Quinto potere

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Quinto potere
Quinto potere.jpg
Peter Finch in una scena del film
Titolo originaleNetwork
Lingua originaleinglese
Paese di produzioneStati Uniti d'America
Anno1976
Durata121 min
Rapporto1,85:1
Generedrammatico
RegiaSidney Lumet
SceneggiaturaPaddy Chayefsky
ProduttoreHoward Gottfried
FotografiaOwen Roizman
MontaggioAlan Heim
MusicheElliot Lawrence
ScenografiaPhilip Rosenberg
CostumiTheoni V. Aldredge
TruccoJohn Alese, Lee Harman
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani

Quinto potere (Network) è un film del 1976 diretto da Sidney Lumet e interpretato da Peter Finch, Faye Dunaway e William Holden.

Graffiante satira del mondo televisivo statunitense degli anni settanta, alla sua uscita ottenne un grande successo di pubblico e critica e ricevette dieci candidature agli Oscar vincendone quattro, tra cui quello per il miglior attore protagonista assegnato postumo a Peter Finch, scomparso pochi mesi prima della cerimonia di premiazione.[1]

Anche se lo sceneggiatore Paddy Chayefsky ha affermato che il film non voleva rappresentare tanto una critica nei confronti della televisione quanto un'espressione della sua rabbia «contro la disumanizzazione delle persone»,[2] col passare degli anni gli è stata riconosciuta la capacità di anticipare alcuni aspetti della cultura americana, dalla commistione tra informazione e intrattenimento alla proliferazione di reality show e all'influenza dominante delle grandi corporazioni.[3]

Nel 2000 è stato scelto per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti in quanto giudicato "di rilevante significato estetico, culturale e storico".[4] Nel 2002 è stato introdotto nella Hall of Fame della Producers Guild of America e nel 2018 in quella della Online Film & Television Association.[1]

Trama[modifica | modifica wikitesto]

«Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!»

(Howard Beale)

L'anchorman Howard Beale, volto storico dell'emittente televisiva UBS entrato in crisi dopo la morte della moglie, apprende dall'amico e presidente della divisione notizie Max Schumacher che la dirigenza ha in mente di sostituirlo a causa del calo di ascolti. Il giorno dopo Beale annuncia in diretta che la settimana successiva si ucciderà durante il notiziario della sera, gettando nel panico i vertici del network. Licenziato all'istante, ottiene di poter chiudere la carriera dignitosamente e smentire il suo annuncio, ma una volta in diretta si lancia in nuovi sproloqui. L'incidente fa aumentare di colpo gli ascolti della rete, tanto che la giovane e cinica responsabile dei programmi Diana Christensen decide di sfruttare la situazione. Con l'appoggio del CEO Frank Hackett dà vita a un rivoluzionario giornale-spettacolo e Beale diventa l'ascoltatissimo "pazzo profeta dell'etere". L'unico che non approva il massacro intellettuale dell'amico è Schumacher, che per questo perde il posto e nel contempo lascia la moglie per diventare l'amante di Diana.

Inizialmente le invettive di Beale entusiasmano il pubblico e sono accettate dai vertici dell'azienda che vedono aumentare il ritorno economico, ma quando iniziano a coinvolgere la UBS il presidente Arthur Jensen lo induce a propagandare la sottomissione al sistema. Dopo i toni apocalittici assunti dal programma e l'entusiasmo della dirigenza che aveva visto le sue sorti risollevate grazie agli alti indici d'ascolto, il programma subisce un lento declino. Ma lo stesso Jensen non è intenzionato a recedere dalla linea: Howard continuerà il suo show anche se gli ascolti continueranno a calare. Preoccupati per il loro futuro, Diana, Frank e gli altri dirigenti decidono che l'unica possibilità per salvare la UBS è la morte di Howard. Diana incarica dell'omicidio l'Esercito di Liberazione Simbionese, con il quale aveva già stretto contatti per un violento docu-reality. Durante lo show, due killer sparano ad Howard uccidendolo. La telecamera indugia sul corpo senza vita al centro dello studio mentre la voce fuori campo recita il commento finale: «Questa è la storia di Howard Beale, il primo caso conosciuto di un uomo che fu ucciso perché aveva un basso indice di ascolto».

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Sceneggiatura[modifica | modifica wikitesto]

«Gli americani non vogliono spettacoli di tipo familiare allegri e felici come Eyewitness News, il popolo americano è arrabbiato e vuole spettacoli arrabbiati.»

