Palazzo Te

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Coordinate: 45°08′52″N 10°47′10″E / 45.147778°N 10.786111°E45.147778; 10.786111

Palazzo Te: la serliana della Loggia d'onore; sullo sfondo l'emiciclo dell'esedra

Il palazzo Te è un edificio monumentale di Mantova.

Costruito tra il 1524 e il 1534 su commissione di Federico II Gonzaga, è l'opera più celebre dell'architetto italiano Giulio Romano. Il complesso è oggi sede del museo civico e, dal 1990, del Centro internazionale d'arte e di cultura di palazzo Te che organizza mostre d'arte antica e moderna e d'architettura.

Il nome[modifica | modifica sorgente]

Verso la metà del XV secolo Mantova era divisa dal canale “Rio” in due grandi isole circondate dai laghi; una terza piccola isola, chiamata sin dal Medioevo Tejeto e abbreviata in Te, venne scelta per l’edificazione del palazzo Te.

Due sono le ipotesi più attendibili sul significato del termine teieto (o tejeto): esso potrebbe derivare da tiglieto (località di tigli), oppure essere collegato a tegia, dal latino attegia, che significa capanna.[1]

Storia[modifica | modifica sorgente]

Le prime testimonianze in merito alla presenza della fabbrica del Te si hanno nel 1526, quando viene citato un edificio in costruzione che sorge vicino alla città, tra i laghi, sulla direttrice della Chiesa e del Palazzo di San Sebastiano.

La zona risultava paludosa e lacustre, ma i Gonzaga la fecero bonificare e Francesco II la scelse come luogo di addestramento dei suoi pregiatissimi e amatissimi cavalli. Morto il padre e divenuto signore di Mantova, Federico II, suo figlio, decise di trasformare l'isoletta nel luogo dello svago e del riposo e dei fastosi ricevimenti con gli ospiti più illustri, dove poter “sottrarsi” ai doveri istituzionali assieme alla sua amante Isabella Boschetti.

Abituato com'era stato sin da bambino all'agio e alla raffinatezza delle ville romane, trovò ottimo realizzatore della sua idea di “isola felice” l’architetto pittore Giulio Romano e alcuni suoi collaboratori. Alternando gli elementi architettonici a quelli naturali che la zona offriva, decorando sublimemente stanze e facciate, l’architetto espresse tutta la sua fantasia e bravura nella costruzione di palazzo Te.

La “filosofia” della villa[modifica | modifica sorgente]

Ritratto di Federico II (Tiziano)
« un poco di luogo da potervi andare e ridurvisi tal volta a desinare, o a cena per ispasso »
(Giorgio Vasari)

La zona risultava paludosa e lacustre, ma i Gonzaga la fecero bonificare e Francesco II, padre di Federico II, la scelse come luogo di addestramento dei suoi pregiatissimi e amatissimi cavalli.

Morto il padre e divenuto signore di Mantova, Federico, decise di trasformare l'isoletta nel luogo dello svago e del riposo, e dei fastosi ricevimenti con gli ospiti più illustri, ove poter “sottrarsi” ai doveri istituzionali assieme alla sua amante Isabella Boschetti. Abituato com'era stato sin da bambino all'agio e alla raffinatezza delle ville romane, trovò ottimo realizzatore della sua idea di “isola felice” l’architetto pittore Giulio Romano ed alcuni suoi collaboratori tra cui Raffaellino del Colle con cui aveva lavorato a Roma al seguito di Raffaello. Da canto suo, Giulio Romano, trovò in Mantova e nel suo committente l’occasione migliore per dare sfogo al suo genio e alla sua fantasia, riadattando le scuderie già esistenti e inglobandole nella costruzione, alternando gli elementi architettonici a quelli naturali che la zona offriva, decorando sublimemente stanze e facciate.

La simbologia[modifica | modifica sorgente]

Giove seduce Olimpiade

I simboli e gli stemmi riempiono di significati più o meno celati e spesso politici, le pareti del palazzo e del suo voluttuoso proprietario. Il Monte Olimpo, ad esempio, circondato da un labirinto e che sorge dalle acque è un simbolo che spesso si ritrova, viene ripreso in elementi architettonici costitutivi del palazzo come le due ampie peschiere che attraverso un ponte portano al giardino, o come il labirinto in bosso (ormai scomparso) del giardino stesso.

