Storia della Slovacchia

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Categoria: Storia della Slovacchia

La storia della Slovacchia è strettamente dipendente dalla definizione che si assume come corretta per collocare storicamente la "Slovacchia" stessa. Una "storia della Slovacchia", infatti, può essere rintracciata solo in modo piuttosto retrospettivo, poiché, come stato nazionale, la Slovacchia non esiste fino al 1939, per poi essere nuovamente inglobata nella Cecoslovacchia e tornare indipendente nel 1993. In precedenza, infatti, la Slovacchia poteva essere vista unicamente come una regione facente parte di altre entità politiche, priva oltretutto di una decisiva e consapevole omogeneità culturale "slovacca", bensì abitata da numerose minoranze, soprattutto ungheresi, ceche, austriache e tedesche. Si presenta qui la storia del territorio che rientra nei confini dell'attuale Repubblica Slovacca.

Età della pietra[modifica | modifica sorgente]

La grotta di Čertova pec, importante sito paleolitico.

Paleolitico[modifica | modifica sorgente]

I più antichi reperti trovati in territorio slovacco, in particolare nella zona a nord di Bratislava, fanno risalire la presenza umana in questa regione al Paleolitico inferiore. Si tratta per lo più di pietre lavorate in tecnica olduvaiana databili fra 600.000 e 300.000 anni fa.[1] Resti della cultura acheuleana paiono essere stati ritrovati presso Bratislava, mentre strumenti costruiti secondo la tecnica clactoniana sono stati ritrovati soprattutto nei siti archeologici di Nové Mesto nad Váhom e nella Slovacchia orientale, ovvero a Vyšné Ružbachy e nella valle dell'Hornád a sud di Košice (Milhosť, Seňa, Čaňa[1] e Poľov).

Utensili in pietra risalenti al Paleolitico medio sono stati rinvenuti lungo tutta la valle del fiume Váh, soprattutto nella grotta del Preposto (Prepoštská jaskyňa) vicino Bojnice[2][3] e in altri siti vicini, ma le scoperte più importanti per quel periodo sono un cranio di Homo neanderthalensis del CC millennio a.C., emerso vicino Gánovce, e altri resti ossei di Neanderthal ritrovati presso Šaľa[1]. Altri ritrovamenti di questo periodo si concentrano nell'alta valle del fiume Hornád. La cultura dei Neanderthal portò importanti innovazioni tecnologiche, economiche, spirituali e insediative.
Durante il mousteriano gli insediamenti si intensificarono (a Bojnice, ad esempio) e si spostarono su zone più alte e periferiche, tanto nella Slovacchia orientale (valle del Laborec) che in quella occidentale (valle del Teplica).[1]

La Venere di Moravany, custodita nel Museo Nazionale Slovacco

La fase di transizione al Paleolitico superiore è caratterizzata dalla cultura szeletiana (circa 40000 anni fa), che si sviluppò lungo tutto il Danubio e di cui rimangono principalmente caratteristiche punte "a foglia".[1] La Slovacchia orientale sperimentò la cultura aurignaziana (42000 a.C. - 22000 a.C.), di cui rimangono bulini e spatole ricavate in selce, nonché punte di lancia in osso.[1] Portatori di questa cultura erano gli Homo sapiens.[1]
La cultura più importante del paleolitico in Slovacchia fu la gravettiana, databile in Slovacchia dal 30000 a.C. al 25000 o al 21000 a.C., di cui abbiamo ampie testimonianze nelle vallate del Váh (Nemšová, Nové Mesto nad Váhom, Vlčkovce nad Váhom, Moravany nad Váhom, Zamarovce, Pruské), presso Nitra, Svodín, Gánovce e, nella Slovacchia orientale, nella valle dell'Ondava (Hrčeľ, Kašov, Cejkov, Zemplín), nei pressi dei confini con l'Ucraina (Vysné Nemecké, Vojnatina) e nella valle dell'Hornád nei pressi dell'aeroporto di Košice (Barca).[1] Gli uomini della cultura gravettiana erano principalmente cacciatori, soprattutto di mammut, assai diffusi nella zona durante il periodo glaciale. Oltre alla pietra lavoravano abilmente l'osso, i palchi e l'avorio, ricavandone oggetti complessi come aghi, cucchiai, mazze, arpioni, lance, ecc. Gli insediamenti, formati da capanne a pianta circolare, aumentarono e divennero più stabili, tanto da essere occupati per diverse migliaia di anni. Gli archeologi hanno rinvenuto anche prime attestazioni di produzione artistica: dipinti rupestri e statuette, fra cui famose "veneri paleolitiche".[1] Il ritrovamento forse più celebre è la statuetta in osso di mammut nota come Venere di Moravany risalente al XXIII millennio a.C. trovata nel 1940 durante degli scavi archeologici a Moravany nad Váhom nei pressi di Piešťany. Numerosi monili fatti con gusci di gasteropodi del periodo Terziario provenienti da siti limitrofi (Moravany-Žákovská[4], Podkovice[5], Hubina e Radošina) testimoniano le prime tracce di scambi commerciali tra il Mediterraneo e l'Europa centro-orientale.

