Janara

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
(Reindirizzamento da Streghe di Benevento)
Janare intorno al Noce di Benevento [1]

La janara, nelle credenze popolari dell'Italia meridionale e in particolare dell'area di Benevento, è una delle tante specie di streghe che popolavano i racconti appartenenti soprattutto alla tradizione del mondo agreste e contadino.[2]

La dea Diana associata alla Luna, in un'opera del Guercino (1658)

Il nome potrebbe derivare da Dianara, ossia «sacerdotessa di Diana»,[3] dea romana della Luna,[4] oppure dal latino ianua, «porta»:[5] era appunto dinanzi alla porta, che, secondo la tradizione, era necessario collocare una scopa, oppure un sacchetto con grani di sale; la strega, costretta a contare i fili della scopa, o i grani di sale, avrebbe indugiato fino al sorgere del sole, la cui luce pare fosse sua mortale nemica.

La Leggenda[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Noce di Benevento.

Secondo le più antiche leggende, le streghe beneventane si riunivano sotto un immenso noce lungo le sponde del fiume Sabato; invocate da una cantilena, che recitava "'nguent' 'nguent', mannam' a lu noc' e' Benivient', sott' a l'acqua e sott' o vient', sott' a ogn' mal'tiemp", esse tenevano i loro sabba in cui veneravano il demonio sotto forma di cane o caprone.

La janara usciva di notte e si intrufolava nelle stalle dei cavalli per prendere una giumenta e cavalcarla per tutta la notte. Avrebbe avuto inoltre l'abitudine di fare le treccine alla criniera della giovane cavalla rapita, lasciando così un segno della sua presenza. Capitava a volte che la giumenta sfinita dalla lunga cavalcata non sopportasse lo sforzo immane a cui era stata sottoposta, morendo di fatica. Per evitare il rapimento delle giumente si era soliti, nel passato e ancora oggi, piazzare un sacco di sale o una scopa davanti alle porte delle stalle, poiché la janara non poteva resistere alla tentazione di contare i grani di sale o i fili della scopa e mentre lei fosse stata intenta nella conta sarebbe venuto il giorno e sarebbe dovuta fuggire.

La janara solitamente era una esperta in fatto di erbe medicamentose, ed ella sapeva riconoscere tra le altre anche quelle con poteri narcotici oppure stupefacenti, che usava nelle sue pratiche magiche, come la fabbricazione dell'unguento che le permetteva di diventare incorporea con la stessa natura del vento. Contrariamente a tutte le altre streghe, la janara era solitaria e tante volte, anche nella vita di tutti i giorni, aveva un carattere aggressivo e acido.

Secondo la tradizione, per poterla acciuffare bisognava afferrarla per i capelli, il suo punto debole. A quel punto, alla domanda "ch' ttie' 'mman'?", cioè "cosa hai tra le mani?" bisognava rispondere "fierr' e acciaij" in modo che non si potesse liberare; se al contrario si fosse risposto "capigl'", cioè capelli, la Janara avrebbe risposto "e ij me ne sciulie comm' a n'anguill'", cioè me ne scivolo via come un'anguilla, e si sarebbe così liberata dandosi alla fuga. Inoltre si diceva che a chi fosse riuscito a catturare la janara quando era incorporea ella avrebbe offerto la protezione delle janare sulla famiglia per sette generazioni in cambio della libertà.

Si accreditava alle janare anche la sensazione di soffocamento che a volte si prova durante il sonno, si pensava infatti che la janara si divertisse a saltare sulle persone cercando di soffocarle, si diceva che questo accadesse soprattutto ai giovani uomini. Inoltre si riteneva che i bambini che avessero manifestato improvvisamente deformazioni nel fisico, fossero stati nottetempo passati attraverso il treppiede che si usava nel focolare per sostenere il calderone. "La' janara l'è passat' dint u treppète", trad.: "La janara lo ha fatto passare attraverso il treppiede".

Fondamenti storici[modifica | modifica wikitesto]

Probabilmente la leggenda nacque nel periodo del regno longobardo su Benevento, poiché anche se quasi tutti gli abitanti della città si erano convertiti al cristianesimo, alcuni veneravano ancora in segreto gli Dei pagani in particolare le Dee Iside, Diana ed Ecate il cui culto è ancora testimoniato da monumenti sparsi per la città.

Obelisco egizio presente nel centro di Benevento

Dopo l'arrivo dei longobardi anch'essi pagani, forse alcuni dei pagani rimasti si unirono a loro nel culto degli alberi presente nella religione longobarda e nel culto della vipera dorata cara ad Iside, da qui forse nacquero le leggende delle orge infernali che si tenevano le notti di sabato sotto l'enorme noce.

