Superstizione

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Hamsa di argilla su cui è incisa la parola ebraica "buona fortuna", ritenuto in grado di proteggere gli abitanti della casa dai pericoli
Amuleto contro il malocchio

La superstizione consiste nell'attribuire fenomeni spiegabili razionalmente a cause soprannaturali.[1] Si tratta di una credenza che può influire sul pensiero e sulla condotta di vita delle persone che la fanno propria. Generalmente si concreta nel convincimento che gli eventi futuri possano essere influenzati da particolari comportamenti senza che si possa dimostrare o anche solo ragionevolmente desumere una relazione causale.

Generalità[modifica | modifica wikitesto]

Il termine deriva dal latino superstitiōne(m), composto da super- e stō (stāre). Secondo Émile Benveniste invece deriverebbe da superstes ('testimone'), da cui superstitio, 'dono della presenza', 'capacità di testimoniare cose non viste' tramite divinazione, da qui superstitiosus, 'colui che ha il dono della presenza', in quanto può testimoniare cose invisibili grazie alla divinazione; il termine si è affermato in quanto i Romani consideravano «superstizioni» i culti differenti dal proprio, basati su pratiche magiche, mistiche, e divinatorie, contrarie alla loro mentalità pragmatica e razionale.[2]

Venne impiegato da Cicerone nel De natura deorum per indicare la devozione patologica di chi trascorre le giornate rivolgendo alla divinità preghiere, voti e sacrifici, affinché serbi i suoi figli «superstiti» (cioè sani e salvi).[3] Da qui il termine, come espressione di atteggiamento di pavido uso del soprannaturale con lo scopo di scamparla.

Di seguito una breve descrizione di 3 esempi di superstizioni maggiormente diffuse.

La maledizione della rottura di uno specchio risale alla pratica della catottromanzia dei greci. Questa esercizio consisteva nella lettura del futuro in specchi o ciotole di vetro riempite d'acqua e prediceva una sorte nefasta, se uno di questi specchi scivolava o si rompeva, alla persona che si era sottoposto alla pratica divinatoria. La tradizione dei sette anni di un destino peggiore della morte venne introdotta nel XV secolo dalle famiglie aristocratiche come monito per la loro servitù che si trovava per la prima volta a dover pulire i preziosi e fragili specchi a lastre di vetro con il fondo argentato prodotti a Venezia.

La sfortuna nel rovesciare il sale risale all'epoca romana quando questo era valutato un bene molto pregiato, come condimento per il cibo, conservante per la carne e il pesce, purificatore dell'acqua e cura per le ferite. Da qui vennero coniate le espressioni che tutt'oggi conosciamo relative alla sfortuna legate al sale.

Per quanto riguarda la tradizione legata all'evitare di passare sotto una scala si può fare riferimento a Pitagora che considerava il triangolo sacro. Poiché lo spazio sotto la scala ha anch'esso forma triangolare, passarci sotto significava, per il filosofo, rompere l'ordine della creazione calamitando su se stessi tutti gli effetti negativi che ne derivavano.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Le superstizioni percorrono i millenni e hanno interessato tutti i popoli antichi. Per quanto riguarda i Romani, Marco Tullio Cicerone così scriveva:

«Assai spiritoso è il vecchio motto di Catone che affermava di meravigliarsi che un aruspice non si mettesse a ridere ogni volta che vedeva un altro aruspice. Quante sono le cose predette da essi che sono poi accadute? E se qualcuna si è verificata, quali prove ci sono contro l'eventualità che essa sia accaduta per caso? Il re Prusia I, allorché Annibale, esule presso di lui, lo esortava a far guerra a oltranza, diceva di non volersi arrischiare, perché l'esame delle viscere lo dissuadeva. «Dici sul serio? – esclamò Annibale – preferisci dar retta a un pezzetto di carne di vitella che a un vecchio condottiero?». Anche Cesare, dissuaso dal grande aruspice dall'imbarcarsi per l'Africa prima del solstizio d'inverno, non si imbarcò egualmente? Se non l'avesse fatto le truppe dei suoi nemici avrebbero avuto il tempo di concentrarsi in un solo luogo. Dovrei mettermi a fare l'elenco (che sarebbe davvero infinito) dei responsi degli aruspici senza alcun effetto o addirittura opposto alle previsioni?»

Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

Dalle varie dottrine religiose vengono normalmente considerate come superstizioni le teorie e credenze non condivise, dimostratesi illogiche (come il convincimento che il numero 17 porti sfortuna o la paura degli spettri durante un'eclissi, quest'ultima tipica dei popoli germanici), oppure desuete o divenute palesemente inaccettabili.

Albert Einstein, ad esempio, partendo dalla religione ebraica, affermò quanto segue sulle religioni in generale:

«La religione ebraica, come tutte le altre, è un'incarnazione delle più puerili superstizioni[4]»

I termini religione e superstizione hanno portato, in alcuni casi anche a problematiche di tipo traduttivo.

(LA)

«Religentem esse oportet, religiosum nefas.»

(IT)

«È un bene essere religiosi, essere superstiziosi è sacrilego.»

Ma è stata proposta anche una traduzione differente, per cui la traduzione corretta sarebbe: «È utile al lavoro rispettare gli obblighi; non si deve essere imbarazzato dagli obblighi[6]».