In corrispondenza dell'acme del pleniglaciale würmiano intorno al 20000 a.C., le culture gravettiane europee si differenziarono. In Europa centro-orientale si svilupparono complessi detti epigravettiani, paralleli a quelli magdaleniani occidentali. In Slovacchia ne è un esempio il sito di Veľká Ves nad Ipľom.
L'instabilità climatica e la fine della glaciazione Würm (12000 a.C.) provocarono forti mutamenti ambientali. Sparirono i gruppi di cacciatori, la densità abitativa scese sensibilmente e la Slovacchia si spopolò. L'industria litica produceva oggetti di piccole dimensioni (microliti), realizzati in materiale locale, segno della fine delle reti di scambio fra gruppi diversi. Rimangono testimonianze delle culture mesolitiche sia in Slovacchia orientale (tardenoisiano) che occidentale (sauveteriano).

Neolitico[modifica | modifica sorgente]

Mappa del Neolitico europeo nel periodo 4500-4000 a.C.

La transizione al neolitico in Europa centro-orientale avvenne a partire dall'inizio del VI millennio a.C. Fu quasi sicuramente frutto di migrazioni[6] e mostra l'avvento delle prime tecniche agricole e della pastorizia. Si diffusero nuove tecniche di lavorazione della pietra, della ceramica e delle fibre tessili. A partire dal neolitico il territorio slovacco mostra la presenza di attività commerciali di conchiglie, ambra, monili e armi. La cultura di questo periodo prende il nome di cultura danubiana.

Più in particolare, la Slovacchia occidentale sperimentò la cultura della ceramica lineare (occidentale), mentre in Slovacchia orientale la cultura dei "gracili popoli mediterranei" Starčevo-Körös, sviluppatasi lungo il fiume Tisza, cedette il passo alla cultura dell'Alföld, prima variante della cultura della ceramica lineare orientale[6].

Löss slovacco. I löss erano i suoli preferite dall'insediamento neolitico antico.

I gruppi umani che popolarono la parte occidentale all'inizio del neolitico risalirono i corsi dei fiumi tributari del Danubio (il Hron, il Morava, il Váh - e i suoi tributari Nitra e Dudváh), insediandosi sulle fertili terrazze di löss. I manufatti in ceramica più antichi sono per lo più di bassa qualità, privi di decorazioni e cotti a basse temperature. Non mancano però esempi di decorazioni schematiche "a spina di pesce" e persino figurine antropomorfe e zoomorfe.
Nella parte orientale l'attenuarsi dell'influenza della cultura di Starčevo-Körös portò a una diversificazione culturale fra l'area di Košice e del Šariš (caratterizzate da ceramiche decorate a incisione) e quella riconducibile alla grande pianura ungherese, nell'estremo sud-est della Slovacchia (caratterizzate da ceramiche dipinte). In generale, la cultura della ceramica orientale mostra una assai più grande varietà di forme e decorazioni rispetto a quella occidentale[6].

