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Folletto

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Disambiguazione – Se stai cercando l'omonimo aspirapolvere, vedi Folletto (aspirapolvere).
Illustrazione del 1915 della fiaba dei fratelli Grimm Die Wichtelmänner.

Folletto è il nome con cui la lingua italiana designa genericamente una vasta categoria di esseri soprannaturali minori del folclore europeo: creature di piccola statura, notturne, dispettose e mutevoli, legate alla casa, alla stalla e alla campagna, capaci di rendere servizi agli uomini quanto di perseguitarli.[1][2]

Il termine non individua una figura unitaria, ma copre un insieme eterogeneo di esseri designati nelle varie regioni con nomi diversi — dal salvanèl veneto e trentino al mazapégul romagnolo, dal linchetto lucchese al munaciello napoletano, dal monachicchio lucano al farfareddu siciliano — e in parte sovrapponibili al lutin, al korrigan, al browie, al nisser, al nano, all'elfo, allo gnomo e al coboldo delle altre tradizioni europee.[1][3] La confusione terminologica è antica: già Charles Godfrey Leland, raccogliendo materiali nell'Italia centrale alla fine del XIX secolo, osservava che «folletto» funzionava come etichetta generica per quasi ogni spirito non cristiano, comprendendo fate, spettri e ninfe.[4]

La storiografia demologica riconduce la figura ai geni domestici del mondo antico — i Lari e i Penati romani — sopravvissuti alla cristianizzazione in forma clandestina e degradata, e la collega inoltre alle credenze relative ai morti e al mondo sotterraneo.[1][5][6]

Un Lutin, il corrispettivo francese di folletto, rappresentato con la tipica iconografia otto-novecentesca: statura ridotta, abiti dimessi e berretto rosso a punta.

Folletto è propriamente il diminutivo di folle, e allude all'incostanza e all'imprevedibilità attribuite alla creatura.[2] La stessa motivazione è alla base del francese follet e del provenzale fadet: dal Medioevo il lutin francese è chiamato anche follet, cioè «piccolo folle», per i suoi sbalzi d'umore, e figure analoghe della Vallonia portano nomi costruiti sulla nozione di «sciocco».[7]

Il termine è attestato in italiano fin dal Trecento: Dante chiama «folletto» l'anima di Gianni Schicchi che corre azzannando le altre nella decima bolgia, e Pulci parla di «spiriti folletti» come di una specie a sé.[2] Da folletto derivano anche il toscano farfarello e, per estensione, l'uso aggettivale nell'espressione «spirito folletto».[2]

Estensione semantica

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Lecouteux ha rilevato che l'assenza di una definizione condivisa del campo semantico dei folletti è all'origine di numerosi equivoci nella comprensione delle tradizioni che li riguardano: sotto la stessa etichetta vengono raccolti esseri di provenienza e funzione molto diverse.[3] La sovrapposizione è documentabile già nelle glosse latine altomedievali, dove il termine germanico scrat assimila creature che altri testi associano al fauno, a Silvano e al satiro; a partire dal X secolo la distinzione fra folletti, nani, elfi e gnomi si attenua progressivamente fino a renderli sinonimi.[8][9] Nella stessa epoca i termini germanici per «nano» — l'antico alto tedesco zwerc, il norreno dvergr, l'antico inglese dweorg — funzionano da parole contenitore, sotto le quali confluiscono indistintamente elfi, incubi, fauni, satiri, orchi, goblin e brownie; a questa confusione Lecouteux riconduce buona parte dei comportamenti contraddittori attribuiti al nano e al folletto nella documentazione successiva.[10]

Una tendenza classificatoria ricorrente riserva il nome di «nano» o «gnomo» alle creature legate alle profondità della terra e alle sue ricchezze, e quello di «folletto» a quelle che abitano la casa o le sue vicinanze.[3] La ripartizione resta però convenzionale, e non trova riscontro sistematico nella documentazione folclorica.[11]

Origini e formazione della figura

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Un Browie, corrispettivo scozzese di un folletto, in una illustrazione del 1905.