(Paddy Chayefsky[3])

Il film uscì solo due anni dopo il suicidio della giornalista Christine Chubbuck, avvenuto in diretta televisiva il 15 luglio 1974 a Sarasota in Florida. Tuttavia, nel suo saggio del 2014 Mad as Hell l'autore Dave Itzkoff contesta il fatto che Paddy Chayefsky fosse stato ispirato dall'evento dato che aveva iniziato a scrivere la sceneggiatura mesi prima della morte della Chubbuck e che aveva già programmato che Howard Beale annunciasse di uccidersi durante il notiziario serale.[5]

Già vincitore di due Oscar per Marty, vita di un timido (1955) e Anche i dottori ce l'hanno (1971), Chayefsky si era fatto conoscere come autore televisivo sin dagli anni cinquanta e aveva deciso di creare una storia cupamente satirica sui profondi cambiamenti avvenuti nella televisione e i suoi effetti sulla società americana.[3] «È tutta una follia, la gente adesso è "istantanea"», ha dichiarato in seguito, «a causa della TV abbiamo sviluppato un intervallo di concentrazione di dieci minuti». Lo sceneggiatore intendeva criticare soprattutto quella che vedeva come una piccola élite aziendale che aveva il completo controllo culturale, politico e sociale del medium televisivo e aveva acquisito il potere di «creare o distruggere presidenti, papi e primi ministri».[3] In alcune note conservate nella Library for the Performing Arts di New York affermò di voler affrontare gli effetti negativi del Watergate e della guerra del Vietnam in tutta la programmazione delle reti televisive e descrisse la televisione come «un gigante indistruttibile e terrificante che è più forte del governo».[3]

Mentre sviluppava la sceneggiatura si rese conto che il tono stava diventando sempre più assurdo e iniziò a chiedersi se avrebbe funzionato. Ad aiutarlo fu il suo vecchio amico Sidney Lumet, anch'egli profondo conoscitore del mondo televisivo nel quale aveva iniziato la carriera.[3] Il regista si mostrò molto entusiasta di far parte del progetto e accettò di dirigere il film senza cambiare una parola della sceneggiatura.[6]

Nell'aprile 1974 il produttore Howard Gottfried inviò una bozza alla United Artists, nonostante la major fosse recentemente uscita da una causa intentata proprio da lui e Chayefsky relativa a Anche i dottori ce l'hanno, diretto da Arthur Hiller e co-prodotto dai due tre anni prima. Il presidente dello studio Arthur Krim espresse delle riserve per un argomento ritenuto troppo controverso e l'anno successivo Gottfried propose il progetto alla MGM che accettò di realizzare Quinto potere. A questo punto la UA tornò sui suoi passi e accettò di co-produrre il film.[3][7]

Cast[modifica | modifica wikitesto]

Il primo ruolo ad essere assegnato fu quello di Diana Christensen.[6] Paddy Chayefsky pensò a Candice Bergen, Ellen Burstyn e Natalie Wood mentre lo studio suggerì Jane Fonda o in alternativa Jill Clayburgh, Diane Keaton, Marsha Mason e Kay Lenz. Sidney Lumet avrebbe voluto Vanessa Redgrave ma Chayefsky, ebreo e sostenitore dello Stato di Israele, obiettò sulla base del sostegno dell'attrice all'OLP. All'osservazione mossa da Lumet, anche lui ebreo, che era un "atto da lista nera", lo sceneggiatore rispose: «Non quando un ebreo lo fa a un gentile[3]

Sidney Lumet avrebbe voluto affidare il ruolo di Diana a Vanessa Redgrave, che considerava «la più grande attrice di lingua inglese al mondo».[3]

Nel settembre 1975 la parte fu infine assegnata a Faye Dunaway, che pochi mesi prima aveva ricevuto una candidatura all'Oscar per Chinatown.[7] «Sapevo che questo era un grande ruolo», ha dichiarato nella sua autobiografia, «uno dei ruoli femminili più importanti degli ultimi anni. Con tutta la sua disumanità e ambizione, Diana rappresentava il prezzo pagato da molte donne che cercavano di farsi strada tra i più alti ranghi professionali».[8] L'unico aspetto che non riuscì a capire riguardò il fatto che il personaggio sembrava non avere punti deboli, non aveva idea di come sarebbe potuta essere se la televisione non l'avesse trasformasse nella donna che era diventata. Chayefsky e Lumet le fecero chiaramente capire che volevano una caratterizzazione senz'anima, senza ombre empatiche. «So che la prima cosa che mi chiederai è "Dov'è la sua vulnerabilità?"» le disse il regista, «Non chiederlo, non ne ha. Se provi a intrufolarne qualcuna me ne sbarazzerò in sala di montaggio, quindi sarà uno sforzo sprecato».[3]

Il personaggio di Diana venne modellato sulla figura di Lin Bolen, in quegli anni responsabile della programmazione diurna della NBC,[9] anche se dopo il passaggio televisivo del film avvenuto negli Stati Uniti nel 1978 l'interessata dichiarò di scorgere alcuni parallelismi ma di non riconoscersi nel suo ritratto: «Mi sento terribilmente fraintesa. La gente crederà che io sia come Diana piuttosto che come sono veramente... Vogliono far credere che sia una persona immorale».[10]

