Decreto Berlusconi

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Con il termine decreto Berlusconi, così denominato in riferimento all'allora proprietario della Fininvest, Silvio Berlusconi, si indica ognuno dei tre decreti emanati tra il 1984 e il 1985 dal governo Craxi I, ossia:

  1. decreto legge n. 694 del 20 ottobre 1984[1];
  2. decreto legge n. 807 del 6 dicembre 1984 (decreto Berlusconi bis)[2];
  3. decreto legge n. 223 del 1º giugno 1985 (decreto Berlusconi ter)[3].

L'antefatto[modifica | modifica wikitesto]

Tra il 13 e il 16 ottobre 1984 i pretori di Torino, Pescara e Roma ingiungono alle tre emittenti televisive del gruppo Fininvest, Canale 5, Italia 1 e Rete 4, di sospendere l'interconnessione dei loro ripetitori, limitatamente alle tre regioni d'Italia di loro competenza[4]. Secondo i tre pretori, che si sono mossi a seguito delle denunce della RAI e dell'ANTI (Associazione Nazionale Teleradio Indipendenti), il sistema d'interconnessione simultanea regionale, attraverso l'utilizzo di videocassette, eluderebbe l'articolo 195 del Codice delle Poste e Telecomunicazioni, che punisce a titolo di contravvenzione chi stabilisce od esercita un impianto di telecomunicazioni senza aver prima ottenuto la relativa concessione, o l'autorizzazione amministrativa.

La Corte costituzionale, da parte sua, aveva evidenziato come l'assoggettamento a concessione avesse dovuto ritenersi pienamente legittimo. La Consulta, in particolare, aveva escluso quanto ipotizzato dal giudice remittente, ossia che la previsione di vincoli all'esercizio dell'attività radiotelevisiva potesse contrastare con il disposto dell'art. 21 Cost. (che sancisce il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero) e dell'art. 41 Cost. (concernente la libertà di iniziativa economica privata): secondo la Corte, infatti, l'attività di radiotelediffusione su vasta scala integrerebbe quella situazione di monopolio che l'art. 43 della Costituzione considera legittimo presupposto della riserva allo Stato[5]. Tale conclusione era stata precisata nella successiva sentenza 202/1976, riguardante la legittimità dell'estensione del regime di monopolio agli impianti e all'esercizio di stazioni radiofoniche e televisive via etere su scala locale, assoggettati a concessione e non a semplice autorizzazione[6].

Da tali premesse parte della giurisprudenza aveva dedotto il principio secondo cui l'attività di radio-televisione su scala nazionale potesse essere esercitata, in regime di monopolio, da parte della sola TV pubblica. Il sistema della cassettizzazione utilizzato dalle TV private, invece, trasmettendo contemporaneamente gli stessi programmi, opportunamente preregistrati su videocassetta, attraverso le frequenze locali di tutte le venti regioni italiane, avrebbe comportato una sostanziale elusione di tale limite. Secondo altra parte della giurisprudenza, invece, se la ripetizione è fatta da stazioni autonome che non eccedono l'ambito locale, nessuna rilevanza può essere assegnata al contenuto dei programmi che, per il solo fatto di essere identici, non possono rendere punibile un'azione che di per sè legittima e comunque penalmente irrilevante, una volta ottenuta la concessione all'esercizio dell'attività nel rispettivo ambito territoriale[7].

I decreti[modifica | modifica wikitesto]

Il primo decreto Berlusconi è bocciato dalla camera dei deputati il 28 novembre 1984[8], poiché considerato incostituzionale. Il governo non si arrende e qualche giorno dopo la bocciatura del primo decreto presenta il Berlusconi bis e ponendo su di esso il voto di fiducia, il 4 febbraio 1985, ottiene la conversione in legge del decreto[9].
La legge contiene una serie di norme a carattere transitorio, emanate in attesa della stesura di una legge generale di riordino del sistema radiotelevisivo. Prevedendo che la legge generale non sarà scritta in tempi brevi (infatti la legge Mammì sarà emanata nel 1990) e siccome le norme del decreto Berlusconi bis scadranno sei mesi dopo l'entrata in vigore del decreto, il 1º giugno 1985 viene emanato il Berlusconi ter per prorogare il regime transitorio fino al 31 dicembre 1985. Il provvedimento è trasformato in legge il 1º agosto 1985[10]. Attraverso questi decreti il governo Craxi interviene affinché le tre TV private del gruppo Fininvest possano continuare a trasmettere su tutto il territorio nazionale.

Anni dopo, nel 1990, in concomitanza dell'approvazione di un provvedimento legislativo, la cosiddetta legge Mammì, teso a riordinare il settore delle trasmissioni radiotelevisive, il giornalista Vittorio Feltri commenta gli ormai superati decreti con queste parole:[11]

« Per quattordici anni, diconsi quattordici anni, la Fininvest ha scippato vari privilegi, complici i partiti: la Dc, il Pri, il Psdi, il Pli e il Pci con la loro stolida inerzia; e il Psi con il suo attivismo furfantesco, cui si deve tra l'altro la perla denominata 'decreto Berlusconi', cioè la scappatoia che consente all'intestatario di fare provvisoriamente i propri comodi in attesa che possa farseli definitivamente. Decreto elaborato in fretta e furia nel 1984 ad opera di Bettino Craxi in persona, decreto in sospetta posizione di fuorigioco costituzionale, decreto che perfino in una repubblica delle banane avrebbe suscitato scandalo e sarebbe stato cancellato dalla magistratura, in un soprassalto di dignità, e che invece in Italia è ancora spudoratamente in vigore senza che i suoi genitori siano morti suicidi per la vergogna »
(Vittorio Feltri, L'Europeo del 11 agosto 1990)

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Decreto legge 20 ottobre 1984, n. 694, normattiva.it.. Misure urgenti in materia di trasmissioni radiotelevisive (decreto decaduto).
  2. ^ Decreto legge 6 dicembre 1984, n. 807, normattiva.it.. Disposizioni urgenti in materia di trasmissioni radiotelevisive.
  3. ^ Decreto legge 1º giugno 1985, n. 223, normattiva.it.. Proroga di termini in materia di trasmissioni radiotelevisive.
  4. ^ Franco Scottoni, Tre pretori contro i colossi TV, la Repubblica, 17 ottobre 1984.
  5. ^ Corte costituzionale, sent. 225/1974
  6. ^ Corte costituzionale, sent. 202/1976
  7. ^ Cfr., fra tutti, il pretore di Firenze Domenico Franco
  8. ^ Laura Delli Colli, Cade al primo ostacolo il decreto TV, la Repubblica, 29 novembre 1984.
  9. ^ Sandra Bonsanti, Laura Delli Colli, Approvato il decreto sulle TV con un finale a tappe forzate, la Repubblica, 5 febbraio 1985.
  10. ^ Camera dei deputati, Conversione in legge del decreto-legge 1º giugno 1985, n. 223, concernente proroga di termini in materia di trasmissioni radiotelevisive (PDF), legislature.camera.it, p. 30805.
  11. ^ La citazione è riportata in Quando Feltri e Bossi erano quasi comunisti, su MicroMega, 11 settembre 2009. URL consultato il 29 gennaio 2015.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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