I geni domestici antichi

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Le religioni antiche del bacino mediterraneo e dell'Europa celtica conoscevano, accanto alle grandi divinità, un fitto strato di potenze minori incaricate di regolare i rapporti fra l'uomo, la sua casa e le forze della natura: i Lari e i Penati, il genio, i genii catabuli o «geni della stalla», Silvano e i suoi silvani, i fauni e i satiri.[5][12] Nella casa romana era d'uso rivolgersi al Lare, «dio della casa», in ogni circostanza della vita quotidiana.[5]

La riconduzione del folletto a questo strato di culti è tradizionale nella demologia italiana: già la voce dell'Enciclopedia Italiana curata da Raffaele Corso registrava che «gli studiosi moderni considerano questo genio della casa un ricordo degli antichi Lari».[1] Nella stessa direzione andava, con metodo assai meno controllato, la lettura di Leland, che vedeva nei folletti dell'Appennino tosco-romagnolo i discendenti diretti di fauni e silvani.[13]

Cristianizzazione

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L'evangelizzazione delle campagne provocò un rovesciamento del pantheon: proibito il culto delle grandi divinità pagane, gli «dèi minori» del focolare — troppo vicini alle preoccupazioni quotidiane dei contadini per essere cancellati — sopravvissero in forma clandestina, mutando nome e statuto e scendendo al rango di creature ambigue, né divine né diaboliche.[5]

Il compromesso trova espressione in un motivo eziologico diffuso in tutta l'Europa: i folletti sarebbero angeli caduti dal paradiso e non accolti nell'inferno, condannati a vagare incerti sul proprio destino. Il motivo è registrato per l'area alpina da Maria Savi-Lopez[14] e, quasi negli stessi termini, per l'Irlanda da William Butler Yeats, che riporta la definizione contadina delle fate come «angeli caduti, non abbastanza buoni per essere salvati né abbastanza cattivi per essere dannati», accanto a quella, di ascendenza colta, che le identifica con gli dèi dell'Irlanda pagana, i Túatha Dé Danann.[15]

Sul versante britannico, Ronald Hutton ha mostrato che la «tradizione fatata» quale è nota alla prima età moderna non è un residuo intatto di credenze precristiane, ma il prodotto di una elaborazione che intreccia folclore, letteratura e demonologia dotta: un'avvertenza di metodo che vale anche per il folletto continentale.[16]

Morti, doppio e mondo sotterraneo

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King Olaf and the Little People di Julia Goddard, 1871, pubblicato nel giornale Wonderful Stories from Northern Lands, nella quale si rielabora la saga Separata di Sant'Olaf indicando però gli elfi originali come folletti. Secondo alcuni studiosi (Guðbrandur Vigfússon e Frederick York Powell), la denominazione "elfo" non andrebbe presa in senso letterale; inoltre fanno notare che, nelle modalità della morte di Olaf Geirstad-Alf descritta nella saga, secondo il culto degli antenati in uso all'epoca, "i morti erano chiamati elfi"[17].

Claude Lecouteux ha sostenuto in una lunga serie di lavori che parte dei caratteri dei folletti e dei nani deriva da credenze relative alla morte, ai revenants e al doppio: ciò spiegherebbe il loro mutismo, l'insofferenza a essere guardati e la localizzazione sotterranea delle loro dimore.[6][18] Il regno dei folletti coinciderebbe, in questa lettura, con quello dei morti.[19]

Un indizio in tal senso è una credenza del Finistère, secondo la quale alcuni folletti sono antichi garzoni di fattoria che, avendo trascurato i cavalli loro affidati, sono condannati ad accudirli dopo la morte: il folletto vi appare come un «genio domestico che tenta di ottenere la salvezza con il lavoro».[20]