Il neolitico intermedio (dalla fine del VI millennio a.C. alla metà del V millennio a.C.) nella Slovacchia occidentale vide l'apice della cultura della ceramica lineare. Si diffuse l'uso della "casa lunga" come tipica struttura abitativa e le sepolture iniziarono ad essere raggruppate in necropoli poste all'esterno dei centri abitati. I corpi dei defunti erano inumati in fosse ovali in posizione flessa, a volte accompagnate da corredi (vasellame, asce, arnesi di pietra, conchiglie e - raramente - collane). Nella produzione ceramica si diffuse l'uso di decorazioni "a note musicali" (cultura della ceramica a note musicali) e si modificò la forma del vasellame, spesso dotato di un collo. Nel sud-ovest della Slovacchia, dalla cultura della ceramica lineare si sviluppò la cosiddetta "cultura Želiezovce", caratterizzata dall'introduzione di nuovi strumenti, come ad esempio trapani per bucare le pietre, e di magazzini per lo stoccaggio dei cereali. In questo periodo si riscontrano tracce di migrazioni su larga scala, risultanti da improvvisi cambiamenti climatici ed ambientali. Alcuni gruppi giunsero nella zona di Spiš dalla Polonia meridionale, altri provenienti dal sud si insediarono fra Banská Bystrica e Zvolen[6].

Mappa del neolitico europeo all'apogeo dell'espansione danubiana, 3500 a.C. ca.

In alcune zone della Slovacchia orientale si diffuse la cultura di Bükk, portata da uomini cro-magnonidi di probabile origine mesolitica provenienti dai monti Bükk dell'odierna Ungheria, i quali intrattenevano numerosi scambi commerciali con le circostanti popolazioni neolitiche. I portatori della cultura di Bükk lavoravano e commerciavano la preziosa ossidiana, producevano ceramiche più pregiate e variegate, riccamente decorate con motivi derivati dalla vicina cultura lineare orientale. Abitavano soprattutto zone sopraelevate (colline, burroni, pendii) situate in posizioni strategiche facilmente difendibili e frequentavano le numerose caverne nel territorio slovacco orientale (fra cui spicca il grande complesso carsico di Baradla-Domica, già utilizzato a partire dal paleolitico superiore) per fini più rituali che abitativi[7].

Copia della venere ritrovata a Nitriansky Hrádok, presso Šurany.
Ricostruzione di un fossato circolare neolitico (4840-4590 a.C.) al Museo Quintana di Künzing.

Nel tardo neolitico (dalla metà del V all'inizio del IV millennio a.C.) tutta l'Europa centro-orientale e balcanica sperimentò il passaggio a culture dalla ceramica dipinta. In questo contesto, la cultura di Lengyel in Slovacchia occidentale si situa in continuità con la cultura Želiezovce. Il passaggio fu forse dovuto all'integrazione fra le popolazioni mesolitiche cro-magnonidi con quelle neolitiche dei "gracili mediterranei"[6]. Si registrano cambiamenti negli oggetti comuni (recipienti più complessi, dotati di piedi e ampiamente dipinti) e nelle armi (sono state rinvenute numerose punte di frecce, asce e mazze da combattimento). La dieta, prima prevalentemente a base di animali domestici, venne integrata con cacciagione, mentre nelle necropoli (il sito più importante è Mlynárce presso Nitra) coesistono sepolture per inumazione e per cremazione. La cultura di Lengyel fu caratterizzata da un'incredibile aumento della densità degli insediamenti, i più grandi dei quali erano dotati di "fossati circolari", architetture preistoriche composte da uno o più fossati concentrici e palizzate (siti di Svodín, Bučany, Borová - Ružindol, Nitriansky Hrádok). La funzione di tali strutture è incerta, anche se si ritiene che non avessero funzioni difensive, bensì religiose, data anche la loro particolare orientazione astronomica. Sistemazioni del genere sono state ritrovate in tutta l'Europa centrale. La loro improvvisa scomparsa, dopo un tempo relativamente breve, pare essere stata a volte violenta, poiché molte di esse furono rase al suolo. In questi siti sono state ritrovate anche alcune figurine plastiche fra cui la "Venere di Hrádok"[6].

Età dei metalli[modifica | modifica sorgente]

Età del rame[modifica | modifica sorgente]

Durante l'età del rame in Slovacchia si verificarono cambiamenti radicali delle strutture economiche e sociali, con conseguenze sull'insediamento, sul commercio, sui modelli culturali e religiosi. Vennero introdotte nuove tecniche agricole (primordiali aratri, gioghi, l'uso di buoi da tiro...). Lo sviluppo della manifattura locale del rame, soprattutto nella Slovacchia centrale ed occidentale, divenne presto un'importante fonte di ricchezza per le popolazioni locali. L'uso dei metalli velocizzò il processo di differenziazione delle proprietà e rinforzò la posizione sociale maschile, con il passaggio a strutture marcatamente patriarcali. Assieme ad insediamenti fortificati su zone elevate coesistevano comunità agricole sparse nelle zone pianeggianti.

