Giubiana

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Giöbia a Busto Arsizio il 29 gennaio 2015

La Giubiana o Festa della Giobia è una festa tradizionale molto popolare nell'Italia Settentrionale, in particolare in Piemonte[senza fonte] e in Lombardia (Brianza, Altomilanese, Varesotto e Comasco). L'ultimo giovedì del mese di gennaio vengono accesi dei grandi falò (o roghi) nelle piazze e bruciata la Giubiana, un grande fantoccio di paglia vestito di stracci. Il rogo assume valori diversi a seconda della località in cui ci si trova, mantenendo sempre uno stretto legame con le tradizioni popolari del luogo.

Il nome[modifica | modifica wikitesto]

Il nome muta a seconda delle località:

In piemontese Giòbia significa "giovedì".

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

L'ultimo giovedì di gennaio è il giorno, anzi la notte della Giubiana. Incerta è l'origine del nome per la mancanza di fonti scritte. Alcuni sostengono che esso derivi dal culto alla divinità di Giunone (da qui il nome Joviana). Altri ancora lo ricollegano a Giove, giovedì: il nome deriverebbe dal dio latino "Iuppiter-Iovis", da cui l'aggettivo Giovia e quindi Giobia per indicare le feste contadine di inizio anno per propiziare le forze della natura che, secondo la credenza popolare, condizionano l'andamento dei raccolti. Il periodo della festa coincide con le Ferie Sementive o Sementine.

La storia[modifica | modifica wikitesto]

La storia di questo personaggio ha diverse varianti, a seconda dell'area geografica.

La leggenda[modifica | modifica wikitesto]

La Giubiana è una strega, spesso magra, con le gambe molto lunghe e le calze rosse. Vive nei boschi e grazie alle sue lunghe gambe, non mette mai piede a terra, ma si sposta di albero in albero. Così osserva tutti quelli che entrano nel bosco e li fa spaventare, soprattutto i bambini. E l'ultimo giovedì di gennaio va alla ricerca di qualche bambino da mangiare. Ma una mamma, che voleva molto bene al suo bambino, le tese una trappola. Preparò una gran pentola piena di risotto giallo (zafferano) con la luganega (salsiccia), e lo mise sulla finestra. Il profumo era delizioso, da far venire l'acquolina in bocca. La Giubiana sentì il buon odore e corse con la sua scopa, verso la pentola e cominciò a mangiare il risotto. Il risotto era tanto ma era così buono, che la Giubiana non si accorse che stava per arrivare il sole. Il sole uccide le streghe, così il bambino fu salvo.

Una versione un poco più orrida, dice che una mamma prese una bambola e la riempì di coltelli e forbici, poi la mise nel letto, al posto della figlia. A mezzanotte si sentono i passi della Giubiana. La bimba spaventatissima, si stringe vicino alla mamma, mentre si sente la Giubiana salire i gradini ed entrare nella stanza. La Giubiana è feroce e in attimo ingoia la bambola, pensando di mangiare la bambina. Si sente un urlo, la mamma va nella stanza della bimba e trova il corpo della Giubiana a brandelli, per via dei coltelli e delle forbici.

La Giöbia nell'Altomilanese[modifica | modifica wikitesto]