Storie legate alle janare[modifica | modifica wikitesto]

In ogni paesino del Sannio beneventano esistono svariate storie sulle janare ma bisogna ammettere che queste si assomigliano molto tra di loro, variando spesso solo per il luogo in cui è avvenuto il fatto e per il dialetto in cui viene raccontato, ovviamente ogni paesino ha la sua strega. Di seguito ci sono alcune di quelle più ricorrenti.

Fu trovato qui un foglio che narra di un boscaiolo beneventano passando di notte per uno di questi posti ebbe lo spiacere di assistere al sabba, cerimonia in cui si venerava Satana e ogni simbolo cristiano veniva messo al contrario. Egli corso a casa raccontò alla moglie tutto ciò che aveva visto: «C'erano donne che calpestavano la croce, altre che con alcuni uomini si dedicavano alle orge più sfrenate e altre ancora che si cospargevano di sangue. In mezzo a tutto ciò ho visto un cane orrendo che sedeva su un trono ...». La mattina dopo quell'uomo fu trovato ucciso.

Altra storia correlata alla figura della janara è quella che identifica un metodo pressoché infallibile per riconoscerle quando sono in sembianza umana: secondo questa diceria, basta recarsi alla messa della notte di Natale e, una volta terminata, uscire ed attendere per vedere le ultime donne che abbandonano la chiesa. Secondo la storia queste sarebbero le janare che, in forma umana, hanno assistito (per una sorta di contrappasso mistico-religioso) alla funzione più sacra di tutta la cristianità.

Le altre streghe di Benevento[modifica | modifica wikitesto]

Oltre alle janare vi sono altri tipi di streghe nell'immaginario popolare di Benevento. La Zucculara, zoppa, infestava il Triggio, la zona del teatro romano, ed era così chiamata per i suoi zoccoli rumorosi. La figura probabilmente deriva da Ecate, che indossava un solo sandalo ed era venerata nei trivii ("Triggio" deriva proprio da trivium).

Vi è poi la Manalonga (=dal braccio lungo), che vive nei pozzi, e tira giù chi passa nelle vicinanze. La paura dei fossi, immaginati come varchi verso gli inferi, è un elemento ricorrente: nel precipizio sotto il ponte delle janare vi è un laghetto in cui si creano improvvisamente gorghi, che viene chiamato il gorgo dell'inferno. Infine vi sono le Urie, spiriti domestici che ricordano i Lari e i Penati della romanità.

Nelle credenze popolari la leggenda delle streghe sopravvive in parte ancora oggi, arricchendosi di aneddoti e manifestandosi in atteggiamenti superstiziosi e paure di eventi soprannaturali.

La persecuzione[modifica | modifica wikitesto]

Le persecuzioni delle streghe possono considerarsi iniziate con le prediche di San Bernardino da Siena, che nel XV secolo predicò aspramente contro di loro, con particolare riferimento a quelle di Benevento. Spesso egli le additava al popolo come responsabili delle sciagure, e senza mezzi termini affermava che dovevano essere sterminate.

Un'ulteriore spinta alla caccia alle streghe venne data dalla pubblicazione, nel 1486, del Malleus Maleficarum, che spiegava come riconoscere le streghe, processarle ed interrogarle efficacemente tramite le più crudeli torture. In questo modo, tra il XV e il XVII secolo furono estorte numerose confessioni di supposte streghe, le quali più volte parlano di sabba a Benevento. Si ritrovano elementi comuni come il volo, pratiche come quella di succhiare il sangue dei bambini, tuttavia si trovano discrepanze circa, per esempio, la frequenza delle riunioni. Nella massima parte dei casi le "streghe" erano bruciate, mandate al patibolo o comunque punite con la morte con metodi più o meno atroci.

Solo nel XVII secolo ci si rese conto che non potevano essere veritiere confessioni fatte sotto tortura. In epoca illuministica si fece strada un'interpretazione razionale della leggenda, con Girolamo Tartarotti che nel 1749 spiegò il volo delle streghe come un'allucinazione provocata dal demonio, o Ludovico Antonio Muratori che nel 1745 affermò che le streghe sono solo donne malate psichicamente. Ipotesi successive vorrebbero che l'unguento di cui le streghe si cospargevano fosse una sostanza allucinogena.

Uno storico locale, Abele De Blasio, riferì che nell'archivio arcivescovile di Benevento erano conservati circa 200 verbali di processi per stregoneria, in buona parte distrutti nel 1860 per evitare di conservare documenti che potessero infiammare ulteriormente le tendenze anticlericali che accompagnarono l'epoca dell'unificazione italiana. Un'altra parte è andata persa a causa dei bombardamenti nella seconda guerra mondiale.

Racconti[modifica | modifica wikitesto]

La storia delle streghe di Benevento è corredata da un grande numero di racconti di diffusione popolare.

