Folclore d'Italia

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search

Il folclore d'Italia riguarda numerose leggende e racconti popolari diffusi sul territorio italiano. Su di esso, infatti, si sono succeduti nel tempo diversi popoli, ognuno dei quali ha lasciato le proprie tracce nell'immaginario popolare. Alcuni racconti provengono anche dalla cristianizzazione, specie quelli riguardanti demòni, che sono a volte riconosciuti dalla demonologia cristiana.

Una marionetta che rappresenta una Befana

Col termine folclore si può intendere tuttavia anche la scienza o la dottrina che studia quelle tradizioni, attraverso ricerche e opere sull'argomento.[1]

Figure e leggende del folclore italiano[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Immaginario folklorico d'Italia.

Opere sul folclore in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Folclore.

Le prime inchieste[modifica | modifica wikitesto]

Antiche tradizioni popolari ad Agrigento
Storico Carnevale di Ivrea - Battaglia delle arance

La documentazione che più di ogni altra ha dato l'avvio allo studio delle tradizioni popolari e dunque al folclore inteso come scienza è stata l'inchiesta napoleonica del 1809-1811, svolta nel Regno d'Italia sui dialetti e i costumi delle popolazioni locali. L'inchiesta fu posta in essere principalmente per individuare ed estirpare pregiudizi e superstizioni ancora esistenti nelle campagne italiche. Gli atti dell'inchiesta e le relative illustrazioni allegate sono custoditi nel castello Sforzesco di Milano.

Una successiva inchiesta post-napoleonica, curata da don Francesco Lunelli (1835-1856), riguardò il territorio del Trentino e il Dipartimento dell'Alto Adige (con particolare attenzione ai proverbi riguardanti le donne del Trentino), rimasti esclusi dall'indagine napoleonica perché erano territori all'epoca non ancora aggregati al Regno d'Italia.

Michele Placucci[modifica | modifica wikitesto]

La prima opera di rilievo, che anticipa di quasi cinquant'anni il metodo della demologia scientifica italiana con una precisa classificazione del materiale, è il trattato sulla regione Romagna del forlivese Michele Placucci. Egli, avvalendosi di diversi documenti, soprattutto di quelli raccolti all'epoca dell'inchiesta napoleonica (come quanto redatto da Basilio Amati, cancelliere del censo a Mercato Saraceno), a cui aggiunge anche altro materiale (ad esempio, dalla Pratica agraria dell'abate Battarra), pubblica, a Forlì nel 1818 (Tipografia Barbiani), l'opera intitolata Usi e pregiudizj de' contadini della Romagna[2]. In Placucci ad esempio, si racconta che i contadini romagnoli usavano mangiare fave nell'anniversario dei morti (cioè il 2 novembre), perché comunemente si riteneva che questa pianta avesse il potere di rafforzare la memoria, così che nessuno dimenticasse i propri defunti. Altra tradizione arcaica riportata dal Placucci è quella di confezionare il ripieno dei cappelletti privo di carne. A quel lavoro, altri faranno seguire numerose pubblicazioni dedicate ad altre regioni italiane.

Giuseppe Pitrè[modifica | modifica wikitesto]

L'intellettuale che ha dato poi origine allo studio sistematico, su base scientifica, del folclore italiano, è il medico palermitano Giuseppe Pitrè (1841-1916) che, dopo aver dato alle stampe la «Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane», ha realizzato un'opera editoriale insuperabile (per ricchezza di informazioni), la «Bibliografia delle tradizioni popolari italiane» nel 1894 e la «Rivista Archivio per lo studio delle tradizioni popolari» pubblicata ininterrottamente dal 1880 al 1906. Per primo Pitrè ottenne nel 1911 a Palermo una cattedra universitaria per lo studio delle tradizioni popolari, sotto il nome di demopsicologia, poi riattivata da Giuseppe Cocchiara solo negli anni '30 col nome di storia delle tradizioni popolari.

L'era fascista[modifica | modifica wikitesto]

Questo tipo di studi, unito alla riscoperta e valorizzazione del Medioevo, che era stato uno degli esiti del nazionalismo romantico,[3] culminò nel fascismo con la propaganda folcloristica volta a rafforzare il mito romantico e medioevaleggiante del Popolo legato alla propria terra e alla tradizione, per poi creare «il popolo» a livello nazionale, cercando di unificare le tradizioni locali attraverso l'azione dell'istituto del dopolavoro. Si potrebbe parlare in tal caso più propriamente di «folklorismo».[4]

In tale clima culturale, che era stato preparato da personalità variegate, quali il Carducci, D'Annunzio, Benelli, Coppedè,[3] furono rilanciate manifestazioni come il palio di Siena, la giostra del Saracino, il calcio in livrea e molte altre,[3] mentre alcune come il calendimaggio di Assisi furono ricostruite in forma nuova.[5]

L'epoca repubblicana[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la seconda guerra mondiale, grande impatto ebbe la pubblicazione delle Note sul folclore, contenute nei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci. In particolare, Ernesto de Martino condurrà le più celebri ricerche folcloriche italiane, Morte e pianto rituale, Sud e magia, La terra del rimorso, scegliendo come oggetto classi sociali considerate fuori dalla storia, i contadini del sud Italia, con il dichiarato obiettivo di utilizzare le tradizioni popolari, definite come folclore progressivo, come elemento fondante di una futura coscienza di classe.