Il mentore dell'attrice, il drammaturgo William Alfred, e il marito Peter Wolf, all'epoca frontman della J. Geils Band, lessero la sceneggiatura e la avvertirono che avrebbe potuto rischiare con un ruolo simile, ma la Dunaway decise di provarci.[3] «Dissero che non avrei dovuto farlo... cercarono disperatamente di dissuadermi», ha scritto l'attrice, «si preoccupavano che la gente avrebbe pensato male di me, che avrebbero confuso il personaggio con l'attrice arrivando a credere che fossi davvero così. Stavano cercando di proteggermi». Al contempo ha aggiunto sarcasticamente: «Da Quinto potere non dovevo essere protetta. Alcuni anni dopo, quando venni spinta a fare Mammina cara, avrei dato qualsiasi cosa per essere circondata da persone che cercavano di dissuadermi».[8]

William Holden negli anni settanta.

Per il ruolo di Max Schumacher furono presi in considerazione Charlton Heston, Marlon Brando e Robert Mitchum, fortemente consigliato proprio dalla Dunaway:[6]«Pensavo che Mitchum fosse un attore meraviglioso, un tipo spavaldo di ragazzo sexy e pericoloso... aveva sicuramente l'irascibilità necessaria per il ruolo. Ma Lumet disse di no. Mi disse che non voleva che nessun attore sbilanciasse il film».[11] Chayefsky propose Walter Matthau, Gene Hackman, Glenn Ford o William Holden, che alla fine venne scelto grazie anche al recente successo al botteghino ottenuto con L'inferno di cristallo.[3] «Avevo sentito varie voci su di lui», ha dichiarato in seguito Lumet, «che era molto taciturno, molto riservato, indifferente... Avevo sentito che in passato aveva avuto problemi con l'alcol e non sapevo davvero cosa aspettarmi, sapevo solo che c'era qualcosa di così perfetto in lui per quella parte».[6] L'attore lesse la sceneggiatura e accettò immediatamente, considerandola una grande opportunità.[6] «Pensavo che Paddy Chayefsky avesse scritto qualcosa che conteneva una grande quantità di verità», ha affermato l'attore, «e se non era del tutto vero in quel particolare momento lo sarebbe stato nell'imminente futuro. Sentivo che Paddy aveva creato un personaggio realistico con notevole onestà e integrità e io volevo interpretarlo. Pensai che sarebbe stato divertente lavorare con persone che erano estremamente professionali ed è stato esattamente così. È stato più che divertente».[12]

L'unica preoccupazione della produzione riguardò la possibilità che Holden potesse entrare in conflitto con la Dunaway, dato il rapporto burrascoso proprio durante L'inferno di cristallo. Secondo il biografo Bob Thomas, Holden era stato infastidito dal comportamento dell'attrice durante le riprese, in particolare per la sua abitudine di lasciarlo per ore sul set mentre si occupava di capelli, trucco e telefonate. Un giorno, dopo un'attesa di due ore, Holden la spinse contro un muro del palcoscenico e le disse «Fallo ancora una volta e ti spingerò giù da quel muro!»[3] La Dunaway ha poi dichiarato che le preoccupazioni si dimostrarono infondate: «È stato meraviglioso lavorare con William Holden, ha interpretato Max con una scontrosa eleganza e il giusto mix di furbizia e raffinato intelletto».[12]

I personaggi di Laureen Hobbs e Mary Ann Gifford furono ispirati rispettivamente all'attivista Angela Davis (a sinistra) e a Patty Hearst, sequestrata nel 1974 dall'Esercito di Liberazione Simbionese e unitasi poi al gruppo terrorista.[3]

Le prime considerazioni di Sidney Lumet per il ruolo di Howard Beale riguardarono i giornalisti televisivi Walter Cronkite e John Chancellor, ma nessuno dei due si mostrò disposto all'idea.[13] Chayefsky pensò a Cary Grant, Paul Newman e Henry Fonda, che rifiutò trovando il ruolo troppo "isterico" per i suoi gusti e mostrando un forte "disgusto personale" per il materiale.[7] Dopo che la parte fu rifiutata anche da Glenn Ford, George C. Scott e James Stewart, che ritenne la sceneggiatura inadatta soprattutto per il linguaggio troppo forte, fu Chayefsky a trovare l'ispirazione per Peter Finch.[3] Lumet insistette per ingaggiare un attore americano e anche la produzione pensò che un attore nato in Inghilterra e cresciuto in India e in Australia non fosse la scelta giusta, per cui fu chiesta un'audizione.[3][6]

Compreso immediatamente che il ruolo era un'ottima occasione, Finch si preparò ascoltando ore di trasmissioni di giornalisti americani e registrando su nastro la sua lettura delle edizioni internazionali di New York Times e Herald Tribune. Secondo il produttore Howard Gottfried, Finch «era dannatamente nervoso al primo incontro a pranzo... Dopo averlo ascoltato, Sidney Lumet, Paddy ed io rimanemmo estasiati».[3] Sarebbe stata la sua ultima apparizione sul grande schermo negli Stati Uniti, dove il successivo I leoni della guerra (1977) fu trasmesso solo in televisione nel gennaio del 1977, pochi giorni dopo la sua morte.