La Giöbia del 2014 della Famiglia Bustocca a Busto Arsizio

La Festa della Giöbia è una festa di antica tradizione di origine precristiana che ancora permane nell'Altomilanese. In età medioevale alla Giobia è stata associata la sembianza umana, spesso quella di una vecchia o di una strega. Ricorrendo la festa alla fine di gennaio, ancora oggi viene celebrata in molti comuni con il rogo di un pupazzo simboleggiante una donna anziana per esorcizzare le forze negative dell'inverno e propiziare l'avvento della primavera. La Giöbia è particolarmente sentita nelle città di Busto Arsizio, Gallarate e dintorni. L'ultimo giovedì di gennaio a Busto Arsizio decine di fantocci raffiguranti una donna vecchia e di brutto aspetto vengono bruciati. Inoltre, nella piazza principale della città, piazza San Giovanni Battista, vengono serviti polenta e bruscitti. A Gallarate, la Giöbia viene bruciata ogni anno in un diverso quartiere della città, anche qui accompagnata da risott e luganega (piatto tipico e maschere ufficiali della città). A Fagnano Olona si organizza il "falò della gioeubia", in collaborazione con l'associazione Volontari Contrada dei Calimali e la pro loco. La cultura contadina imponeva di mangiare nel giorno della Giobia almeno un piatto di lenticchie con cotechino, per tradizione questo avrebbe allontanato i disagi degli insetti (moschini e zanzare) nella stagione estiva durante il lavoro nei campi.

Brüsa la Giöbia ad Arsago Seprio[modifica | modifica wikitesto]

Brüsa la Giöbia ad Arsago Seprio

Anche ad Arsago Seprio, come in tante altre terre tra Piemonte e Lombardia, si erige il grande falò con in cima un fantoccio dalle sembianze femminili, la così detta Vegia. È la Giöbia e dal 2016 il momento di festa avrà un carattere particolare: il fuoco per accendere il falò sarà portato da un Druido, un sacerdote celtico, con una cerimonia particolare in un luogo simbolo del paese, la palude.

Ad Arsago Seprio, paese che detiene traccia di tutti i più importanti periodi storici antichi, è sentito particolarmente questo momento che dal 2016 è reso ancora più suggestivo. Infatti sarà legato alle sue origini celtiche nonché alla Festa di Imbolc che tante analogie ha con l'attuale Festa della Giöbia. L'intento quindi non è solo quello di far festa ma anche di spiegare e far capire agli abitanti il significato culturale di questa tradizione.

Sul sito del comune ( http://www.comune.arsagoseprio.va.it/home/Territorio/Folklore/Giobia.html )si trovano tutte le spiegazioni in attesa dell'ultimo Giovedì di Gennaio, giorno in cui gli abitanti arsaghesi attraverseranno i loro boschi per incontrare il Druido alla Palude Pollini. Sarà proprio in questo luogo che egli consegnerà la fiaccola necessaria per l'accensione del grande falò situato al Parco Pissina nel centro del paese.

La manifestazione è organizzata da Comune e Proloco in collaborazione con Amici della Bozza di Rugn, CAI, Gruppo Alpini, Gruppi di Cammino, Volontari antincendio del Parco Ticino e Corpo musicale.

Giöbia e Imbolc: due feste, un'unica radice (di Cristiano Brandolini - Proloco Arsago Seprio)

La sera dell'ultimo giovedì del mese di gennaio di ogni anno, nelle terre tra Piemonte e Lombardia, si festeggia la Giöbia. Si erige un grande falò con in cima un fantoccio dalle sembianze femminili, la così detta Vegia, e la sera lo si accende e si fa baldoria.

Tutti lo facciamo ogni anno, da tempo immemore, ma quanti di noi si sono mai chiesti da dove nasce questa festa e che significato ha?

La festa della Giöbia - festa contadina propiziatoria di inizio anno - ha origini molto antiche, e non abbiamo dati sicuri di quando le genti cominciarono a festeggiarla. Presumibilmente è un'usanza nata nel medioevo, che probabilmente risentiva ancora di retaggi più antichi legati al periodo romano, infatti il nome Giöbia (Iovia, Ioviana, Gioeubia, Giubiana) si pensa possa derivare, dal dio latino Giove Iupiter-Iovis, da cui il relativo giorno della settimana “giovedì” e l'aggettivo Giovia.

Più presumibilmente invece potrebbe derivare dalla dea Giunone Iuno (moglie di Giove), antica divinità del matrimonio, del parto e della fecondità della terra, spesso rappresentata nell'atto di allattare, infatti nell'usanza popolare recente, questa figura materna è ancora presente, anche se il suo significato è stato stravolto da un'oscura presenza.