Un secondo indizio, di natura onomastica, viene dai cataloghi di nomi di nani conservati dalla tradizione norrena. Accanto a nomi che ne descrivono l'aspetto o l'indole, Lecouteux vi individua una serie che rimanda in modo inequivocabile alla morte: nomi che valgono «morto», «cadavere», «intorpidito», «decomposto», «colui che entra nel tumulo», «pronto per la partenza» e «antenato». Egli propone di distinguere due esiti post mortem: i defunti che hanno avuto una morte prematura, violenta o comunque anomala diventerebbero nani e revenants, mentre i morti «buoni» diventerebbero elfi.[10][21] La medesima equivalenza fra elfi e defunti è stata rilevata dai primi editori del Corpus Poeticum Boreale, a proposito del culto degli antenati nella saga Separata di Sant'Olaf.[22]

La medesima associazione fra piccolo popolo e mondo dei morti è centrale nella tradizione irlandese, dove gli aos sí abitano i síde, cioè i tumuli preistorici, e sono designati per antonomasia e per scaramanzia come «il buon popolo» (daoine maithe).[23][24] Anche Savi-Lopez registrava per l'area alpina l'uso di chiamare tali esseri «il buon popolo, gli amici», motivandolo con la convinzione che essi ascoltino quando si parla di loro.[25]

Nell'immaginario italiano contemporaneo il folletto è descritto come piccolo, coperta da un berrettino rosso o nero, e vestito di un saio scarlatto; alcune tradizioni gli attribuiscono invece tratti mostruosi, come il piede biforcuto o speronato.[1]

Nella documentazione medievale la statura non è fissata.[26] La prima descrizione dettagliata è quella di Gervasio di Tilbury, che verso il 1210 negli Otia imperialia presenta i portuni come vecchietti dal volto rugoso, vestiti di stracci cuciti insieme e alti mezzo pollice.[27] Se i racconti medievali non precisano che siano barbuti, le testimonianze ottocentesche — valloni in particolare — insistono su questo tratto.[26]

Gli abiti hanno un rilievo particolare: numerosi racconti riferiscono che il folletto veste di stracci e che offrirgli vestiti nuovi ne provoca la scomparsa definitiva.[28] Il motivo, attestato in area tedesca come in Scozia e in Irlanda a proposito dei brownie, è probabilmente antichissimo, poiché ricorre già nel piccolo popolo del ciclo arturiano.[28][29]

Il berretto rosso è, in area italiana, l'oggetto attorno a cui ruotano le narrazioni di fortuna: chi riesca a strapparlo al folletto potrà costringerlo a rivelare il luogo di un tesoro.[1]

La danza dei Nisser, corrispettivo scandinavo del folletto

L'incostanza è il tratto dominante: il folletto può rendere molteplici servizi un giorno e commettere le peggiori sciocchezze l'indomani.[7] Ne consegue una spiccata asocialità, nota fin dal Medioevo: Maria di Francia racconta di un folet catturato da un contadino, disposto a concedergli qualunque cosa purché non lo mostri alla gente.[30]

La situazione peggiore, nei racconti, è quella in cui un uomo rivolga la parola al folletto pretendendo una risposta: la reticenza è tale che in Ardenne il nome della creatura è divenuto sinonimo di «misantropo» e «taciturno».[31] Il folletto è inoltre notturno, estremamente suscettibile, e si difende con ferocia da chi lo insulti.[32][26]

Poteri e metamorfosi

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A tutte le rappresentazioni del folletto sono attribuite capacità magiche: predire il futuro, lanciare sortilegi, rendersi invisibile, spesso mediante un oggetto come un berretto o un mantello.[33] I suoi poteri sono ambivalenti e si esercitano tanto a beneficio delle persone virtuose quanto a danno di chi lo offende; una maledizione ricorrente nel folclore vallone — «spiga dopo spiga ti ho arricchito, spiga dopo spiga ti rovinerò» — è stata letta come espressione del legame fra il piccolo popolo e la fertilità della terra.[34][35]

