De rerum natura

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La natura delle cose
(De rerum natura)
Titolo originale De rerum natura
Altri titoli La natura
Lucretius, De rerum natura.jpg
Manoscritto del De rerum natura risalente al 1483
Autore Tito Lucrezio Caro
1ª ed. originale I secolo a.C.
Genere poema
Sottogenere filosofico
Lingua originale latino
La Terra vista dallo spazio. Nel suo poema, Lucrezio, fra le altre cose, riprese la teoria epicurea secondo cui l'universo si sia generato dal vuoto, in seguito all'incontro casuale di atomi.

Il De rerum natura ("Sulla natura delle cose" o anche semplicemente "Sulla natura") è un poema didascalico latino di natura epico-filosofica, scritto da Tito Lucrezio Caro nel I secolo a.C.; è composto di sei libri raggruppati in tre diadi.

In questo poema il filosofo e poeta latino si fa portavoce delle teorie epicuree riguardo alla realtà della natura e al ruolo dell'uomo in un universo atomistico, materialistico e meccanicistico: si tratta di un richiamo alla responsabilità personale, e di un incitamento al genere umano affinché prenda coscienza della realtà, nella quale gli uomini sin dalla nascita sono vittime di passioni che non riescono a comprendere.

Note biografiche sull'autore[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Tito Lucrezio Caro.

Su Lucrezio, l'autore del poema, si sa molto poco. San Girolamo, nel Chronicon, afferma relativamente all'anno 94 a.C.:

« Nasce il poeta Tito Lucrezio che, divenuto folle per un filtro d'amore, dopo aver scritto negli intervalli della pazzia alcuni libri di cui Cicerone curò poi la pubblicazione, morì suicida nel quarantaquattresimo anno d'età. »
(Sofronio Eusebio Girolamo, Chronicon, anno 94 a.C.)

Indicando nel 94 a.C. l'anno di nascita del poeta, intorno al 50 andrebbe collocata la data di morte. Esiste però anche un'ipotesi alternativa: Elio Donato ci informa che Lucrezio sarebbe morto quando Virgilio, sotto il consolato di Pompeo e Crasso (55 a.C.), assunse la toga virile. In questo caso dovremmo allora pensare a un arco di vita compreso fra il 98 e il 55 circa.

Non si conoscono altre informazioni riguardo a Lucrezio - che rimane probabilmente in disparte rispetto all'ambiente culturale romano: l'unica citazione dell'epoca relativa a Lucrezio è in una lettera di Cicerone al fratello Quinto nel febbraio del 54, dove parla in qualità di futuro editore dell'opera lucreziana (a conferma dunque della seconda ipotesi di datazione della morte): «L'opera poetica di Lucrezio è proprio come mi scrivi: rivela uno splendido ingegno, ma anche notevole abilità artistica»[1].

Struttura e argomento del poema[modifica | modifica sorgente]

Il poema di Lucrezio inizia con un inno alla dea Venere, simbolo della voluptas, cioè del piacere.

L'opera è dedicata a Gaio Memmio; riproduce il modello prosastico e filosofico epicureo e la struttura del poema Περὶ φύσεως (Sulla natura) di Empedocle (anche un'opera di Epicuro aveva il medesimo titolo).

Secondo i filologi vi sono corrispondenze e simmetrie interne che corrisponderebbero ad un gusto alessandrino. L'opera infatti è suddivisa in tre diadi, che hanno tutte un inizio solare ed una fine tragica. Ogni diade comincia con un inno ad Epicuro e l'ultimo libro termina con un altro inno ad Epicuro, mentre il secondo libro inizia con un inno alla scienza e il terzo libro con l'esposizione dell'estetica di Lucrezio.

Essendo un poema didascalico, ha come modello Esiodo e quindi anche Empedocle, che aveva preso il modello esiodeo come massimo strumento per l'insegnamento della filosofia. Altri modelli potrebbero essere i poeti ellenistici Arato di Sicione e Nicandro di Colofone, che usavano il poema didascalico come sfoggio di erudizione letteraria.

