Antichità romane (Dionigi di Alicarnasso)

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Antichità romane
Titolo originaleῬωμαϊκὴ ἀρχαιολογία
Dionysius Halicarnasseus, Antiquitatum Romanarum libri X, 1546-1547, title page.jpg
Frontespizio dell'editio princeps
AutoreDionigi di Alicarnasso
1ª ed. originaledopo il 7 a.C.[1]
Editio princepsParigi, Robert Estienne, 1546-1547
Generetrattato
Sottogenerestoriografia
Lingua originalegreco antico

Le Antichità romane (in greco antico: Ῥωμαϊκὴ Ἀρχαιολογία; in latino: Antiquitates Romanae) sono un'opera storiografica di Dionigi di Alicarnasso, pubblicata dopo il 7 a.C.[1], che tratta della storia di Roma dalle origini fino all'inizio della prima guerra punica (264 a.C.) ed è divisa in 20 libri, dei quali si conservano interi i primi dieci, gran parte dell'undicesimo (fino al 443 a.C.) ed estratti degli altri[2].

Struttura[modifica | modifica wikitesto]

L'opera[3] si ricollega al punto in cui iniziano le Storie di Polibio, di cui l'autore afferma di riprendere la ricerca di imparzialità[4].

Il I libro si apre con una Prefazione in cui Dionigi spiega di cosa intende scrivere - la storia di Roma - perché e da quali fonti; dopodiché, si diffonde a parlare degli aborigeni e le prime ondate di immigrazione greca in Italia, per discutere di Enea e, in seguito, della fondazione della città da parte di Romolo, al cui regno è dedicato l'intero libro II.

I libri III-V riguardano gli altri re di Roma fino alla cacciata dei Tarquini; dal VI al XIV libro, da Bruto alla conquista del Lazio, viene trattata la repubblica arcaica, per concentrarsi, dal XIV al XX, sulle guerre sannitiche e la guerra contro Pirro, con cui si chiudeva l'opera.

Analisi[modifica | modifica wikitesto]

L'opera, come affermato nella prefazione, è dedicata ad un pubblico greco, per dimostrare come Roma, città di origine greca, abbia raggiunto giustamente la supremazia. L'intento è ulteriormente rafforzato alla fine del libro VII; nel confronto dettagliato delle cerimonie dei Ludi Romani con antiche osservanze religiose greche.

Notevole, perché evidenzia lo scopo retorico ed apologetico dell'opera, più che tecnico in senso stretto, è l'abbondante uso dei discorsi per dare varietà alla narrazione; ciò risulta chiaro fin dal fatto che non ci sono quasi discorsi nei libri I e II, che hanno una varietà narrativa abbastanza complessa per non richiedere ulteriori sforzi retorici, mentre dal libro III in seguito i discorsi occupano quasi un terzo del testo totale. Dionigi stesso occasionalmente sente il bisogno di una qualche giustificazione per l'inserimento di tanti discorsi e argomenta che lo fa quando la crisi in esame era stata risolta da una discussione, sicché era importante per il lettore conoscere le argomentazioni che erano state avanzate su entrambi i lati[5].

Ulteriore peculiarità dell'opera è che, nel riportare gli anni del consolato romano, quando possibile, Dionigi fa riferimento alle Olimpiadi dell'Antica Grecia, per dare certezza del riferimento temporale. Si veda ad esempio, il consolato di Gaio Orazio Pulvillo e Tito Menenio Agrippa Lanato, quello in cui si svolse la Battaglia del Cremera tra i Fabii e Veio, corrispondente all'anno in cui si svolse la 76º edizione dell'Olimpiade antica[6].

Ancora, per quanto riguarda le fonti, viene generalmente riconosciuto che Dionigi aveva seguito la tarda annalistica romana come suo modello politico e per i dati, citando esplicitamente la fonte solo nel caso di informazioni divergentiː in tal modo, Licinio Macro e Gneo Gellio vengono quindi citati in due occasioni[7], come anche Fabio Pittore[8], mentre Calpurnio Pisone Frugi in un caso[9] viene citato come l'unico in grado di fornire la versione corretta.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Il libro I fu pubblicato nel 7 a.C. e infatti in un capitolo iniziale (I, 3, 4) è espressamente datato al consolato di Tiberio e Gneo Calpurnio Pisone, ma non tutta l'opera fu pubblicata in quell'anno, poiché altrove (VII, 70, 2) si cita il libro I come già edito (Cary, p. VII).
  2. ^ Plinio Fraccaro, DIONISIO o DIONIGI di Alicarnasso, in Enciclopedia Italiana, vol. 12, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato l'8 agosto 2022.
  3. ^ Di cui pare che l'autore stesso avesse approntato una epitome, della quale restano 9 frammenti raccolti in FGrHist 251.
  4. ^ I 14, 4.
  5. ^ Ad esempio VII, 66 e XI, 1.
  6. ^ IX, 18.
  7. ^ VI 11, 2; VII 1, 4.
  8. ^ VI 6 e 30, 2 ss.
  9. ^ IV 7, 5.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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