Altro simbolo interessante è la salamandra, che Federico elegge come personale, assieme al quale spesso viene utilizzato il motto: quod huic deest me torquet (ciò che manca a costui mi tormenta); il ramarro infatti era ritenuto l’unico animale insensibile agli stimoli dell’amore, ed era impiegato come contrapposizione concettuale al duca e alla sua natura sensuale e galante, che invece dai vizi dell’amore era tormentato.

  • La struttura architettonica
La loggia d'onore, vista dall'esedra
L'emiciclo dell'esedra

Il palazzo è un edificio a pianta quadrata con al centro un grande cortile quadrato anch'esso, un tempo decorato con un labirinto, con quattro entrate sui quattro lati (L.B.Alberti si ispira nell'impianto alla descrizione vitruviana della casa di abitazione: la domus romana con quattro entrate, ciascuna su uno dei quattro lati).

Il palazzo ha proporzioni insolite: si presenta come un largo e basso blocco, a un piano solo, la cui altezza è circa un quarto della larghezza.

Il complesso è simmetrico secondo un asse longitudinale.

Sul lato principale dell'asse (a nord-ovest) l'apertura di ingresso è un vestibolo quadrato, con quattro colonne che lo dividono in tre navate. La volta della navata centrale è a botte e le due laterali mostrano un soffitto piano (alla maniera dell'atrium descritto da Vitruvio e che tanto ebbe successo nei palazzi italiani del Cinquecento), in questo modo assume una conformazione a serliana estrusa.

L'entrata principale (a sud - est) verso la città e il giardino è una loggia, la cosiddetta Loggia Grande, all'esterno composta da tre grandi arcate su colonne binate a comporre una successione di serliane. che si specchiano nelle piccole peschiere antistanti. La balconata continua al secondo registro, sulla parte alta della facciata era in origine una loggia; questo lato del palazzo fu infatti ampiamente rimaneggiato alla fine del '700, quando fu aggiunto anche il frontone triangolare che sormonta le grandi serliane centrali.

Facciata interna vista dal cortile
Facciata di palazzo Te

Le facciate esterne sono su due livelli (registri), uniti da paraste lisce doriche di ordine gigante. Gli intercolumni variano secondo un ritmo complesso. Tutta la superficie esterna è trattata a bugnato (comprese le cornici delle finestre e delle porte) più marcato al primo registro:

- Il primo registro bugnato, ha finestre rettangolari incorniciate da conci sporgenti (bugne rustiche).

- Il secondo registro ha un bugnato più liscio e regolare, con finestre quadrate senza cornice

Il cortile interno segue anch'esso un ordine dorico ma qui su colonne (semicolonne) di marmo lasciate quasi grezze sormontate da una possente trabeazione dorica.

Qui la superficie parietale è trattata con un bugnato rustico non troppo marcato, regolare e omogeneo senza rilevanti differenze fra primo e secondo registro.

G. Romano ispirandosi ad un linguaggio architettonico classico, lo reinterpreta creando un'opera con un ricco campionario di di invenzioni stilistiche, reminiscenze archeologiche, spunti naturali e decorativi, quali ad esempio:

- colonne giganti doriche inglobate in superfici parietali trattare a blocchi di pietra a superficie rustica

- alcuni conci del triglifo cadenti nel fregio della trabeazione che circonda e corona il cortile quadrato. Lo si può notare nelle facciate sull'asse longitudinale (ossia nord-ovest e sud-est), al centro di ogni intercolumnio un triglifo che sembra scivolare verso il basso, come fosse un concio in chiave d'arco; su questi due lati anche gli intercolumni, come all'esterno, non sono tutti uguali. Questi dettagli spiazzano l'osservatore e danno una sensazione di non finito all'insieme.