Il resto del cast incluse Robert Duvall nel ruolo dello spietato dirigente Frank Hackett (definito da lui stesso come «un feroce presidente Ford»), Ned Beatty (che venne "raccomandato" a Lumet da Robert Altman)[7] in quello di Arthur Jensen, e Beatrice Straight in quello della moglie tradita da Holden, un'esibizione di poco più di 5 minuti che le sarebbe valsa il premio Oscar come miglior attrice non protagonista.[3]

Riprese[modifica | modifica wikitesto]

Dopo due settimane di prove al Diplomat Hotel di New York la produzione si trasferì in Canada, dove il 19 gennaio 1976 cominciarono le riprese ai CFTO-TV Studios di Toronto.[3][12] La lavorazione proseguì di nuovo a New York, dove in un edificio della MGM sulla Sesta Strada furono allestiti gli uffici della UBS, mentre le sequenze nell'appartamento di Frank e Louise Schumacher furono girate negli Apthorp Apartments sulla 79th Street.[14] Le riprese terminarono il 24 marzo, con sette giorni di anticipo sul programma.[14]

Sidney Lumet e il direttore della fotografia Owen Roizman pianificarono uno schema d'illuminazione in tre fasi, "naturalistica", "realistica" e "commerciale",[15] in modo che il film iniziasse con uno aspetto visivo quasi documentaristico, con luce naturale e movimenti minimi della macchina da presa, e assumesse sempre più l'aspetto degli spot pubblicitari man mano che la storia progrediva.[3][7] «Il film parlava di corruzione, quindi abbiamo corrotto la macchina da presa», ha scritto Lumet nel suo libro Making Movies, «Abbiamo iniziato con un aspetto quasi naturalistico... Con il progredire del film le impostazioni della macchina da presa sono diventate più rigide, più formali. La luce è diventata sempre più artificiale... Anche la macchina da presa è diventata vittima della televisione».[16] L'assenza di una vera e propria colonna sonora, fatta eccezione per le musiche di spot pubblicitari e temi di programmi televisivi, aiutò invece a rendere più realistici gli eventi.[17] «Avevo paura che la musica potesse interferire con le battute», ha affermato Lumet, «man mano che la il film andava avanti, i discorsi diventavano sempre più lunghi. Alla prima proiezione era chiaro che qualsiasi musica avrebbe combattuto l'enorme quantità di dialoghi».[18]

Sidney Lumet ha ricordato che Paddy Chayefsky fu quasi sempre presente sul set per supervisionare la sua regia e dargli consigli su come alcune scene avrebbero dovuto essere recitate, cambiando i dialoghi all'ultimo minuto.[14] Il regista ha ammesso che Chayefsky aveva un istinto comico migliore del suo, ma per la scena della lite tra William Holden e Beatrice Straight, Lumet (sposatosi quattro volte) gli disse: «Paddy, per favore, ne so più di te sul divorzio!»[3]

Quando arrivò il momento di girare la scena d'amore con Faye Dunaway, Holden fu terrorizzato ed espresse il suo punto di vista a Lumet: «In generale non mi interessano le scene di copulazione, alcune funzioni del corpo umano sono maledettamente private».[12] Il regista riuscì a convincerlo, spiegandogli l'importanza di una scena tragicomica che confermava la mancanza di grazia e l'imbarazzo del personaggio di Diana,[12] e Holden si esercitò per raggiungere il giusto equilibrio emotivo e fisico richiesto.[19] «Anche se quel giorno il set era chiuso, la scena non si rivelò facile», ha dichiarato l'attrice, «era la scena d'amore più difficile che avessi fatto. Lumet girò quella sequenza in una serie di riprese attentamente orchestrate. Fu girata un pezzo alla volta, da ogni angolazione, e in fase di montaggio fu in grado di farla sembrare continua e fluida».[20]

Distribuzione[modifica | modifica wikitesto]

Il film fu distribuito dalla MGM negli Stati Uniti, dove debuttò il 14 novembre 1976 a New York e Los Angeles, e dalla United Artists a livello internazionale.[21]

Date di uscita[modifica | modifica wikitesto]

  • Uruguay (Poder que mata) – 29 marzo 1977
  • Finlandia (Mannen i bildrutan) – 1º aprile 1977
  • Paesi Bassi (Network) – 7 aprile 1977
  • Messico (Poder que mata) – 5 maggio 1977
  • Spagna (Network, un mundo implacable) – 16 maggio 1977
  • Norvegia (Network) – 27 maggio 1977
  • Filippine (Network) – 19 luglio 1977
  • Hong Kong (Network) – 25 agosto 1977
  • Svezia (Network) – 25 dicembre 1977
  • Ungheria (Hálózat) – 11 settembre 1980

Home Video[modifica | modifica wikitesto]

La prima edizione in DVD è stata distribuita dalla MGM il 24 febbraio 1998, seguita da diverse riedizioni tra cui quella della Warner Home Video uscita il 28 febbraio 2006 per il 30º anniversario del film. In questa edizione, distribuita nel 2011 anche in formato Blu-ray, sono inclusi il commento del regista, un'intervista a Paddy Chayefsky tratta dal talk show Dinah! e i documentari The Making of Network e Private Screenings with Sidney Lumet.[22]

Accoglienza[modifica | modifica wikitesto]

Walter Cronkite, conduttore di CBS Evening News dal 1962 al 1981.

