Penati

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Altare dei Penati nelle rovine di Ercolano

Storia[modifica | modifica wikitesto]

(LA)

«postquam avem aspexit in templo Anchisa, sacra in mensa Penatium ordine ponuntur; immolabat auream victimam pulchram»

(IT)

«Poiché gli uccelli scorse Anchise nel ciclo, / sull'ara dei Penati si dispongono in ordine gli oggetti sacri; / immolava una vittima bella coperta d'oro.»

(Gneo Nevio, Bellum Poenicum fragmenta lib. I,1)

I penati sono gli spiriti protettori di una famiglia e della sua casa (Penati familiari o minori), ed anche dello Stato (Penati pubblici o maggiori). Il culto dei Penati pubblici era connesso a quello di Vesta.

Il nome deriva dal latino penas: "tutto quello di cui gli uomini si nutrono". Si può dire anche che penus non deriva solo dal latino ma può anche dipendere dal fatto che i Penati risiedevano nel penitus, la parte più interna della casa, dove si teneva il cibo. Quanto a Vesta, è un nome di derivazione greca, poiché trattasi della stessa dea che i greci chiamano Estia (da Ғεστὶα, con l'arcaico digamma iniziale = Vestìa) La sua influenza è rivolta alle are e ai focolari e poiché a lei spetta la tutela dell'intimità è sempre l'ultima a essere invocata e a ricevere sacrifici. Non molto diversa è la funzione degli dèi "Penati".

Ogni famiglia aveva i propri Penati, i quali venivano trasmessi in eredità alla stregua dei beni patrimoniali. Il sacrificio ai Penati poteva avere cadenza occasionale o quotidiana.

I consoli, nell'assumere o nel rimettere la propria carica, erano obbligati a celebrare un sacrificio a Lavinium in onore dei Penati pubblici. I magistrati della città prestavano giuramento in viso ai Penati pubblici.

Per i Penati della famiglia di Enea si conosce anche un culto pubblico: furono identificati come Penati di Roma, per il fatto che Roma veniva fatta ricondurre alla stirpe eneade. Per queste divinità esisteva un tempio sulla Velia[1], dove venivano rappresentati come due giovani seduti ...

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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