo da Mediaset, contava nel 2012. Oltre ad aver licenziato 2000 dipendenti, la crisi in cui versa l'azienda l'ha anche spinta a chiudere diverse sedi romane tra le quali, nel 2014, quella di Via Aurelia Antica 422, aperta nel 1990 e che contava oltre 300 dipendenti.

TV spazzatura in Italia e Spagna[modifica | modifica wikitesto]

La principale critica alla TV spagnola Telecinco, rivolta fin dalla nascita e mai sopita, è stata quella di proporre la telebasura, cioè una programmazione di qualità scadente e di carattere popolare atta principalmente a conseguire grandi ascolti.

Anche in Italia trasmissioni come Uomini e donne, Domenica Live, Live - Non è la D'Urso e Pomeriggio Cinque, reality show come Grande Fratello e L'isola dei famosi, più alcuni talk show come Dalla vostra parte, Dritto e rovescio e Fuori dal coro, tutti proposti dalle emittenti del gruppo, sono state più volte indicate dagli opinionisti come televisione spazzatura ed attaccate anche dalle associazioni di psicologi perché propongono al pubblico (talvolta giovanile) esempi distorti e disapprovabili della vita. Criticata è anche la costante presenza nei programmi di ballerine poco vestite e di personaggi privi di qualifica scelti solo a causa del loro gradevole aspetto fisico. Mediaset si è più volte difesa affermando che il fatto stesso che i programmi facciano grandi ascolti significa che il pubblico apprezza, ma altri obiettano che questo successo è dovuto principalmente al grande battage pubblicitario che le emittenti fanno ai propri programmi.

Controprogrammazione[modifica | modifica wikitesto]

Da più parti Mediaset è stata accusata di decidere i propri palinsesti unicamente in base al desiderio di contrapporsi alle scelte della Rai. Mediaset ha infatti in più occasioni spostato i propri programmi più visti per rivaleggiare con programmi più forti della Rai. Nel marzo 2009 la celebre conduttrice Maria De Filippi criticò il proprio editore a causa dello spostamento del talent show Amici di Maria De Filippi al martedì, con il solo scopo di rivaleggiare con X Factor di Rai 2.[23] Altro esempio, almeno dal 2006, è Striscia la notizia, che quando è in diretta quasi sempre adegua la sua durata a quella dell'arcirivale Affari tuoi. Un ulteriore esempio sono i programmi Buona Domenica, Questa Domenica, Domenica Cinque e Domenica Live, trasmessi nel corso degli anni su Canale 5 negli stessi orari della storica trasmissione Domenica in su Rai 1.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Gruppo Mediaset - L'Azienda - Le Sedi, su www.mediaset.it. URL consultato il 19 giugno 2019 (archiviato il 19 giugno 2019).
  2. ^ Classifica Broadcaster Europei, 2007 Archiviato il 7 settembre 2011 in Internet Archive.
  3. ^ Mediaset precede Rai e RCS nella classifica del mercato mondiale dei media - Digital-News, in Digital News, 17 maggio 2008. URL consultato il 22 febbraio 2018.
  4. ^ Notizie Economia Finanza Mercati - Borsa Italiana, su www.borsaitaliana.it. URL consultato il 22 febbraio 2018.
  5. ^ Top 50 - International media groups IfM 2013; IfM - mediadb.eu Archiviato il 23 febbraio 2014 in Internet Archive.
  6. ^ corporate.mediaset.it, https://corporate.mediaset.it/binary/documentRepository/87/P_48_76_struttura_it_paragrafi_it_paragrafo_it_0_pagine_it_pagina_it_0_immagine_orig_it.jpg.
  7. ^ Azionisti Mediaset, su mediaset.it. URL consultato il 24 marzo 2020 (archiviato il 24 marzo 2020).
  8. ^ Gruppo Mediaset, Gruppo Mediaset - L'Azienda - Fernando Napolitano, su www.mediaset.it. URL consultato l'8 gennaio 2018 (archiviato il 9 gennaio 2018).
  9. ^ Si aggrava il rosso di Mediaset, i giornalisti del Tg5 dicono no al trasferimento a Milano, in Today. URL consultato il 19 aprile 2018 (archiviato il 20 aprile 2018).
  10. ^ Archivio Corriere della Sera, su archiviostorico.corriere.it. URL consultato il 22 febbraio 2018 (archiviato dall'url originale il 5 maggio 2015).
  11. ^ Legge n. 249 del 1997 (artt. 2 - 7), su www.camera.it. URL consultato il 20 febbraio 2018 (archiviato dall'url originale il 22 dicembre 2018).
  12. ^ Elemedia, Europa 7, la Corte europea condanna l'Italia "10 milioni di euro per le frequenze negate" - Repubblica.it, in La Repubblica. URL consultato il 20 febbraio 2018 (archiviato il 22 febbraio 2018).
  13. ^ Fonte: Mentecritica.net, su mentecritica.net. URL consultato il 9 febbraio 2011 (archiviato il 21 agosto 2009).
  14. ^ Fonte su repubblica.it, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 9 febbraio 2011 (archiviato il 1º gennaio 2009).
  15. ^ Fonte su digital-sat.it, su digital-sat.it. URL consultato il 9 febbraio 2011 (archiviato il 10 giugno 2009).
  16. ^ Fonte su dsmilano.eu[collegamento interrotto]
  17. ^ Rai? Mediaset? No, ormai chiamatela TeleSalvini, su Linkiesta, 29 luglio 2019. URL consultato il 6 marzo 2020 (archiviato il 29 ottobre 2019).
  18. ^ Notizia sulle dimissioni di Mentana Archiviato il 2 novembre 2012 in Internet Archive. da tv-zone.it
  19. ^ In onda il Gf9, Mentana si dimette Archiviato il 19 maggio 2009 in Internet Archive. Tgcom.it
  20. ^ stralcio lettera di Mentana a Libero Archiviato il 15 febbraio 2009 in Internet Archive.
  21. ^ Fonte su blogapuntate.it, su blogapuntate.it. URL consultato il 9 febbraio 2011 (archiviato il 12 giugno 2010).
  22. ^ Gruppo Mediaset, Gruppo Mediaset - L'Azienda - Risorse umane, su www.mediaset.it. URL consultato il 28 dicembre 2017 (archiviato il 6 agosto 2017).
  23. ^ Maria de Filippi si infuria per lo spostamento al martedi Archiviato il 30 marzo 2009 in Internet Archive. Tgcom.it

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]