Alla sua uscita il film fu un immediato successo di pubblico e ricevette l'apprezzamento della maggior parte della critica, anche se fu attaccato dal mondo della televisione e in particolare da quello dell'informazione. Il noto anchorman Walter Cronkite lo liquidò come niente più che «una fantasia parodistica che potrebbe essere considerata un piacevole e interessante divertissement», mentre la giornalista e conduttrice Barbara Walters ebbe il timore che Quinto potere avrebbe danneggiato l'immagine del mondo televisivo e dichiarò che non ci sarebbe mai stato «quel tipo di approccio "da show biz" alle news, perché non lasceremo mai che ciò accada».[3][23]

Paddy Chayefsky in seguito ha dichiarato che la sua intenzione non era quella di realizzare «un attacco alla televisione come istituzione in sé, ma solo una metafora» e che il film non era una satira ma «un dramma realistico, l'industria satireggia se stessa».[3][24]

Incassi[modifica | modifica wikitesto]

Negli Stati Uniti il film incassò 23,7 milioni di dollari a fronte di un budget di 3,8 milioni, risultando il 19º maggior successo del 1976.[25][26]

Critica[modifica | modifica wikitesto]

Il sito Rotten Tomatoes riporta il 92% di recensioni professionali con giudizio positivo e il seguente consenso critico: «Spinto dalla furia populista ed esaltato da un'abile regia, una recitazione potente e una sceneggiatura intelligente, la scottante satira sull'informazione schiava degli ascolti rimane tristemente attuale più di quattro decenni dopo».[27] Il sito Metacritic assegna al film un punteggio di 83 su 100 basato su 16 recensioni, indicando un "plauso universale".[28]

Ne 1976 il film riportò ottime recensioni sulla stampa. Sul New York Times Vincent Canby apprezzò sia la regia di Lumet sia le interpretazioni di Finch, Holden e Dunaway, e definì il film «scandaloso... anche vivacemente e crudelmente divertente, una commedia d'attualità che conferma Paddy Chayefsky come un nuovo grande autore satirico americano».[3][29] Anche la rivista Variety sottolineò una regia e un cast eccellenti, con Faye Dunaway e William Holden in una delle loro migliori interpretazioni, e definì il film «una potente miscela di abile invettiva, eccitazione visiva e orrore sociologico».[30]

Il critico Roger Ebert lo descrisse come «un film estremamente ben recitato e intelligente che vuole troppo, che attacca non solo la televisione ma anche la maggior parte degli altri mali degli anni settanta... La sceneggiatura di Paddy Chayefsky non è male, ma alla fine perde il controllo. Ci sono troppe cose che vuole dire». Ebert concluse la sua recensione affermando che «ciò che fa è fatto così bene, è visto in modo così nitido, è presentato in modo così spietato, che Quinto potere sopravviverà a molti film più ordinati».[31] Su The Hollywood Reporter il critico Arthur Knight parlò del film più provocatorio e graffiante da Tutti gli uomini del presidente: «Nessuna performance è meno che brillante, con la Dunaway particolarmente efficace nel ruolo più appariscente del film. Holden, Finch e Duvall, come sempre, contribuiscono con solide interpretazioni e la fotografia oscura di Owen Roizman conferisce al film un aspetto e uno stile unici».[32]

In Italia, dove il film uscì nel marzo 1977, Sandro Casazza lo giudicò nella sua recensione sul quotidiano La Stampa «un film anti-televisivo di solida struttura drammatica, nei toni alti di un sostenuto impegno sociale».[33]

«Howard Beale è un precursore delle persone che ti dicono come ti senti. Non solo quelle dei programmi notturni, di cui io sono una specie di parodia, non solo gli opinionisti ma anche la gente dei notiziari» (Stephen Colbert, New York Times, 2011).[34]

Tra le recensioni negative ci furono quelle dello storico del cinema Richard Schickel, che giudicò la trama «così follemente ridicola che persino nell'America post-Watergate è semplicemente impossibile da accettare»,[35] e di Pauline Kael che su The New Yorker scrisse che Chayefsky si rivolge «direttamente al pubblico... difficilmente si occupa dei personaggi... il film è un'arringa ventriloquiale».[3][29]