Pare che il palazzo fosse, in origine, dipinto anche in esterno, ma i colori sono scomparsi mentre rimangono gli affreschi interni eseguiti dallo stesso Giulio Romano e da molti collaboratori. Oltre agli affreschi le pareti erano arricchite da tendaggi e applicazioni di cuoio dorate e argentate, le porte di legni intarsiati e bronzi e i caminetti costituiti di nobili marmi.

I terremoti dell'Emilia del 2012 hanno provocato danni ad alcune sale del palazzo gonzaghesco.[2]

Le sale del palazzo[modifica | modifica sorgente]

La caduta dei giganti (particolare della sala dei Giganti)
Sala di Amore e Psiche: parete del banchetto
Decorazioni sul soffitto della loggia d'onore
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sala dei giganti.
  • Sala dei giganti: l'affresco della Caduta dei Giganti fu dipinto fra il 1532 e il 1535 ricoprendo la sala dalle pareti al soffitto con l'illusionistica rappresentazione della battaglia tra i Giganti che tentano di salire all'Olimpo e Zeus
  • Sala grande dei cavalli: con i ritratti in grandezza naturale dei sei destrieri preferiti dei Gonzaga era la sala destinata al ballo. I cavalli, spiccano in tutta la bellezza delle loro forme su un paesaggio naturale che si apre dietro un colonne corinzie dipinte e che alternano i purosangue a figure di divinità mitologiche in false nicchie. Il soffitto in legno a cassettoni e rosoni dorati accoglie il monte Olimpo e il ramarro, i simboli del duca e il suo schema è ripreso dal pavimento donando simmetria all’ambiente (il pavimento non è rimasto l’originale del tempo).
  • Sala di Amore e Psiche: è la sala da pranzo del duca. Interamente affrescata, ogni parete raffigura lussuriosa la mitologica storia di Psiche, è il simbolo dell’amore del duca per Isabella Boschetti.
  • Sala delle aquile: camera da letto di Federico ornata al centro della volta con l'affresco della caduta di Fetonte dal carro del sole, è finita da scuri stucchi di aquile ad ali spiegate nelle lunette agli angoli della stanza e affreschi di favole pagane.
  • Sala dei venti o dello zodiaco
  • Sala delle imprese
  • Sala di Ovidio
  • Camera del Sole
  • Sala dei bassorilievi e Sala dei Cesari: sono salette chiaramente omaggianti l’imperatore Carlo V da cui Federico ottenne nel 1530 il titolo di duca.
  • Loggia d'onore: è la loggia che si affaccia alle pescherie, parallela a quella “Grande” che segna l’ingresso del palazzo e mostra l’incantevole visuale del giardino che si chiude a nord con l’esedra. La volta è divisa in grandi riquadri con cornici di canne palustri nei quali è rappresentata storia biblica di Davide. Colonne e statue nelle nicchie completano il loggiato.

Tutta questa parte della villa elogia, attraverso le pitture e i simboli dell’arte romana e del paganesimo dei miti dell'Olimpo, la figura dell’imperatore Carlo V, ma ecco palesarsi uno dei “segnali” celati di stampo politico, in tutte le vicende rappresentate l’attenzione posta sulla forza e l’importanza del grande Giove pare offuscarne il prestigio.

L'angolo segreto[modifica | modifica sorgente]

Il giardino segreto

L’appartamento della grotta venne edificato verso il 1530 nell’angolo est del giardino vicino all’esedra che conclude lo spazio della villa. L’appartamento è composto da poche stanze di dimensioni molto più modeste rispetto a quelle del corpo del palazzo; una loggia che si apre in un piccolo giardino mostra ciò che rimane di un ambiente allora decorato ed affrescato.

Dal giardino si accede alla Grotta, stanzetta utilizzata come bagno, dalla realizzazione davvero insolita. L’apertura è realizzata come a dare l’idea si tratti di un ambiente naturale, di una caverna, non ci sono i marmi e i materiali ricercati del resto del palazzo, gli interni erano tappezzati di conchiglie (oggi scomparse) e giochi d’acqua dovevano allietare il visitatore e stupirlo al tempo stesso.