La capacità di mutare forma e statura è fra le più caratteristiche, e si ritrova nei nani delle tradizioni popolari in stretta relazione con la credenza medievale nel doppio.[36] Le metamorfosi animali privilegiano il cavallo e la rana, poi il gatto e il serpente: quest'ultimo condivide con il folletto la fama di amare il latte, e forme di venerazione dei geni della casa sotto spoglie di serpente sono documentate in Europa da epoche assai remote.[37]

Il folletto domestico

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Il korrigan, «folletto di Bretagna», rinvia etimologicamente al nano (korr).

Secondo la credenza più diffusa il folletto del focolare vive in origine nella natura — in dimore sotterranee sotto le colline, nei boschi o fra le radici dei grandi alberi — e sceglie poi di stabilirsi in un'abitazione umana, di norma una cascina, per mettersi al servizio dei suoi abitanti, non senza causare disordini e giocare di notte nel camino.[38][39]

Servizi e ricompense

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I compiti sono quelli della fattoria: cura del bestiame e in particolare dei cavalli, ai quali il folletto ruba foraggio per darlo ai suoi preferiti, sorveglianza della casa, lavori domestici svolti di notte con efficienza superiore a quella umana.[38][32] A questa funzione rinvia direttamente il nome del servan alpino, attestato nell'Ottocento.[38]

La ricompensa richiesta è quasi sempre alimentare, e consiste nel latte o in preparazioni a base di latte: l'attaccamento smisurato al latte è, secondo la letteratura folclorica, il tratto che consente di riconoscere con sicurezza il folletto.[37] Nell'area alpina e tirolese i contadini gli riservavano la prima mungitura del mattino, e la dimenticanza del tributo era ritenuta causa di ritorsioni.[40]

Ricorrente è anche il segno lasciato nelle stalle: le criniere dei cavalli ritrovate al mattino intrecciate in nodi inestricabili, che la tradizione italiana e quella francese attribuiscono concordemente all'opera notturna del folletto.[1][41]

Modi per allontanarlo

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Il rapporto con gli abitanti della casa non è mai acquisito una volta per tutte. Fra i metodi tradizionali per liberarsi di un folletto molesto, accanto all'uso di acqua benedetta e preghiere, il più diffuso consiste nel collocare sul suo cammino un recipiente colmo di semi minutissimi — miglio, piselli, cenere — che egli sarà costretto a rimettere in ordine prima del canto del gallo, desistendo infine dall'impresa.[42] Un secondo metodo, attestato dal XV secolo, mira a suscitarne il disgusto mediante comportamenti che evochino i bisogni corporali.[43]

Il dono di abiti nuovi, già ricordato, funziona in molte varianti come congedo definitivo: in una storia il pooka rivela che gli abiti offerti rappresentano il salario che pone fine al suo periodo di penitenza.[20]

Il folletto e il sonno

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Illustrazione dei farfadets da un'opera di Alexis-Vincent-Charles Berbiguier de Terre-Neuve du Thym (1821), autore che dichiarava di essere perseguitato dai folletti.

Una parte consistente della documentazione italiana associa il folletto all'esperienza dell'oppressione notturna: la creatura si siede sul petto o sul ventre di chi dorme impedendogli il respiro e il movimento, in una fenomenologia che la demologia riconduce all'incubo e che la letteratura medica identifica oggi con episodi di paralisi ipnagogica.[44][45] A questo nucleo rinviano gli stessi nomi dialettali costruiti sulla radice di «schiacciare» o «premere», come il romagnolo mazapégul, il marchigiano e abruzzese mazzamurello e il salentino laurieddhu.[45][46]