Negli anni molti giornalisti e addetti ai lavori hanno confermato l'importanza del film. Nel 2000 Roger Ebert lo ha definito "una pietra di paragone" e "una profezia": «Quando Chayefsky creò Howard Beale avrebbe potuto immaginare Jerry Springer, Howard Stern o la World Wrestling Federation? Ciò che affascina della sceneggiatura... è la facilità con cui cambia marcia. Le scene che coinvolgono Beale e il rivoluzionario "esercito di liberazione" sono allegramente eccessive. Quelle che coinvolgono Diana e Max sono un dramma silenzioso, teso e convincente».[36]

Nel 2011 lo scrittore Dave Itzkoff ha scritto sul New York Times che Quinto potere trentacinque anni dopo «resta un film incendiario e influente e la sua sceneggiatura è ancora ammirata tanto per la sua accuratezza predittiva quanto per la sua veemenza». Lo sceneggiatore Aaron Sorkin, che lo stesso anno ha citato Paddy Chayefsky dopo aver ricevuto l'Oscar per The Social Network,[37][38] ha in seguito affermato che «nessun anticipatore del futuro, nemmeno Orwell, c'ha mai visto giusto come Chayefsky quando scrisse Quinto potere».[3] Secondo Sorkin, «se mettete oggi Quinto potere nel vostro lettore DVD vi sentirete come se fosse stato scritto la settimana scorsa. La mercificazione delle notizie e la svalutazione della verità sono parte del nostro attuale modo di vivere».[3]

Chris Nashawaty di Entertainment Weekly lo ha giudicato «senza tempo ed essenziale» e Colin Kennedy di Empire «tipico della fresca intelligenza del cinema americano degli anni settanta»,[39][40] mentre Michael Atkinson ha scritto su The Village Voice che due decenni dopo è «ancora più sorprendente di quanto non fosse una volta, Hollywood è mai stata così cerebrale, caustica, eticamente apocalittica? Nel guardarlo appare come un esilarante incubo organico, ma Quinto potere è un oggetto accuratamente realizzato, la sua struttura brillantemente nascosta, i suoi ornamenti sardonici realizzati con un'ampia varietà di armi».[41]

Più critici sono stati Jonathan Rosenbaum, che sul Chicago Reader lo ha definito «una satira lagnosa e supponente sulla televisione»,[42] e Philip French del The Guardian, che nel 2015 ha scritto che «le figure principali nel suo dibattito ideologico... sono vivide caricature» ma anche che il film «si esaurisce quando l'invenzione satirica si trasforma in un'ardente e profondamente sincera dichiarazione e il solido produttore di mezza età di William Holden diventa il rappresentante di un'antiquata integrità».[43]

Riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Premi Oscar[modifica | modifica wikitesto]

L'Oscar di Faye Dunaway accanto alla foto The Morning After scattata da Terry O'Neill.

Nel 1977 il film ricevette 10 candidature agli Oscar, vincendone 4 e stabilendo alcuni primati:

Il film inoltre condivide con La signora Miniver, Da qui all'eternità e Gangster Story il primato di cinque candidature e con Un tram che si chiama Desiderio quello di tre Oscar vinti per la recitazione.

I produttori della cerimonia di premiazione avevano chiesto a Chayefsky di accettare il riconoscimento nel caso in cui Finch lo avesse vinto, tuttavia lo sceneggiatore chiamò sul palco del Dorothy Chandler Pavilion la vedova dell'attore, Eletha, che ritirò il premio pronunciando un discorso di ringraziamento. Anche se inizialmente Chayefsky affermò che si era trattato di una scelta non calcolata, in seguito ha riconosciuto di aver scritto lui stesso il discorso della signora Finch.[3]

Il giorno dopo, alle 6.30 del mattino il fotografo Terry O'Neill organizzò al Beverly Hills Hotel una sessione fotografica con Faye Dunaway (che avrebbe sposato nel 1983) da cui originò la foto conosciuta come The Morning After. Nella foto l'attrice è seduta a bordo piscina con la statuetta sul tavolo accanto a lei e diversi giornali sparsi per terra, i cui titoli riportano i festeggiamenti della notte precedente.[46]

In seguito Sidney Lumet ha ammesso di essere stato "furioso" per il fatto che Quinto potere fosse stato battuto da Rocky come miglior film.[3]

Altri premi[modifica | modifica wikitesto]