Nella parte occidentale del paese permase inizialmente la cultura di Lengyel, sebbene gli insediamenti si spostarono verso le zone elevate e verso nord. La ridotta dimensione delle case negli insediamenti (Brodzany, Branč e Jelšovce), così come quella dei cimiteri (ancora bi-rituali), fa pensare ad un passaggio a strutture familiari più ridotte. Si assiste ad una rinnovata frequentazione delle grotte, in una delle quali (Lisková) è stata ritrovata una statuetta metallica di un toro da tiro risalente al IV millennio a.C.
Dall'incontro fra la cultura nordica del bicchiere imbutiforme e quella meridionale del lago Balaton si sviluppò in Slovacchia occidentale (ma anche in Moravia e Bassa Austria) la manifattura di ceramiche di tipo "Retz-Bajč", caratterizzate da profonde incisioni riempite con pasta bianca, forse usate a scopo rituale.[8] Allo stesso tempo fiorì la metallurgia del rame, con produzione di daghe, asce, asce da guerra, cunei e scalpelli.

Nella zona orientale del paese si registra una continuità con la cultura tardo-neolitica di Tiszapolgár, la quale giunse progressivamente ad altissime quantità di produzione di rame. Il ritrovamento di blocchi di selce pesanti fino a 20 kg importati dall'Ucraina testimoniano la presenza di direttrici commerciali di lunga distanza, nonché lo sviluppo delle tecniche di trasporto. In questo periodo infatti si attesta per la prima volta l'uso del cavallo, probabilmente sotto l'influenza di popolazioni nomadiche orientali.

A partire dalla seconda metà del IV millennio a.C., e per quasi mille anni, l'intera Slovacchia venne unificata sotto la Cultura di Baden. Tipiche di questo periodo sono tazze con anse sporgenti verso l'alto, ceramiche decorate con motivi geometrici a lisca di pesce o a zig-zag. Vennero occupate nuove valli mentre i siti strategici localizzati in posizioni elevate e fortificati (es. Bratislava, Devín) spesso mantennero la loro funzione fino al Medioevo. La cultura religiosa aveva un ruolo di primo piano, con la presenza di statuette di idoli, cerimonie rituali nelle caverne e sepolture bi-rituali, con prevalenza dell'inumazione nella parte occidentale e cremazione in quella orientale.

Età del Bronzo[modifica | modifica sorgente]

Utensili della prima età del bronzo slovacca (cultura di Maďarovce).

l'età del Bronzo in Slovacchia è datata fra il 2300 a.C. e il 750 a.C. A questo periodo appartiene la cultura funeraria dei Carpazi e quella del medio Danubio. In Slovacchia, a Vráble, è stata rinvenuto uno dei più grandi insediamenti dell'età del Bronzo in Europa (circa 20 ettari), attribuito alla cultura di Maďarovce. Era abitato da circa 1000 persone, dotato di strade e tre fossati a rinforzo delle fortificazioni.

Dopo la scomparsa delle civiltà di Čakany e Velatice, il popolo residente in Lusazia (Cultura lusaziana) si espanse edificando robuste e complesse fortificazioni, con la comparsa di ampie abitazioni e di centri amministrativi, e una sostanziale crescita nel commercio e nelle tecniche agricole.

Durante questa fase la differenziazione e la ricchezza delle sepolture iniziò a diversificarsi notevolmente. Gli abitanti della regione slovacca iniziarono a produrre diversi manufatti, quali armi, scudi, monili, piatti e statue. L'arrivo delle nuove comunità tribali dalla Tracia distrussero la civiltà del gruppo locale di Calenderberg, che viveva in piccoli villaggi rurali nella pianura di Sereď e le loro fortezze sulla sommità dei monti Smolenice e Molpír.

Il potere locale dei principi della Cultura di Hallstatt scomparve nel territorio slovacco durante l'ultimo periodo dell'età del Ferro, dopo i conflitti scoppiati tra il popolo Scito-Trace e le tribù celtiche che avanzavano da sud verso nord seguendo i corsi d'acqua della regione. La vittoria finale dei Celti segnò l'inizio della tarda età del Ferro. La loro occupazione del territorio slovacco ebbe termine con l'inizio delle incursioni delle popolazioni germaniche e con l'espansione dell'Impero Romano.