A questa festa è legata una storia tramandata oralmente dai nostri nonni, che narra appunto delle origini di questo oscuro personaggio e che qui vi riporto:

“Molti, moltissimi secoli fa, in una grotta, nel punto più fitto e oscuro dei boschi, viveva una terribile strega. Ella era talmente alta che quando usciva dalla sua grotta e si ergeva sulle sue secche gambe vestite di calze rosse il suo viso restava invisibile, nascosto dalle nubi. Da quell'altezza la Giöbia, questo il nome della terribile megera, controllava l'intero territorio e spaventava a morte chiunque osasse avvicinarsi alla foresta della quale era signora e padrona.

Nessuno sapeva come facesse, ma anche di giorno ella controllava il bosco, sebbene, come si sa, il sole uccida le streghe. Ma, dicevano alcuni, ella lanciava degli incantesimi per cui il sole non poteva toccarla.

Ella era avvezza a prodigar malvagie azioni che costringevano i pochi contadini della pianura a una vita di terrore e miseria.

Infatti, nessuno poteva recarsi nel bosco per far legna o coltivare nei terreni vicini perché subito la Giöbia interveniva spaventando o colpendo chi osasse sfidarla entrando nel suo territorio.

Tuttavia, com'è naturale fra le genti, i contadini si abituarono a questa situazione, s'accontentarono di coltivar meno, impararono a conoscere luoghi in cui raccattar fascine per cucinare e scaldarsi.

Se la Giöbia si fosse limitata a rimaner nel bosco forse sarebbero ancora lì, oggi, poiché la natura umana è quella d'abituarsi e affezionarsi pur'anco alle peggiori sofferenze così che si è restii a cambiar anche quelle situazioni che non ci piacciono ma che ormai hann raggiunto una certa stabilità.

Ma non tutti i cuori umani si somigliano e a certe idee e situazioni alcuni non possono o non vogliono abituarsi. La Giöbia poteva far tremare l'impavido cuore degli uomini, ma vi son cose che risvegliano l'astuzia delle paurose donne, specie quando queste son madri.

Ogni anno, nella notte dell'ultimo Giovedì di Gennaio la Giöbia si metteva in marcia.

A grandi falcate, senza mai toccar terra, con le sue magrissime gambe, di albero in albero, attraversava in pochissimo tempo l'intera foresta e, giunta al borgo si recava presso una delle case che ospitasse un bambino o una bambina e prima dell'alba le casette di terra e paglia eran svegliate dalle alte grida di una madre che rinveniva i resti del suo pargolo, divorato dall'orchessa, dileguatisi nel nulla prima del sorgere del sole.

Col tempo le madri smisero di dormire in quella notte e attendevano con gli occhi sbarrati nel buio che la terribile oscurità finisse, vegliando i propri pargoli e nonostante tutto vedendoseli strappati, dilaniati in un buio profondo.

Erano ormai molti anni che la Giöbia teneva i contadini sotto il suo giogo e, avvicinandosi la fine di Gennaio tutte le donne erano ansiose e non permettevano ai loro piccini di uscire ma se li stringevano al petto, pensando che forse, quella era l'ultima settimana che li avevano fra le braccia.

Ma vi era una madre che non era per nulla preoccupata, ella lasciava la piccolina giocare per strada con le galline e trascorreva l'intera giornata in cucina a cucinare non si sapeva bene che cosa, solo la sera fatidica, l'ultimo Giovedì di Gennaio, prese la sua piccina e la chiuse in casa, poi, appena il sole fu tramontato pose sull'uscio un enorme pentolone pieno di un risotto e salsiccia, chiamata «luganega».

Il risotto era caldissimo e spandeva un profumo penetrante e appetitoso per tutto il territorio.