Il poema ha tre argomenti principali:

La dilacerante antinomia fra ratio e religio
La ratio è vista da Lucrezio come chiarità folgorante della verità «che squarcia le tenebre dell'oscurità», mentre la religio è ottundimento gnoseologico e bovina ignoranza.
Lucrezio scrive che occorre trattare la struttura fondamentale del cielo e degli Dei per capire i principi delle cose, si tratta di spiegare razionalmente i fenomeni naturali senza considerare l'intervento degli Dei o con la convinzione che l'uomo sia lo scopo ultimo della volontà degli Dei.
Lucrezio afferma che bisogna dimostrare le nefaste conseguenze della religione e adduce come esempio il caso di Ifigenia, dicendo poi che il mito è una rappresentazione falsata della realtà (si veda l'evemerismo).
Dottrina epicurea
Riprende i temi principali della dottrina epicurea, che sono: l'aggregazione atomistica e il clinamen (vita e morte), la liberazione dalla paura della morte, del dolore e degli Dei e dalla spiegazione dei fenomeni naturali.
La sostanza è unica, predefinita ed eterna. Gli atomi si muovono in una dimensione infinita, il vuoto, attraversando tutto l'universo. L'universo è composto solamente da atomi e vuoto. (Per questa ragione Lucrezio è un atomista). L'anima dell'uomo è anch'essa costituita da atomi che, quando il corpo muore, si disperdono nell'universo, per essere riutilizzati dalla natura.
L'uomo e il progresso
Lucrezio nega ogni sorta di creazione, di provvidenza e di beatitudine originaria e afferma che l'uomo si è affrancato dalla condizione di bisogno tramite la produzione di tecniche, che sono trasposizioni della natura. Un dio o degli dei esistono, ma non crearono l'universo, tanto meno si occupano delle azioni degli uomini.
Lucrezio afferma che i saperi razionali sulla natura ci mostrano un universo infinito formato da atomi che segue delle leggi naturali, indifferente verso i bisogni dell'uomo, che si può spiegare senza ricorrere alle divinità.

Per quanto riguarda l'indifferenza della Natura per l'uomo Leopardi si ispirerà nella composizione dell'operetta "dialogo di un Islandese con la Natura" ad un passo simile nel III libro del De rerum natura.

La lingua di Lucrezio[modifica | modifica sorgente]

Lucrezio utilizza un linguaggio arcaico e solenne. Questo tono è ricercato dal poeta poiché esso desidera trasmettere la sacralità della sua impresa. Per questo motivo esso utilizza varie figure di suono come l'allitterazione, l'anafora, l'onomatopea, l'epifora etc etc. Oltre ad esse ritroviamo anche varianti morfologiche superate o sintagmi arcaizzanti, molto probabilmente dati dalla volontà di riprendere anche un altro poeta latino quale era Ennio, a cui Lucrezio si ispira.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Marco Tullio Cicerone, Epistulae ad Quintum fratrem, II, 10, 3.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Mario Rapisardi - Traduzione de La Natura, libro VI di Lucrezio. Milano, Brigola, 1879
  • Lucrezio. Sulla Natura delle Cose: De rerum natura. Anthony M. Esolen, trad. Baltimore: Univ. Johns Hopkins Pr., 1995. ISBN 0-8018-5055-X
  • Lucrezio il modo in cui sono le cose: Il De Rerum Natura. Rolfe Humphries, trad. Bloomington, Indiana: Indiana University Press, 1968. ISBN 0-253-20125-X.
  • Lucrezio. Sulla natura dell'Universo. R. E. Latham, trad. Londra: Penguin Books, 1994. ISBN 0-14-044610-9.
  • Lucrezio. Sulla natura delle cose (Loeb Classical Library No. 181). W. H. Rouse, trad., rev. by M. F. Smith. Cambridge, Mass.: Harvard Univ. Pr., 1992, ristampato con revisioni dell'edizione del 1924. ISBN 0-674-99200-8.
  • Lucrezio. Sulla natura delle cose (Serie classici Hackett). Martin Ferguson Smith, trad. Indianapolis, Ind.: Hackett Publishing Co., 2001. ISBN 0-87220-587-8.
  • Alioto, Anthony M. Storia della scienza occidentale. Englewood Cliffs, NJ: Prentice-Hall, 1987. ISBN 0-13-392390-8
  • Lloyd, B. E. R. Scienza Greca dopo Aristotele. New York: W. W. Norton, 1973. ISBN 0-393-04371-1
  • Lucrezio il modo in cui sono le cose: De Rerum Natura, traduzione di Rolfe Humphries, Indiana University Press 1968, ISBN 0-253-20125-X
  • Stahl, William. Scienza Romana. Madison: Edizioni Università del Wisconsin , 1962.
  • E-text Sulla natura delle cose [1]
  • Sommario Sulla natura delle cose dalla sezione [2]

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