Savoca

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
bussola Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Savoca (disambigua).
Savoca
comune
Savoca – Stemma Savoca – Bandiera
Panorama di Savoca
Panorama di Savoca
Dati amministrativi
Stato Italia Italia
Regione Coat of arms of Sicily.svg Sicilia
Provincia Provincia di Messina-Stemma.png Messina
Sindaco Paolo Onofrio Trimarchi (Partito Democratico) dal 07/05/2012
Territorio
Coordinate 37°57′21″N 15°20′23″E / 37.955833°N 15.339722°E37.955833; 15.339722 (Savoca)Coordinate: 37°57′21″N 15°20′23″E / 37.955833°N 15.339722°E37.955833; 15.339722 (Savoca)
Altitudine 330 m s.l.m.
Superficie 8 km²
Abitanti 1 821[1] (30-11-2011)
Densità 227,63 ab./km²
Frazioni Botte, Cantitati, Contura, Cucco, Mancusa, Mortilla, Rina, Rogani, Romissa, Scorsonello, San Francesco di Paola
Comuni confinanti Casalvecchio Siculo, Forza d'Agrò, Furci Siculo, Sant'Alessio Siculo, Santa Teresa di Riva
Altre informazioni
Cod. postale 98038
Prefisso 0942
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 083093
Cod. catastale I477
Targa ME
Cl. sismica zona 1 (sismicità alta)
Nome abitanti Savocesi
Patrono santa Lucia da Siracusa
Giorno festivo 13 dicembre - Seconda domenica di agosto
Localizzazione
Mappa di localizzazione: Italia
Savoca
Posizione del comune di Savoca all'interno della provincia di Messina
Posizione del comune di Savoca all'interno della provincia di Messina
Sito istituzionale

Sàvoca (Sàuca in siciliano) è un comune italiano di 1.821 abitanti della provincia di Messina in Sicilia.

Savoca, borgo arroccato sopra un colle bivertice roccioso. Città d'arte e "paese dalle sette facce", dal 2008 è inserita tra i Borghi più belli d'Italia. Ha un'economia prevalentemente agricola che però si sta votando al turismo culturale. Sussistono coltivazioni di agrumeti, vigneti, uliveti, frutteti, mandorli, ortaggi e, allevamenti rurali di bovini, pecore, capre e suini. Sono altresì presenti piccole imprese artigiane dedite alla lavorazione del legno e frantoi per l'estrazione dell'olio d'oliva locale. Conserva, nel suo territorio, antiche vestigia di origine medioevale, rinascimentale e barocca. È famoso anche perché possiede una cripta in cui sono custodite ed esposte le salme imbalsamate di alcuni notabili del paese risalenti ai secc. XVIII e XIX e, per essere stato scelto come set di numerosi film di grande successo, come il Padrino di Francis Ford Coppola del 1972 e La vita rubata del 2007. Savoca fa parte del comprensorio turistico della Valle d'Agrò ed è altresì comune aderente all'Unione dei Comuni delle Valli joniche dei Peloritani e del P.I.T.13.

Geografia fisica[modifica | modifica sorgente]

Territorio[modifica | modifica sorgente]

Il comune di Savoca ha un'estensione di circa 8 km². L'abitato è costituito da un centro storico e da tante frazioni più o meno piccole immerse nella campagna. La vegetazione presente è quella tipicamente mediterranea: nelle zone pianeggianti ci sono dei rigogliosi agrumeti, mentre nelle zone collinari sono presenti vasti vigneti ed uliveti.

Il capoluogo comunale si trova a 303 metri s.l.m., conta 106 abitanti ed è costituito da un borgo medioevale ormai scarsamente popolato. La maggior parte della popolazione abita le frazioni di Rina (498 abitanti), San Francesco di Paola (407 abitanti) e Contura, che si trovano nei pressi della Fiumara d'Agrò nell'omonima valle. Le altre frazioni sono: Cucco, Màllina, Romissa, Mancusa, Mortilla, Botte, Rogani e Cantidati Superiore; ormai del tutto spopolate ed abbandonate sono le frazioni di Barone, Cannuli, Malerba e Rapone.

la panoramica via San Nicolò

Storia[modifica | modifica sorgente]

Antichità e Alto Medioevo (III-XI secolo)[modifica | modifica sorgente]

Secondo alcuni eminenti studiosi, (Tommaso Fazello, Agatino Ajello e Giacomo Casagrandi Orsini) il primitivo centro abitato di Savoca ebbe origine in epoca tardo-romana, III-IV secolo d.C., allorquando le prime invasioni barbariche e l'inizio delle scorrerie dei pirati saraceni nel Mare Mediterraneo resero insicura la vita sul litorale ionico, ove sorgeva Phoinix, villaggio di origine fenicia, abitato da agricoltori e pescatori, che, nell'estate del 36 a.C. aveva dato ospitalità all'esercito di Sesto Pompeo prima della battaglia contro Ottaviano. Come appena detto, verso il 300/400 d.C., il villaggio di Phoinix, ubicato presso la foce del Torrente Agrò, ove sorge Santa Teresa di Riva, si spopolò fino a scomparire e, i suoi abitanti diedero origine a Pentefur, che fu il primo nucleo abitativo di Savoca. Questo primo insediamento, che doveva essere discretamente popolato, era ubicato ove sorgono le rovine dell'omonimo castello e il quartiere del centro storico ancora nominato Pentefur. Si narra una leggenda secondo la quale Savoca venne fondata da cinque ladroni (pente dal greco cinque, e fur dal latino ladro) che evasi dal carcere della vicina Tauromoenium, trovarono sicuro rifugio sul colle bipartito ove sorge il centro storico di Savoca, e da lì iniziarono le loro scorrerie per le contrade vicine. È probabile, però, che il sito del colle di Pentefur sia stato sede di insediamenti umani a partire dall'età preistorica e fino alla tarda età romana. Inoltre, potrebbe sembrare condivisibile la teoria di alcuni storici locali moderni, secondo la quale Pentefur non sarebbe stata altro che l'arx, cioè l'acropoli, della città greco-punica di Phoinix.

La Porta della Città (XII secolo) vista dall'interno, a sinistra il Palazzo della Curia

Nel 1936, padre Basilio Gugliotta da Naso e padre Giampietro Rigano da Santa Teresa di Riva, frati cappuccini che abitarono per decenni nel convento di Savoca, sostenevano che i Pentefur non fossero cinque briganti, ma un gruppo di persone, forse di origine fenicia, venuto dalla città di Phoinix, in un periodo in cui, per un motivo o per un altro, la vita sul litorale non era più sicura e agevole. Il toponimo Pentefur deriverebbe quindi dal patronimico punico Punctifur che stava probabilmente a indicare il nome di un eroe o capopopolo o di un qualche gruppo sociale. La teoria sostenuta dai due frati Cappuccini è quella che sembra più vicina alla realtà storica dei fatti, non sussistendo fonti storiche o reperti archeologici visibili che possano smentirla. Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, Pentefur fu colonizzata dai Bizantini, che ne fecero un villaggio fortificato.

La rocca di Pentefur venne conquistata dagli arabi nell'827 d.C. e rimase sotto il loro dominio fino al 1072, quando i normanni invasero la Sicilia. Gli arabi la ribattezzarono Kalat Zabut (Rocca del sambuco, dal nome della pianta che cresce rigogliosa su quelle alture) e riedificarono l'antica fortezza tardo-romana di Pentefur che mantiene ancora il primitivo nome. Durante la dominazione araba, Savoca conobbe il suo primo periodo di sviluppo, vennero introdotte le coltivazioni degli agrumi, della melanzana, della canna da zucchero, del cotone e dell'albicocco, l'allevamento del baco da seta e fiorì l'arte dei mastri tintori, arte di origine fenicia, portata su quei colli dagli antichi abitatori di Phoinix.

Basso Medioevo e Rinascimento (XI-XVII sec)[modifica | modifica sorgente]

La casa quattrocentesca con bifora (XV secolo) accanto alla Chiesa Matrice

Lo sviluppo di Savoca si incrementò sotto i Normanni, i quali ribattezzarono l'araba Kalat Zabut in Sàbuca termine tardo-latino che sta ad indicare la pianta del sambuco, inoltre cinsero la città con una cinta muraria dotata di due porte d'accesso di cui una esistente. Nel 1139, il re di Sicilia Ruggero II d'Altavilla il Normanno istituì una Baronia, detta "Universitas Sabucae" o "Terra di Savoca", ponendo sotto la sua giurisdizione politica, amministrativa e giudiziaria tutti i centri abitati compresi tra il Torrente Agrò ed il Torrente Pagliara (compresi i villaggi di Misserio, Locadi e Pagliara) e tra il mare Jonio e la linea spartiacque della catena dei monti Peloritani. Tale immenso territorio, venne donato in feudo all'Archimandrita di Messina, il quale, possedeva personalmente 24 dei 48 feudi in cui la Terra di Savoca era ripartita e, da signore feudale, vi esercitava i poteri di "mero e misto imperio", nominando alle cariche di governo della città persone di sua esclusiva fiducia. Il primo signore della Terra di Savoca fu l'archimandrita messinese Luca I, abate basiliano. Furono i normanni che nel XII secolo edificarono a Savoca la Cattedrale dedicata alla Madonna Assunta, la quale si conserva ancora pur avendo subito una consistente modifica strutturale nel XV secolo. Il più antico documento esistente che parla di Savoca risale al XII secolo, è custodito nell'Archivio Vaticano, si tratta di un documento fiscale denominato "Collectoria". Nel corso del Duecento la cittadina di Savoca si arricchisce di almeno due edifici sacri (la Chiesa di San Michele e la Chiesa di San Nicolò); prende parte alla Quinta Crociata e, nel 1282, partecipa ai Vespri siciliani, fornendo venti arcieri a Pietro III d'Aragona per la difesa della strada tra Messina e Taormina.

Il 30 novembre 1355, pochi mesi dopo la sua ascesa al trono, re Federico IV di Sicilia, eleva il Castello di Pentefur a Castello Regio, sottraendolo al controllo politico degli Archimandriti messinesi ed attribuendolo al nobile messinese Guglielmo Rosso Conte d'Aidone. Esiste ancora la lettera con cui Federico IV ordina, all'archimandrita Teodoro ed ai sindaci e giurati di Savoca, Costantino Cuglituri, Martino Ricio, Antonio Ricio, Giovanni di Sciacca, Iacobino di Anastasio, Bartolotta di Sciacca, Nicolò de Blasio, Nicolò Lupo e notar Pietro Mule, di recarsi al Palazzo della Curia di Savoca per giurare fedeltà al nuovo capitano del castello. Secondo documentate testimonianze i suddetti notabili e ufficiali si rifiutarono di obbedire al re e si aprì un turbolento periodo che si concluse circa trent'anni dopo, quando Savoca ed il suo castello tornarono saldamente sotto il diretto controllo degli Archimandriti. Tra il XIV secolo ed il XV secolo la cittadina venne almeno una volta cinta d'assedio da corsari barbareschi, senza essere mai espugnata.

