Fiaba

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C'era una volta un principe che cavalcava alla luce della luna; illustrazione dello svedese John Bauer del 1914 per la fiaba L’anello di Helena Nyblom

La fiaba è una narrazione originaria della tradizione popolare, caratterizzata da racconti medio-brevi e centrati su avvenimenti e personaggi fantastici (fate, orchi, giganti e così via) coinvolti in storie con a volte un sottinteso intento formativo o di crescita morale.

Nonostante la tendenza generalizzata a considerare la fiaba e la favola come la stessa cosa ed i due termini sinonimi, si tratta invece di generi ben distinti: la favola è un componimento estremamente corto (della durata di poche righe) con protagonisti in genere animali dal comportamento antropomorfizzato o esseri inanimati, la trama è condensata in avvenimenti semplici e veloci, ed infine l'intento allegorico e morale è molto esplicito, a volte indicato dall'autore stesso come postilla al testo; ma ancor più importante di tutto ciò, la discriminante principale fra favola e fiaba è la presenza o meno dell'elemento fantastico e magico, caratteristica peculiare della fiaba e completamente assente nella favola, basata invece su canoni realistici.

È diffusa l'opinione per cui le fiabe siano tradizionalmente pensate per intrattenere i bambini, ma non è del tutto corretto: esse venivano narrate anche mentre si svolgevano lavori comuni, per esempio filatura, lavori fatti di gesti sapienti, ma in qualche modo automatici, che non impegnavano particolarmente la mente. Erano per lo più lavori femminili, ed è anche per questo che la maggior parte dei narratori è femminile; oltre al fatto che alle donne era attribuito il compito di cura e intrattenimento dei bambini. Le fiabe tutto sommato erano un piacevole intrattenimento per chiunque, e "davanti al fuoco" erano gradite ad adulti e bambini di entrambi i sessi.
In Europa esiste una lunga tradizione orale legata alle fiabe, che riveste un grande interesse per la scienza etnoantropologica. Inoltre, diversi autori hanno raccolto fiabe tradizionali o creato nuove fiabe riprendendo creativamente gli stilemi delle fiabe tradizionali. Fra i trascrittori di fiabe più noti della tradizione europea si possono citare Charles Perrault (Francia) e i fratelli Grimm (Germania), e i più recenti Italo Calvino (Italia), William Butler Yeats (Irlanda) e Aleksander Afanasiev (Russia). Fra gli inventori di fiabe più celebri ci sono invece il danese Hans Christian Andersen, l'italiano Collodi (inventore di Pinocchio) e il britannico James Matthew Barrie (Peter Pan).

La fiaba popolare[1][modifica | modifica sorgente]

Le fiabe sono state tramandate a voce di generazione in generazione per lunghi secoli e chi narrava le fiabe spesso le modificava o mescolava gli episodi di una fiaba con quelli di un'altra, dando a volte origine ad un'altra fiaba.

Esse hanno un’origine popolare: descrivono la vita della povera gente, le sue credenze, le sue paure, il suo modo di immaginarsi i re e i potenti e venivano raccontate da contadini, pescatori, pastori e montanari attorno al focolare, nelle aie o nelle stalle; non erano considerate, come ora, solamente racconti per bambini, ma rappresentavano un divertimento anche per gli adulti ed avevano grande importanza per la vita della comunità.

Le fiabe raccontano alcuni aspetti del reale, con una veste di storiella puerile e con un infallibile lieto fine: il "Pollicino" abbandonato nei boschi, la "Cenerentola" segregata dalla matrigna e schiavizzata, la "Biancaneve" che scappa e si rifugia nel bosco possono essere visti come esempi della quotidianità del XIX e XX secolo.