Anche la Giöbia sentì il profumo le venne l'acquolina in bocca e immediatamente agguantò l'enorme cucchiaio che era nel pentolone e continuò a mangiare il risotto per tutta la notte ed era così golosa del risotto che non s'accorse del sole che sorgeva alle sue spalle.

Così i primi raggi la colpirono con la loro luce e il loro calore consumando il suo corpo con violente fiamme.

Inutile narrarvi della gioia che corse di casa in casa, di madre in madre alla notizia di come fosse stata sconfitta la Giöbia.

Dopo tanti affanni qualsiasi preoccupazione sembrò a quelle genti poca cosa ed essi vissero così sempre sereni e prosperi.

Da allora ogni anno, in ricordo di quell'evento, gli uomini preparano un grande fantoccio che rappresenta la Giöbia e lo fissano sulla sommità di un grande falò formato da fascine di legna. La sera dell'ultimo Giovedì di Gennaio tutto il borgo si riunisce attorno al falò, mangiano il risotto con la luganega e bruciano il fantoccio. Se ella brucia bene allora è segno che l'inverno non durerà molto e che l'anno sarà fortunato.”

Naturalmente questa è una storia fantastica, ma il significato che ci trasmette è che con questo “rito” le genti si liberavano di tutte le tribolazioni che l'inverno porta con se, problemi che erano impersonificati nella Giöbia, e che non potevano essere cancellati se non mediante un grande fuoco che li bruciasse, il falò appunto.

Questa è la Giöbia, una nostra usanza tutto sommato recente e di tradizione popolare, che potrebbe però avere un parallelismo e legare le proprie radici a un'altra festa ben più antica.

Per continuare con questo racconto, dobbiamo fare un ulteriore salto nel passato e andare ancor più indietro del periodo medievale, dobbiamo arrivare all'età del Ferro, ai Celti, all'incirca al VI secolo a.C. e forse ancor prima.

I Celti erano le genti che popolavano gran parte dell'Europa ed erano presenti anche in tutto il nord Italia. Sono i nostri avi.

Il calendario che scandiva l'anno era diviso in Feste Solari e Feste Lunari.

Le due grandi feste lunari erano Beltane (30 aprile-1º maggio) vi si celebrava e venerava il dio Belenus lo Splendente, festa della fertilità dove si purificavano sia il bestiame sia le genti, e Samonios (31 ottobre- 1º novembre) dove si ricordavano e veneravano i morti.

Erano le due feste più importanti del calendario celtico, perché segnavano la divisione dell'anno in due parti: la metà oscura e quella luminosa, ovvero l'inverno e l'estate.

Un'altra festa era Imbolc (31 gennaio-1º febbraio), conosciuta anche con il nome primordiale di Oimelc, celebrava l'allontanamento dell'inverno.

Lugnasad (31 luglio-1º agosto) segnava la riunione di tutti i Touta (Clan) nella grande celebrazione estiva in onore del dio Lug, dio del sole.

Le feste solari erano celebrate durante i solstizi e gli equinozi.

Yule (Solstizio d'Inverno, 21 dicembre), segava e celebrava la nascita del nuovo sole.

Ostara (Equinozio di Primavera, 21 marzo), sanciva l'equilibrio tra luce e oscurità.

Litha (Solstizio d'Estate, 22 giugno), è il giorno più lungo dell'anno. Come per Samonios, è un giorno in cui i confini tra il mondo terreno e quello sovranaturale sono sottili, durante i riti di celebrazione era molto facile avere esperienze sovranaturali.

Mabon (Equinozio d'Autunno, 23 settembre), è la festa di ringraziamento per i frutti della terra, i quali vengono divisi con gli altri, onde assicurarsi la benedizione degli dei durante i mesi invernali.

Di tutte queste feste, ve né una che è particolarmente affine alla nostra festa della Giöbia: Imbolc.

La notte tra il 31 gennaio e il 1º febbraio, si festeggiava Imbolc, o anche Oimelc (questo era l'antico nome della festa che nasce come festa legata alla pastorizia e agli ovini).