Scorcio del quartiere Pentefur con al centro la Chiesa Madre (secolo XII)
Una caratteristica via del quartiere Cappuccini

L'inizio del Quattrocento porta nella Terra di Savoca una ventata di prestigio e di sviluppo sia economico che demografico. Proprio in questo periodo si stabiliscono nella cittadina collinare, provenienti dall'allora fiorente Messina, esponenti della nobiltà e dell'alta borghesia, stiamo parlando dei Bucalo, dei Trimarchi, dei Crisafulli e dei Trischitta. Lo stesso Luca IV de Bufalis, archimandrita messinese tra il 1421 ed il 1450, accompagnato da tutta la sua corte, si trasferì stabilmente in Savoca. Nel 1468, papa Paolo II, istituì una minuscola diocesi archimandritale, con capoluogo Savoca, comprendente i territori di Casalvecchio, Pagliara, Locadi, Antillo, Misserio, Forza d'Agrò, Mandanici, Alì, Itala, San Gregorio e Sant'Angiolo. Nella seconda metà del Quattrocento il paese di Savoca conobbe, ad iniziativa dell'archimandrita Leonzio II Crisafi, un vivace incremento edilizio e demografico. Venne ampliata e ristrutturata, ad opera del capomastro locale don Pietro Trimarchi, la Chiesa di Santa Maria in Cielo Assunta; il Castello di Pentefur venne ampliato ed abbellito, l'abitato, che fino allora era abbarbicato al colle bivertice di Pentefur, si espanse sensibilmente. Nacquero così, fuori dalla cinta muraria, due nuovi quartieri: "Lu Burgu", (il Borgo) con svariate ed eleganti abitazioni appartenenti alle famiglie più agiate, e "Sant'Antonio", con l'omonima chiesetta scomparsa. Fino al 1492, nella Terra di Savoca era presente un'importante e laboriosa comunità ebraica: se le origini della presenza ebraica nel territorio savocese non sono ben chiare, esistono tuttavia preziosi documenti, risalenti al 1409 ed al 1470, dai quali si evince che a Savoca, in quegli anni, dimoravano circa 250/300 ebrei, ripartiti in circa 50/60 famiglie dedite quasi tutte alla lavorazione del ferro e della seta ed alla coltivazione della canna da zucchero. Il gruppo più consistente di ebrei era dislocato nel centro abitato di Savoca e in quello vicino di Casalvecchio, ove esiste ancora una via del centro storico nominata "Via della Judeca". Tale comunità giudaica doveva essere molto agiata e produttiva, ciò si evince dal fatto che, nel marzo 1492, quando venne emanato l'editto di espulsione da parte di re Ferdinando II d'Aragona, i notabili savocesi del tempo non si fecero scrupoli per accaparrarsi più ricchezze possibili tra quelle confiscate agli ebrei. Nel centro storico, (quartiere San Michele) accanto alla duecentesca Chiesa di San Michele, esistono ancora i ruderi di quella che fu la sinagoga della comunità giudaica. Anche nella toponomastica e nei cognomi locali sono rimaste evidenti tracce di questa consistente presenza ebraica.

Tra i primi anni del XV secolo e la fine del XVII, Savoca raggiunse il suo massimo splendore, essendo, con Taormina, la città più importante nel territorio compreso tra la Scaletta ed il fiume Alcantara, arrivò a contare, nel censimento del 1540, ben 5.145 abitanti (Catania, nello stesso censimento, non superò i trentamila). Nella seconda metà del XVI secolo, Savoca è inserita nella Comarca di Taormina e mette a disposizione una legione di 72 fanti e 2 cavalli. La città di Savoca, verso la metà del secolo XVI, ambiva ad una certa autonomia amministrativa e giudiziaria da Messina; nel 1567, tra lo Strategoto messinese e la Corte Capitanale savocese nacque una controversia territoriale sull'esercizio della giurisdizione civile e penale nella Terra di Savoca. Notevole era lo sviluppo delle attivita agricole, commerciali e artigianali come la coltura della vite e del baco da seta(in quegli anni erano censite nella Terra di Savoca circa venti filande per la lavorazione della seta). Il vino, l'olio d'oliva, e le sete savocesi erano famosi e ricercati in tutta la Sicilia e non solo, nel 1541, re Carlo V ricevette in dono dal Senato Messinese cento botti di rosso vino savocese.

Oltre all'agricoltura ed alla fiorente industria della seta, erano sviluppati i settori della pesca, dell'artigianato e dell'estrazione mineraria; riferisce Vito Amico che, nel territorio di Savoca, erano presenti giacimenti di piombo, ferro ed antimonio, una piccola cava di marmo ed "acque col sapore di petrolio". Secondo riveli risalenti al 1584, la cittadina di Savoca risultava ripartita in quattro quartieri: il Quartiere della Porta, il Quartiere delle Torri, il Quartiere della Maggiuri Ecclesia ed il Quartiere dello Burgo.

Dal 1589 il litorale costiero sotto la giurisdizione savocese assume grande rilevanza strategico-militare, tanto da essere costantemente presidiato da una guarnigione spagnola. Nel 1652, in Savoca erano censite 1.156 case, sorgevano ben 17 chiese, tre conventi, un ospedale (ubicato, a detta dello storico Giuseppe Trischitta, nel quartiere San Giovanni) e diversi eleganti palazzotti signorili appartenenti alle famiglie più ricche del paese, tra queste si ricordano i Bucalo, i Crisafulli, i Trimarchi, i Trischitta, i Fleres, gli Scarcella, i Nicòtina, i Salvadore, i Prestipino, i Toscano, i Coglitore, i Procopio, i Cacopardo, ed i Pugliatti; Vito Amico, a metà del XVIII secolo così elogiava l'abitato di Savoca: "Presentano leggiadria gli edifici dei cittadini, ma ineguali sono le vie giusta l’indole del declive terreno".

Tra gli archimandriti messinesi che nei secoli si distinsero maggiormente per lo sviluppo di Savoca, spicca sicuramente sopra tutti Leonzio II Crisafi in cattedra dal 1468 al 1503. Successivamente, tutti gli altri archimandriti non furono molto interessati allo sviluppo di Savoca, anzi, non mancano casi di spoliazione di opere d'arte preziose dalle chiese savocesi nel corso dei secoli; tra il XVI ed il XIX secolo, molti Archimandriti vedevano Savoca come una mera proprietà privata da sfruttare, non preoccupandosi del suo sviluppo. Nella fase di massima espansione geografica (XVII secolo), sotto la giurisdizione politico-amministrativa della Terra di Savoca, erano compresi Savoca, Santa Teresa di Riva, Furci Siculo, Casalvecchio Siculo, Antillo, Roccalumera (in parte) e Pagliara.

Dal 1647 al 1853[modifica | modifica sorgente]

La bifora di Savoca (secolo XV)

Nonostante il discreto sviluppo agricolo, artigianale e mercantile, Savoca subisce la dominazione spagnola e la sottomissione alla città di Messina, da cui è, dal 1435, ingiustamente costretta a dipendere per l'approvvigionamento del grano; quindi i savocesi, per far fronte alla carenza di grano e quindi alla fame, sono costretti a fare affidamento solo ed esclusivamente sulle non floride scorte del Capoluogo Peloritano. A causa di questo grave stato di cose, la popolazione di Savoca patì diverse carestie, famose rimasero quelle del 1609 e del 1646.

Proprio durante la carestia che colpì la Sicilia nel 1646/1647, emersero prepotentemente le misere condizioni in cui era costretta a vivere la plebe savocese, oppressa dal malgoverno spagnolo e dallo sfruttamento perpetrato dalla nobiltà locale. Sull'onda dei moti di Catania del maggio 1647 e Palermo, dell'estate 1647, capeggiati da Giuseppe D'Alesi e della Rivolta di Masaniello a Napoli, a Savoca si ordì una congiura antispagnola ed antinobiliare. Stando a quanto narra Caio Domenico Gallo, la mattina di domenica 14 luglio 1647, era prevista l'insurrezione, capeggiata da tre capipopolo locali (di cui si ignorano i nomi), si dovevano prendere d'assalto e bruciare le case dei nobili, i cui magazzini erano pieni di olio, farina, vino e altri generi alimentari. Tuttavia, il giorno prima della rivolta, una spia mise in guardia le autorità, i promotori vennero arrestati, torturati e giustiziati nel Castello di Pentefur, i loro cadaveri furono appesi a testa in giù in piazza Fossìa, era la mattina di domenica 14 luglio 1647. Continua ancora Caio Domenico Gallo dicendo che nella nobile città di Messina si sparse voce che i "paesani savocesi erano gente audace, facinorosa e violenta"; da allora e per molti anni, su ordine del Senato Messinese, durante la notte, le strade ed i quartieri di Savoca erano sorvegliati da ronde continue di soldati.

Le rovine del Castello di Pentefur che dominano l'abitato di Savoca

In occasione della Rivolta antispagnola di Messina del 1674, i savocesi, in un primo tempo, rimasero fedeli alla Spagna. Tuttavia, il 3 novembre 1676, dopo la caduta di Taormina e Scaletta in mano francese e, dopo le devastazioni perpetrate dai messinesi alla vicina città di Fiumedinisi; i savocesi (volendo scongiurare un violento assalto nemico alla loro città) si arresero senza combattere ai francesi e alla ribelle Messina (che a questi ultimi aveva chiesto aiuto contro gli spagnoli) concludendo con questi una vantaggiosa capitolazione. Quest'atto di capitolazione della Terra di Savoca alle armate francesi venne stipulato tra una delegazione di diciassette notabili savocesi guidata dal capitano giustiziere savocese don Stefano Trischitta ed il visconte di Vivonne Louis Victor de Rochechouart de Mortemart, comandante del contingente transalpino. In base a detta vantaggiosa capitolazione i francesi concessero alla Terra di Savoca svariati privilegi politici ed economici, primo tra tutti, quello di erigere Savoca a città principale di un territorio compreso tra il Capo Alì e il Fiume Alcantara (declassando la stessa Taormina) e, migliori condizioni di vita per i ceti meno abbienti. Fu proprio negli anni a cavallo della Rivolta di Messina che fiorì tra Messina, Palermo e Napoli il pittore savocese Filippo Giannetto, sconosciuto ai più: la feroce reazione spagnola non tardò. I francesi abbandonarono Messina ad un tragico destino l'8 aprile 1678. Gli spagnoli, dopo aver sedato le rivolte e riconquistato Messina ne decretarono la morte civile e privarono Savoca dei numerosi privilegi economici e politici concessi dai francesi. Già nel 1695, Savoca perse il dominio sui villaggi di Pagliara e Locadi. Nel 1693 un catastrofico terremoto devastò la Sicilia sud-orientale, la cittadina di Savoca venne colpita solo marginalmente; tuttavia, secondo antiche cronache il terremoto cagionò ingenti danni al Castello di Pentefur ed alla Chiesa di San Nicolò.

Con il Trattato di Utrecht, nel 1713, la Sicilia passò dalla Spagna ai Savoia, i quali, nel 1718, la cedettero all'Impero Austriaco, quest'ultimo spadroneggiò sull'isola fino al 1735; tale situazione politica produsse una grave crisi economica in tutta l'isola, anche a causa dell'introduzione della famigerata ed ingiusta tassa sul macinato. Le condizioni economico-sociali del popolo minuto erano spesso insostenibili, tuttavia non mancarono fulgidi esempi di filantropia da parte della nobiltà e del clero locali: il sac. Vincenzo Giannetto con testamento datato 28 marzo 1758 istituì un Monte frumentario con un capitale di cento onze, qualche decennio più tardi, nel 1838, don Vincenzo Maria Trischitta (1772-1852) istituì un altro Monte frumentario a sostegno dei contadini poveri del comune di Savoca. A partire dalla metà del XVIII secolo inizia il lento ma inesorabile declino della Terra di Savoca. La cittadina di Savoca, inizia lentamente a spopolarsi, alla fine del Settecento, consta di circa 2.000 abitanti, la metà rispetto a un secolo prima. Nell'estate del 1743, un'epidemia di peste, propagatasi da Messina, colpisce Savoca e le sue contrade cagionando numerosi decessi. Tale evento accelerò la progressiva decadenza e lo spopolamento di questa antica cittadina collinare. È proprio dalla seconda metà del secolo XVIII che gruppi sempre più consistenti di savocesi si spostano verso le contrade rivierasche, dove ormai la minaccia delle scorrerie piratesche è quasi scomparsa. Nel 1795 il grosso centro di Casalvecchio si emancipa dal dominio savocese, costituendosi comune autonomo.

il pittoresco quartiere San Rocco

Dal 1812 si procede alla soppressione del feudalesimo in Sicilia. Nel 1817, Savoca viene inglobata nel Distretto di Castroreale e, diventa capoluogo del Circondario di Savoca: uno dei 27 circondari in cui l'antica Provincia di Messina era ripartita. Nonostante tutto ciò, si accentua la sua decadenza economico-politica. Dal 1º ottobre 1818 la Terra di Savoca diventa il comune di Savoca governato da un sindaco di nomina governativa (l'ultimo Archimandrita ad esercitare il mero e misto imperio fu Emanuele II De Gregorio) coadiuvato da un Primo eletto, un secondo eletto (con funzioni simili ai moderni assessori) ed un capo urbano (con funzioni di polizia ed ordine pubblico) nonché da un cassiere comunale e un cancelliere archiviario. Venne altresì istituito il Decurionato, che era un consiglio comunale, composto da 10 membri eletti e facenti parte dei ceti più ricchi della cittadinanza, cui erano attribuite le funzioni di nomina degli eletti del cassiere e del cancelliere, nonché di fornire una terna di nomi dalla quale poi l'intendente provinciale, rappresentante del Governo borbonico, nominava il sindaco.