Le caratteristiche delle fiabe[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Schema di Propp.
E in un istante si tramutò in una meravigliosa piccola fata: illustrazione di John Bauer per la fiaba di Alfred Smedberg, De sju önskningarna (I sette desideri)

Tutte le fiabe del mondo hanno caratteristiche analoghe[2]:

  1. indeterminatezza: personaggi, epoca e luoghi sono quasi sempre indefiniti (e remoti), quasi mai nominati (fanno eccezione quelle fiabe in cui si parla di luoghi reali come Inghilterra, Portogallo o altri, ma in realtà il nome non ha alcuna pretesa indicativa ed indica lontananza quasi inconcepibile), e non sono descritti (si dice «C'era una volta...», «In un paese lontano...», ma non si dice né dove né quando);
  2. inverosimiglianza: i fatti che si presentano nel racconto sono spesso fatti impossibili e i personaggi inverosimili o inesistenti nella realtà quotidiana (molti fatti narrati possono accadere solo per magia e molti personaggi esistono solo nella fantasia popolare o mitica, e non di rado sono personificazioni di concetti astratti: il bisogno, il male, il dolore, ecc.);
  3. manicheismo morale: si rappresenta sempre un mondo nettamente distinto in due (i personaggi sono o buoni o cattivi, o furbi o stupidi e non esistono vie di mezzo, la ragione sta sempre da una sola parte);
  4. reiterazione e ripetizione: i motivi sono sempre ricorrenti (gli elementi e gli episodi sono spesso presenti anche in altre fiabe). Esiste anche una ricorrenza narrativa di frasi o formule magiche;
  5. apoteosi finale: c'è sempre un lieto fine (i buoni, i coraggiosi e i saggi vengono premiati, le ragazze povere diventano principesse, i giovani umili ma coraggiosi salgono sul trono, la virtù premiata, la bontà vince, ecc.). Nelle fiabe di magia, per usare un termine proppiano, l'apoteosi è immancabile; è solo nelle fiabe letterarie che il finale può essere tragico (esempio La sirenetta);
  6. scopo didattico: c'è sempre una morale, anche se non espressa chiaramente come nella favola, che insegna a rispettare gli anziani e la famiglia, ad onorare le istituzioni (le persone che le incarnano sono degne di rispetto solo se "buone"), ad essere generosi con i poveri e gli umili, e coraggiosi con i prepotenti (fino a sfidare le autorità) per migliorare il proprio destino.

Il linguaggio[modifica | modifica sorgente]

Il linguaggio della fiaba è quello dei narratori del popolo, in genere molto semplice e a volte un po' sgrammaticato, ma ricco di modi di dire e di formule popolari. Viene solitamente utilizzato il discorso diretto perché le battute del dialogo permettevano al narratore di cambiare la voce e di tener viva l'attenzione di chi ascoltava.

Sono frequenti e quasi obbligatorie le ripetizioni («Cammina, cammina...», «Cerca, cerca...», «Tanto, tanto tempo fa...», «C'era una volta...») e le triplicazioni, perché raccontare tre volte lo stesso fatto aveva lo scopo di allungare la storia, di renderla più chiara e di prolungare la sensazione di mistero. Le formule d'inizio e le formule di chiusura sono quasi sempre le stesse («C'era una volta...», «In un paese lontano...», «... così vissero felici e contenti»), numerose le formule magiche e le filastrocche.

Come nella pubblicità, la ripetizione e la ridondanza permettono una migliore penetrazione dei contenuti ed una più persistente memorizzazione, ma, prima di questo, corrispondono ad un'esigenza propria della didattica infantile.

Il tempo[modifica | modifica sorgente]

Il tempo della fiaba ha caratteristiche proprie particolari, che presentano analogie con il sogno. In primo luogo il tempo della fiaba è astorico, cioè non si può posizionare in un periodo storico preciso. In secondo luogo il suo fluire è solitamente irregolare, non assimilabile al tempo scandito dall'orologio; a volte sono presenti dei flash back, dove si parla di cose o persone "perdute", o, comunque, avvenimenti spiacevoli avvenuti nel passato. Inoltre, spesso le fiabe vengono ambientate nel medioevo (ma non solo), epoca storica nella quale predominava la monarchia, mettendo in risalto la romanticità di essere un personaggio di stirpe reale (principe o principessa) e trascurando, invece, l'aspetto della condizione economica del popolo.
Si può dire, infine, che le fiabe vengono, solitamente, collocate in uno spazio temporale irreale, strutturandole sulle basi di antiche leggende (con draghi, animali parlanti, ecc.) stimolando in tal modo la fantasia e la creatività del bambino ed aiutandolo a creare attorno a sé un mondo che sarà di aiuto per la sua infanzia; l'importante è che egli, col passare degli anni, impari a fare buon uso della fantasia, senza confonderla con la realtà.