Dominazione romana[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerre marcomanniche.
L'iscrizione romana a Trenčín

Il periodo di dominazione romana iniziò nel 6 d.C. con l'arrivo delle legioni per sconfiggere i Marcomanni ed i Quadi. Tuttavia, nonostante le loro vittorie sulle tribù barbare, i Romani occuparono solo una piccola parte del territorio slovacco. Solo nel 174 l'imperatore Marco Aurelio penetrò più all'interno nelle vallate di Váh, Nitra e Hron. Durante la seconda spedizione nel 179, la legione II Adiutrix lasciò un'iscrizione sulla roccia del castello di Trenčín, chiamando il luogo Laugaricio e lasciando così la testimonianza del punto più estremo raggiunto dalla presenza romana.

L'età delle grandi invasioni[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Invasioni barbariche del V e VI secolo.
Elmo del tipo "Baldenheim", da Dolné Semerovce, VI secolo.

Gli Slavi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Slavi.

Gli storici romani e germanici hanno sempre sostenuto che gli insediamenti in Europa Centrale delle popolazioni degli Slavi abbiano avuto inizio non prima del VI secolo. Tuttavia alcuni elementi dimostrano che dall'inizio del VI secolo una popolazione slava occupava già una vasta porzione del territorio slovacco che si estendeva dalla Vistola al Nistro (Dniestr) e dal Danubio alla Pannonia e la Carinzia. I più recenti ritrovamenti archeologici hanno fatto sviluppare una teoria secondo la quale le popolazioni Slave si siano sviluppate decine di migliaia di anni prima dell'era cristiana, in mezzo ai movimenti di tribù germaniche e celtiche, e alcuni testi di storici romani e greci attestano la presenza slava in epoche più antiche di quelle ufficialmente stimate.

La prima testimonianza che fa riferimento agli Slavi (Venedes) appare nell'opera di Erodoto di Alicarnasso intorno al 400 a.C. La menzione di una presenza slava si trova nell'opera di Plinio il Vecchio e di Tacito. La prima forma latinizzata per le popolazioni slave, Souveni, appare negli scritti di Claudio Tolomeo nel 160. Le popolazioni slave che vivevano nel corso centrale del Danubio prima dell'VIII secolo usavano la forma Sloveni (Slověne). Gli Slovacchi e gli Sloveni che emersero da queste popolazioni continuarono a usare questa denominazione.

Ricerche recenti hanno scoperto prove che dimostrano la coesistenza di popolazioni slave e celtiche nella regione di Liptov nel nord della Slovacchia, nell'area di Liptovská Mara. Nel II e nel III secolo le popolazioni unne iniziarono ad abbandonare le steppe dell'Asia Centrale ed attraversarono il Danubio nel 377, occupando la Pannonia che usarono per circa 70 anni come base per le loro scorrerie in Europa. Nel 451, sotto il comando di Attila essi attraversarono il Reno devastando la Gallia e poi i Pirenei devastando la Catalogna. Tuttavia la morte di Attila nel 453 portò alla graduale scomparsa degli Unni e nel 568 la popolazione semi-Mongola degli Avari iniziò a calare in Europa Centrale.

Il regno di Samo[modifica | modifica sorgente]

Illustrazione di fantasia di Samo
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Regno di Samo.

Quello che rimase delle popolazioni slave, dopo le prime invasioni, si stabilì nella zona centrale del Danubio. La nascita dell'Impero di Samo nel 623 fu la risposta alle invasioni barbariche, in particolare al dominio avaro. L'Impero di Samo, la prima conformazione politica creata dalle popolazioni slave di cui abbiamo notizia, ottenne l'autonomia da Franchi e Avari, sconfiggendo l'esercito franco di re Dagoberto I nella battaglia di Wogastisburg nel 631. Tuttavia, il regno non sopravvisse alla morte di Samo, avvenuta fra il 658 ed il 660.

Il principato di Nitra[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Principato di Nitra.