  • Un uomo, vedendo la moglie cospargersi di un unguento e lanciarsi in volo dalla finestra, capì che era una janara e sostituì l'unguento con un'altra sostanza, cosicché la notte dopo la moglie morì schiantandosi al suolo.
  • San Bernardino da Siena nelle sue prediche racconta di un famiglio di un cardinale che giunto a Benevento si unì ad un banchetto notturno, e portò con sé una ragazza lì conosciuta, la quale non parlò per tre anni; si scoprì poi che era una janara.
  • Un racconto forse derivante da un poemetto napoletano del XIX secolo intitolato Storia della famosa noce di Benevento parla di un uomo che si fa condurre al sabba dalla moglie, una janara. Chiede del sale perché il cibo è insipido, ma appena lo condisce il sabba scompare.

Anche poeti e scrittori nonché musicisti italiani e stranieri parlano e raccontano di streghe, ispirandosi alla leggenda beneventana.

  • Lo scienziato e scrittore Francesco Redi scrisse un racconto, intitolato Il gobbo di Peretola, in cui narra la storia di un gobbo di questa località che, invidioso della buona sorte toccata ad un altro gobbo guarito dalle streghe di Benevento della sua malformazione, s'era recato senza indugio laggiù, ma, avendo trattato male le streghe, era stato punito con l'aggiunta d'una seconda gobba.
  • Nel libro Il Malmantile di Lorenzo Lippi, nel 30° canto si parla di streghe.
  • Nella tragedia Macbeth di Shakespeare, il primo atto della tragedia inizia con il parlare delle streghe (Norne).
  • Nel balletto Il Noce di Benevento, coreografia di Salvatore Viganò, musica di Franz Süssmayr (1812, Teatro alla Scala) si parla dell'evento [6]
  • Niccolò Paganini musicò Le streghe, variazione su un tema dal balletto Il Noce di Benevento (1813, Teatro alla Scala).
  • Laurence Sterne nel romanzo Vita e opinioni di Tristram Shandy menziona ripetutamente i «demoni di Benevento».
  • Antonio Coppolaro nel musical "Il Santo E La Strega" parla delle gesta di San Barbato che sconfisse le streghe di Benevento e ne eliminò il noce malefico (2013)

Altre tradizioni[modifica | modifica wikitesto]

In alcuni centri della provincia di Avellino, specialmente nell'area dell'alta Irpinia, ai confini con le province di Foggia, Potenza e Salerno, oltre alla janara c'è pure la maciara, talvolta è la stessa cosa. Risulta essere una sorta di stregoncella, più atta alle malocchiature dette "affascino". Per estensione, si dice di che fa moine, cioè che fa la "maciara" o che fa le "maciarije". Si nota la forte somiglianza del nome come le streghe del Trentino e della provincia di Milano.

Grotta della Janara località Gianola a Formia (LT). La grotta della janara si trova nel Parco Marino della Riviera di Ulisse tra l'antico porticciolo Romano di Gianola ed il lungomare di Santo Janni. È indicata da cartelli turistici e trattasi di una scala coperta, antico collegamento con i portici, il Tempio di Giano con le vasche termali allora esistenti. Prende il suo nome da una leggenda locale dove si pensava che fosse frequentata dalle streghe.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Illustrazione tratta da: Enrico Isernia, Istoria della città di Benevento dalla sua origine fino al 1894, volume Primo, pag. 214, Benevento, Stabilimento Tipografico A. D'Alessandro e Figlio, 1895.
  2. ^ Salvatore M. Ruggiero, Di Streghe e di Janare, pag. 7, 2015.
  3. ^ Macrobio sosteneva infatti che Jana era lo stesso nome della dea Diana (Macrobio, Saturnalia, II, 9).
  4. ^ Alessandro Norsa, Nell'antro della strega, pag. 15, 2015.
  5. ^ In tal caso l'etimologia farebbe riferimento al dio Giano, bifronte, preposto all'ingresso e all'uscita delle porte (Agnese Palumbo, Maurizio Ponticello, Misteri, segreti e storie insolite di Napoli, § 24, Benevento, le Janare attorno al Noce, Newton Compton Editori, 2015).
  6. ^ Salvatore Viganò e Edoardo Viganò, Il noce di Benevento: ballo allegorico in quattro atti : da rappresentarsi nel Teatro Vittorio Emanuele nel carnevale-quaresima 1864 - 65, 1864. URL consultato il 20 giugno 2015.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Alfredo Zazo, Curiosità storiche beneventane, ed. De Martini, 1976
  • Agostino Paravicini Bagliani, Le montagne stregate, in "Medioevo", ed. De Agostini, 2008, X, pagg. 28 e ss.
  • Maria Pia Selvaggio, L'Arcistrea. Bellezza Orsini, Benevento e la sua Janara, Spring, 2008

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]