Il rito d'iniziazione[modifica | modifica sorgente]

Nel 1946 appariva in russo il saggio di Vladimir Propp Le radici storiche dei racconti di fate e già nel 1949 usciva a Torino nella traduzione italiana di Clara Coisson[3]. Il libro sulle radici storiche doveva essere in origine il capitolo conclusivo del saggio sulla morfologia della fiaba: dopo averne studiato la forma, il folklorista ne indagava le origini, la genesi con l'ausilio delle ricerche etnografiche del tempo. Ma la ricerca si sviluppò tanto da diventare un libro a sé stante.

La conclusione che Propp raggiunge attraverso un lungo esame analitico è che per la maggior parte gli elementi costitutivi delle fiabe debbano farsi risalire a riti e miti "primitivi" (del regime del clan), e più specialmente al "ciclo d'iniziazione" e alle "rappresentazioni della morte".

Le fiabe popolari, soprattutto quelle di magia, sono quindi il ricordo di una antica cerimonia chiamata rito d'iniziazione che veniva celebrata presso le comunità primitive.

Durante questo rito veniva festeggiato in modo solenne il passaggio dei ragazzi dall'infanzia all'età adulta. Essi venivano sottoposti a numerose prove con le quali dovevano dimostrare di saper affrontare da soli le avversità dell'ambiente e di essere pertanto maturi per iniziare a far parte della comunità degli adulti.

Dopo le prove, i ragazzi e le ragazze, come in una rappresentazione teatrale guidata spesso da uno stregone, dovevano "morire" per celebrare la morte dell’infanzia. Questa loro morte temporanea veniva di solito provocata con sostanze stupefacenti e al risveglio i giovani venivano considerati adulti.

Dal rito alla fiaba[modifica | modifica sorgente]

Col passare del tempo il rito d’iniziazione non si celebrò più e ne rimase solamente il ricordo, ma gli anziani continuavano a ripeterlo nei loro racconti.

Il racconto degli anziani venne tramandato per secoli e secoli, con trasformazioni continue, anche quando il ricordo del rito si era perso del tutto e nacque così la fiaba.

Nella fantasia di chi tramandava i racconti i giovani, sottoposti al rito, sono diventati i protagonisti delle fiabe, gli stregoni sono diventati i personaggi che fanno paura come gli orchi, le streghe, i mostri, i lupi e le armi, che ricevevano i ragazzi, sono diventate i doni magici che i protagonisti delle fiabe ricevono dagli aiutanti che incontrano.

Ricerca e interpretazione[modifica | modifica sorgente]

Lo studio dei racconti popolari inizia poco dopo il 1800 e si rivolge quasi esclusivamente alla fiaba e alla saga, mentre l’interesse per altri generi narrativi nasce solamente negli ultimi decenni.

I fratelli Grimm[modifica | modifica sorgente]

Doppio ritratto dei fratelli Wilhelm (a sinistra) e Jacob Grimm, di Elisabeth Maria Anna Jerichau-Baumann, 1855

I fratelli Jacob (1785-1863) e Wilhelm (1786-1859) Grimm sono da ritenersi i fondatori della ricerca sul racconto popolare, in particolare sulle fiabe.

Secondo le teorie di quell’epoca, i fratelli Grimm partono dall’idea che ogni popolo ha una sua anima che si esprime con la massima purezza nella lingua e nella poesia, nelle canzoni e nei racconti.