Secondo il calendario celta, la giornata cominciava al tramonto del sole, per cui la celebrazione di Imbolc cominciava al tramonto del giorno precedente il 1º febbraio.

La parola Imbolc deriva dall'irlandese e significa "in grembo", e come tutte le feste celebrate dai Celti il suo significato è leggibile a più livelli.

Originariamente la festa faceva riferimento alla gravidanza delle pecore e del loro latte, infatti la parola Oimelc significava “latte ovino”.

In questo periodo infatti nascono gli agnelli e le pecore producono abbondante latte ed era un momento importantissimo per chi viveva di pastorizia e produzione casearia.

Un altro aspetto più simbolico e profondo di questa festa era il celebrare il ritorno alla luce, la durata del giorno ritornava ad allungarsi.

Gli dei venerati e celebrati durante questa festa erano Kernunnos divinità dei boschi e degli animali e soprattutto la dea madre Brighit la Triplice, figlia del dio Sole. La tradizione prevedeva che la festa fosse celebrata accendendo lumini, candele e i Druidi (sacerdoti) accendevano grandi faló rituali attorno ai quali era usanza danzare.

La dea Brighit la Triplice, venne poi assorbita poi dal Cristianesimo e mutata in Santa Brigida e nella festa della Candelora.

Dopo aver analizzato sia la festa della Giöbia, sia quella di Imbolc, è evidente che vi sono molti aspetti in comune tra le due.

Nella Giöbia come per Imbolc abbiamo un'associazione alle madri, alla maternità, ai figli e al latte.

In entrambe le feste si accendono falò e il fuoco, la luce ne sono i simboli principali.

In entrambe le celebrazioni il significato è esorcizzare le forze negative dell'inverno e propiziare l'avvento della primavera.

Entrambe le feste si festeggiano nello stesso periodo, concomitanti o a distanza di pochi giorni.

Anche il racconto sulla Giöbia, trova rimandi alla tradizione di Imbolc, la vecchia “strega” rappresenta le forze negative dell'inverno e le tribolazioni che le genti devono affrontare ogni anno. Le madri e i loro figli sono presenti nella storia e ne sono un elemento importante, determinante e risolutivo per la sconfitta dell'oscura presenza che le minaccia e che divora i loro neonati, riportando a splendere il sole e continuando il cammino verso la nuova e bella stagione, la Primavera.

Giöbia e Imbolc: due feste, un'unica radice ben piantata nella nostra terra, nella nostra Cultura.

La Gibiana in riva al Lambro[modifica | modifica wikitesto]

Sul Lambro, l'ultimo giovedì di gennaio, arriva la Gibiana e si fa un gran falò con il suo fantoccio, così bruciano tutte le negatività dell'inverno e ci si prepara alla nuova stagione. La festa pare abbia origini antichissime, addirittura celtiche. Naturalmente si mangia il risotto alla monzese.

La Giubiana a Cantù[modifica | modifica wikitesto]

Il rogo della Giubiana di Cantù del 2007

A Cantù a essere simbolicamente immolata su una pira di legno posta nel centro di piazza Garibaldi, nel centro cittadino, è una giovane bellissima che secondo la tradizione rappresenta una castellana che ebbe l'ardire di tradire la città in un lontano passato, forse nella guerra tra milanesi e comaschi del XII secolo. Cantù, alleata a Milano contro la città lariana, subì infatti una dura sconfitta ma la guerra fu infine vinta dai milanesi che conquistarono Como decretando così, secondo questa interpretazione della leggenda, anche la condanna al rogo della giovane. Una tremenda sentenza che viene simbolicamente ricordata ogni anno nella serata dell'ultimo giovedì di gennaio.

