Monachicchio

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Il Monachicchio è il nome, in forma italianizzata, di un personaggio del folklore lucano. Sebbene l'origine e l'aspetto del suo mito hanno molto in comune con quelli dello Scazzamurrieddhru e del Munaciello napoletano, il Monachicchio non solo ha una sua precisa identità, ma le sue descrizioni variano da zona a zona della Basilicata.

Origine del mito[modifica | modifica wikitesto]

L'origine del mito va cercata nelle trazioni religiose romane, che attribuivano ai Lari e ai Penati la protezione dei defunti e della casa. Con l'avvento del Cristianesimo queste figure pagane vennero pian piano assimilate, nell'immaginario popolare, con quella dello spirito Incubo, di cui alcune manifestazioni del Monachicchio lucano ereditano gran parte dei loro attributi.

Aspetto[modifica | modifica wikitesto]

La descrizione del Monachicchio e delle sue capacità sovrannaturali varia da zona a zona della Basilicata.

Seconda la tradizione di Grassano, in provincia di Matera, il Monachicchio è lo spirito di un bambino morto prima di ricevere il battesimo. Di bell'aspetto e di carattere gentile, porta in testa un berrettino di color rosso, detto u cuppulicchi ("il cappellino").

Solitamente appare ai bambini, sia di giorno che di notte, e con questi trascorre molto tempo a scherzare e a giocare a rincorrersi: infatti, questa è la cosa che più lo diverte, poiché sa che se i compagni di gioco gli togliessero u cuppulicchi, ne raccoglierebbero le monetine d'oro che questo contiene. Con gli adulti si diverte a togliere le coperte dal letto, fare il solletico ai piedi delle persone, posarsi su di esse mentre dormono (come un Incubo) e legare i peli della coda di asini e muli o la criniera dei cavalli, per poi attendere fino all'alba, quando i contadini si levano dal letto, guardare da sotto la pancia degli animali e cominciare a ridere a crepapelle alla vista dei vani tentativi dei contadini di scogliere i nodi fatti con i crini.

Con le donne, si diverte a sussurrare parole dolci nelle orecchie delle belle ragazze e leccare le guance di quelle paffute.

Poi, quando è soddisfatto dei suoi scherzi, battendo le mani sparisce nel suo fantastico mondo, dove abita in una grotta ricca di tesori.

« I monachicchi sono esseri piccolissimi, allegri, aerei, corrono veloci qua e là, e il loro maggior piacere è di fare ai cristiani ogni sorta di dispetti. Fanno il solletico sotto i piedi agli uomini addormentati, tirano via le lenzuola dei letti, buttano sabbia negli occhi, rovesciano bicchieri pieni di vino, si nascondono nelle correnti d'aria e fanno volare le carte e cadere i panni stesi in modo che si insudicino, tolgono la sedia di sotto alla donne sedute, nascondono gli oggetti nei luoghi più impensati, fanno cagliare il latte, danno pizzicotti, tirano i capelli, pungono e fischiano come zanzare. Ma sono innocenti: i loro malanni non sono mai seri, hanno sempre l'aspetto di un gioco, e, per quanto fastidiosi, non ne nasce mai nulla di grave. Il loro carattere è una saltellante e giocosa bizzarria, e sono quasi inafferrabili. Portano in capo un cappuccio rosso più grande di loro: e guai se lo perdono. Tutta la loro allegria sparisce ed essi non cessano di piangere e di desolarsi finché non l'abbiano ritrovato. Il solo modo di difendersi dai loro scherzi è appunto di cercarli di afferrarli per il cappuccio: se tu riesci a prenderglielo, il povero monachicchio scappucciato ti si butterà ai piedi, in lacrime, scongiurando di restituirglielo. Ora i monachicchi, sotto i loro estri e la loro giocondità infantile, nascondono una grande sapienza: essi conoscono tutto quello che c'è sottoterra, sanno i luoghi nascosti dei tesori. Per riavere il suo cappuccio rosso, senza cui non può vivere, il monachicchio ti prometterà di svelarti il nascondiglio di un tesoro. Ma tu non devi accontentarlo fino a che non ti abbia accontentato; finché il cappuccio è nelle tue mani, il monachicchio ti servirà. Ma appena riavrà il suo prezioso copricapo, fuggirà con un gran balzo, facendo sberleffi e salti di gioia, e non manterrà la sua promessa. »

(Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli)

Secondo la tradizione del materano, il Monachicchio è un folletto che fa dispetti, i quali, però, mai causano problemi o danni seri.