Essi però sostengono che, con il trascorrere del tempo, i popoli hanno perduto in parte la propria lingua e la propria poesia, soprattutto nei ceti più elevati e può, quindi, essere ritrovata solamente negli strati sociali inferiori.
In questa ottica, le fiabe sono i resti dell’antica cultura unitaria del popolo e costituiscono una fonte preziosa per la ricostruzione di quella cultura più antica.

Nel 1812 e nel 1815 i fratelli Grimm pubblicarono due volumi dei Kinder- und Hausmärchen, per un totale di 156 fiabe che formano il punto di partenza dello studio dei racconti o fiabe popolari.
Mentre in un primo momento essi partono dall’idea che le fiabe siano tutte di origine tedesca, nel 1819, nella seconda ristampa della loro opera, essi introducono il concetto che esista un passato indoeuropeo per spiegarne le affinità.

Altre teorie interpretative[modifica | modifica sorgente]

La pubblicazione di Kinder- und Hausmärchen stimola, in Germania e in altri paesi, una intensa attività di raccolta e di pubblicazioni.

Si scopre così che fiabe simili compaiono anche al di fuori dell’Europa, nell’India, ma anche nei territori linguistici semiti e turchi e presso i cinesi.

Nel 1859 l’indianista Theodor Benfey (1809-1881) propone la teoria che le fiabe siano nate in India, non come miti, ma come racconti didascalici buddhisti, e che siano giunte in Europa principalmente attraverso vie letterarie, come Le mille e una notte.
Ma anche questa teoria gradualmente dovrà essere abbandonata, perché si incontrano racconti che presentano le caratteristiche delle fiabe anche presso popolazioni che non hanno avuto mai contatti con la cultura indiana.

Un altro filone interpretativo di fiabe e miti è quello in chiave alchemico-ermetica, di cui uno dei fondatori potrebbe essere considerato il benedettino Dom Antoine-Joseph Pernety (1716-1796), autore de Le favole egizie e greche e di un Dizionario mito-ermetico; anche se la tendenza ad interpretare le leggende popolari e letterarie del passato come trasposizioni simboliche di un iter iniziatico legato alla Grande Opera dell'Alchimia è diffusa presso numerosi autori di questa antica disciplina esoterica. Fra gli studi più recenti (in lingua italiana) si trova Alchimia della Fiaba di Giuseppe Sermonti.

Il contributo dell'antropologia[modifica | modifica sorgente]

Nella seconda metà dell’Ottocento, per merito dell’antropologia, si sviluppano idee sulla cultura umana che influenzeranno anche la ricerca sulle fiabe.
Nasce infatti la convinzione che tutti gli uomini, a qualsiasi razza o cultura appartengano, possiedono fondamentalmente la stessa struttura psicologica e se esistono differenze, queste sono di carattere culturale. Questa teoria implica che le fiabe e i motivi fiabeschi possano aver avuto origini dovunque, indipendentemente l’uno dall’altro.

L'interpretazione della fiaba di Vladimir Propp si basava già sugli studi dell'antropologia occidentale allora disponibili; essa fu proseguita, sviluppata e modificata dal folklorista e mitologo Eleazar Meletinskij e da un gruppo di studiosi da lui coordinati: la struttura della fiaba riconosciuta da Propp nella sequenza di trentuno funzioni fu riorganizzata in tre prove principali; inoltre furono messe in relazione le forme della fiaba in tutto il mondo con le prime forme della narrazione mitologica, come le leggende sui tricksters.

L'interpretazione di Sigmund Freud[modifica | modifica sorgente]

Nel 1900 Sigmund Freud pubblica L'interpretazione dei sogni e spiega che quando l’uomo, nella sua vita, reprime qualche desiderio della vita istintuale, questo ricompare sotto forma di sogno durante il sonno e di sintomo durante la veglia. Egli porta due esempi di sogni collegati alle fiabe:

La teoria psicoanalitica ha indotto moltissimi studiosi a vedere nella fiaba la risoluzione catartica dei problemi del bambino in crescita. In effetti gli eroi delle fiabe spesso sono giovani che devono trovare la loro strada nel mondo, combattendo contro l’Orco e il loro iniziale fallimento è interpretato in molti casi come l'incapacità di emanciparsi dall'influenza dei genitori che non l'aiutano in questo processo di formazione.