Fruttiere di Palazzo Te[modifica | modifica sorgente]

Le fruttiere si trovano sul lato meridionale del giardino di Palazzo Te; a pianta rettangolare sono costituite da un unico ambiente suddiviso in tre navate. La copertura è sostenuta da dieci coppie di pilastri.
I lavori di edificazione iniziarono nel 1651 su progettazione dell'architetto Nicolò Sebregondi e nel 1655 l'edificio cominciò ad ospitare, per il ricovero invernale, piante e agrumi posti in vasi di terracotta. Ma già dal secolo successivo le fruttiere e le attigue scuderie vennero adibite a magazzino militare. Numerosi e impropri utilizzi si susseguirono fino al 1989 quando, dopo un appropriato restauro, divenne sede espositiva delle mostre realizzate dal Centro Internazionale d’Arte e Cultura di Palazzo Te.

Museo Civico[modifica | modifica sorgente]

Museo Civico di Palazzo Te
MantovaPalazzo Te-entrata.jpg
Indirizzo viale Te, 13 - 46100 Mantova, Italia
Sito Museo Civico di Palazzo Te: http://www.palazzote.it;
Centro d'Arte: http://www.centropalazzote.it/

Le occupazioni spagnole, francesi e austriache e le varie guerre fecero sì che nel corso degli anni il palazzo venisse utilizzato come caserma e i giardini come accampamenti per le truppe depauperando le sale e distruggendo alcune sculture (sulle pareti della sala dei Giganti rimangono tutt’oggi visibili i graffiti e le incisioni con nomi e date di un passato poco glorioso per il monumento). La proprietà della villa dalla famiglia Gonzaga passa, tranne il breve periodo della dominazione napoleonica, al governo austriaco sino al 1866 quando viene acquisita dallo Stato Italiano. Nel 1876 l’edificio diviene proprietà del Comune di Mantova. Dopo parecchi restauri il palazzo restituisce oggi, con le sue sale e i giardini, un’incantevole tuffo nella creatività di Giulio Romano e nell’importanza della corte dei Gonzaga. Grazie al riassestamento dell'orangerie, dove venivano coltivati arance e limoni, è stato creato un vasto ambiente adibito a luogo di esposizioni temporanee. Ma ulteriore scopo dell'impegno delle istituzioni cittadine era di ricavare in Palazzo Te un museo affinché fossero ospitate almeno una parte delle collezioni civiche. Lo spazio espositivo permanente fu ricavato nelle sale al piano superiore. Quattro sono le collezioni esposte:

Sezione Gonzaghesca La sezione è costituita da materiali legati prevalentemente alla storia mantovana di età gonzaghesca (1328-1707): una Collezione Numismatica costituita da 595 monete prodotte dalla Zecca di Mantova, una collezione di coni e punzoni, l'antica serie di pesi e misure dello Stato di Mantova e una raccolta di 62 medaglie dei Gonzaga e di illustri personaggi mantovani.

  • Donazione "Arnoldo Mondadori"

La sezione è costituita da diciannove dipinti di Federico Zandomeneghi (1841-1917) e da tredici di Armando Spadini (1883-1925), raccolti da Arnoldo Mondadori e donati nel 1974 dagli eredi dell'editore di origine mantovana.

  • Raccolta Egizia "Giuseppe Acerbi"

Giuseppe Acerbi (1773-1846), Console Generale d'Austria in Egitto, partecipò nel 1829 ad alcune fasi della celebre spedizione archeologica condotta da Jean François Champollion. Costituì un'importante raccolta di materiali archeologici, 500 pezzi che nel 1840 donò alla città di Mantova. Ora la sua collezione è interamente esposta in Palazzo Te.

  • Collezione Mesopotamica "Ugo Sissa"

La collezione costituita da Ugo Sissa, architetto e pittore mantovano (1913-1980), capo architetto a Bagdad tra il 1953 e il 1958, consta di circa 250 pezzi d'arte mesopotamica databili tra la fine del VI millennio a.C. e la fine del I millennio d.C.

Galleria fotografica[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Sito ufficiale di Palazzo Te. URL consultato il 25 giugno 2014.
  2. ^ Danni a Palazzo Te a Mantova

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]