Si diverte a fare il solletico ai piedi delle persone, posarsi su di esse mentre dormono, tirare i capelli e dare forti pizzicotti. L'unico modo per porre fine ai loro scherzi è privarlo del cappello.

Nella tradizione marateota, al Monachicchio vengono attribuiti anche gesti di pura cattiveria, e spesso finisce per essere equiparato al Diavolo. Descritto come un bambino di poco più di sei anni, appare sempre sporco di terra e con uno strano berretto color rosso.

Anche se a volte si limita a fare piccoli scherzi senza gravi conseguenze (come svuotare la cantina delle case o torturare i dormienti con rumori per tutta la notte), questo promette grandi tesori alle sue vittime, che sceglie secondo oscuri requisiti, a patto che questi compiano determinate imprese o azioni indicate dallo spiritello, che in realtà faranno loro perdere l'anima o ne causeranno la morte.

Poteri[modifica | modifica wikitesto]

Generalmente, gli vengono attribuiti la guardia e la sovranità della terra: i Monachicchi sono, nell'immaginario popolare lucano, i custodi dei tesori sotterrati; fantasia nata dalla grande quantità di materiale archeologico presente nel sottosuolo lucano.

La creatura li promette a chi riesce a sottrargli il cappello, ma non sempre mantiene i patti.

« Tante genti sono passate su queste terre, che qualcosa si trova davvero, e dappertutto, scavando con l’arato antichi vasi, statuette e monete escono al sole, sotto la vanga, da qualche antica tomba. Anche don Luigino ne possedeva, trovati in un suo campo, verso il Sauro: monete corrose, che non potei stabilire se fossero greche o romane, e alcuni vasetti neri, non figurati, di forme elegantissime.
Di tesori dei briganti, ne vidi uno io stesso, assai modesto. L’aveva trovato per caso il falegname Lasala che me lo mostrò. Aveva messo una sera un grosso ceppo nel focolare, e al chiarore delle fiamme s’era accortodi qualcosa che luccicava nel legno. Erano pochi scudi borbonici d’argento, nascosti in un buco di quel vecchio tronco.
Ma, per i contadini, queste non sono che briciole degli immensi tesori celati nelle viscere della terra. Per loro i fianchi dei monti, il fondo delle grotte, il fitto delle foreste sono pieni di oro lucente, che aspetta il fortunato scopritore. Soltanto, la ricerca dei tesori non va senza pericoli perché è opera diabolica, e si toccano delle potenze e spaventose. È inutile frugare a caso la terra: i tesori non compaiono che a colui che deve trovarli. E per sapere dove sono, non ci sono che le ispirazioni dei sogni, se non si ha avuto la fortuna di essere guidati da uno degli spiriti della terra che li custodiscono, da un monachicchio.
Il tesoro appare in sogno, al contadino addormentato in tutto il suo sfolgorfo. Lo si vede, una catasta d’oro, e vede il luogo preciso, là nel bosco, vicino a quell’albero d’ilice con quel segno sul tronco, sotto quella gran pietra quadrata. Non c’è che andare e prenderlo. Ma bisogna andare di notte: di giorno il tesoro sfumerebbe. Bisogna andarci soli, e non confidarsi con anima viva: se sfugge una sola parola, il tesoro si perde. I pericoli sono spaventosi, nel bosco si aggirano gli spiriti dei morti: ben pochi animi sono così arditi da mettersi al cimento, e da portarlo, senza vacillare, a buon fine. Un contadino di Gagliano, che abitava non lontano da casa mia, aveva visto in sogno un tesoro. Era nella foresta di Accettura, poco sotto Stigliano. Si fece coraggio e partì nella notte: ma quando fu circondato dagli spiriti, nell’ombra nera, il cuore gli tremò nel petto. Vide fra gli alberi un lume lontano: era un carbonaio, un uomo senza paura, come tutti i carbonai, e calabrese: passava la notte nel bosco vicino alle sue fosse da carbone. La tentazione, per il povero contadino atterrito, fu troppo forte: egli non poté fare a meno di raccontare al carbonaio il suo sogno, e di pregarlo di assisterlo nella ricerca. Si misero dunque insieme a cercare la pietra vista in sogno, il contadino un po’ rinfrancato dalla compagnia, e il calabrese pieno di coraggio, e armato della sua roncola. Trovarono la pietra: tutto era esattamente come in sogno. Per fortuna erano in due: il masso era pesantissimo, e a fatica potevano smuoverlo. Quando furono riusciti ad alzarlo, apparve una grossa buca nella terra: il contadino si affacciò, e vide nel fondo luccicare l’oro, una straordinaria quantità di oro. Le pietruzze smosse del terreno battevano cadendo sulle monete, con un suono metallico che riempiva di delizia il suo cuore. Si trattava ora di calarsi nella fossa profonda e di prendere il tesoro, ma qui al contadino mancò di nuovo il coraggio, e disse al suo compagno di scendere e di porgergli il denaro, che lui, di sopra, avrebbe messo nel suo sacco: poi l’avrebbero spartito. Il carbonaio, che non temeva né diavoli né spiriti, scese nella fossa: ma ecco, tutto quel giallo lucente si era fatto nero ed opaco, tutto l’oro, d’un tratto, s’era mutato in carbone. »

(Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli)

Il Monachicchio sarebbe anche invulnerabile ai colpi d'arma da fuoco:

« In quei giorni, Carmelo lavorava, con una squadra di operai, a riattare la strada che porta ad Irsina, lungo il Bilioso, un torrentaccio malarico che corre fra le pietre per buttarsi più lontano dopo Grottole, nel Basento. I badilanti usavano, nelle ore del maggior caldo, quando era impossibile lavorare, ritirarsi a dormire in una grotta naturale, una delle molte che bucano, in quel vallone, tutto il terreno, e che erano state, un tempo, il rifugio preferito dei briganti. Ma nella grotta c’era un monachicchio: lo spiritello bizzarro cominciò a fare i suoi dispettucci a Carmelo e ai suoi compagni: appena si erano appisolati, mezzi morti di fatica e di caldo, li tirava pd naso, li solleticava con delle pagliuzze, buttava dei sassi, li spruzzava con dell’acqua fredda, nascondeva le loro giacche o le loro scarpe, non li lasciava dormire, fischiava, saltellava dappertutto: era un tormento. Gli operai lo vedevano comparire fulmineo qua e là per la grotta, col suo grande cappuccio rosso, e cercavano in tutti i modi di prenderlo: ma quello era più svelto di un gatto e più furbo di una volpe: si persuasero presto che rubargli il cappuccio era cosa impossibile. Decisero allora, per poter in qualche modo difendersi dai suoi giochi fastidiosi, e prendere un po’ di riposo, e lasciare a turno uno di loro di sentinella mentre gli altri dormivano, con l’incarico di tenere almeno lontano il monachicchio, se la fortuna non consentiva di afferrarlo. Tutto fu inutile: quell’inafferrabile folletto continuava i suoi dispetti come prima, ridendo allegramente della rabbia impotente degli operai. Disperati, essi ricorsero allora all’ingegnere che dirigeva i lavori: era un signore istruito, e forse sarebbe riuscito meglio di loro a domare il monachicchio scatenato. L’ingegnere venne, accompagnato dal suo assistente, un capomastro: tutti e due armati col fucile da caccia a due canne. Al loro arrivo il monachicchio si mise a fare sberleffi e risate, dal fondo della grotta, dove tutti lo vedevano benissimo, e saltava come un capretto. L’ingegnere imbracciò il fucile, che aveva caricato a palla, e lasciò partire un colpo. La palla colpì il monachicchio, e rimbalzò indietro verso quello che l’aveva tirata, e gli sfiorò il capo con un fischio pauroso, mentre lo spiritello saltava sempre più in alto, in preda a una folle gioia. L’ingegnere non tirò il secondo colpo: ma si lasciò cadere il fucile di mano: e lui, il capomastro, gli operai e Carmelo, senza aspettar altro, fuggirono terrorizzati. Da allora quei manovali si riposano all’aperto, sotto il sole, coprendosi il viso col cappello: anche tutte le altre grotte dei briganti, in quei dintorni di Irsina, erano piene di monachicchi, ed essi non osarono più metterci piede. »

(Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli)

Fonti e Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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