Gli archetipi di Carl Gustav Jung[modifica | modifica sorgente]

Un'altra importante direzione nello studio della fiaba nasce dalla psicologia di Carl Gustav Jung e della sua scuola. Jung sostiene che ogni essere umano desidera sviluppare le sue innate potenzialità e che a questo scopo l'inconscio e la coscienza devono cooperare[4]. Se questo processo non si sviluppa in modo armonico, ha luogo una reazione dell'inconscio che si esprime nei sogni, nelle fantasie e nelle fiabe, che mostrano appunto profonde affinità presso i popoli di tutto il mondo.

Queste modalità di relazione sono chiamate da Jung archetipi. Pertanto l'inconscio può esprimersi nell'immagine archetipa del grande bosco o del mare che l'eroe o l'eroina della fiaba devono attraversare. Jung interpreta anche i personaggi come figure archetipiche. Se l'eroe, egli dice, non riesce più ad andare avanti e viene un vecchio in suo aiuto, il vecchio rappresenta uno degli archetipi dell'anima, del giudizio, della concentrazione mentale, ossia un modello etico di comportamento. Per esempio uno di questi archetipi è Yama, il trasportatore d'anime nelle culture orientali.

Altri studi sulla fiaba[modifica | modifica sorgente]

Hedwing von Beit, una studiosa della scuola junghiana, dà questa interpretazione alla fiaba di Hansel e Gretel: poiché i bambini non sono attrezzati alle difficoltà della vita essi diventano le vittime della strega che è l'antagonista dello spirito e solamente quando essi riescono ad affrontarla con sicurezza vi è il lieto fine.

Altrettanto importante è Marie-Louise Von Franz, allieva di C. G. Jung, la quale ha dedicato numerosi suoi scritti sull'argomento fiabesco (Le fiabe interpretate, Il femminile nella fiaba, L'ombra e il male nella fiaba).

Si è occupato dello studio della fiaba anche il fondatore dell'antroposofia, Rudolf Steiner, che considera le fiabe come un mezzo per risvegliare l’anima alla vita, in un mondo moderno che non ne permette più l’espressione. Ad esempio, analizzando la fiaba di Tremotino, vede nelle vicende del personaggio la forza che dà all'anima (la figlia del re) la capacità di realizzare uno scopo (trasformare la paglia in oro) in questo mondo pieno di avversità.

Tra l’Ottocento e il Novecento i finlandesi Kaarle Krohn e Antti Aarne elaborano il metodo storico-geografico. Questo metodo cerca di stabilire, sulla base del maggior numero di varianti letterarie e orali di una fiaba, il territorio di diffusione e di ricostruirne la forma originale.

Il metodo storico-geografico ha avuto grande importanza nell’evoluzione della ricerca sulla fiaba e ne è nato, nel 1910, il Catalogo delle fiabe di Aarne, nel quale ad ogni fiaba è attribuito un numero. Sulla base del metodo storico-geografico sono sorti nel corso del tempo decine di cataloghi regionali o nazionali.

Baba Jaga è l’archetipo della donna selvaggia: la signora oscura dei boschi della mitologia slava. Illustrazione del russo Ivan Bilibin.

Allo stesso Aarne si deve anche un altro metodo di classificazione molto noto; il metodo si basa su un indice dei tipi e fu rivisto ed esteso da Stith Thompson, per cui viene chiamato metodo di Aarne-Thompson. L'indice dei tipi raccoglie circa 2500 "motivi" ricorrenti nelle fiabe, consentendo di descrivere in forma numerica (e quindi catalogare in modo efficace) ogni fiaba[5].

Nel periodo prebellico la tradizionale ricerca sulle fiabe si rivolgeva principalmente al contenuto ed esclusivamente di quelle fiabe che si ritenevano molto antiche; tuttavia, dopo la prima guerra mondiale, all'interesse per il narratore si unisce l'interesse per gli ascoltatori e, di conseguenza, l'interesse per il contesto sociale in cui si colloca la narrazione.