In occasione dei Moti del 1820-1821, in Savoca si registrarono dei gravi tumulti popolari. Detti tumulti, capeggiati tra gli altri da Angelo Caminiti (1781-1855) e Carmelo Gugliotta, si verificarono tra il 23 ed il 30 luglio 1820 e, vennero orditi da alcuni esponenti della Carboneria locale che fomentarono la plebe composta da contadini, operai e pescatori. In quell'occasione, gli abitanti delle borgate rivierasche, esasperati della pesantissima pressione fiscale imposta dall'amministrazione savocese, assalirono il centro storico, devastarono il Palazzo municipale e la sede del Giudicato, subito dopo espugnarono il carcere liberando i detenuti; infine, incendiarono l'antico archivio cittadino e misero a soqquadro le residenze private del sindaco, avv. Domenico Scarcella, del giudice circondariale dott. Onofrio Prestipino, del cassiere comunale notar Vincenzo Crisafulli-Nicòtina, e dei fratelli sacerdoti Vincenzo e Giuseppe Trimarchi-Prestipino, arcipreti del paese. Le cause di detta sommossa sono da ricercare nel malgoverno di una classe dirigente parassitaria e prepotente che manteneva il popolo in uno stato di soggezione e di estrema indigenza. Tale situazione di malcontento continuò certamente anche dopo l'Unità d'Italia, prova ne sono i misteriosi omicidi di notabili savocesi per mano di popolani e contadini: nel 1848 venne assassinato l'arciprete sac. Vincenzo Trimarchi-Prestipino (1782-1848), medesima sorte toccò, nel luglio 1860, al notaio Biagio Crupi, seguito, a distanza di due anni, dall'avv. Vincenzo Trischitta-Nicòtina trucidato con una fucilata alle spalle nell'ottobre 1862.

Tra il 1820 ed il 1830, in Savoca, nonostante la decadenza politica, si esercitavano ancora ben 25 mestieri, i più diffusi erano: tintore, murifabbro, mulattiere, mugnaio, ferraio, calzolaio, bracciale, bottaio, aromatorio; nello stesso periodo, esistevano, altresì, alcune professioni femminili, quali filandaia, tessitrice, levatrice e faticatrice. Dal 1846, anche il villaggio di Antillo si separa da Savoca, diventando comune autonomo. La mattina del 25 dicembre 1847, per le vie di Savoca, comparvero affissi dei manifesti che recavano il seguente proclama: "Fratelli, l'ora è sonata! All'armi! All'armi!", poche settimane dopo, il 12 gennaio 1848, a Palermo scoppiavano i moti che avrebbero infiammato l'intera Europa. Anche Savoca, quindi, prendeva parte ai moti del 1848; sotto la guida di alcuni personaggi locali desiderosi di scalzare dal potere le famiglie aristocratiche. Tali moti fallirono poco più di un anno dopo, tuttavia i promotori poterono godere di generale amnistia. Il 17 marzo 1851, il Decurionato savocese, convocato a Messina, presso la sede dell'Intendenza Provinciale Messinese, deliberò a maggioranza (6 voti contro 4) il nulla osta all'autonomia comunale delle borgate della Marina.

Dal 1854 ai giorni nostri[modifica | modifica sorgente]

Scorcio del quartiere medievale di San Michele

Nel 1854 le borgate rivierasche di Furci, Bucalo, Porto Salvo e Barracca si separarono dall'amministrazione savocese dando origine al comune di Santa Teresa di Riva. Allo stesso periodo risale la crisi della viticoltura e della bachicoltura, quest'ultima causata dall'annessione della Sicilia al neonato Regno d'Italia nel 1861: la costruzione della strada rotabile sul litorale ionico (oggi Strada statale 114 Orientale Sicula Messina-Siracusa) nel 1828 e la realizzazione della Ferrovia Messina-Siracusa nel 1867 tagliarono Savoca fuori dalle principali vie di comunicazione. Tra il 1796 ed il 1863 l'Arcipretura della Chiesa Madre savocese perde, dopo secoli, la supremazia su chiese, parrocchie e cappelle dei comuni circostanti. Nel 1855 Savoca cessa di essere capoluogo del suo circondario, perde le sedi del Regio Giudicato e del Carcere che vengono trasferite a Santa Teresa di Riva, nuovo capoluogo di Circondario; nello stesso anno chiude i battenti l'ultima filanda. Tutti questi fattori ebbero come conseguenza lo scivolamento della popolazione verso i comuni rivieraschi (soprattutto verso Santa Teresa di Riva) e l'incremento della piaga dell'emigrazione verso l'estero o il nord Italia che spopolarono quasi completamente questo antico centro collinare.

Ad aumentare la decadenza influirono anche fattori di carattere naturale. Nel gennaio 1880, dopo 17 giorni di pioggia incessante, la parte nord-ovest del paese di Savoca sprofondò a valle per una colossale frana che trascinò con sé quasi tutto il quartiere di Sant'Antonio con l'omonima chiesetta e la grande e monumentale chiesa di Santa Lucia con l'annesso convento dei Domenicani del 1465. Il drammatico evento non cagionò vittime, ma fece diminuire sensibilmente gli abitanti di Savoca che si trasferirono altrove. Nel 1884 si procedette alla soppressione della minuscola ed inutile diocesi archimandritale di Savoca, costituita nel 1468.

Nel XX secolo, anche il terremoto del 1908 contribuì alla decadenza di Savoca, provocando il crollo del palazzo municipale (l'antica Curia del XIV secolo) e danneggiando la Chiesa Madre e la Chiesa di San Nicolò. Nel 1928, si procedette alla soppressione, ad opera del regime fascista, del comune di Savoca ed al suo accorpamento a quello di Santa Teresa di Riva; in questo periodo la decadenza di Savoca toccò il culmine, l'antico paese venne spogliato per mano di una classe politica senza scrupoli, lo stesso palazzo municipale venne venduto all'asta. Tale situazione amministrativa si mantenne fino al 1948, allorquando, grazie all'interessamento del deputato savocese avv. Rosario Cacopardo e ad un provvedimento della Regione Siciliana, Savoca, finalmente, riconquistò l'autonomia comunale. Nel 1962, Leonardo Sciascia trascorse a Savoca una settimana di villeggiatura, ospite del convento dei Cappuccini. Rimase talmente affascinato da questa antica cittadina collinare, che scrisse e pubblicò svariati articoli, aventi per oggetto le bellezze di Savoca, su alcuni quotidiani nazionali.

In una lapide che si trova a Savoca si legge un brano tratto da uno dei suoi articoli scritti per un quotidiano durante il periodo della sua permanenza nel paese:

« ...ma intorno quale splendido paesaggio!!! Il verde degli alberi e dell'erba, che da ogni parte si arrampica a soffocare il paese, a mimetizzarlo, ad assorbirlo, quasi che la natura pazientemente, tenecemente, avesse assediato i bastioni, le case e le chiese di Savoca: sudbolamente infiltrandosi nelle crepe, silenziosamente esplodendo di radici, di stami, di filamenti. Fino a che, vittoriosa, all'uomo non consentì altra vita che quella dell'albero, del filo d'erba; o la fuga. E più che il paese, la sua rovina nella bellezza di cui è circondato, è l'uomo che ci vive dentro ad impressionarci: la sua assorta immobilità, il suo silenzio. Gettando un'occhiata nelle case, lo scoprirle abitate è una sorpresa: la gente vi si muove come in un mondo al di là della parola, in una superstite e ormai atrofica umanità. Persino i bambini. E le nostre voci, mentre andiamo su e giù per le strade del paese e ci fermiamo ad ammirare portali, rosoni, bifore ed il paesaggio ad ogni svolta diverso, per cui si dice che Savoca ha sette facce - suonano sperse, irreali. »
(Leonardo Sciascia, Il Giorno, maggio 1962)

Solo negli ultimi 40 anni Savoca sta lentamente vivendo un nuovo periodo di sviluppo, grazie anche al fatto che dal 1970 è stata scelta come set di numerosi film e fiction di grande successo; in primis il Padrino di Francis Ford Coppola. Il centro storico si sta gradualmente ripopolando e sviluppando urbanisticamente mediante dei precisi parametri che mirano a valorizzare il patrimonio architettonico e paesaggistico presente. Savoca, per il suo sviluppo futuro sta puntando sul turismo di qualità, hanno infatti aperto i battenti diversi agriturismi, qualche bed and breakfast ed un resort a quattro stelle nonché alcuni ristoranti di cucina tipica siciliana. Dal 1997 a Savoca è stato istituito un comando stazione del Corpo forestale della Regione siciliana. Dal 2008 Savoca è inserita tra i Borghi più belli d'Italia. Nel mese di luglio del 2010, il Ministero per i Beni e le Attività culturali ha finanziato un progetto che prevede la ricostruzione virtuale del borgo medievale di Savoca dalle origini ai giorni nostri, ripercorrendone tutte le fasi storiche.

A sinistra nella foto, Savoca vista da Casalvecchio Siculo

Le cariche di governo di Savoca tra il XII secolo ed il 1818[modifica | modifica sorgente]

Alla luce di quel che risulta dalla Capitolazione della Terra di Savoca alle Armate francesi del 1676 e dal Lexicon Siculum di Vito Amico del 1757; possiamo affermare che, tra il XII secolo e il 1818, oltre all'archimandrita, signore feudale, le maggiori cariche di governo e giurisdizione della cittadina di Savoca erano:

  • I giurati, in numero di due; erano al vertice del potere esecutivo, il loro incarico era annuale, iniziava il 1º settembre e si concludeva il 31 agosto. Possedevano un'ampia gamma di compiti e poteri. Venivano eletti dai cittadini savocesi più facoltosi, attingendo da una lista di nomi di persone probe e gradite all'Archimandrita. Avevano diritto al voto solo le classi più agiate, il popolo minuto non aveva alcun diritto di partecipazione alla vita amministrativa.
  • Il sindaco, anch'egli durava in carica un anno (dal 1º settembre al 31 agosto), era scelto tra le personalità più illustri della città. Al pari dei due giurati, con i quali condivideva le mansioni, era al vertice del potere esecutivo; aveva il compito di rappresentare la Terra di Savoca all'esterno di essa, in particolare presso la Corona, presso il Parlamento Siciliano o anche presso le altre città.
  • Capitano giustiziere, chiamato altresì capitano di giustizia o capitano di guerra, era la massima carica giudiziaria e militare della Terra di Savoca. Presiedeva la corte capitanale costituita, altresì, da un giudice, un assessore ed un notaro. "Amministrava la giustizia criminale; difendeva le Terre, i Casali, i Castelli, i beni e proteggeva gli abitanti; garantiva l'ordine pubblico ed era giudice penale di primo grado". Si avvaleva di subalterni: militi, guardie e scudieri. Era nominato personalmente dall'archimandrita e lo rappresentava. Generalmente durava in carica un anno. Secondo alcuni storici, i membri della corte capitanale erano altresì nominati i quattro curatores criminum.
  • Inquisitore dei misfatti, era il giudice della Santa Inquisizione presso la Terra di Savoca.
  • Iudice del baiulo, era nominato dall'archimandrita, esercitava la giurisdizione civile di primo grado, poteva diventarlo solo chi era stato giurato o sindaco.
  • Secreto, aveva mansioni fiscali e tributarie, era esattore di tasse e gabelle.
  • Conservatore, custodiva gli atti ed i documenti cittadini.
  • Notari, in numero di due. Uno assisteva i due giurati, l'altro il capitano giustiziere, nell'espletamento delle loro funzioni. In Savoca i notari erano scelti dall'archimandrita su proposta dei giurati.
  • Tesoriere, custodiva l'erario cittadino.
  • Capitano di fanteria, erano più di uno, avevano mansioni militari, di polizia e di ordine pubblico.
  • Caporali, rappresentavano la massima autorità civile e militare sui borghi periferici. Erano sottoposti al controllo dei giurati e del Capitano giustiziere, ogni villaggio dipendente da Savoca aveva il suo caporale.