La supremazia degli Avari venne definitivamente spezzata nell'803 quando Carlo Magno li sconfisse con l'aiuto degli Slavi a nord del Danubio e del principato di Nitra. Le popolazioni slave del Danubio soffrirono enormi perdite umane nel contenere due grandi invasioni dalle tribù asiatiche, giocando un ruolo essenziale come scudo umano a protezione del continente europeo contro i violenti raid delle popolazioni nomadi dell'Oriente.

Alla fine del IX secolo un'ulteriore tribù nomade, i Magiari, fecero il loro ingresso nella pianure della Pannonia.

L'epoca della Grande Moravia[modifica | modifica sorgente]

Il principe Rastislav in un dipinto conservato presso la Galleria Nazionale di Bratislava
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Grande Moravia.

La prima testimonianza scritta di sovrani slavi in Pannonia risale all'803. Nell'805 la presenza del principe Vratislav, signore del castello di Bratislava, marca il secondo periodo della presenza slava nella regione. Il documento dell'anonimo geografo bavarese dal titolo Descriptio Civitatum et Regionum ad septentrionalem plagam Danubiti fa menzione nell'817 di 30 castelli nel territorio del principato di Nitra e di 11 castelli nel territorio del principato di Moravia.

Cirillo e Metodio[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cirillo e Metodio.

I nomi di Cirillo e Metodio appaiono nella storia della chiesa e della cultura bizantina allorché il principe Ratislao, duca della Grande Moravia (nel centro Europa), al fine di sottrarsi all'imperialismo di Ludovico il germanico, re di Baviera (la parte orientale dell'ex-impero carolingio), chiese al basileus bizantino, Michele III, di inviargli una missione evangelizzatrice. Questo negli anni 862-863.

Ludovico infatti non aveva ancora occupato militarmente la Moravia, però si stava servendo dei missionari franco-germanici provenienti dai vescovati di Salisburgo e Passau per crearsi il terreno propizio (i primi missionari arrivarono verso l'anno 800). Non gli era facile conquistare la Moravia, sia perché questa era un potente Stato comprendente molte tribù slave (l'unione delle quali servì appunto a respingere i tentativi espansionistici di Carlo Magno), sia perché il papato gli si opponeva, temendo il rafforzarsi della chiesa germanica, che pretendeva un'autonomia sempre maggiore.

Pressato dalle popolazioni locali di lingua slava, che erano particolarmente ostili ai missionari germanici, che -nel rispetto delle direttive pontificie- imponevano l'uso del latino per la liturgia e la lettura della Bibbia, il duca Ratislao chiese a Roma dei missionari che conoscessero la lingua slava, ma, non avendo ottenuto soddisfazione, decise di rivolgersi all'imperatore di Bisanzio Michele III.

Ben felice di accogliere l'invito del duca moravo, il basileus, con l'appoggio del patriarca di Costantinopoli Fozio, inviò nell'863 due dei suoi migliori intellettuali, appunto Cirillo (che in realtà si chiamava Costantino) e Metodio, suo fratello: il primo esperto in filosofia, il secondo in diritto, ed entrambi in teologia e linguistica. Il periodo iconoclastico era terminato e l'imperatore bizantino aveva ritrovato nuova forza e coesione politico-religiosa. La richiesta del duca veniva pertanto a coincidere con le esigenze espansionistiche di Bisanzio o comunque con le preoccupazioni di non vedere estendersi il potere germanico verso est.

La speranza di veder confluire tutti gli slavi nell'orbita bizantina, attraverso la possibile conversione all'ortodossia da parte dello Stato moravo, si scontrava però con un'altra dura realtà: l'insediamento del forte popolo bulgaro fra le terre morave e quelle bizantine. Presso gli slavi meridionali di quel tempo, i bulgari erano culturalmente i più evoluti. Cirillo e Metodio, che parlavano, oltre al greco, un dialetto bulgaro-macedone, perché cresciuti in un ambiente di coloni slavi, non "inventarono" un nuovo alfabeto, ma diedero una forma definitiva alla scrittura slava, che s'era formata, in questo paese, molto tempo prima, permettendole così di diffondersi rapidamente fra le classi agiate di Russia, Bulgaria, Serbia e Macedonia. A tal fine, essi, per esprimere la particolarità della fonetica, usarono i caratteri della minuscola greca insieme alle lettere slave. Ne venne fuori un alfabeto di 38 lettere, il cosiddetto "cirillico", che ancora oggi è alla base dell'alfabeto slavo.