Non a caso prima del rogo a Cantù si organizza un corteo con costumi storici: su un carro trascinato a mano e scortato da armigeri, frati e un boia viene caricata la Giubiana, ossia un manichino di donna esposto giorni prima in un locale di via Dante, a due passi da piazza Garibaldi, a un ipotetico pubblico ludibrio. Durante il corteo, che raggiunge poi il municipio e quindi la piazza centrale per il rogo, viene anche data lettura della condanna. Si tratterebbe comunque di una leggenda visto che non esistono fonti che leghino alla verità storica questi fatti.

Nel 1998 la Biblioteca comunale di Mariano Comense distribuì nelle scuole elementari della zona del canturino un opuscolo contenente una ipotetica storia della Giubiana.[1] Il libretto, fuori commercio, è il frutto di un'abile collaborazione tra Giancarlo Montorfano, Ariel Macchi e l'illustratore Filippo Brunello: il piccolo opuscolo riscontra un successo imprevisto alla vigilia non solo tra i bambini ma anche tra quelli più grandi non solo per la suggestiva narrazione ma anche per i riscontri storici che sono contenuti in essa.

La storia racconta che la notte di un giovedì di gennaio di settecento anni fa bussò a uno degli ingressi del borgo di Canturio una bellissima donna. Padre Lorenzo, scambiando la giovane ragazza con la Madonna, aprì inconsciamente la porta della città.

Il frate rimase esterrefatto dai suoi occhi, mentre la giovane lo ipnotizza fissandolo nelle pupille. Lei gli ordinò: "Dammi le chiavi della città". Conquistate le chiavi, la donna poté così aprire i pesanti battenti della porta ai Visconti che si insediarono immobilizzando le guardie nelle varie torri.

I milanesi si erano anche impadroniti della vicina Marliano (l'odierna Mariano Comense) e i Grassi, signori di Canturio, erano stati spodestati e cacciati. Della giovane non si sentì più parlare dalla fine di gennaio di tanto tempo fa. Ancora oggi ci si chiede chi fosse questa bella ragazza, se una guerriera come Bradamante o una creatura demoniaca.

Un'usanza cominciò però a diffondersi l'ultimo giovedì di gennaio: bruciare insieme alle stoppie del granoturco un fantoccio di pezza, colorato, con le fattezze di una donna. Una volta l'anno gli abitanti di molti paesi della Brianza si divertono a danzare urlanti attorno a un enorme falò. Scacciano i ricordi di un passato sfortunato e si augurano un futuro più felice.

La Giubiana a Canzo[modifica | modifica wikitesto]

La Giubiana è una tradizione brianzola e piemontese consistente nel mettere al rogo il pupazzo di una vecchia che rappresenta i mali dell'inverno e dell'anno trascorso. La festa si svolge l'ultimo giovedì di gennaio. Al rogo segue una cena di risotto con salsiccia (lügànega), e vin brulé.

A Canzo la celebrazione è particolarmente articolata, essendo presenti il processo in canzese con la sentenza dei Regiuu, ovvero gli anziani autorevoli del paese, e altri personaggi simbolici e tradizionali, quali la fata acquatica Anguana (proveniente dal Cèpp da l'Angua), l'Òmm Selvadech (cioè "uomo selvatico", personaggio della mitologia alpina), l'Urzu ("orso", che esce dalla tana alla Cròta dal Bavèsc, simbolo della forza istintiva che deve essere domata) e il Casciadùr ("cacciatore", che doma e fa ballare l'orso), il Bòja ("boia" che rappresenta la condanna del male), i Cilòstar (cioè "coloro che reggono i candelabri", incappucciati, che simboleggiano la luce che vince il Male), i Bun e i Gramm ("buoni e maligni", bambini vestiti di bianco e di nero, tinti in volto, che con il suono delle campanelle e con il rumore delle latte invitano le forze del bene e scacciano il maligno), l'Aucatt di caus pèrs (l'avvocato delle cause perse, quello venuto dal foro di Milano per difendere la Giubiana), il Barbanégra (l'indovino), gli Scarenèj (i rappresentanti della vicina campagna di Scarenna, legata storicamente con i contadini canzesi), le Strij picitt (le streghe che fanno paura ai bambini), la Cumàr da la Cuntrada (che legge il testamento della Giubiana), il Diaul (diavolo che canta l'ode alla Giubiana), i Pumpiér (i pompieri in bicicletta, in costume storico e con la pompa dell'Ottocento), il Pastùr (il rappresentante in maschera del mestiere pastorizio), i Buschiröö (la maschera del boscaiolo), il Carètt di paisàn ("carretto dei contadini"), il Traìn (lo "slittone" con le fascine), e altri ancora, che percorrono in processione parte del centro storico. La festa è arricchita da vestiti tradizionali e da suggestivi addobbi, tra cui la gamba russa (cioè "rossa") e i paramenti a lutto, com'è anche la musica dei tamburi e dei baghèt.