Monumenti e luoghi d'interesse[modifica | modifica sorgente]

Architetture religiose[modifica | modifica sorgente]

Chiesa di San Michele (secolo XIII)
Chiesa di San Nicolò (secolo XIII), contenente la statua argentea di Santa Lucia
La chiesa dell'Immacolata del 1621, oggi Centro Filarmonico
Prospetto della cinquecentesca chiesa di Gesù e Maria

Nel centro storico di Savoca sorgevano anticamente 17 chiese, molte delle quali sono ancora esistenti.

  • Chiesa di San Rocco, edificata nel 1593, ne rimangono solo le mura perimetrali e il portale in pietra, si trova nell'omonimo quartiere, un tempo densamente popolato, soprattutto dai pescatori, è ad unica navata. Nonostante le piccole dimensioni, questo sacro edificio, anticamente, era riccamente adornato con opere di pregio, poi scomparse. Inoltre, tra il XVII ed il XIX secolo, il 16 agosto di ogni anno, questa chiesa e tutto il quartiere circostante erano al centro di sontuosi festeggiamenti religiosi in onore a San Rocco. In quegli anni la festa in onore a San Rocco era la più sontuosa delle feste savocesi dopo quella della patrona Santa Lucia.
  • Chiesa di San Giovanni, risale al XVI secolo; di essa sussistono solo le mura perimetrali, peraltro in cattive condizioni di conservazione. È situata nell'omonimo quartiere e, nonostante le piccole dimensioni, aveva una grande importanza poiché era attigua all'antico Ospedale di San Giovanni attivo fino a tutto il secolo XVIII e non più esistente. Nei secoli passati, anche questa chiesa ed il quartiere circostante erano al centro di solenni festeggiamenti tradizionali che si svolgevano il 23 e 24 giugno in onore, appunto, di san Giovanni Battista.
  • Chiesa dell'Immacolata (oggi centro filarmonico) ubicata in via San Nicolò, tra il quartiere San Rocco e la Chiesa Madre, venne edificata nel 1621 ad opera dei Frati Minori Francescani, che avevano un convento nelle immediate vicinanze (nel sito ove sorge l'ex plesso delle scuole elementari trasformato poi in albergo). Un primo convento era stato edificato nel XIII secolo per volere dello stesso Sant'Antonio da Padova in Contrada Misericordia, una zona boscosa fuori dall'abitato. Successivamente, nel 1617, i frati si spostano nel sito in questione, proprio nel cuore del centro urbano, ove avevano acquistato una casa con annesso terreno, da don Giuseppe Trimarchi; viene edificato un nuovo convento ed una nuova chiesa, in stile barocco, che ammiriamo. La chiesa, era in realtà dedicata a sant'Antonio da Padova ma il popolo, fin dalle origini, la nominava la Chiesa dell'Immacolata. Fino al 1940 era aperta al culto, poi andò in rovina. Nel 1998 è stata pregevolmente restaurata e adibita a centro filarmonico comunale, durante i lavori di restauro emersero, da sotto il pavimento, le sepolture dei frati del convento. Questa chiesa ospitava pure le tombe delle facoltose famiglie locali dei Trimarchi e dei Nicòtina, risalenti ai primi anni del XVIII secolo, abbellite da pregevoli stemmi marmorei conservati al museo comunale. Il Centro Filarmonico comunale ha circa cento posti a sedere ed è sede di concerti e di conferenze.
  • Chiesa di San Biagio, cappella privata di antica origine, la si trova fuori dal centro abitato, in mezzo a uliveti e vigneti, in contrada Iazzani, è stata restaurata ad opera dei proprietari ed il giorno di San Biagio, il 3 febbraio di ogni anno, viene aperta al culto. Appartiene alla Cantante Lirica Lucia Aliberti.
  • Chiesa di Gesù e Maria, situata su un'altura a due passi dalla chiesa di San Michele e dal Museo, nel quartiere San Michele. È di origine cinquecentesca, è ad unica navata. L'interno presenta uno stile barocco.Secondo antichi documenti risalenti al 1630, per alcuni anni, questa chiesa sostituì la vicinissima chiesa di San Michele, la quale era chiusa perché inagibile, per la celebrazione dei riti religiosi. Fino alla fine del XIX secolo era aperta al culto. Nel 1950, essendo l'edificio ormai in rovina, venne asportato l'altare maggiore, che venne collocato nella Chiesa parrocchiale della Sacra Famiglia in Santa Teresa di Riva, ove si ammira. Sotto il pavimento di questo edificio sacro si scorgono ancora delle tombe sicuramente appartenenti a personaggi locali blasonati. Di questa chiesa restano solo le mura perimetrali adornate all'interno da preziosi fregi ed il prezioso portale in pietra.
  • Chiesa di Santa Lucia, edificata nel XV secolo dai Monaci Domenicani, era annessa al loro convento e prospettava su piazza Santa Lucia, l'odierna Piazza Municipio. Più volte abbellita venne resa grande e sontuosa, era dotata al suo interno di ben nove altari, cinque sepolture gentilizie e delle nicchie sotterranee per l'esposizione dei cadaveri mummificati. Sorgeva ove si trova il palazzo municipale, crollò nel gennaio 1880 a causa di una poderosa frana. Si salvarono soltanto poche reliquie: la preziosissima statua argentea di Santa Lucia, del 1666; un quadro seicentesco raffigurante la Madonna del Parto; un pregevole mezzo busto marmoreo di Santa Lucia risalente al XV secolo. Queste opere sono conservate presso la chiesa di San Nicolò.
  • Chiesa di Sant'Antonio Abate, costruita verso la fine del XV secolo, ne rimangono solo poche rovine sepolte nel sito ove si trova il campo da tennis. Situata nel quartiere di Sant'Antonio, crollò anch'essa a causa della frana del 1880.
  • Chiesa di Santa Domenica, antica chiesa quattrocentesca di piccole dimensioni, situata nella frazione Cucco, dagli anni 1990 è chiusa al culto.
  • Chiesa di San Francesco di Paola, con molta probabilità risale al XVIII secolo, è situata nell'omonima frazione è sede di Parrocchia.
  • Chiesa di Santa Rosalia, sorge nella frazione Rina, ha forma ottagonale ed è stata costruita nel 1968 sulle rovine di una preesistente chiesa edificata alcuni secoli addietro dalla facoltosa famiglia savocese dei Fleres.
  • Chiesa di San Nicola, è ubicata nella frazione Contura, antica cappella di campagna, risale presumibilmente alla fine del XVII secolo.
Porta della Città, (XII secolo)
Palazzo Trimarchi e Bar Vitelli, resi celebri dal film "Il Padrino".

Architetture militari[modifica | modifica sorgente]

Altre architetture[modifica | modifica sorgente]

La Porta della Città (XII secolo)[modifica | modifica sorgente]

Come precedentemente accennato, i Normanni cinsero la città di Savoca con un'ampia cinta muraria dotata di due porte d'accesso, una all'estremità sud (quartiere San Giovanni) e l'altra all'estremità nord (quartiere San Michele). Di queste fortificazioni difensive, è ormai visibile soltanto la porta del quartiere San Michele. Si presenta come un arco a sesto acuto in pietra arenaria, risalente al XII secolo. Fino al XIX secolo via San Michele, strada d'accesso alla porta, non era altro che una ripida scalinata scolpita nella roccia viva. Fino al 1918, erano ancora presenti le porte in ferro, che, nel Medioevo, venivano aperte all'alba e chiuse al tramonto. Il manufatto è stato restaurato nel 2009.

Palazzo Trimarchi - Bar Vitelli (XVIII secolo)[modifica | modifica sorgente]

Antico palazzotto nobiliare a due elevazioni fuori terra ed un piano seminterrato adibito a cantina; presenta uno stile neoclassico siciliano ed è situato in Piazza Fossìa, nel quartiere del Borgo, vicino al Municipio. Presenta tre eleganti balconcini con mensole in pietra intagliata e due portali ( sempre in pietra) finemente lavorati. Venne edificato tra la fine del Seicento ed i primi del Settecento dalla facoltosa famiglia dei Trimarchi, come loro residenza, e, sempre da questi, venne restaurato nel 1773. Era uno dei palazzi più importanti e in vista della Savoca antica. Nel luglio 1820, durante i Moti del 1820-1821 venne assalito durante un grave tumulto popolare. Nel corso della seconda metà del XX secolo, non essendo più abitato dai proprietari, il primo piano ha ospitato la scuola media di Savoca e la direzione didattica. Al piano terra di questo antico edificio si trova il piccolo bar in cui nel 1971 vennero girate alcune scene del film Il padrino di Francis Ford Coppola. Il bar è ancora soprannominato "Bar Vitelli". Attualmente, il primo piano del palazzo è chiuso al pubblico perché in fase di restauro. Nel mese di aprile del 2014, Savoca e il Bar Vitelli sono stati scelti come set dello spot pubblicitario della Birra Moretti, per la regia di Rocco Papaleo e con la partecipazione di Orso Maria Guerrini, alcune scene dello spot sono state altresì girate nel vicino borgo di Forza d'Agrò.

Casa medievale con finestra bifora (XV secolo)[modifica | modifica sorgente]

La bifora di Savoca (secolo XV)

Antica costruzione tardo medievale realizzata verso la fine del Quattrocento; viene citata in molti antichi testi per il suo "stile greco". L'edificio venne restaurato verso la fine del Seicento. Ha uno stile gotico-spagnolo, tipico della Sicilia del tardo Quattrocento; il successivo restauro del XVII secolo ha dato, altresì, al manufatto un ulteriore sapore ispanico-fiammingo. Il portale d'ingresso è ornato con gigli borbonici settecenteschi. Appartenne nei secoli scorsi alle facoltose famiglie locali dei Fleres e dei Trischitta. Tra il 1909 ed il 1927, ospitò gli uffici municipali del comune di Savoca. Negli ultimi cento anni è appartenuto alle famiglie Rizzo e Altadonna. Il pregevole monumento venne propagandato nel 1928 dal Touring Club Italiano. L'edificio è sottoposto al vincolo di tutela architettonica, si presenta in buono stato di conservazione ed appartiene alla famiglia Cantatore.

Antico palazzo della Curia e antico Carcere (XIV secolo)[modifica | modifica sorgente]

Via San Michele con rovine dell'antico carcere (secolo XIV)

A testimonianza dell'antico Palazzo della Curia, sito in via San Michele, addossato alle mura cittadine proprio accanto alla porta della città; rimane ben poco, solo le pietre angolari. Sul sito in questione si trova l'edificio dell'ex ufficio di collocamento, che ospita una rivendita di vino e prodotti tipici siciliani.

L'antica curia, era un edificio a tre piani, di proprietà dell'Archimandritato del Santissimo Salvatore, avente valenza monumentale, edificato nel XIV secolo. Stando a quanto riferisce lo storico locale Santi Muscolino, questo edificio era caratterizzato dalla presenza, nel prospetto principale, di due archi in pietra arenaria a sesto acuto di pregevole fattura. Fin dalle origini ospitò al suo interno gli uffici municipali e giudiziari. Verso la metà del Settecento risulta appartenere al cav. Verdura. Dal 1812 divenne proprietà del Comune di Savoca che continuò ad adibirlo a municipio. Dal 1817, oltre al municipio, divenne sede del Regio Giudicato e del carcere del Circondario di Savoca. Il 23 luglio 1820 venne assalito e danneggiato durante un tumulto popolare. Il Terremoto del 1908 lo lesionò irreparabilmente, tanto che dovette essere demolito. Dal 1927 gli uffici municipali sono ospitati nella sede attuale.

L'antico carcere della Terra di Savoca, fino al 1795 era ubicato nel villaggio di Casalvecchio. Quando poi questo paese si emancipò dal dominio savocese, le prigioni vennero spostate nel centro di Savoca, in un'ala dell'antico Palazzo della Curia. Del carcere rimangono miseri avanzi murari e una finestra quadrata, chiusa con una grata in ferro battuto, su cui troneggiava lo stemma dell'Archimandrita, rimosso e custodito al museo locale. È ancora visibile all'interno una cisterna che serviva per l'approvvigionamento idrico di buona parte dell'abitato. Dal 1855, quando Savoca cessò di essere capoluogo del suo circondario, andò in disuso. Crollò parzialmente nel 1908 e non fu più ricostruito.

