Veltro

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Pisanello, verso della seconda medaglia di Alfonso V d'Aragona con simbolica caccia al cinghiale col veltro

Il termine veltro nell'italiano medievale indicava un cane da caccia addestrato e veloce, identificato con il levriero.

Letteratura[modifica | modifica sorgente]

Esso è sostanzialmente caduto in disuso, ma viene ricordato per via di una famosa profezia che Dante pone all'inizio della Divina Commedia, nei versi 100-111 del I Canto dell'Inferno, in cui Virgilio, riferendosi alla lupa che rappresenta la cupidigia, afferma che

« Molti son li animali a cui s'ammoglia

e più saranno ancora, infin che'l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.

Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.

Questi la caccerà per ogne villa
fin che l'avrà rimessa ne lo 'nferno
là ove 'nvidia prima dipartilla. »

(Inf. I, 101-111)

In questi versi il veltro rappresenta un'azione di riforma, evidentemente promossa da Dio, che perseguiti la cupidigia in tutte le sue forme ristabilendo in tutto il mondo ordine e giustizia. Il significato letterale è: la lupa (della quale si parlava nei versi precedenti e che rappresenterebbe l'avidità) si accoppia a numerosi animali (forse intesi come altri vizi), sempre di più finché il veltro arriverà, e la ucciderà con dolore. Esso non avrà bisogno né di terra né di denaro (peltro), ma di sapienza, amore e virtù, e la sua origine sarà umile. Feltro può essere inteso come panno di poco pregio, ma anche come un'indicazione geografica: tra Feltre e Montefeltro; il richiamo al Montefeltro pare ulteriormente rafforzato dalle somiglianze che sono state notate tra questi versi danteschi e l'anonimo Serventese romagnolo del 1277, certamente noto a Forlì, quando Dante vi giunse[1].

Il veltro sarà la salvezza (salute) dell'Italia, per la quale morirono Camilla, Turno, Eurialo e Niso (tutti personaggi dell'Eneide). Il veltro caccerà la lupa di città in città, finché la ricaccerà nell'inferno, da dove l'invidia primordiale di Lucifero (il riferimento è alla storia dell'angelo ribelle) l'aveva fatta uscire.

Molti hanno cercato un'identificazione con un personaggio reale (ad es. Cangrande della Scala, Uguccione della Faggiuola, recentemente anche sulla base di un passo della celebre Chanson de Roland dove è menzionato un veltro all'interno di una visione; altri invece hanno pensato genericamente a una carica (il papa, l'imperatore), ma i versi sono volutamente oscuri ed è oggi ritenuto improbabile che Dante pensasse ad un personaggio particolare piuttosto che semplicemente all'azione di riforma in se stessa.

Anche chi ha pensato di poter identificare il veltro liberatore con il Cristo nulla ha potuto di fronte all'argomento insuperabile per cui Dante avrebbe dovuto parlare di un "tornare", e non di un "venire". Né ha offerto migliori argomenti l'interpretazione di coloro che hanno voluto vedere nel paladino la figura di Dante medesimo.

Personaggi[modifica | modifica sorgente]

Francesco Di Montresor detto "Veltro" fu cavaliere di ventura di origini franco-veronesi, accompagnato spesso da un falco ed un levriero con cui andava a caccia fu forse la figura che contribuì ad associare nell'immaginario collettivo l'iconografia del veltro con il mito europeo della Caccia Selvaggia.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Si veda: A. E. Mecca, Dante e il Serventese romagnolo del 1277, in NUOVA RIVISTA DI LETTERATURA ITALIANA, Anno 2005 - N°1-2 - Pag. 9-18. Si veda anche: A. F. Massera, Il serventese romagnolo del 1277.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Aldo Francesco Massera, Il serventese romagnolo del 1277, in ARCHIVIO STORICO ITALIANO, Anno 1914 - N° LXXII, 1 - Pag. 3-17
  • La Caccia Selvaggia., S.E.B. Società Editrice Barbarossa, Anno (1994).
  • Angelo Eugenio Mecca, Il veltro di Dante e la Chanson de Roland, in NUOVA RIVISTA DI LETTERATURA ITALIANA, Anno 2002 - N° V, 2 - Pag. 213-226
  • Enrico Malato, Un’eco virgiliana nel Proemio della Commedia. Chiosa a Inf. I 106, Rivista di Studi Danteschi, IV/2 (2004), Salerno Editrice, pp. 257-85.
  • Angelo Eugenio Mecca, Dante e il Serventese romagnolo del 1277, in NUOVA RIVISTA DI LETTERATURA ITALIANA, Anno 2005 - N° VIII, 1-2 - Pag. 9-18
  • Vittorio Sermonti, Inferno, Rizzoli 2001.
  • Umberto Bosco e Giovanni Reggio, La Divina Commedia - Inferno, Le Monnier 1988.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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