Miglior regista a Sidney Lumet
Miglior attore in un film drammatico a Peter Finch (postumo)
Migliore attrice in un film drammatico a Faye Dunaway
Migliore sceneggiatura a Paddy Chayefsky
Candidatura per il miglior film drammatico
Miglior attore protagonista a Peter Finch (postumo)
Candidatura per il miglior film
Candidatura per il miglior regista a Sidney Lumet
Candidatura per il miglior attore protagonista a William Holden
Candidatura per la migliore attrice protagonista a Faye Dunaway
Candidatura per il miglior attore non protagonista a Robert Duvall
Candidatura per il miglior montaggio a Alan Heim
Candidatura per la migliore sceneggiatura a Paddy Chayefsky
Candidatura per la migliore colonna sonora a Jack Fitzstephens, Marc Laub, Sanford Rackow, James Sabat e Dick Vorisek
Top Ten Films
Miglior film (ex aequo con Rocky di John G. Avildsen)
Miglior regista a Sidney Lumet
Migliore sceneggiatura a Paddy Chayefsky
Migliore sceneggiatura originale a Paddy Chayefsky
Migliore attrice straniera a Faye Dunaway (ex aequo con Annie Girardot per Corrimi dietro... che t'acchiappo di Robert Pouret)
Migliore sceneggiatura a Paddy Chayefsky
Candidatura per il miglior film
Candidatura per il miglior attore protagonista a Robert Duvall
Candidatura per la miglior attrice protagonista a Faye Dunaway
Candidatura per il miglior attore a William Holden
Candidatura per la miglior attrice a Faye Dunaway
Candidatura per il miglior attore non protagonista a Robert Duvall
Candidatura per la migliore sceneggiatura a Paddy Chayefsky
Candidatura per il miglior regista cinematografico a Sidney Lumet
Miglior attrice a Faye Dunaway
Candidatura per il miglior film di fantascienza
Candidatura per il miglior montaggio a Alan Heim
Candidatura per il miglior film in lingua straniera

AFI 100 Years[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1998 Quinto potere è risultato 66º nella lista dei 100 migliori film statunitensi di sempre dell'American Film Institute e nell'edizione aggiornata del 2007 è salito al 64º posto, mentre il cosiddetto "Mad as Hell speech"[47] è risultato 19º tra le 100 migliori citazioni cinematografiche di tutti i tempi.[48][49][50]

È stato inoltre uno dei 500 titoli scelti dall'AFI per essere inclusi tra le cento migliori commedie e il personaggio di Diana Christensen uno dei 400 migliori "cattivi" della storia del cinema americano, non riuscendo in entrambi i casi a entrare nella classifica finale.[51][52]

Adattamenti[modifica | modifica wikitesto]

Bryan Cranston (nei panni di Howard Beale) nella versione andata in scena nel 2017-2018 al Lyttleton Theatre di Londra.

Nel 2005 fu annunciato che l'attore e regista George Clooney stava pianificando un progetto televisivo ispirato alla sceneggiatura di Chayefsky. In un'intervista per l'Associated Press, Clooney affermò di essere stato contattato dalla CBS per realizzare un film in presa diretta simile a quello che cinque anni prima Stephen Frears aveva tratto dalla sceneggiatura di A prova di errore del 1964 e nel quale Clooney aveva recitato.[53][54] Prima che il progetto venisse abbandonato, Clooney proiettò Quinto potere ad un gruppo di adolescenti e giovani adulti e fu stupito dal fatto che nessuno di loro lo riconoscesse come una satira: «Non riuscivo a capire, poi mi sono reso conto che tutto ciò di cui Chayefsky aveva scritto era successo».[3][53]

Una versione teatrale del film, realizzata dallo sceneggiatore e commediografo britannico Lee Hall, è andata in scena dal 4 novembre 2017 al 24 marzo 2018 al Lyttleton Theatre di Londra, una delle sale del Royal National Theatre. L'adattamento è stato diretto da Ivo van Hove ed ha visto Bryan Cranston nel ruolo di Howard Beale, oltre a Douglas Henshall, Michelle Dockery e Tunji Kasim in quelli di Max Schumacher, Diana Christensen e Frank Hackett.[55] Il 6 dicembre 2018 ha debuttato a Broadway dov'è stato rappresentato al Belasco Theatre fino all'8 giugno 2019, con Cranston di nuovo nel ruolo di Beale e con Tony Goldwyn, Tatiana Maslany e Joshua Boone rispettivamente in quelli di Max, Diana e Frank.[56] La produzione ha ottenuto ottime recensioni sia in patria che oltreoceano e Bryan Cranston ha ricevuto numerosi riconoscimenti per la sua interpretazione, tra cui il Laurence Olivier Award e il Tony Award.[55]

Nella cultura popolare[modifica | modifica wikitesto]

