Devotio

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La morte del console Publio Decio Mure per devotio, opera di Peter Paul Rubens, 1617-1618.

Per devotio si intende una pratica religiosa dell'antica Roma secondo la quale il comandante dell'esercito romano si immolava agli Dei Mani per ottenere, in cambio della propria vita, la salvezza e la vittoria dei suoi uomini. Di norma, si trattava del console o del dittatore romano. Tito Livio, però, informa che tale sacrificio poteva riguardare anche qualsiasi altro cittadino romano.[1]

Devotiones[modifica | modifica wikitesto]

Le devotiones erano pratiche magiche affini alle defixiones, con cui un offerente si rivolgeva ad una divinità, non necessariamente infera, per domandare, in forma di preghiera, giustizia per qualche torto subito o che supponeva di subire. Elementi caratteristici sono il nome della divinità, il nome di chi a lei si rivolge, l'esposizione dell'accaduto, la promessa di una ricompensa da offrire alla divinità. Per difendersi dalle pratiche magiche (ma anche dalle malattie) si ricorreva a vari rimedi, dall'uso di olii con cui spalmare il corpo alle collane con vaghi di corallo o in ambra o con pendenti considerati apotropaici. Grande potere veniva attribuito ai phylaktéria, striscioline di papiro o di metallo prezioso recanti formule di invocazione a divinità protettrici, che venivano strettamente arrotolate e inserite in una capsula da portare al collo.[2]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 340 a.C. il console romano Publio Decio Mure, combattendo contro i Latini, dopo aver consultato gli auspicia prima della battaglia del Vesuvio e riscontrando che erano poco favorevoli,[3] chiese al pontefice come avrebbe potuto sacrificarsi per salvare il suo esercito, attirando sopra di sé la collera degli dei. Il pontefice gli mostrò un rito sacro, secondo il quale, indossata una toga praetexta, velatosi il capo, si chiedeva agli dei la distruzione dell'esercito nemico in cambio dalla propria vita. Espletate queste formalità religiose, il console si lanciò a cavallo tra le file nemiche. Dopo aver ucciso molti nemici, cadde a terra in modo eroico, abbattuto dai dardi e dalle schiere latine. Questo gesto diede ai suoi una tale fiducia e un tale vigore che i Romani si gettarono con grande impeto nella battaglia, mentre i nemici, confusi, cominciarono ad arretrare sotto la foga dell'armata romana, rincuorata dal sacrificio del proprio comandante. La vittoria, alla fine, arrise ai Romani.[4]

Questa la formula pronunciata dal primo dei Deci:

« Oh Giano, Giove, Marte padre, Quirino, Bellona, Lari, Divi Novensili, Dèi Indigeti, dèi che avete potestà su noi e i nemici, Dèi Mani, vi prego, vi supplico, vi chiedo e mi riprometto la grazia che voi accordiate propizi al popolo romano dei Quiriti potenza e vittoria, e rechiate terrore, spavento e morte ai nemici del popolo romano dei Quiriti. Così come ho espressamente dichiarato, io immolo insieme con me agli Dèi Mani e alla Terra, per la Repubblica del popolo romano dei Quiriti, per l'esercito per le legioni, per le milizie ausiliarie del popolo romano dei Quiriti, le legioni e le milizie ausiliarie dei nemici. »

(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, VIII, 9.)

Identica sorte toccò all'omonimo figlio nella battaglia di Sentino nel 295, del quale si riportano queste parole, che sarebbero state da lui pronunciate quale rito magico prima di immolarsi:

« Perché ritardo il destino della mia famiglia? È questa la sorte data alla nostra stirpe, di esser vittime espiatorie nei pericoli dello Stato. Ora offrirò con me le legioni nemiche in sacrificio alla Terra e agli dei Mani!". Pronunciate queste parole, ordinò al pontefice Marco Livio, al quale aveva ingiunto di non allontanarsi da lui mentre scendevano in campo, di recitargli la formula con cui offrire sé stesso e le legioni nemiche per l'esercito romano dei Quiriti. Si consacrò in voto recitando la stessa preghiera, indossando lo stesso abbigliamento con cui presso il fiume Vesseri si era consacrato il padre Publio Decio durante la guerra contro i Latini, e avendo aggiunto alla formula di rito la propria intenzione di gettare di fronte a sé la paura, la fuga, il massacro, il sangue, il risentimento degli dei celesti e di quelli infernali, e quella di funestare con imprecazioni di morte le insegne, le armi e le difese dei nemici, e aggiungendo ancora che lo stesso luogo avrebbe unito la sua rovina e quella di Galli e Sanniti, lanciate dunque tutte queste maledizioni sulla propria persona e sui nemici, spronò il cavallo là dove vedeva che le schiere dei Galli erano più compatte, e trovò la morte offrendo il proprio corpo alle frecce nemiche. »

(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, X, 28.)

Altro sacrificio di devotio sembra sia capitato a Publio Decio Mure, console nel 279 a.C., durante la battaglia di Ascoli Satriano di quello stesso anno, contro le armate epirote di Pirro, che fu tuttavia perduta dai Romani, anche se la tattica militare di Pirro, pur vittoriosa, si dimostrò una sconfitta sul piano strategico (la cosiddetta "vittoria di Pirro").

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, VIII, 10.
  2. ^ A. Buonopane, Manuale di epigrafia latina, Roma, Carocci, 2014, p. p. 194.
  3. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, VIII, 9.
  4. ^ Aurelio Vittore, De Viris Illustribus Romae, 28.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]