Franca Romano ha analizzato il nesso fra questi racconti e l'età adolescenziale, mostrando come nella cultura tradizionale italiana la visita notturna del folletto — spesso descritta in termini apertamente erotici e riferita in prevalenza a ragazze — costituisca un dispositivo narrativo di elaborazione del desiderio e della sua interdizione sociale.[45] Giancorrado Barozzi ha rilevato per parte sua che, nel sistema delle credenze padane, l'attribuzione di un evento infausto alla strega o al folletto risponde a strategie diagnostiche divergenti: la prima chiama in causa una responsabilità umana e sanzionabile, il secondo una potenza impersonale con cui si può soltanto negoziare.[44]

La sostituzione dei neonati

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Come le fate, alcuni folletti rapirebbero i neonati dalla culla sostituendoli con uno dei loro, che assume talora l'aspetto di un bambino e talora quello di un folletto vecchissimo.[47] Fra i sistemi di protezione ricorre quello di coprire il capo del bambino con un berretto rosso, tradizionalmente riservato ai nati morti, affinché il folletto lo creda già defunto e lo lasci in pace.[48] Lo smascheramento del sostituto avviene di regola inducendolo a tradire con una battuta la propria età reale.[49]

Jean-Michel Doulet ha ricostruito la figura come costrutto culturale destinato a dare spiegazione e collocazione sociale ai neonati affetti da patologie gravi o da ritardi dello sviluppo.[50] La credenza ha avuto conseguenze giudiziarie documentate fino a tarda età contemporanea: in Irlanda il caso di Bridget Cleary, uccisa nel 1895 dai familiari convinti che fosse una sostituta, è stato studiato da Angela Bourke come esempio della funzione pratica e non meramente narrativa delle leggende fatate.[24]

Il folletto in Italia

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Folletto e satiro musicanti, dipinti da Johann Marten Stellaert e Gillis Congnet a Palazzo Giocosi (Terni, 1567).

La documentazione italiana è dispersa in centinaia di denominazioni locali, raccolte a partire dall'ultimo quarto dell'Ottocento dai collettori dell'Archivio per lo studio delle tradizioni popolari e successivamente sistemate dalla demologia novecentesca.[1][46] Le figure condividono un nucleo di attributi — statura ridotta, berretto rosso, dispetti nelle stalle, oppressione notturna, tesori nascosti — ma variano sensibilmente quanto a carattere e funzione.[1][45]

Fra le denominazioni attestate nel folclore d'Italia si contano:

Il munaciello napoletano costituisce un caso a sé per la ricchezza della tradizione letteraria che lo accompagna, da Matilde Serao in avanti, e per l'ambivalenza della sua funzione, insieme apportatore di fortuna e di rovina.[46] In area toscana il linchetto è documentato dalla lessicografia dialettale ottocentesca e novecentesca come spirito notturno che opprime i dormienti e intreccia le criniere dei cavalli.[52][53]

Fra le testimonianze più antiche di questo complesso di credenze in Italia si segnalano le raccolte di invocazioni ai folletti effettuate da Leland nella «Romagna Toscana» alla fine dell'Ottocento: materiali di grande interesse documentario, la cui interpretazione in chiave di sopravvivenza etrusca è però giudicata dalla critica priva di fondamento.[4][54]

Corrispondenze europee

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Già nel 1889 Savi-Lopez proponeva una tavola di equivalenze fra il folletto italiano e le figure omologhe europee: il brownie scozzese, il cluricaune irlandese, il nisse god dreng danese e norvegese, il duende e il trasgo spagnoli, l'hobgoblin inglese, il lutin francese.[25] La corrispondenza è stata ripresa dalla lessicografia enciclopedica novecentesca, che affianca al folletto il lutin francese, il duende spagnolo, il Poltergeist tedesco e l'hobgoblin inglese.[1]