La Sinagoga[modifica | modifica sorgente]

Le rovine di quella che, durante il Medioevo, fu la sinagoga dei giudei di Savoca, si trovano a pochi passi dalla Chiesa di San Michele e dal trecentesco Palazzo della Curia (oggi ex Ufficio di Collocamento), proprio ai piedi dell'altura ove sorge il Castello di Pentefur. Il vetusto manufatto è in pessime condizioni di conservazione, invaso da erbacce e terriccio alluvionale, all'interno è visibile una profonda cisterna. Sono visibili due archi in pietra sul prospetto principale, mentre su quello laterale, si scorge una pregevole finestra in pietra arenaria, ancora in discrete condizioni; caratteristici sono i blocchi di pietra angolare che collegano detto prospetto con la parete ovest. Non si conosce l'anno di costruzione di questo edificio, si sa solo, grazie ad antichi documenti che lo individuano con assoluta precisione "nel centro e nel migliore luogo" dell'antico abitato, che esisteva già nel 1408. Fruivano di questa sinagoga gli ebrei residenti a Savoca e nei borghi e villaggi vicini.

Poiché detto edificio di culto sorgeva in un quartiere abitato da cristiani, perdipiù vicino a chiese ed all'edificio dove si curavano l'amministrazione e la giustizia cittadine, nell'agosto 1470, venne confiscato su ordine del Viceré di Sicilia Lupo Ximenes de Urrèa. Lo stesso viceré dispose che la sinagoga venisse edificata in altro luogo. La ragione di tale severo provvedimento è da ricercare nel fatto che i giudei savocesi, nell'officiare i loro riti, cantavano inni a voce talmente alta da disturbare le attività dei cristiani che da lì a pochi passi si svolgevano. Di conseguenza, la sinagoga venne rivenduta ad un privato cittadino del luogo tal Filippo Storiali. Non è dato sapersi ove gli ebrei savocesi stabilirono il loro nuovo luogo di culto. Pochi anni dopo, nel 1492, gli ebrei sono costretti a lasciare la Sicilia. La loro sinagoga divenne una civile abitazione, per secoli; nel XX secolo viene adibita a stalla, poi, dopo il crollo del tetto, è un rudere a cielo aperto. Risulta interessante ricordare che a Savoca esisteva anche un cimitero ebraico, sito in località Moselle, nei pressi della frazione di Rina.

I palazzi nobiliari[modifica | modifica sorgente]

Quel che resta del seicentesco Palazzo Scarcella

Come appena accennato nel capitolo dedicato alla storia, il centro storico di Savoca pullulava di palazzotti nobiliari dotati di un certo interesse artistico e storico. Oltre al settecentesco Palazzo Trimarchi di piazza Fossìa, di cui si è appena parlato, degni di nota risultano:

  • il massiccio Palazzo Salvadore del XVII secolo, versa in ottimo stato e conserva il pregevole portale ad arco in pietra arenaria, è ubicato tra via San Michele e via Chiesa Madre;
  • il Palazzo Crisafulli, sito in via San Michele presso la Porta della Città, ricostruzione del precedente.
  • Dirimpetto al Palazzo della Curia c'è il Palazzo Scarcella, del XVII secolo, che, nonostante sia semi crollato, conserva ancora un elegante balconcino sorretto da tre mensole di pietra finemente lavorate.
  • Il caratteristico palazzo della famiglia Toscano, sito in Via Cappuccini.
  • Pochi ruderi rimangono del Palazzo Nicòtina, improvvisamente crollato, a causa di infiltrazioni di acqua, negli anni 1980, ubicato di fronte alla Chiesa di San Nicolò.
  • L'imponente Palazzo Trischitta, ormai ridotto a rudere, venne demolito verso il 1997 per far posto al Museo Etno-antropologico.
  • Ormai scomparso risulta il settecentesco Palazzo Prestipino, un tempo ubicato nel quartiere Cappuccini.

Il convento dei Cappuccini e la cripta (XVII secolo)[modifica | modifica sorgente]

Il Convento (1603)[modifica | modifica sorgente]

Panoramica della Chiesa e del Convento dei Cappuccini (1603).
San Francesco d'Assisi riceve le stigmate, Affresco seicentesco nel cortile del convento dei cappuccini.

I frati cappuccini, su iniziativa di padre Girolamo da Montefiore e di padre Girolamo da Castello, fondarono in Savoca, nel 1574, il loro primo convento, edificandolo su di un terreno donato dal sacerdote don Giovanni Coglituri; era dedicato a sant'Anna. Si trovava ad una certa distanza dal centro abitato, in località Cucco-Santa Domenica. Ai primi del Seicento, però, questo sito dovette essere abbandonato, poiché estremamente soggetto a frane, si optò per un luogo più sicuro e più vicino al centro abitato.

L'odierno convento venne edificato tra il 1603 ed il 1614, ad opera del padre generale Lorenzo da Brindisi e del padre provinciale Girolamo da Polizzi. Si costruì su un vasto terreno donato ai cappuccini dal nobile savocese Antonio Crisafulli con atto del notaio Cesare Petrafitta. È una struttura imponente che domina il centro abitato e le valli che lo circondano. È composto da due piani fuori terra, al piano terra si trovano la biblioteca, il refettorio e la cucina, mentre al primo piano sono allocate le venti celle dei frati. Nella biblioteca rimane ben poco dell'immenso patrimonio letterario un tempo presente, tuttavia, nel refettorio, si possono ancora ammirare alcuni affreschi dipinti da Frà Gaetano La Rosa nel 1608. Accanto al convento c'era un grande orto che veniva coltivato e contribuiva al sostentamento dei frati. Al 3 marzo 1650, nel convento dimorano 10 frati, i quali "si sostentano delle elemosine del popolo".

Il convento dei cappuccini, al pari di quello dei domenicani, tra il XVII ed il XIX secolo, ebbe grande rilevanza culturale nell'ambito della società savocese, costituendo il punto di riferimento per la formazione umanistica, scientifica e giuridica dei pochi privilegiati che in quegli anni avevano la possibilità di studiare. Le statistiche cappuccine relative ad un lungo arco di tempo compreso tra il 1616 ed il 1978, riportano i nomi di ben 31 religiosi di rilevante importanza, vissuti nel convento savocese. Tra i tanti frati che anticamente dimorarono nel convento, si ricordino: frà Francesco da Savoca (+1654), padre Giovanni da Giampilieri (+1665), padre Antonio da Savoca (+1751), autore di un manoscritto inedito di filosofia, frate Benedetto Scarcella da Savoca (+1761) ed infine, padre Placido Prestipino (1690-1754) e frà Bernardo da Limina (1693-1777); la salma mummificata di quest'ultimo religioso si trova esposta nella cripta del convento. Nel 1866, il Regno d'Italia incamerò il convento e l'orto dei cappuccini di Savoca, i quali, tuttavia, poco tempo dopo, "vennero ricomprati dai frati". Da non dimenticare, tra i frati vissuti nella prima metà del XX secolo, padre Giampietro Rigano da Santa Teresa di Riva (1881-1950) e padre Basilio Gugliotta da Naso (1880-1964) entrambi autori di svariate monografie sulla storia di Savoca e dintorni. L'ultimo frate cappuccino che visse nel convento fu padre Anselmo da Savoca, al secolo Salvatore Trischitta (1895-1978). Nel 1990, gran parte dell'orto del convento viene espropriato dal comune di Savoca, che vi realizzò il Parco Comunale. Il convento è in ottimo stato di conservazione, è gestito da un'associazione religiosa ed è messo a disposizione di gruppi e di villeggianti.

La chiesa del convento dei Cappuccini (1603)[modifica | modifica sorgente]
La mummia di fr. Bernardo da Limina (1693-1777)

Annessa al maestoso edificio del convento, è dedicata a San Francesco d'Assisi, ospita al suo interno una tela della Madonna di Loreto, dei primi anni del Seicento, attribuita ad Antonio Giuffrè; un cenacolo del 1634 ed un'altra tela raffigurante la Vergine degli Angeli, entrambe attribuite a frate Umile da Messina, allievo di Alonso Rodriguez, che fu discepolo del Caravaggio. Si possono altresì ammirare due altari in marmo ed in legno, nonché una pregevole statuina settecentesca raffigurante Santa Maria Bambina. Sull'altare maggiore troneggia la tela della "Sacra Famiglia" che rappresenta la Madonna col Bambinello Gesù in braccio che benedice la città di Savoca, secentesca, riprodotta ai suoi piedi. All'interno della chiesa sono presenti cinque sepolture: una a sarcofago, appartiene all'imprenditore don Antonino Russo Gatto (1809-1868); le altre quattro sono al livello del pavimento, nella prima troviamo sepolti i frati che nel corso dei secoli vissero nel convento, poi troviamo quella del dott. Domenico Scarcella (1779-1850) del 1843, segue quella di don Giuseppe Trimarchi (1822-1878) del 1845, infine, ai piedi dell'Altare maggiore, si scorge quella del giudice Onofrio Prestipino (1768-1855), del 1843: molte delle opere d'arte del convento sono custodite, al fine di impedirne il furto, nel convento dei Cappuccini di Cefalù.

La cripta dei cappuccini (1603)[modifica | modifica sorgente]
La cripta dei Cappuccini con le mummie dei notabili savocesi
Cripta dei cappuccini, particolare delle mummie

Realizzata agli inizi del Seicento nei sotterranei della chiesa del convento e dell'antistante piazzetta, racchiude 37 cadaveri mummificati appartenenti a patrizi, avvocati, notai, possidenti, preti, monaci, abati, medici, poeti, magistrati, una nobildonna e tre bambini, tutti appartenenti alla ricca e potente aristocrazia savocese.

Non si conosce l'origine dell'usanza dell'imbalsamazione dei cadaveri; venne forse introdotta, circa tre millenni addietro, dai Fenici, i quali l'avevano appresa dagli Egizi. Tuttavia, una tesi afferma che, nel corso del XVI secolo, i frati Cappuccini avrebbero appreso le tecniche di imbalsamazione in Sud America, le quali, attraverso la Spagna, sarebbero giunte in Sicilia. La mummia più antica risale al 1776, ed appartiene al notar Pietro Salvadore, la più recente è del 1876 ed appartiene a Giuseppe Trischitta. Il procedimento di mummificazione durava sessanta giorni, era detto dell'essiccazione naturale; consisteva, prima nell'immergere per due giorni la salma in una soluzione di sale e aceto, successivamente, dopo aver proceduto allo scolo dei visceri, nel distenderla nella cripta della Chiesa Madre dove, sfruttando il gioco delle correnti d'aria, avveniva la naturale essiccazione del cadavere. Infine, la mummia veniva elegantemente vestita e si procedeva a traslarla solennemente nel sito in questione. Il procedimento di mummificazione veniva effettuato direttamente dai frati Cappuccini ed era abbastanza costoso.

Tra i numerosi personaggi imbalsamati, si ricordano ancora: il notar Pietro Salvadore (1708-1776), l'abate Antonino Garufi (1775-1842), sacerdote ed erudito poeta e letterato, frate Bernardo da Limina (1693-1777), il barone Altadonna (+1855?), il dott. Francesco Trimarchi-Prestipino (1780-1831) illustre medico e fisico. Il notaio e sindaco di Savoca Luigi Trischitta-Trimarchi (1784-1858); il barone Paolo Cacopardo (+1860?), l'arciprete don Giuseppe Nicòtina senior (1714-1795), il sac. Marcello Procopio (1773-1844) ed il fratello di questi sac. Nicola Procopio (1754-1834); il Giudice Marco Fleres-Trischitta (1800-1852), il notaio Vincenzo Crisafulli-Nicotina (1794-1868), padre degli accademici sac. Giuseppe e prof. Michele Crisafulli Trimarchi. L'avv. Vincenzo Trischitta-Nicòtina (1818-1862), misteriosamente assassinato; il marchese Nicolò Toscano della Zecca (+1790ca) e l'avv. Antonino Scarcella-Prestipino (+1871); infine, racchiusa in una bara e quindi invisibile al pubblico, anche una nobildonna: Francesca Trimarchi-Prestipino (1792-1865), moglie del succitato notaio Vincenzo Crisafulli. I corpi sono rivestiti con eleganti abiti d'epoca e danno mostra di sé nelle nicchie e nelle bare in cui sono racchiusi.

