Giuseppe Taliercio

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La fotografia di Taliercio prigioniero, diffusa dalle BR, con cui fu rivendicato il rapimento

Giuseppe Taliercio (Carrara, 8 agosto 1927Venezia, 5 luglio 1981) è stato un ingegnere e dirigente d'azienda italiano dello stabilimento petrolchimico della Montedison di Marghera, vittima delle Brigate Rosse e insignito postumo della medaglia d'oro al valor civile.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Giuseppe Taliercio, era l'ultimo di quattro figli. La madre, Clorinda Buono, rimasta vedova del marito Luigi (erano entrambi ischitani), mantenne i figli con un negozio di terracotte e articoli vari. Dopo aver frequentato il Liceo Scientifico "Guglielmo Marconi" di Carrara, si laureò in Ingegneria all'Università di Pisa. Nel 1952 ricevette l'impiego allo stabilimento petrolchimico della Montedison di Porto Marghera, di cui divenne in seguito direttore generale.[1] Nel 1954 sposò Gabriella, conosciuta nelle file dell'Azione Cattolica, e si stabilì a Mestre. Dal loro matrimonio nacquero cinque figli. All'inizio degli anni ottanta la situazione di conflittualità a Porto Marghera era molto elevata. Il 29 gennaio 1980 era stato ucciso Sergio Gori, vicedirettore dello stabilimento, e pochi mesi dopo, il 12 maggio, venne assassinato il commissario Alfredo Albanese, che seguiva le indagini dell'omicidio Gori. Le Brigate rosse ritenevano Taliercio responsabile delle morti sul lavoro verificatesi nel corso del suo operato manageriale. Taliercio venne rapito il 20 maggio 1981 da alcuni brigatisti penetrati nella sua abitazione e, dopo 46 giorni di prigionia, venne fatto ritrovare cadavere nelle vicinanze della Montedison, rinchiuso nel bagagliaio di una Fiat 128 azzurra, con il corpo crivellato da 17 colpi.

Durante la sua prigionia le Brigate Rosse non chiesero mai esplicitamente una contropartita per la sua liberazione. Francescutti, uno dei tre brigatisti autori del sequestro, disse: «Chi delle BR gestiva da Roma questo sequestro si aspettava che la controparte facesse delle offerte. L'idea di aver rapito un responsabile di un delitto sociale come le morti sul lavoro o l'inquinamento era come se ci desse il diritto di vita o morte». Alle BR però non vennero fatte offerte, e solamente vent'anni dopo un dirigente della Montedison affermerà che l'allora presidente Schimberni aveva dato carta bianca in caso servisse denaro per la liberazione di Taliercio [2]. I risultati dell'autopsia rivelarono che Taliercio non aveva mangiato negli ultimi cinque giorni e che aveva un incisivo rotto alla radice, verosimilmente a causa di maltrattamenti; durante la prigionia, come poi emerse nel corso del processo, egli si era opposto alla collaborazione coi carcerieri.

Il funerale si svolse il 10 luglio del 1981 nella Chiesa parrocchiale di Marina di Carrara alla presenza del Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Giuseppe Taliercio, che è sepolto nel cimitero di Turigliano, quando venne ucciso aveva 53 anni.

Processo[modifica | modifica wikitesto]

Antonio Savasta, membro delle Brigate Rosse, che confessò di essere stato l'autore dell'omicidio[3], e divenne collaboratore di giustizia, grazie ad un forte sconto di pena fu condannato a 10 anni di carcere;[4] il terrorista Cesare Di Lenardo e i tre esecutori materiali del sequestro, Pietro Vanzi, Francesco Lo Bianco e Gianni Francescutti, vennero condannati all'ergastolo.

Commemorazioni[modifica | modifica wikitesto]

Lapide in memoria nella Parrocchia di Marina di Carrara

Riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Dediche[modifica | modifica wikitesto]

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Medaglia d'oro al valor civile (alla memoria) - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro al valor civile (alla memoria)
«Direttore di uno stabilimento industriale, esercitava il suo incarico con profondo senso morale, onestà intellettuale e rigorosa coerenza, sempre a difesa delle istituzioni democratiche. Sequestrato da appartenenti a forze eversive non desisteva dal suo atteggiamento coraggioso e fiero e, barbaramente seviziato, veniva trucidato dai suoi carcerieri sacrificando la vita al più alti ideali di libertà e di giustizia. Marghera, 6 luglio 1981.»
— 19 marzo 1982
Commendatore dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana - nastrino per uniforme ordinaria Commendatore dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana
— 2 giugno 1980

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Da www.santiebeati.it
  2. ^ Il martire dimenticato del terrorismo, Famiglia Cristiana, 8 luglio 2010
  3. ^ vittimeterrorismo.it. URL consultato il 18 novembre 2010 (archiviato dall'url originale il 16 ottobre 2007).
  4. ^ archiviostorico.unita.it[collegamento interrotto]
  5. ^ radioradicale.it
  6. ^ famigliacristiana.it[collegamento interrotto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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