Aeroporto di Cameri

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Aeroporto di Cameri
AeroportoCameri.JPG
Ingresso dell'aeroporto
Codice IATA nessuno
Codice ICAO LIMN
Nome commerciale Aeroporto di Cameri
Natale e Silvio Palli
Descrizione
Tipo Militare
Gestore Aeronautica Militare
Stato Italia Italia
Regione Piemonte Piemonte
Posizione 1 km a NE di Cameri
Costruzione 1909
Altitudine AMSL 160 m
Coordinate 45°31′48″N 8°40′09″E / 45.53°N 8.669167°E45.53; 8.669167Coordinate: 45°31′48″N 8°40′09″E / 45.53°N 8.669167°E45.53; 8.669167
Mappa di localizzazione
Mappa di localizzazione: Italia
LIMN
LIMN
Piste
Orientamento (QFU) Lunghezza Superficie
17/35 2.830x45
Pista in conglomerato bituminoso con testata in calcestruzzo

[senza fonte]

L'aeroporto di Cameri è uno scalo militare che nella storia è stato sede di vari reparti aerei, ultimo dei quali fu il 53º Stormo, sciolto il 28 luglio 1999. Attualmente ospita il 1º Reparto manutenzione velivoli.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

I lavori di costruzione del Campo di Volo a Cameri (in camerese al camp d'aviazioch) incominciarono nel 1909, su un'area di circa 400.000 metri quadrati, grazie all'iniziativa dell'ingegnere francese Clovis Thouvenot, già concessionario dell'industria aeronautica Voisin, che intendeva istituire una scuola di volo. L'apertura del campo subì un certo ritardo dovuto al ciclone che nella notte tra il 30 e il 31 marzo 1910 distrusse gli hangar appena terminati, lasciando il piedi solo quello che ospitava gli apparecchi dei tre istruttori e pioniere dell'aria Alessandro Cagno, Pasquale Bianchi e Marcello Serrazanetti.[1][2] Il volo inaugurale venne effettuato da Cagno nel maggio del 1910 e, il 28 luglio dello stesso anno, il luganese Bianchi conseguì il primo brevetto di pilota civile rilasciato in Italia. Fu la seconda scuola di pilotaggio italiana, dopo quella fondata il 15 aprile 1909 a Centocelle.

Durante la Prima guerra mondiale, la scuola di volo di Cameri rilasciò oltre mille brevetti per pilota militare e moltissime furono le personalità che la frequentarono, come Ciro Cirri, Achille Landini, Giuseppe Lampugnani, Arturo Ferrarin e Gabriele d'Annunzio.[3] Nel dicembre 1917 vi era una locale Sezione Difesa con 2 Sergenti piloti. Successivamente a Thouvenot, si insedia nell'area Giuseppe Gabardini, che promuove e sviluppa le attività aeronautiche, soprattutto con la creazione di una scuola di volo grazie alla fondazione della Aeroplani Gabardini-Officine e scuola di volo-Aerodromo Cameri. Nel 1930 la scuola cessa la sua opera su disposizione di Italo Balbo, che mal tollerava una scuola di volo civile, ma il campo rimane funzionante come officina aeronautica. Durante la seconda guerra mondiale, dopo l'8 settembre 1943, l'aeroporto viene occupato dai tedeschi, che cercano di potenziarne la struttura iniziando la costruzione di due nuove piste in cemento.

L'11 aprile 1945 la Luftwaffe abbandona Cameri, facendo saltare le piste e gli edifici ad eccezione dell'edificio di Comando. Nel dopoguerra comincia la ricostruzione, che porterà la base aerea ad ospitare diversi reparti, tra i quali la pattuglia acrobatica dei Lanceri Neri (in prossimità dell'ingresso dell'aeroporto campeggia un aereo North American F-86 Sabre che fu in carico ai Lanceri) e dal 1967 al 1999 il 53º Stormo Caccia. Oggi l'aeroporto di Cameri è sede del 1° RMV (Reparto manutenzione velivoli), che si occupa della manutenzione dei Panavia Tornado e degli Eurofighter Typhoon. L'aeroporto è inoltre utilizzato come base d'appoggio per il collaudo degli elicotteri Agusta e per la produzione dei Lockheed Martin F-35 Lightning II da parte di varie aziende tra cui Alenia Aermacchi.

Comandanti[modifica | modifica wikitesto]

Scuola Gabardini

Sezione Turismo Aereo

Scuola pilotaggio

43º stormo BT

7º Stormo BT e AS

Regg. "Duca d'Aosta"

43º stormo BT

1° NAVSM

37º Stormo BT

50º Gruppo BT

Occupazione tedesca

Campo Custodito

2° AB ID

Base Aerea

53º Stormo Caccia

Com. Aeroporto

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Piero Negro, Nidi d'aquila, Torino, Tipografia Valentino, 1927.
  2. ^ >Massimo Ferrari, A Brescia oggi si vola, Milano, EduCatt, 2012.
  3. ^ Piero Berbé, Quella prima sfida 80 anni fa, La Stampa, 15 giugno 1990.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]