Nel 1985 molte delle mummie esposte nella cripta sono state oggetto di un grave atto teppistico; uno squilibrato, penetrato furtivamente e nottetempo nella necropoli sotterranea, le ha imbrattate con della vernice verde; pochissime salme sono state risparmiate ma dopo più di 25 anni è quasi concluso l'intervento conservativo di dette mummie.

Padre Giampietro Rigano (1881-1950)[modifica | modifica sorgente]

È grazie alle ricerche ed agli scritti di p. Giampietro da Santa Teresa che veniamo a sapere di molte notizie inedite sull'antica città di Savoca. Per tale motivo appare utile fornire alcune notizie biografiche su questo religioso e storico locale. Padre Giampietro, al secolo Giuseppe Rìgano, nacque a Santa Teresa di Riva il 21 marzo 1881. I genitori, Carmelo Rìgano ed Angela Irrera erano entrambi agricoltori, Giuseppe era il primo di otto figli. Condusse i primi studi a Savoca (proprio presso il convento dei Cappuccini) e il 12 maggio 1898 intraprese il noviziato nel Convento di San Marco d'Alunzio. Nel 1902 vestì l'abito Cappuccino e il 27 settembre 1903 venne ordinato sacerdote a Palermo. Tra le sue principali occupazioni si annovera la cura dei malati: fu, per tanti anni, Cappellano dell'Ospedale "Piemonte" di Messina. Nel corso della sua esistenza, dedicata all’amore del prossimo, trovò anche il tempo di dedicarsi alla ricerca di notizie storiche sulla sua terra, rivelando spiccate doti di erudito e di storico-archivista. Tra i suoi scritti si annoverano:

  • Raccolta di notizie sulla Santa Religione Cattolica e su altri avvenimenti in Santa Teresa di Riva e suoi dintorni (1936);
  • Tradizioni e credenze nella Sicilia Nord Orientale (1938);

numerose altre sue opere storiche sono ancora inedite e vengono custodite dagli eredi. Morì a Messina il 7 febbraio 1950 e riposa nel cimitero di Santa Teresa di Riva. Nel 2012, la sua città natale gli ha intitolato solennemente una via del centro storico.

Società[modifica | modifica sorgente]

Evoluzione demografica[modifica | modifica sorgente]

La popolazione della città di Savoca nel corso dei secoli.

  • Anno 1134 - abitanti 2.800
  • Anno 1540 - abitanti 5.145
  • Anno 1652 - abitanti 4.469
  • Anno 1713 - abitanti 5.000
  • Anno 1831 - abitanti 3.285

Abitanti censiti[2]

Etnie e minoranze straniere[modifica | modifica sorgente]

Secondo i dati ISTAT al 31 dicembre 2009 la popolazione straniera residente era di 62 persone. Le nazionalità maggiormente rappresentate in base alla loro percentuale sul totale della popolazione residente erano:

Romania Romania 26 1,46%

Religione[modifica | modifica sorgente]

Savoca, quale città dotata di una certa importanza, divenne sede, al pari di Taormina, Messina, Milazzo e Randazzo, di importanti ordini monastici.

  • I Frati Minori Conventuali francescani. Giunsero in Savoca nel XIII secolo per volere di sant'Antonio da Padova. In un primo periodo avevano il loro convento in contrada Misericordia, una zona boscosa situata fuori dal centro abitato sulla strada per Casalvecchio Siculo. I frati si dedicavano alla preghiera ed alla coltivazione del baco da seta.Successivamente, nel 1617, si trasferirono nel cuore del centro abitato, presso una casa venduta da don Giuseppe Trimarchi che fu trasformata in un piccolo convento di cinque stanze. Qualche anno dopo, verso il 1621, edificarono, accanto al convento, la Chiesa dell'Immacolata, trasformata in centro filarmonico. Il piccolo convento dei Frati Minori venne confiscato ed incamerato dallo Stato italiano nel 1866 e, fino al 1989, venne adibito a plesso delle scuole elementari. Ospita un albergo di proprietà comunale.
Il Palazzo Municipale edificato nel 1927 sul sito ove fino al 1880 sorgeva il convento domenicano
  • I frati predicatori o domenicani. Presenti a Savoca fin dal 1444, sembra che vi si siano stabiliti per volere dell'archimandrita messinese Luca IV de Bufalis. Il loro Ordine venne elevato a priorato nel 1465 ma venne ridotto a vicariato nel 1474, riottenendo il priorato nel 1588. Avevano il loro convento nel sito ove sorge il municipio. Introdussero in Savoca il culto di santa Lucia da Siracusa ed edificarono, in onore della martire siracusana, accanto al loro convento, una monumentale chiesa. Nell'ottobre 1651, presso il loro convento, istituirono la schola artium per secolari. Tra i religiosi savocesi illustri legati all'ordine dei predicatori si ricordi tra tutti frate Domenico Casablanca, che fu vescovo di Vico Equense e, dopo aver partecipato al Concilio di Trento morì a Vico Equense nel 1564. Il convento domenicano e la monumentale chiesa di Santa Lucia crollarono a causa delle frane del 1880; al loro posto si trovano il municipio di Savoca e l'antistante piazza G. D'Annunzio.
  • I Frati Minori Cappuccini. Il 30 ottobre 1574, il sacerdote savocese don Giovanni Coglituri concesse ai cappuccini la chiesa di Santa Maria di Loreto in contrda Cucco, lì gli stessi frati edificarono il loro primo convento. Tuttavia, ai primi del Seicento, a causa di alcune frane, il sito venne abbandonato, ed i monaci si stabilirono, nel 1614, in un terreno concesso nel 1603 dal nobile don Antonio Crisafulli; lì edificarono il convento di cui tratteremo più avanti.
  • I gesuiti. Giunsero in Savoca ai primi del XVIII secolo, avendo ricevuto per testamento datato 1708, dai fratelli sacerdoti Benedetto e Paolo Bucalo un grande appezzamento di terreno sito nella Marina di Savoca, su cui sorgevano la Torre dei Saraceni del XII secolo e la chiesetta del Santissimo Crocifisso del 1507. La presenza gesuitica non era limitata solo alla Marina di Savoca, infatti, nel centro storico, i Gesuiti ricevettero l'antica chiesa del Calvario, un antico eremo Basiliano, ormai in rovina, risalente a prima dell'anno 1000. I Gesuiti, restaurarono la chiesa del Calvario, edificandovi una Via Crucis, ingrandirono quella del Santissimo Crocifisso ed istituirono un ospizio nella Torre dei Saraceni. Nel 1767 vennero cacciati dal Governo Borbonico e tutti i loro beni vennero messi all'asta, ne approfittò il marchese Giovanni Carrozza da Milazzo, che, con poco denaro, acquistò l'intero latifondo sito nella Marina di Savoca con la chiesetta e l'antica torre.

Tradizioni e folclore[modifica | modifica sorgente]

Mare Ionio e Capo Sant'Alessio visti da Savoca

La Passione di Cristo[modifica | modifica sorgente]

È la rappresentazione scenica della Passione, Morte e Resurrezione di Gesù Cristo. Si tiene ogni anno nel giorno della Domenica delle Palme e poi il giorno di Pasqua. Si tratta di una tradizione recente, la prima edizione risale al 2005, tuttavia coinvolge decine di figuranti ed attira in paese centinaia di spettatori, provenienti da ogni parte. Suggestivo scenario della Passione è il centro storico medioevale di Savoca, con i suoi stretti vicoli ed i panorami mozzafiato. La prima scena si svolge nella centralissima piazza Fossìa, ove si rappresentano l'Ingresso di Gesù in Gerusalemme tra le folle osannanti, la Lavanda dei piedi e l'Ultima Cena. Poi il corteo si sposta presso un piccolo uliveto accanto la Chiesa di San Michele, ove si inscenano il tradimento di Giuda Iscariota e l'arresto di Gesù nell'Orto degli ulivi. Subito dopo, nella piazzetta antistante la Chiesa di San Nicolò, si rappresenta il Processo di Gesù davanti ai Sommi Sacerdoti ed al Sinedrio. Seguono, il suicidio di Giuda Iscariota, e, dinnanzi la Chiesa di Santa Maria in Cielo Assunta, la condanna alla crocifissione emessa da Ponzio Pilato e l'Ecce Homo. Infine, fatto ciò, ha luogo la Via Dolorosa, nel quartiere San Giovanni, segue la Crocifissione di Gesù sul colle Calvario. Ultima toccante scena, la Resurrezione di Cristo, sempre sul colle savocese del Calvario.

La Festa di Santa Lucia[modifica | modifica sorgente]

Il culto di Santa Lucia Vergine e Martire Siracusana venne introdotto in Savoca dai padri Domenicani verso la metà del Quattrocento. Santa Lucia divenne la Patrona di Savoca. La festa si svolge ogni anno, la seconda domenica di agosto, e rientra tra gli eventi più significativi che si tramandano in Sicilia. La festa ebbe origine tra il XVII ed il XVIII secolo ed è organizzata dall'antica Confraternita di Santa Lucia (fondata nel 1600) seguendo lo statuto, ancora vigente, risalente al 1831. La singolare processione è una rappresentazione scenica del Martirio di Santa Lucia, che coinvolge l'intero paese. La "santa" impersonata da una bambina savocese, portata a spalla da un paesano, percorre il paese, e forte della sua fede resta immobile per tutta la durata della processione, anche quando i soldati romani, chiamati Giudei, provano a trascinarla con i buoi tirando e ondeggiando la fune alla quale è legata. L'altro personaggio che tenta continuamente Lucia è u Diavulazzu, detto altresì u virseriu, con la sua terrificante maschera lignea seicentesca e a furcedda. La presenza dei buoi dimostra l'origine spagnola della festa, infatti questi, alla fine della rappresentazione, come in una corrida, vengono fatti scappare di corsa per i vicoli del paese. La secolare festa di Santa Lucia richiama a Savoca migliaia di turisti provenienti da ogni parte del mondo.

La festa di Santa Lucia a Savoca nel 2004, in primo piano, vestito di rosso, u Diavulazzu.
La statua argentea di Santa Lucia realizzata nel 1666

Le famiglie nobili di Savoca[modifica | modifica sorgente]

Il palazzo della nobile famiglia Trimarchi (inizio del XVIII secolo) ubicato in piazza Fossìa

Come abbiamo appena accennato nel capitolo dedicato alla storia, in Savoca dimoravano, nei secoli scorsi, diverse famiglie di grossi proprietari terrieri che, se non avevano i titoli altisonanti tipici delle famiglie della nobiltà siciliana, erano, tuttavia, proprietarie di molteplici consistenze immobiliari site in Savoca e dintorni e, detenitrici del potere politico nella comunità in cui vivevano. Antiche cronache risalenti al XIX secolo, descrivono queste famiglie come meschine, parassitarie e prepotenti, sempre in lotta tra loro per la supremazia politica ed economica, anche se non mancano fulgidi esempi di filantropia e di lungimiranza politico-economica. Moltissimi furono i matrimoni di interesse, tanto che, in definitiva, le nobili famiglie savocesi erano tutte, tra loro, imparentate. I nobili di Savoca si dedicavano tutti alle professioni liberali: erano perlopiù avvocati, notai, medici, farmacisti, docenti universitari, politici e non mancavano i sacerdoti; vestivano in modo molto ricercato e, quando passavano a miglior vita, taluni di loro venivano imbalsamati ed esposti nella cripta dei Padri Cappuccini di cui già si è parlato. In tutte le antiche chiese di Savoca non mancano le lapidi che ricordano la presenza di sepolture appartenenti alla nobiltà locale: la prerogativa della tumulazione nelle chiese apparteneva solo alle classi più altolocate; al popolo minuto, costituito da contadini, pescatori, artigiani e piccoli mercanti, non spettava tale diritto, per cui detti soggetti venivano sepolti alla rinfusa in fosse comuni site sotto il sagrato della chiesa di San Nicolò.

