Portulaca oleracea

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Portulaca oleracea
Portulaca oleracea.jpg
Dettaglio delle foglie di Portulaca oleracea
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Plantae
Sottoregno Tracheobionta
Divisione Magnoliophyta
Classe Magnoliopsida
Sottoclasse Caryophyllidae
Ordine Caryophyllales
Famiglia Portulacaceae
Genere Portulaca
Specie Portulaca oleracea
Portulaca oleracea coltivata in vaso

La portulaca (Portulaca oleracea L., Portulacaceae), detta Porcellana comune, è una pianta particolarmente infestante.

Denominazione[modifica | modifica wikitesto]

È nota nelle diverse regioni con diversa denominazione: in italiano come porcellana, procaccia, purselana (Liguria)[1], erba grassa (Lombardia)[1], barzellana (Sardegna)[1], purcacchia o purcacc (Lazio), precacchia (Abruzzo[1]), porcacchia o perchiacca (Basilicata)[1], pucchiacchèlla, chiaccunella[1] (Campania) o picchiacchella (in alcune zone del Sannio viene chiamata, eufemisticamente, erba vasciulella per evitare il diretto riferimento dialettale al sesso femminile (la pucchiacca, in dialetto napoletano, è l'organo genitale femminile), perchiazza, sportellecchia (Toscana)[1], andraca, purchiacca (Calabria)[1], purciaca o purciddana (Sicilia)[1], perchiazza (Puglia), 'mbrucacchia o brucacchia (Salento). In inglese come purslane, purslave, pursley, pusley; in spagnolo e catalano come verdolaga, verdalaga, buglosa, hierba grasa, porcelana, tarfela, peplide (Spagna), colchón de niño (Salvador), flor de las once (Colombia), flor de un día, lega (Argentina); in portoghese e galiziano come beldroega, bredo-femea, baldroaga; in basco come ketozki, ketorki, getozca; in francese come pourpier, portulache; in curdo come par-par; in cinese come ma-chi-xian[2]. Alla specie Portulaca oleracea L. sono ascrivibili sette subspecie:[3]

  • subsp. granulatostellulata (Poellnitz) Danin e H.G. Baker;
  • subsp. nitida Danin e H.G. Baker;
  • subsp. oleracea;
  • subsp. papillatostellulata Danin e H.G. Baker;
  • subsp. sativa (Haw.) Celak.
  • subsp. stellata Danin e H.G. Baker.
  • subsp. sylvestris (DC.) Celak

Tra queste la oleracea è la più diffusa. Il nome botanico latino significa 'piccola porta' per il modo con cui si aprono le capsule[3]. Gli Arabi nel Medioevo l’hanno denominata baqla hamqa, che significa 'pianta pazza' o 'pazzesca' a causa del modo in cui i rami si estendono per terra senza alcun controllo[2].

Origine e diffusione[modifica | modifica wikitesto]

Di probabili origini asiatiche, nell’antico Egitto era utilizzata come pianta medicinale, mentre era coltivata durante il Medio Evo nei Paesi Arabi e nel Bacino del Mediterraneo, soprattutto in Spagna. In Arabia Saudita, Emirati Arabi e Yemen, sono coltivate correntemente diverse varietà di portulaca della sottospecie sativa. Negli Emirati Arabi la varietà coltivata è reperibile in molti negozi di ortaggi per essere utilizzata come insalata. Nelle regioni dell’Italia meridionale la portulaca, raccolta negli orti come spontanea, veniva venduta alla rinfusa da ambulanti durante gli anni ’50 – ’60.

Usi[modifica | modifica wikitesto]

Culinario[modifica | modifica wikitesto]

Insalata greca, con foglie di porcellana

Raccolta allo stato spontaneo o talvolta coltivata, viene consumata da tempi remoti come erba aromatica nelle regioni mediterranee[4]. Le foglie crude (e i germogli), carnosette e dal sapore acidulo, si consumano in insalate[1][4], alle quali conferiscono un superiore mordente[4]; sono utilizzate per preparare minestre[1] saporite e rinfrescanti e si possono conservare sottaceto. Entrano anche come ingredienti di frittate e ripieni[1].

Nella cucina napoletana era un tempo raccolta insieme alla rucola da piante che crescevano spontaneamente, e venduta da ortolani ambulanti. Rucola e pucchiacchella erano un binomio quasi inscindibile tra gli ingredienti dell'insalata.

Nella cucina romana la portulaca o porcacchia appartiene a quel misto di varie verdure domestiche e selvatiche crude che sono consumate in insalata sotto il nome di misticanza o insalata di mescolanza. Anticamente questa misticanza la portavano a casa i frati passando a chiedere l’obolo alle famiglie, ed infatti in Corsica la portulaca viene tuttora chiamata “erba fratesca”.

Nella cucina siciliana 'a purciddana è usata per la preparazione di insalate, come l'Insalata ferragostana con pomodori, cetrioli, cipolle condite con olio aceto e sale; oppure l'insalata con verdure lesse, dove le foglie ed i giovani germogli di purciddana sono usati con patate bollite e cipolle al forno. Altro uso è quello di preparare piccola frittelle di Purciddana, in cui le cime della pianta - immerse in una pastella di farina ed acqua - sono fritte singolarmente in olio ben caldo e poi servite come stuzzichini o antipasti.

Medicinale[modifica | modifica wikitesto]

Avvertenza
Le informazioni riportate non sono consigli medici e potrebbero non essere accurate. I contenuti hanno solo fine illustrativo e non sostituiscono il parere medico: leggi le avvertenze.

Uso Interno[modifica | modifica wikitesto]

Al consumo della portulaca sono ascritte proprietà depurative, dissetanti[1] e diuretiche[4][1] e anti-diabetiche[4].

Usata per curare diarrea, vomito, enterite acuta, emorroidi ed emorragie post-partum.

Negli ultimi anni sono state scoperte notevoli proprietà nutritive e medicinali: è una fonte vegetale di acidi grassi polinsaturi del tipo omega-3[4] (che svolgono un ruolo nella prevenzione delle malattie cardiovascolari) di cui contiene modeste quantità e di acido α-linolenico; possiede un elevato contenuto di proteina cruda e di polisaccaridi idrosolubili, una buona tolleranza alla salinità e una discreta capacità di accumulo di metalli pesanti.

Uso esterno[modifica | modifica wikitesto]

Un impacco di foglie è usato in caso di foruncoli, punture d’api ed eczema.[senza fonte]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i j k l m n Giulia Fulghesu, Mangiare mediterraneo. Alimentazione biologica e cucina energetica, Tecniche nuove, 1998 ISBN 978-88-481-0333-6 (p. 90)
  2. ^ a b [1] Ortaggipugliesi.it
  3. ^ a b Portulaca: da infestante ad alimento funzionale? COLTURE PROTETTE – N. 3 – 2005.
  4. ^ a b c d e f Henning Seehusen, Erbe in cucina, Gremese editore, 2002 ISBN 978-88-7944-571-9 (p. 94)

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