Dunque i due apostoli andarono in Moravia e iniziarono a tradurre in questa lingua paleoslava (detta anche glagolitica) i testi liturgici e biblici, inclusi quelli di rito latino. La reazione dei missionari tedeschi non si fece attendere. Accusandoli di eresia per avere introdotto nella religione cristiana l'uso di una lingua diversa dalle tre permesse in occidente: latino, greco ed ebraico[9], li costrinsero -considerando che la Moravia già ruotava nell'orbita cattolico-occidentale- a giustificare il loro operato al cospetto di papa Adriano II. Era l'anno 867.

Il papa però, a causa della rivalità con la chiesa franco-tedesca, appoggiò l'iniziativa dei due missionari, al punto che permise loro di ordinare propri sacerdoti per l'evangelizzazione. A dir il vero Cirillo e Metodio chiesero anche una propria gerarchia per la Grande Moravia. La questione era delicata, dato che i germanici avevano esercitato per alcuni decenni il loro apostolato in quelle regioni. Tuttavia il papa trovò una soluzione, ristabilendo giuridicamente l'antica metropoli di Sirmio nell'Illirico, presso Belgrado, con giurisdizione indipendente sulla Moravia e sulla Pannonia, e consacrando Metodio (Cirillo morirà a Roma nell'869 a causa di una malattia) legato pontificio per le genti slave e arcivescovo per quella sede.

Metodio si rendeva conto di non avere scelta: se avesse rifiutato le cariche, Roma, che odiava molto più Bisanzio dei franchi, non gli avrebbe concesso, in definitiva, alcun appoggio e la sua missione sarebbe fallita.

Tuttavia, i vescovi tedeschi, appena Metodio rientrò in Moravia, lo arrestarono e lo condannarono in un sinodo bavarese col pretesto di aver invaso una giurisdizione episcopale altrui. Questa volta il papa Adriano II non si oppose alla sua carcerazione in Svevia, che durò per circa tre anni, proprio perché si era accorto che la missione cirillometodiana era legata a una tradizione teologica, la bizantina, già così diversa da quella latina che al suo confronto i dissidi romani con la chiesa franca perdevano molta della loro importanza.

I due apostoli infatti non si erano limitati a una semplice opera di traduzione letteraria, ma avevano anche combattuto contro grossolane superstizioni introdotte o alimentate dal clero cattolico, nonché alcune deviazioni dalla morale evangelica.

Metodio venne liberato per intercessione del nuovo papa Giovanni VIII, poté far ritorno nella Grande Moravia, dove continuò a lavorare per altri 12 anni, fino alla morte (885). Ma appena Metodio morì, il nuovo sovrano della Grande Moravia, il principe Svatopluk, già contrario all'opera dell'apostolo greco, che spesso lo rimproverava a causa della sua condotta immorale, gli preferì un vescovo germanico di nome Wiching e la liturgia latina. Egli d'altra parte sapeva bene che il ruolo più autoritario dei vescovi e missionari germanici, si adattava meglio a tenere le popolazioni contadine sotto un duro servaggio. E così tutti i discepoli di Metodio furono espulsi dalla Moravia e costretti a rifugiarsi in Boemia, Polonia e Bulgaria (già convertiti all'ortodossia da parte di Metodio erano stati lo zar bulgaro Boris e il principe boemo Borivoj). Successivamente dalla Bulgaria la cultura e la liturgia slava si estesero nell'antica Rus (odierna Ucraina) e nella Russia, quindi anche presso i romeni, i quali, per quasi un millennio, fino al 1860, hanno usato la lingua e la scrittura cirillica.

La decisione di espellere i discepoli di Metodio dalla Grande Moravia fu fatale per le sorti di questo paese. Alcuni feudatari, infatti, non volendo saperne di sottostare a un potere germanico centralista, si staccarono con le loro tribù dallo Stato, permettendo così alla tribù nomade degli ungari, che premeva dall'esterno, di distruggerlo nel 906.

I vescovi germanici, costatato che gli ungari accettavano tranquillamente il cattolicesimo latino, ebbero la strada spianata. L'ultima roccaforte della liturgia slava della Grande Moravia venne latinizzata nel 1096. Da allora e per molto tempo il baluardo della lotta degli slavi contro l'oppressione dei feudatari germanici diventerà lo Stato ceco.