Una delle famiglie più antiche è quella dei Bucalo, estinta, potente tra il XV ed il XVIII secolo. Ai Bucalo si deve la prima colonizzazione della Marina di Savoca, oggi Santa Teresa di Riva, avvenuta a partire dal 1503 in avanti. Secondo documentate testimonianze, gli ultimi discendenti dei Bucalo, i fratelli sacerdoti Benedetto e Paolo, morirono senza eredi agli inizi del Settecento, lasciando (con testamento datato 1708) i loro averi ai Gesuiti, oltre ai predetti religiosi, esponente di spicco di questa famiglia fu Antonello Bucalo, Notaro in Savoca nel 1641.

Altra, molto risalente, forse la più antica, fu quella dei Coglitore o Cuglituri, che vanta un Costantino, sindaco di Savoca nel 1355, un Gualtiero capitano giustiziere di Savoca nel 1409, un Giovanni sacerdote nel 1574, un Geronimo capitano giustiziere nel 1640 ed un Salvo, giudice di Savoca nel 1641.

Ricchissima e potente fu quella dei Crisafulli; il personaggio più antico finora conosciuto del ramo savocese di questa famiglia è tal Antonello Crisafulli (1510-1550). La famiglia Crisafulli risiedeva in un'elegante abitazione ubicata presso la porta della Città. Originaria di Messina e presente nella Terra di Savoca fin dal 1400, possedeva vastissime proprietà fondiarie ed urbane, (un Antonio Crisafulli, nel 1603, donò ai frati cappuccini un vasto appezzamento ove questi eressero l'attuale convento) e vantava tra i suoi rampolli diversi accademici e uomini politici, tra tutti si ricordino il dott. Santoro Crisafulli (1570-1636), (giudice della Gran Corte Regia e luogotenente dello strategoto di Messina tra il 1598 ed il 1632), il notaio Vincenzo Crisafulli (1794-1865), cassiere comunale di Savoca e l'on. Michele Crisafulli Mondìo (1881-1943).

La più potente fu, forse, quella dei Trimarchi, famiglia di origine messinese. Nel 1792, vennero insigniti del titolo nobiliare di baroni di Villamarchese. Il più antico membro documentato di questa famiglia è stato don Pietro Trimarchi, facoltoso architetto e costruttore edile, vissuto tra il Quattrocento ed il Cinquecento. Degni di nota Francesco Trimarchi, giurato di Savoca nel 1676, durante il turbolento periodo storico della Rivolta antispagnola di Messina, Giovanni Trimarchi proconservatore di Savoca nel 1721 ed il medico e fisico dott. Francesco Trimarchi (1780-1831), che fu altresì Segreto di Savoca nel 1820. I discendenti di questa facoltosa famiglia possiedono ancora il loro palazzo settecentesco sulla piazza del paese ed hanno avuto tra le loro file diversi scienziati e giuristi.

I Trischitta, furono altresì ricchi e potenti fin dal XV secolo, ebbero onori e cariche, si fregiavano anche del titolo di messere. Risiedevano in un sontuoso palazzo ubicato su di un'altura, nel Quartiere San Michele, proprio dove sorge il Museo di Savoca. Tra questi si ricordino Stefano, Giacomo, Bartolomeo e Mario, rispettivamente capitano giustiziere, giurato, sindaco e Proconservatore di Savoca nell'anno 1676. Merita menzione il filantropo Vincenzo Maria Trischitta (1772-1852) che nel 1838 fondò il Monte frumentario savocese ed il notar Luigi Trischitta (1784-1858) che ricoprì più volte la carica di Sindaco di Savoca. Rampollo illustre del casato fu altresì lo storico Giuseppe Trischitta, nipote del suddetto notar Luigi.

panorama di Savoca e del bosco che la circonda

Gli Scarcella, erano ricchi possidenti terrieri, presenti in Savoca fin dal Quattrocento. Avevano due palazzi, uno nel quartiere San Michele, nel cuore del centro storico, l'altro in contrada San Gaetano. Si ricordino tra loro: Francesco Maria Scarcella consolente et notabile savocese vissuto nel XVII secolo, il dott. Domenico Scarcella (1779-1850), sindaco di Savoca tra il 1818 ed il 1821, il primo dopo l'abolizione del feudalesimo ed il prof. Santi Scarcella (1817-1878) medico farmacologo e docente universitario.

Un'altra facoltosa famiglia era quella dei Procopio che, proveniente dalla Calabria, si stabilì in Savoca nel XVII secolo, tra i personaggi illustri di questa antica famiglia savocese si ricordano Mattia Procopio, che verso il 1750 fu professore di letteratura italiana presso l'Università di Stoccarda ed i fratelli sacerdoti Nicola Procopio (1754-1834) e Marcello Procopio (1773-1844). La famiglia Procopio risulta estinta, essendo l'ultimo discendente morto alla fine del XIX secolo.

C'erano poi i Pugliatti, famiglia di origine borghese, dal cui casato provengono diversi medici, come il prof. Carmelo Pugliatti (1789-1854) ed il prof. Rosario Pugliatti (1853-1898). Dimoravano in località Cantidati, in un palazzotto immerso nella campagna.

Degni di nota i Salvadore, famiglia di origine spagnola. La loro presenza è documentata a Savoca fin dai primi anni del Seicento. La maggior parte degli appartenenti a questa famiglia si dedicò alla professione notarile, mentre alcuni di loro divennero sacerdoti. Si ricordino tra questi il notar Giovanni Salvadore notaro in Savoca nel 1676, il suo nome risulta tra i firmatari della Capitolazione della Terra di Savoca ai Francesi; il notaio Pietro Salvadore (1708-1776); il notaio don Antonino Salvadore fu Vincenzo (+ 1831) che fino al 1818 fu capitano giustiziere di Savoca. L'ultimo notaio di questa famiglia fu il dott. Giuseppe Salvadore-Crisafulli (1847-1914), suo figlio, ing. Vincenzo Salvadore-Toscano (1891-1974) fu podestà di Messina dal 1928 al 1933 e segretario del Ministero dei lavori pubblici.

I Nicòtina, blasonata famiglia che diede a Savoca sacerdoti, notai e sindaci. Abitavano in un grande palazzo (crollato) che si ergeva tra la Chiesa di San Nicolò e quella dell'Immacolata. Possedevano anche un'elegante sepoltura gentilizia nella Chiesa dell'Immacolata e alcuni di loro furono imbalsamati ed esposti nella cripta dei Cappuccini. Si ricordino fra tutti il notar Ludovico Nicòtina fu Giuseppe (1682-1752) ed il figlio sac. Giuseppe Nicòtina (1714-1795). I discendenti di questa famiglia sono proprietari, sin dal 1888 del Castello di Pentefur.

I Prestipino furono ricchi e potenti tra il XVIII ed il XX secolo, esercitarono su Savoca il potere politico e quello giudiziario, vivevano in un'elegante residenza ubicata presso il convento dei cappuccini; tra di loro si ricordino Padre Placido da Savoca, al secolo Antonio Prestipino(1690-1754) padre cappuccino morto nel 1754 ed il potente e chiacchierato giudice e sindaco di Savoca Onofrio Prestipino (1768-1855).

Famiglia facoltosa fu quella dei Fleres, di origine spagnola e proprietaria di vaste proprietà nella vallata del Torrente Agrò, tra i personaggi eminenti di questa famiglia meritano di essere ricordati Filippo Fleres, nato nel 1686, Giurista e magistrato savocese, fu Giudice Pretoriano di Palermo nel 1734 e Giudice del Tribunale del Concistoro, sempre a Palermo, nel 1743; il giudice ed avvocato dott. Marco Fleres Trischitta (1800-1852) dottore in ambo le leggi e giudice di Savoca e del Tribunale di Messina ed Ugo Fleres insigne letterato nato a Messina da padre savocese.

Infine, i Toscano, ricca famiglia documentata in Savoca fin dal 1600; erano imparentati con i Prestipino i Salvadore ed i Trimarchi. Si annoverano in questa famiglia numerosi sacerdoti e professionisti, tra tutti don Giovanni Toscano, sindaco di Savoca nel 1823, ed il di lui nipote avv. Carlo Toscano che custodirono la copia della Capitolazione della Terra di Savoca dinnanzi alle Armi francesi.

Da non dimenticare infine, i Petrafitta, famiglia estinta; i Longo, i Cuzzaniti i Di Blasi ed i Cacopardo, con l'on. Rosario Cacopardo avvocato e deputato regionale.

È doveroso, infine, spendere qualche parola sulle famiglie "borghesi" della Savoca dei secoli scorsi, queste famiglie, a differenza dei succitati casati "nobili", esercitavano il commercio e l'artigianato, fungendo da vero motore economico della comunità in cui vivevano; nonostante ciò, erano spesso tenute ai margini della vita politica cittadina. Alcune di queste famiglie riuscirono ad accumulare considerevoli patrimoni, gareggiando con le famiglie nobiliari. Tra le famiglie del ceto "Borghese" si ricordino: i Giannetto, i Ferraro, i Muscolino, i Caminiti, i Garufi, i Moschella, i Cicala, i Crupi, i Fazio, i Famulari ed i Mangiò.

Cultura[modifica | modifica sorgente]

Istruzione[modifica | modifica sorgente]

  • Scuola Elementare Santi Muscolino, frazione Contura.
  • Scuola Media Statale di Savoca, frazione Rina.

Musei[modifica | modifica sorgente]

Il museo storico ed etnoantropologico si trova in via San Michele, vicino all'omonima chiesa. Nel 1984, nel palazzo municipale, fu allestita una mostra permanente sulla civiltà contadina ed il 4 agosto 2001 è stato inaugurato l'odierno museo. La struttura è ubicata nel centro storico di Savoca, sul sito ove sorgevano (fino al 1997) i ruderi del sontuoso palazzo rinascimentale della Famiglia Trischitta. Il museo consta di due piani e comprende anche un'area esterna molto panoramica. Al museo è annesso l'auditorium comunale, utilizzato, per conferenze, convegni e momenti culturali. Al primo piano, sono riprodotti alcuni cicli del mondo contadino (panificazione, unità di misura, il boscaiolo, il pastore, la filanda, ecc.). I reperti e l'utensileria, sono esposti su contenitori di legno, correlati di scheda tecnica; inoltre sono stati trascritti, in lingua siciliana, i proverbi e le poesie popolari riguardanti la cultura orale locale. È altresì possibile ascoltare testimonianze e canzoni locali che si usavano cantare durante i lavori agricoli e la notte di San Giovanni, registrate parecchi decenni fa nel vecchio Circondario di Savoca. Al secondo piano del museo, viene proposta la storia locale a partire dal Medioevo con l'esposizione di preziosi manoscritti, ritratti, costumi, mappe e stemmi araldici. Una sezione tratta le famiglie notabili di Savoca. Nel mese di ottobre 2013, il museo di Savoca è stato inserito nel registro del patrimonio immateriale della Sicilia. Direttore del museo è lo storico locale e funzionario comunale Santo Lombardo.

Cucina[modifica | modifica sorgente]

I piatti tipici del territorio di Savoca sono quelli della tradizione siciliana e messinese:

  • U piscistoccu a' ghiotta. Si tratta del pesce stocco essiccato proveniente dal Mare del Nord) cucinato con abbondante olio extra vergine d'oliva, concentrato di pomodoro, olive bianche e nere, capperi, peperoncino, patate, sedano. È il tipico piatto della tradizione messinese.
  • A carni i' crastu 'nfurnata. La carne di pecora o di castrato al forno. Questo è un piatto tipico della cucina della riviera ionica della provincia di Messina non essendo conosciuto nelle altre zone della Sicilia. È un piatto di origine greca, importato in queste contrade dai coloni greci che giunsero in Sicilia più di 2600 anni fa. Elemento base è la carne di un ovino adulto che viene cucinato senza essere sezionato dopo essere stato eviscerato e scuoiato. Le cavità interne vengono poi riempite con aromi vegetali in grande quantità, (rosmarino, salvia, origano, timo, aglio, pepe nero,); quindi si procede ad infornare l'intero animale nel forno a legna adagiandolo su delle tegole di terracotta, senza adoperare teglie. Dopo una cottura di circa 3 ore la carne viene servita con un contorno di cipolla cruda affogata in aceto. Il periodo migliore per gustare a carni 'nfurnata va da giugno a settembre. Questo è il piatto tipico delle feste estive, e se ne consuma in grande quantità in occasione delle feste patronali che si tengono ogni estate nei paesi della riviera ionica della provincia di Messina. Ancora oggi si usa un antico modo di dire "iessiri vistutu i' carni 'nfurnata" per intendere una persona vestita elegantemente che si appresta a recarsi ad un banchetto di gala o più semplicemente ad una festa.
  • U Pani cunzatu. Pane condito. Si tratta di pane casareccio locale cotto nel forno a legna e condito con olio extra vergine d'oliva locale, sale, peperoncino o, a piacimento, conserve sottolio di prodotti locali.
  • A Granita ca' zzuccarata. Si tratta della classica granita siciliana al limone, ma solo a Savoca viene servita con la zzuccarata, biscotto locale molto croccante condito con semi di sesamo.