Sul versante francese la figura del lutin è documentata con particolare ampiezza in Bretagna, nelle Ardenne, nelle Alpi e in Piccardia, e ha dato luogo a una tradizione di studi autonoma; per la sua trattazione si rinvia alla voce dedicata.[55] In area germanica il coboldo e il Klabautermann delle navi occupano posizioni funzionalmente analoghe, mentre in area scandinava il tomte e il nisse condividono con il folletto il legame con la fattoria e il tributo di latte.[3][56]

Nel mondo insulare la corrispondenza più studiata è quella con il leipreachán irlandese. Diarmuid Ó Giolláin ne ha condotto un'analisi comparativa mostrando come la figura, apparentemente isolata nel panorama fatato irlandese, si collochi in realtà nella stessa famiglia dei geni domestici e dei nani europei, e come la sua specializzazione di calzolaio e custode di tesori sia il risultato di una selezione tarda entro un repertorio molto più ampio.[23] Yeats, nella sua raccolta del 1888, distingueva d'altronde fra trooping fairies, che si muovono in schiera, e solitary fairies, categoria in cui rientrano il leipreachán e le figure più prossime al folletto continentale.[57]

Evoluzione delle credenze

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Un tomte, ossia un Nisser di montagna, corrispettivo scandinavo del folletto, visto da John Bauer nel 1909.

Una delle prime attestazioni di credenze relative a geni domestici è quella di Burcardo di Worms, che verso il 1007 menziona pilosi e satyri manifestantisi nelle cantine delle case, ai quali si usava offrire calzature o piccoli archi.[58]

Intorno al 1210 Gervasio di Tilbury dedica agli Otia imperialia un capitolo che costituisce la prima testimonianza dettagliata sul piccolo popolo medievale: i portuni vi abitano le case dei contadini agiati, non temono né l'acqua benedetta né gli esorcismi — il che li dissocia dai diavoli — e svolgono senza fatica i lavori più umili, pur non rinunciando a beffare gli abitanti.[27][54] L'insistenza con cui Gervasio afferma che tali creature sono generalmente inoffensive lascia supporre che l'opinione non fosse condivisa dai suoi contemporanei.[27]

La Chiesa non riuscì a sradicare né queste figure né la credenza secondo cui i defunti si trasformano in spiriti: un testo didattico del XV secolo riportato da Lecouteux definisce i goblin diavoli inoffensivi, creatori di illusioni e fantasmi, che Dio lascia errare.[59]

Scena del Peer Gynt illustrata da Theodor Kittelsen (1913).

Fra Cinque e Seicento il folletto entra stabilmente nella trattatistica demonologica ed esorcistica, che tenta di ricondurne le manifestazioni entro le categorie della teologia: l'ambiguità della figura, insieme innocua e inquietante, la rende un banco di prova per la distinzione fra illusione diabolica e prodigio.[16][60] Nello stesso periodo la lessicografia registra usi metaforici consolidati: alla fine del Seicento un bambino irrequieto era chiamato «piccolo folletto».[2]

Otto e Novecento

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Diverse creature del piccolo popolo compaiono in The Fairy Feller's Master-Stroke, olio su tela di Richard Dadd realizzato fra il 1855 e il 1864 e conservato alla Tate Britain di Londra.

L'Ottocento è il secolo della raccolta sistematica: in Italia Giuseppe Pitrè, Caterina Pigorini-Beri e i collaboratori dell'Archivio per lo studio delle tradizioni popolari documentano le credenze regionali,[1] mentre la diffusione dello spiritismo e della teosofia promuove una rilettura dei folletti come «spiriti leggeri», ignoranti e dispettosi, entro un quadro dottrinale nuovo.[61]

Nel corso del XX secolo la credenza si contrae rapidamente. Scompaiono i rituali connessi, a cominciare dall'offerta del primo latte del mattino, e l'industrializzazione del secondo dopoguerra spezza la catena di trasmissione orale che ne garantiva la sopravvivenza.[45] Giuseppe Cocchiara ha inquadrato questo processo nella più generale trasformazione degli studi e degli oggetti del folclore europeo,[62] mentre le indagini condotte fra gli anni settanta e novanta registrano una memoria ormai residuale, spesso rielaborata attraverso i modelli della cultura di massa.[45]