Il successore di Metodio[10], il vescovo slavo Gorazd, fu cacciato dal nuovo principe ungherese Stefano V, che proibì definitivamente l'uso dello slavo ecclesiastico. Essi continuarono la missione in Bulgaria, lungo il Danubio, fino ai Balcani. Il principe bulgaro Boris, che voleva sottrarsi all'egemonismo di Costantinopoli, si rivolse a Roma, ma accortosi che le pretese di questa non erano meno forti dell'altra, scelse infine di legarsi al basileus, permettendo così alla lingua slava una facile diffusione in Serbia, Romania, Russia e negli altri territori limitrofi. E sarà proprio la fondazione della chiesa bulgara in lingua slava che provocherà il primo acuto conflitto tra Roma e Costantinopoli noto col nome di "Strappo di Fozio".

Lo stato slovacco moderno[modifica | modifica sorgente]

Con la dissoluzione della Federazione cecoslovacca nasce il moderno stato slovacco. Secondo alcuni studiosi il nazionalismo slovacco avrebbe nel sentimento antiungherese uno dei suoi pilastri più grossi. Questo sarebbe stato palese anche alla comunità internazionale che preoccupata del rischii di un fallimento del processo di integrazione del paese nell’UE ha cercato di mitigarne le concrete manifestazioni discriminatorie. Nel 1995 si arrivò ad un “trattato di buon vicinato e amichevole collaborazione” tra Ungheria e Slovacchia. Quest’ultima però ne dette una interpretazione restrittiva, mantenendo lo slovacco come lingua ufficiale del paese, in netto contrasto con l’impegno - assunto nell’accordo - di difendere i diritti della minoranza ungherese, fra i quali il pieno riconoscimento del diritto all’insegnamento nella propria lingua madre, oltre che all’uso nei procedimenti amministrativi e nei documenti. La riorganizzazione del territorio operata dalla legge del primo gennaio 1997 - che ha portando il numero delle regioni da 4 a 8 (con 79 province) - ha poi inciso negativamente sulla possibilità di ottenere qualche diritto in più (magari sul modello sudtirolese) da parte della minoranza ungherese, che - pur abitando un blocco territoriale omogeneo (più del 50% di abitanti) - adesso si trova divisa in quattro regioni in cui non raggiunge la percentuale richiesta dalla legge per implementare la tutela prevista sulla carta[11].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e f g h i (EN) Paleolithic on the area of Slovakia. (archiviato dall'url originale il 12 giugno 2007).
  2. ^ (EN) Neanderthals from Kůlna and Bojnice in a Spatio-Temporal Context of Central Europe Museo della Moravia
  3. ^ (SK) Museo della Slovacchia preistorica - Ritrovamenti nella grotta del Preposto
  4. ^ (EN) Alexander Verpoorte, Eastern Central Europe during the Pleniglacial in Antiquity, vol. 78, nº 300, 2004. URL consultato il 1º dicembre 2009.
  5. ^ (EN) Väino Poikalainen, Paleolithic Art from the Danube to Lake Baikal in Folklore, 18&19, 2001, p. 22, ISSN 1406-0957. URL consultato il 1º dicembre 2009.
  6. ^ a b c d e f (EN) Neolithic age in Slovakia. (archiviato dall'url originale il 12 giugno 2007).
  7. ^ Slovak Karst Archaeology, dal sito dell'Accademia delle Scienze Slovacca di Košice
  8. ^ (EN) Maximilian O. Baldia, Retz/Bajč Pottery. (archiviato dall'url originale il 7 agosto 2008)., The Comparative Archaeology Web
  9. ^ Metodio, proveniente da un'area geografica per tradizione poliglotta, essendo consapevole che già molte tribù orientali avevano accettato il cristianesimo ortodosso nella loro lingua madre, aveva definito col termine di "pilatiani" i latini seguaci delle tre lingue liturgiche obbligatorie, a ricordo della triplice iscrizione che, stando ai vangeli, Pilato fece apporre sulla croce del Cristo.
  10. ^ Del tutto sfavorevole alla memoria di Metodio fu la lettera che papa Stefano V indirizzò a Svatopluk nell'885.
  11. ^ Claudio Cerreti e Nadia Fusco, Geografia e minoranze, Carocci, Roma, 2007, 136-141

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