Persone legate a Savoca[modifica | modifica sorgente]

Geografia antropica[modifica | modifica sorgente]

Suddivisioni storiche[modifica | modifica sorgente]

L'antico e caratteristico centro storico, ricco di antichi monumenti di origine medioevale, si caratterizza per la presenza di stretti e tortuosi vicoli ed è suddiviso in sette quartieri:

  • Sant'Antonio, quartiere situato nelle immediate vicinanze di piazza Fossìa, limitrofo con quello del Borgo e con quello dei Cappuccini. Questo quartiere, un tempo vasto e popoloso, nacque verso la fine del XV secolo, quando il centro abitato si espanse fuori dalla cinta muraria. Prese il nome dall'antica omonima chiesa presente al centro del quartiere. Questa borgata, insieme alla chiesa di Sant'Antonio Abate, venne distrutta da una frana nel 1880. Rimane ben poco di questo quartiere, tuttavia le porzioni rimaste sono ancora ben popolate. Dal 1997 vi ha sede il comando stazione del Corpo forestale della Regione siciliana.
Il Quartiere Borgo visto dal convento dei cappuccini
  • Cappuccini, è ubicato poco sopra il quartiere Sant'Antonio, prende il nome dal vicinissimo convento dei padri cappuccini, edificato nel 1603. Conserva vari edifici di antica origine ed è discretamente popolato.
  • Borgo, il cuore nevralgico del centro storico, sorge attorno alla piazza Fossìa, in tale quartiere si trova il Municipio, il Palazzo Trimarchi del XVIII secolo, il Bar Vitelli ed altri piccoli e caratteristici esercizi commerciali. Anche questo quartiere si formò verso la fine del XV secolo, quando il centro abitato si sviluppò anche al di fuori della cinta muraria; è caratterizzato dalla presenza di eleganti edifici signorili di indubbio interesse storico e artistico di epoca compresa tra il XVI ed il XX secolo.
Panorama del quartiere San Michele con Chiesa di San Nicolò
  • San Michele, è ubicato dentro la cinta muraria, tra la Porta della Città e la Chiesa di San Nicolò. Prende il nome dalla Chiesa di San Michele che sorge nel bel mezzo del quartiere. Durante il Medioevo ed il Rinascimento, questo quartiere aveva una grande importanza in quanto ivi sorgevano il Palazzo della Curia, il Giudicato, il carcere, la sinagoga e vi si trovava un'importante fontana per l'approvvigionamento di tutto l'abitato; insomma qui avevano sede le magistrature amministrative e giudiziarie della cittadina. Vi ha sede il Museo comunale ed è caratterizzato per i suoi stretti vicoli e la presenza di ruderi di molti antichi edifici.
  • San Rocco, sito anch'esso dentro le mura cittadine, era il quartiere dei pescatori. È alquanto vasto, nei secoli passati era densamente popolato soprattutto dal ceto popolare. Oggi è quasi completamente disabitato. Presenta una conformazione caratterizzata dalla presenza di stretti e tortuosi vicoli e umili case plebee. Degni di nota sono i ruderi della Chiesa di San Rocco del 1593 ed il panorama suggestivo che vi si gode. In questo quartiere sono stati realizzati un resort ed un villaggio turistico.
  • Pentefur, antichissimo quartiere, è il nucleo originario della città di Savoca. Sorge ai piedi dell'omonimo castello, in una zona compresa tra la Chiesa Madre e il Borgo. Anche questa borgata, ancora abbastanza popolata, presenta un'urbanistica prettamente medioevale.
  • San Giovanni, antico quartiere medievale situato all'estremità sud del centro storico. È caratterizzato da edifici signorili tipicamente medioevali, come la Casa della Bifora del XV secolo. Vi si trovano la Chiesa Madre del XII secolo e i ruderi della Chiesa di San Giovanni del XVI secolo. Nei secoli scorsi, in virtù di quanto riferisce lo storico Giuseppe Trischitta, in questo quartiere era ubicato l'antico Ospedale di San Giovanni, non più esistente; tuttavia, è possibile ammirare l'edificio a due elevazioni che ospitava detto ospedale.

Frazioni[modifica | modifica sorgente]

  • Rina
  • Contura
  • San Francesco di Paola
  • Mancusa
  • Romissa
  • Rogani

Amministrazione[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sindaci di Savoca.

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

Questo piccolo borgo ottiene notorietà con il film "Il padrino" del 1972 di Francis Ford Coppola (è ancora presente il piccolo bar dove il personaggio interpretato da Al Pacino incontra il padre della futura sposa). Nell'agosto 1970, qui e nel vicino paese di Forza d'Agrò, vennero girate gran parte delle scene "siciliane". Nella primavera del 2007, il borgo medievale di Savoca è stato scelto come set per la realizzazione della fiction televisiva "La vita rubata" prodotta dalla RAI. Nel mese di aprile del 2014, Savoca e il Bar Vitelli sono stati scelti come set dello spot pubblicitario della Birra Moretti, per la regia di Rocco Papaleo e con la partecipazione di Orso Maria Guerrini, alcune scene dello spot sono state altresì girate nel vicino borgo di Forza d'Agrò.

Tra storia e leggenda[modifica | modifica sorgente]

  • La Maschera du Diavulazzu- In occasione della rappresentazione del Martirio di Santa Lucia, come già detto, parte fondamentale riveste u Diavulazzu, il quale indossa un'antica e terrificante maschera di legno. Ora, questa maschera, secondo la leggenda, venne intagliata da un pastore savocese verso il XVI secolo. Il diavolo in persona apparve al pastore dicendo: "veru eti ca iò sugnu lariu, ma tu troppu lariu mi facisti!" (è vero che io sono brutto, ma tu fin troppo brutto mi hai riprodotto!). Il povero pastore, a causa della paura, morì.
  • L'assedio saraceno - Verso il 1300, i Corsari barbareschi cinsero d'assedio Savoca, tutti gli abitanti riuscirono appena in tempo a mettersi in salvo dentro la cinta muraria. Tuttavia i savocesi furono presi alla sprovvista, non avendo avuto il tempo di preparare una valida difesa contro gli assedianti. Non avendo armi a sufficienza, cominciarono a scagliare, a mo' di pietre, dal Castello di Pentefur e dalle mura, contro i saraceni, delle grosse forme di duro formaggio maiorchino che erano custodite nei magazzini per le provviste. Gli assedianti saraceni esclamarono: "questa città è floridissima! Se ci scagliano contro grosse pezze di formaggio, di sicuro gli abitanti saranno armati fino ai denti!". Reputando che la battaglia sarebbe stata lunga, sanguinosa e sicuramente infruttuosa, i saraceni tolsero subito l'assedio e, precipitandosi verso la spiaggia presero il largo con le navi da cui poco prima erano sbarcati.
Le antiche e caratteristiche abitazioni savocesi
  • Le due chiese - Verso la fine del XV secolo, si procedeva al restauro di due importanti chiese del paese: la chiesa di Santa Maria in Cielo Assunta (oggi chiesa Madre) e la chiesa di San Nicolò (oggi detta di Santa Lucia). I lavori erano condotti dai due fratelli Trimarchi, abili capomastri del luogo. Il primo, di nome Pietro si occupava dell'odierna chiesa Madre, il secondo, di cui si ignora il nome, restaurava l'altra. La chiesa che fosse stata ultimata per prima, avrebbe avuto il titolo di Cattedrale. Il Trimarchi, che restaurava la chiesa di San Nicolò, era in largo vantaggio sul fratello, poiché, essendo sonnambulo, lavorava pure la notte senza rendersene conto. Ma il poveretto, una notte, venne seguito dalla moglie curiosa, la quale involontariamente svegliò di soprassalto il marito intento a lavorare sul tetto. Questo cadde, morendo sul colpo. Quindi Pietro Trimarchi, dopo aver ultimato i lavori di sua spettanza, completò pure quelli che lo sfortunato fratello aveva lasciato interrotti. Don Pietro divenne ricchissimo tanto che la famiglia Trimarchi rimase per secoli tra le più potenti e facoltose di Savoca.
  • Il furto ai Forzesi - Una mattina di un anno impecisato della fine del Quattrocento, i forzesi portavano in processione, dalla contrada Casale al paese di Forza, una preziosa tavola con la raffigurazione di San Michele Arcangelo, alcuni savocesi armati di bastoni li assalirono e, sottratta la sacra immagine, la portarono al sicuro nell'alto di Savoca, collocandola nell'omonima chiesa. Questo episodio fu solo il primo di una lunga serie di ritorsioni, spesso cruente. L'Archimandrita, irritato dagli scontri continui, ordinò ai contendenti di arrivare alla pace. I notabili savocesi, allora, invitarono a Savoca i loro pari forzesi, per un grande banchetto pacificatore, i forzesi accettarono l'invito e intervennero gioiosi. Ma, fu qui che i savocesi servirono l'ennesima beffa! I servitori avevano l'ordine di servire ai savocesi carne di agnello ed ai forzesi carne di cane. I forzesi non capirono l'inganno, mangiando di gusto la carne servita. I savocesi svelarono la burla solo quando i forzesi erano già usciti dalle porte di Savoca per tornare alle proprie case a Forza d'Agrò. I savocesi apostrofano ancora spregevolmente i forzesi con il titolo di mancia cagnola, (mangiatori di cani), mentre i forzesi accusano i savocesi di essere falsi, ruffiani ed infingardi.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Dato Istat - Popolazione residente al 30 novembre 2011.
  2. ^ Statistiche I.Stat - ISTAT;  URL consultato in data 28-12-2012.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Vito Amico, Dizionario Topografico Siciliano. 1757
  • Giacomo Macrì, Capitolazione della Terra di Savoca alle Armi francesi del 1676. Archivio Storico Messinese. 1906.
  • Giuseppe Trischitta, Cenni storici su Savoca. Inedito. 1918
  • Santo Lombardo, La presenza ebraica nella Terra di Savoca e dintorni. Ed. Comune di Savoca. 2006.
  • Santo Lombardo, Proverbi e modi di dire a Savoca e dintorni. Ed. Comune di Savoca. 2005.
  • Santo Lombardo, Le catacombe del convento dei Cappuccini di Savoca. Storia e Personaggi. Ed. Comune di Savoca. 1995.
  • Santo Lombardo, Vicende storico-amministrative del Comune di Savoca, 1818-1948. Ed. Comune di Savoca. 1998.
  • Vincenzo Pugliatti, Santa Teresa di Riva fu una città Fenicia?. Pubbl. fuori commercio edita dalla Provincia di Messina. 1985.
  • Santi Muscolino, Savoca, un forziere pieno di meraviglie. Ed. Maggioli. 1968.
  • Carmelo Muscolino, Monografia di Antillo. Ed. la Svolta.
  • Giuseppe Caminiti, Storia di Santa Teresa di Riva. EDAS. 1996.
  • sac. Mario D'Amico, Palachorion. Ed. N. Giannotta. 1979.
  • Giuseppe Cavarra, Argennum. ed Akron. 1991.
  • Carmelo Duro, La Valle d'Agrò, ed Città del Sole, 1987.
  • Salvino Greco, Sacro e Profano nella Tradizione popolare messinese. Ed. Provincia Regionale di Messina. 1995.
  • Carmelo Ucchino, Le Valli d'Agrò, di Savoca e di Pagliara. Ed. Antonello da Messina. 2008.
  • Silvio Timpanaro, Savoca. Armando Siciliano Editore. 2008.

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Sicilia Portale Sicilia: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di Sicilia