L'esito più visibile di questa trasformazione è il nano da giardino, nel quale Lecouteux riconosce non un semplice ornamento ma il residuo del genio domestico. La sua iconografia è composita: il berretto rosso proviene dai goblin, la lanterna dagli spiriti delle miniere, la barba segnala l'età avanzata e con essa il sapere, mentre la pipa è un'aggiunta ottocentesca. La figura che ne sta all'origine vigilava sul buon andamento della casa e sul benessere di chi vi abitava a tre condizioni: che le fosse riservato rispetto, che ricevesse offerte alimentari regolari — brodo o latticini — e che nessuno mettesse piede nello spazio a lei destinato, di norma un angolo del solaio.[11] Immobilizzati nei giardini e ridotti a decorazione, questi esseri hanno perduto i nomi propri che li distinguevano e si sono confusi in un generico «nano»: poiché non si crede più in loro e l'abitazione ha mutato natura, essi non svolgono più alcuna funzione domestica.[11]

Interpretazioni

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La lettura junghiana

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La psicologia analitica di Carl Gustav Jung ha collocato il folletto e le figure affini del piccolo popolo entro la teoria degli archetipi, leggendoli come immagini prodotte dall'inconscio collettivo anziché come residui di credenze storicamente determinate. Per Jung gli archetipi sono tanti quante sono le situazioni tipiche della vita, e fra le loro espressioni più note figurano il mito e la favola.[63][64]

Il riferimento più esteso agli esseri del folclore compare nelle pagine dedicate all'archetipo dell'Anima. Jung vi accosta l'ondina, essere femminile delle acque, alle sirene, alle melusine, alle ninfe dei boschi, alle figlie del re degli elfi e alle lamie che seducono i giovani, e respinge la riduzione di tali figure a proiezione di fantasie erotiche: gli spiriti dei boschi, dei campi e dei corsi d'acqua, osserva, sono assai anteriori al problema della coscienza morale, ed erano temuti tanto quanto erano amati.[65]

Jung descrive questa figura come un essere malizioso, che attraversa il cammino dell'uomo metamorfosandosi e travestendosi e gli gioca ogni sorta di tiri, procurandogli inganni, fasti e nefasti;[66] parla di un demone che gioca «il suo gioco da elfo» al di sopra e al di sotto dell'esistenza umana, e osserva che nel regno degli elfi le categorie morali di bene e male non sussistono.[67] A questa «natura elfica» egli riconduce infine la coincidenza di saggezza e follia, che vi si presentano non come tratti alterni ma come una cosa sola.[68]

Sul piano storico-religioso la lettura junghiana offre un corrispettivo psicologico alla degradazione delle divinità pagane in creature minori: gli dèi, scrive Jung, sono oggi chiamati «fattori», e soltanto l'impoverimento del simbolismo cristiano ha permesso di riscoprirli come fattori psichici, cioè come archetipi dell'inconscio.[69]

Il folletto può inoltre funzionare come personificazione dell'Ombra, cioè della porzione di personalità che la coscienza rifiuta di riconoscere come propria: nelle mitologie e nelle saghe l'Ombra è rappresentata come l'Altro o il Doppio, ossia proiettata su un'altra persona,[70] e Jung rileva che all'incontro con sé stessi si sfugge proiettando sul mondo circostante tutto ciò che è negativo.[71] Il dispetto notturno, l'oggetto spostato, il nodo nella criniera sono attribuiti a un agente esterno proprio in quanto espressione di impulsi non integrati; Marie-Louise von Franz ha esteso questa lettura all'intero repertorio fiabesco, interpretando gli esseri fatati come raffigurazioni di processi di individuazione.[72]