Oltre ad aver dato il titolo al tg satirico australiano Mad As Hell, il "Mad as Hell speech" è stato citati in numerosi film (tra cui Blade: Trinity, Rocky Balboa, My Suicide) e inserito nella canzone Lullaby del cantautore scozzese Gerry Cinnamon, come introduzione di Life Has Value del duo rap francese Chill Bump e in Not for Want of Trying del gruppo post-rock Maybeshewill, dal loro album eponimo del 2008.[57][58] Nel primo episodio della serie televisiva Better Call Saul, Saul Goodman cita una parte del discorso di Arthur Jensen a Beale quando accusa il consiglio del suo ex studio legale, quindi dice al pubblico confuso che la sua citazione proviene dal film. Il discorso è stato inoltre campionato in Corporate Slave degli australiani Snog.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Quinto potere - Awards, www.imdb.com. URL consultato il 26 novembre 2019.
  2. ^ Itzkoff (2014), p. 163.
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  4. ^ Complete National Film Registry Listing, www.loc.gov. URL consultato il 26 novembre 2019.
  5. ^ Itzkoff (2014), p. 47.
  6. ^ a b c d e f Capua (2016), p. 150.
  7. ^ a b c d e Eagan (2010), p. 734.
  8. ^ a b Dunaway & Sharkey (1997), p. 294.
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  11. ^ Dunaway & Sharkey (1997), p. 296.
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  13. ^ Lumet (2006), p. 68.
  14. ^ a b c Network (1976), www.catalog.afi.com. URL consultato il 26 novembre 2019.
  15. ^ Itzkoff (2014), p. 105.
  16. ^ Lumet (2010), p. 85.
  17. ^ Altschuler (2017), p. 90.
  18. ^ Lumet (2010), p. 178.
  19. ^ Capua (2016), p. 152.
  20. ^ Dunaway & Sharkey (1997), p. 301.
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  28. ^ Network (1976), www.metacritic.com. URL consultato il 26 novembre 2019.
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  31. ^ Network, www.rogerebert.com. URL consultato il 26 novembre 2019.
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  33. ^ Sandro Casazza, Hollywood attacca la tv, in La Stampa, 19 marzo 1977.
  34. ^ Stephen Colbert Notes the Death of "Straight News", www.theatlantic.com. URL consultato il 26 novembre 2019.
  35. ^ Network Reviews, www.rottentomatoes.com. URL consultato il 26 novembre 2019.
  36. ^ Network, www.rogerebert.com. URL consultato il 26 novembre 2019.
  37. ^ Durante la cerimonia degli Oscar del 2011, Aaron Sorkin ha aperto il suo discorso dicendo «È impossibile descrivere cosa si prova a ricevere lo stesso premio assegnato a Paddy Chayefsky trentacinque anni fa per un altro film con "network" nel titolo».
  38. ^ Academy Awards Acceptance Speech Database, www.aaspeechesdb.oscars.org. URL consultato il 26 novembre 2019.
  39. ^ Network, www.ew.com. URL consultato il 26 novembre 2019.
  40. ^ Network Review, www.empireonline.com. URL consultato il 26 novembre 2019.
  41. ^ Prophecies Fulfilled in a Cerebral, Caustic American Classic, www.villagevoice.com. URL consultato il 26 novembre 2019.
  42. ^ Network, www.chicagoreader.com. URL consultato il 26 novembre 2019.
  43. ^ Network review – Philip French on Paddy Chayefsky and Sidney Lumet's enduring satire, www.theguardian.com. URL consultato il 26 novembre 2019.
  44. ^ Ad oggi l'unico altro caso di Oscar postumo ad un attore è quello di Heath Ledger, premiato nel 2009 come miglior attore non protagonista per Il cavaliere oscuro.
  45. ^ Anche Charles Brackett, Billy Wilder, Francis Ford Coppola e Woody Allen hanno vinto tre Oscar per la migliore sceneggiatura ma tutti come co-autori in almeno un caso.
  46. ^ Quinto potere - Trivia, www.imdb.com. URL consultato il 26 novembre 2019.
  47. ^ «I'm as mad as hell, and I'm not going to take this anymore!» («Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!») è l'invettiva che Howard Beale incita a gridare fuori dalle finestre agli spettatori che stanno seguendo il suo programma.
  48. ^ AFI'S 100 Years...100 Movies, www.afi.com. URL consultato il 26 novembre 2019.
  49. ^ AFI'S 100 Years...100 Movies - 10th Anniversary Edition, www.afi.com. URL consultato il 26 novembre 2019.
  50. ^ AFI's 100 Years...100 Movie Quotes, www.afi.com. URL consultato il 26 novembre 2019.
  51. ^ America's 100 Greatest Movies - AFI's 100 YEARS...100 MOVIES - The 400 Nominees (PDF), www.devaficalmjediwestussa.blob.core.windows.net. URL consultato il 26 novembre 2019.
  52. ^ AFI's 100 Greatest Heroes & Villains (PDF), www.devaficalmjediwestussa.blob.core.windows.net. URL consultato il 26 novembre 2019.
  53. ^ a b Clooney and Eye "Network", www.variety.com. URL consultato il 26 novembre 2019.
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  55. ^ a b Network, www.nationaltheatre.org.uk. URL consultato il 26 novembre 2019.
  56. ^ Network, www.ibdb.com. URL consultato il 26 novembre 2019.
  57. ^ Airdate: Shaun Micallef's Mad as Hell, www.tvtonight.com.au. URL consultato il 26 novembre 2019.
  58. ^ "It's From a Movie": a Guide to Better Call Saul, www.geekandsundry.com. URL consultato il 26 novembre 2019.

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