Questa corrente di studi rimarrà dominante in Italia fino agli anni ottanta del Novecento (con Alberto Mario Cirese, che dagli anni sessanta impose come nome per gli studi di folclore all'italiana il termine demologia), mettendo in discussione l'oggetto di studio, criticando la reificazione delle tradizioni e ponendo l'accento sui processi di costruzione sociale e sull'uso che i soggetti fanno di esse.

Notevoli furono pure gli studi e le ricerche di storia del folklore e delle tradizioni popolari svolti sia da Giuseppe Cocchiara, dagli anni '30 agli anni '60, che da Carmelina Naselli.

Ogni anno in Europa si svolge l'Europeade del Folclore. Le ultime città italiane che hanno ospitato questa manifestazione sono nel 2003 Nuoro in Sardegna, città ben nota in tutta Italia per l'attaccamento alle tradizioni e il mantenimento di queste ultime (canto a tenore, balli tradizionali, launeddas, organetto, canti a chitarra) e nel 2010 Bolzano che comprende gruppi di diversa lingua e cultura. Ininterrottamente dal 1970, nel periodo che precede il ferragosto, ad Alatri si svolge il Festival Internazionale del Folclore, mentre per il periodo di fine estate è stata successivamente istituita una manifestazione internazionale folcloristica anche per i bambini.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Folclore popolare, su sapere.it.
  2. ^ Roberto Leydi, Tullia Magrini, Guida allo studio della cultura del mondo popolare in Emilia e in Romagna (I), Edizioni ALFA, Bologna 1982, pag. 189.
  3. ^ a b c Franco Cardini, La bottega del professore, pag. 240, Libreria Universitaria Edizioni, 2015.
  4. ^ Folclore, cultura popolare, cultura di massa (PDF), su fareantropologia.cfs.unipi.it.
  5. ^ Michele Santoro, Cantare il maggio, su blogfoolk.com.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Alfredo Cattabiani, La festa dell'Epifania, in Calendario. Le feste, i miti, le leggende e i riti dell'anno, Oscar saggi, Milano, Mondadori, 2008, pp. 108–114, ISBN 88-04-58419-X. ISBN 978-88-04-58419-3. Stralcio disponibile online «Il 6 gennaio», su wunderkammern.wordpress.com. URL consultato il 1º marzo 2016.
  • Claudio Galeno, Ars Medica, 1567.
  • Angela Quattrocchi (a cura di), Miti, riti, magie e misteri degli Etruschi, Milano, Vallardi, 1992, ISBN 88-11-94403-1.
  • Rossana Guarnieri, I miti egizi, Milano, Fabbri, 1997, ISBN 88-450-7192-8.
  • Olaus Magnus, Storia dei popoli settentrionali. Usi, costumi, credenze, a cura di Giancarlo Monti, BUR classici, Milano, 2001 [Prima ed.: Roma, 1555], ISBN 88-17-86629-6.
  • Roberto Marelli, Bel paese è Lombardia, Origgio (VA), Agar, 2004, ISBN 88-89079-06-1.
  • Calogero Angelo Sacheli, Linee di folklore canicattinese, Acireale (CT), 1914, SBN IT\ICCU\IEI\0259885.
  • Giuseppe Cocchiara, Storia del folklore in Europa, Torino, Boringhieri, 2016 [1952], ISBN 978-88-339-2740-4, SBN IT\ICCU\TO0\0394012.
  • Giuseppe Cocchiara, Storia degli studi delle tradizioni popolari in Italia, Palermo, Palumbo, 1947, SBN IT\ICCU\IEI\0077188.
  • Luigi Sorrento, Folclore e dialetti d'Italia (1925-1929), Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore, 1929 [1927], SBN IT\ICCU\CUB\0611218.
  • Lorenza Russo, Il bosco italiano. Folclore, natura, tradizioni e itinerari, Milano, Hoepli, 2012, ISBN 978-88-203-5057-4.
  • Anna Tallachini Achiardi, Le antiche abitudini. Capire il folclore italiano, Milano, Signorelli, 1982, SBN IT\ICCU\RAV\0310096.
  • Sara Prati - Giorgio Rinaldi, Il ciclo dei mesi nella civiltà contadina, Bologna, Pendragon, 2016.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]