L'impianto junghiano è stato però oggetto di riserve metodologiche. La sua pretesa di universalità mal si concilia con la distribuzione geografica e cronologica assai irregolare delle credenze sui folletti, e con il fatto che tratti apparentemente archetipici — il berretto rosso, il tributo di latte, il dono degli abiti — si rivelano all'analisi storica prestiti e adattamenti databili.[16] Lecouteux, pur riportandone gli esiti, osserva che la lettura psicologica tende a prescindere dai testi e a trattare come dato originario ciò che è invece esito di una lunga stratificazione.[72]

Letture funzionaliste e storiche

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La demologia contemporanea privilegia invece letture funzionaliste e storiche. Barozzi legge l'alternativa fra strega e folletto come articolazione di due diverse strategie di attribuzione della sventura;[44] Romano individua nella visita notturna del folletto un linguaggio codificato per l'esperienza adolescenziale;[45] Doulet interpreta la sostituzione dei neonati come dispositivo di gestione sociale della malformazione;[50] Bourke e Ó Giolláin insistono sul carattere operativo, e non soltanto narrativo, delle credenze fatate nelle società contadine.[24][23]

Nella letteratura e nelle arti

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Nella letteratura francese medievale il folletto compare più raramente delle fate e dei maghi, e assume rilievo soltanto con il rinnovamento della chanson de geste di ispirazione arturiana: figure come Malabron, nella Chanson de Gaufrey e in Huon de Bordeaux, e Zefiro nel Perceforest condensano tratti folclorici e letterari, mutandosi in cavallo, uccello o cervo e abitando le acque salmastre.[73][74]

In ambito italiano la ripresa colta più nota è il Dialogo di un folletto e di uno gnomo delle Operette morali di Giacomo Leopardi, del 1824, in cui le due creature commentano l'estinzione del genere umano con distacco ironico.

Nelle arti figurative il tema conosce una fioritura nella pittura vittoriana della fairy art, da Richard Dadd a Sophie Anderson, e nell'illustrazione scandinava di John Bauer e Theodor Kittelsen. Nel corso del Novecento l'immagine del folletto si standardizza attraverso il nano da giardino e, in ambito anglosassone, attraverso la figura dell'aiutante di Babbo Natale, che ne recupera i tratti della tradizione scandinava.[11]

Gnomo che osserva un treno di Carl Spitzweg.
  1. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 Corso 1932
  2. 1 2 3 4 5 Treccani vocabolario
  3. 1 2 3 4 Lecouteux 2010, pp. 21-24
  4. 1 2 Leland 1892, p. 338
  5. 1 2 3 4 Martineau 2003, p. 117
  6. 1 2 Lecouteux 1988, p. 182
  7. 1 2 Martineau 2003, p. 97
  8. Lecouteux 2010, pp. 10, 20
  9. Martineau 2003, p. 84
  10. 1 2 Lecouteux 1988
  11. 1 2 3 4 Lecouteux 2010, pp. 24-25
  12. Lecouteux 2010, pp. 13-14
  13. Leland 1892, p. 178
  14. Savi-Lopez 1889, p. 177
  15. Yeats 1888, p. 1
  16. 1 2 3 Hutton 2014, pp. 1135-1156
  17. Vigfússon, Powell 1883, vol.1, pp. 414–415.
  18. Martineau 2003, pp. 114-116
  19. Martineau 2003, p. 124
  20. 1 2 Martineau 2003, pp. 127-128
  21. Lecouteux 1986
  22. Vigfússon, Powell 1883, vol. 1, pp. 414-415
  23. 1 2 3 Ó Giolláin 1984, pp. 75-150
  24. 1 2 3 Bourke 1996, pp. 7-25
  25. 1 2 Savi-Lopez 1889, pp. 179-180
  26. 1 2 3 Martineau 2003, p. 86
  27. 1 2 3 Lecouteux 2010, p. 36
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Voci correlate

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