La Gioebia a Casorate Sempione[modifica | modifica wikitesto]

A Casorate Sempione, dopo aver bruciato la strega d'inverno (la Giœbia), le donne si riunivano e festeggiavano La giœbia di dónn (festa delle donne). La puscena di donn, letteralmente dopo cena delle donne (dal lat. post cenam), era un ritrovo serale in versione rosa in cui le donne dei cortili si radunavano, assenti mariti, figli e padri, una volta l'anno, per raccontarsi storie, cantando, ballando, mangiando e perché no? Bevendo anche un buon bicchiere di vino magari di produzione Casoratese che sarà sicuramente stato "ul pisarèla"o "stràscia pàta", prodotto con le uve di Casorate che dava un vino di pochi gradi. Una tradizione locale che si era persa per strada, ma che negli ultimi anni è ritornata in auge. L'atmosfera è di forte sacralità e festosità, grazie al simbolismo, di origine celtica e cristiana, presente in tutta la manifestazione. L'ultimo giovedì del mese di gennaio (di un tempo che fu) le donne si ritrovano per festeggiare fra di loro la “gœbia. Si racconta che una volta, gli uomini, (esclusi dalla festa) giocarono uno scherzo alle donne mentre stavano festeggiando con frittelle e vino dolce, calando una gamba dall'arbüşèll facendola dondolare per aria intonando una tiritera con voce cupa e roca. Le donne tutte spaventate scapparono via, abbandonando tutto quel ben di Dio che gli uomini fecero loro. Ecco di seguito la tiritera.

« Dón, dón, andé a durmì,

ghi giald ‘i œcc, i da murì,
se vurì mia, che Dìu la manda,
guardé ' in aria ca dúnda la gamba

Donne, donne, andate a dormire,
avete gialli gli occhi dovete morire,
se non volete che Dio vi faccia morire,
guardate in alto che dondola la gamba »

(Piero Rodoni, Filastrocche e tiritere)

La Zobia a Fiorenzuola d'Arda[modifica | modifica wikitesto]

Anche a Fiorenzuola d'Arda, in provincia di Piacenza, la Zobia rappresenta la maschera di una strega o di una vecchia che viene data alle fiamme. Il personaggio, al quale si appicca il fuoco in occasione del Carnevale, è impietoso nei confronti di ladri e malfattori, ruba lei stessa e semina discordia nelle trattative d'affari. Tuttavia, solo in questo centro, la strega in passato alludeva alla figura del commerciante ebreo, in particolare di stoffe. L'origine di questo riferimento resta sconosciuta, ma è sicuramente correlata alla presenza ebraica in paese e nella Bassa piacentina. Con il tempo la parodia degli ebrei è scomparsa.

Paesi in cui la Giubiana è festeggiata[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ http://www.corrierecomo.it/index2.cfm?ID=557

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Montorfano Giancarlo e Macchi Ariel, Una storia della Giubiana. La Vita Felice Editore, 2000. ISBN 88-7799-090-2.
  • Franca Pirovano, "La Gibiana: eredità celtica?", in F.P. Momenti di folklore in Brianza, Palermo, Sellerio, 1985, pp. 23–31.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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