Nel De rerum natura di Lucrezio – che la[la religione in toto o la superstizione?] considerava un instrumentum regni – è presente il seguente passo:

(LA)

«Humana ante oculos foede cum vita iaceret
in terris, oppressa gravi sub religione
quae caput a caeli regionibus ostendebat»

(IT)

«Mentre l'umanità vergognosamente giaceva sulla terra
davanti agli occhi (di tutti), oppressa sotto il grave peso della superstizione,
che dalle regioni del cielo mostrava il suo capo»

Mentre secondo alcuni la traduzione corretta è quella più fedele alle parole del testo originale, pertanto 'religione', per altri la parola sarebbe da tradurre col termine 'superstizione' sostenendo che per l'autore le religioni equivalgono a superstizioni. Tradurre la parola con superstizione, tuttavia, farebbe perdere il rapporto originale tra il significante "religione" e il significato che l'autore attribuiva alla stessa. Spesso nelle superstizioni è possibile riconoscere il persistere (eventualmente in forma modificata) di credenze pseudoscientifiche non più compatibili con le conoscenze scientifiche. Questa persistenza dà l'idea della forza della superstizione e dei modi in cui si radica nelle credenze popolari.

A partire dal XIX secolo la superstizione è divenuta terreno di una serie di studi psicologici. La cosiddetta «superstizione eccessiva» è un sintomo del disturbo ossessivo-compulsivo, una patologia psichica e comportamentale.

Inoltre, da uno studio condotto dal Dipartimento di Psicologia Generale, Università degli Studi di Padova, si deduce che la superstizione potrebbe offrire un'inefficiente strategia di coping nel fronteggiare incertezze e pericoli e, dunque, agisca in maniera sinergica con nozioni alterate e ipertrofiche di responsabilità, ipervalutazione del rischio e intolleranza verso l'eventuale mancanza di certezze. [7]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Bagnasco et al. 2009, p. 154.
  2. ^ Alberto Nocentini, L'etimologico, con la collaborazione di Alessandro Parenti, Milano, Le Monnier-Mondadori Education, 2010, p. 1195, ISBN 978-88-00-20781-2.
  3. ^ (LA) Cicerone, De natura deorum, II, 72.
    «nam qui totos dies precabantur et immolabant, ut sibi sui liberi superstites essent, superstitiosi sunt appellati.»
  4. ^ (EN) Albert Einstein, The word God is the product of human weakness, lettera indirizzata a Erik Gutkind, 7 ottobre 2009 [3 gennaio 1954]. URL consultato il 13 giugno 2017.
  5. ^ Gian Biagio Conte e Emilio Pianezzola, Storia e testi della Letteratura latina, vol. 1, Firenze, Le Monnier, 1991 [1988], p. 25, ISBN 88-00-42192-X.
  6. ^ Capitolo VI - Qualifiche di giornate o di periodi in cui erano temporaneamente sospesi gli obblighi di ogni lavoro o di determinate attività (PDF), p. 581. URL consultato il 10 luglio 2022.
  7. ^ Claudio Sica, Stella Dorz e Caterina Novara, Cognizioni di tipo ossessivo-compulsivo e superstizione: risultati preliminari, in Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale, vol. 6, n. 3 (archiviato dall'url originale il 10 settembre 2014).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Claudia Ansevini, Un processo per 'superstizione' a Pesaro nel 1579, relatore Guido Dall'Olio, tesi dattiloscritta, Urbino, Università degli studi/Facoltà di lettere e filosofia, 2003/2004, SBN IT\ICCU\URB\0918019. URL consultato l'8 febbraio 2007.
  • Stefano Bagnasco, Andrea Ferrero e Silvano Fuso (a cura di), Misteri: l'enciclopedia del CICAP, introduzione di Massimo Polidoro, Padova, CICAP, 2009, ISBN 889-527-609-4.
  • Rizzoli Vincenzo Bo, La religione sommersa: e antiche superstizioni che sopravvivono nel sacro e nel divino oggi, Milano, 1986, ISBN 88-17-53121-9.
  • Alfonso Maria Di Nola, Lo specchio e l'olio. Le superstizioni degli italiani, Roma-Bari, Laterza, 2000, ISBN 88-420-6100-X.
  • Sigmund Freud, Totem e tabù: concordanze nella vita psichica dei selvaggi e dei nevrotici, traduzione di Silvano Daniele, introduzione di Karl Kerenyi, Torino, Boringhieri, 1969, SBN IT\ICCU\SBL\0083790.
  • Silvano Fuso, Superstizione: istruzioni per l'uso, in Quaderni del CICAP, n. 12, Padova, CICAP, 2010, ISBN 978-88-95276-13-7.
  • Marino Niola e Elisabetta Moro, Il libro delle superstizioni, Napoli-Roma, L'Ancora del Mediterraneo, 2009, ISBN 978-88-8325-255-6.
  • Salvatore Calderone, Superstitio, in Hildegard Temporini (a cura di), Recht, Religion, Sprache und Literatur (bis zum Ende des 2. Jahrhunderts v. Chr., Aufstieg und Niedergang der römischen Welt (ANRW) / Rise and Decline of the Roman World, I.2, Berlino, Waslter de Gruyter, 1972, pp. 377-396, ISBN 978-3-11-004250-4.

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