Il noto psicoanalista austriaco Bruno Bettelheim, morto nel 1990, autore del libro: Il mondo incantato[6]), analizza il significato psicologico della fiaba e l'aiuto che può offrire nel delicato periodo della crescita dell'individuo. La fiaba evoca situazioni che aiutano il bambino ad elaborare le difficoltà che deve affrontare nel corso della sua esistenza. Ogni fiaba proietta nel lieto fine l'integrazione di qualche conflitto interiore. Hansel e Gretel, che alla fine sconfiggono la perfida strega, dimostrano che è possibile superare la paura, frequente nel bambini, di essere abbandonati dai propri genitori. In Pollicino è il piccolo uomo intelligente a sconfiggere il feroce e stupido gigante.

Ai giorni nostri Clarissa Pinkola Estés (una psicologa autrice del libro: Donne che corrono con i lupi - Il mito della donna selvaggia[7]) ha raccolto una notevole mole di materiali attinto dal mondo delle fiabe e dei racconti popolari e su tale base ha costruito una interpretazione psicoanalitica, enucleando una serie di archetipi di tipologie femminili utili per descrivere la psiche della donna. La psicologa parte dal presupposto che in ogni donna si nasconde un essere naturale e selvaggio, una forza potentissima formata di istinti e creatività passionale. La donna selvaggia rappresenta, secondo l’autrice, una specie gravemente minacciata[8]. Benché la sua presenza sia innata, secoli di cultura e civiltà l’hanno soffocata cercando di rintuzzarne gli slanci più pericolosi, incanalandola in uno stereotipo rigido di sottomissione.

I trascrittori di fiabe[modifica | modifica sorgente]

Per lungo tempo le fiabe popolari furono tramandate solo oralmente; solo in seguito alcuni studiosi e scrittori le raccolsero dalla viva voce del popolo e le trascrissero, cercando di conservare le caratteristiche del linguaggio parlato.
Fra le più conosciute trascrizioni di fiabe ci sono quelle di ambiente arabo, raccolte nel Settecento, in Le mille e una notte, le fiabe tedesche riscritte dai fratelli Jakob e Wilhelm Grimm nell'Ottocento e le fiabe italiane, tradotte in italiano da trascrizioni dialettali già esistenti, da Italo Calvino nel 1956.

La cultura dei popoli nelle fiabe[modifica | modifica sorgente]

Tutte le fiabe hanno in comune numerosi tipi di personaggi e narrano fatti molto simili, ma ad una lettura attenta si scopre che esse, pur nella loro somiglianza, rivelano culture differenti.

Ogni popolo ha infatti ambientato le proprie fiabe nel paesaggio in cui viveva e, narrandole, ha fatto continui riferimenti alle proprie abitudini, alle proprie tradizioni, alle regole della propria società.

Il popolo russo ha tramandato le sue fiabe ambientate nella steppa, con zar e zarine, gli Inuit le hanno ambientate tra i ghiacci, con cacciatori di foche e di orsi; i popoli nord-americani nelle praterie, con bisonti e coyote.

Anche gli eroi sono diversi, secondo il paese nel quale è ambientata la fiaba, e se in Europa si tratta spesso di principi o ciabattini, in Arabia abbiamo sceicchi o beduini, in Cina mandarini o filatori di seta. Così come sono diversi gli esseri fantastici o soprannaturali. Nelle fiabe ambientate in Europa si trovano i diavoli, gli gnomi, i troll, la strega Baba Jaga, in Cina i draghi, nei territori islamici i djinn.

Attraverso le fiabe si possono ricavare moltissime informazioni, utili per conoscere la vita dei popoli nel passato e molto spesso anche nel presente.

La fiaba d'autore[modifica | modifica sorgente]

Per molto tempo le fiabe furono esclusivamente patrimonio del popolo e tramandate oralmente, ma in seguito questo tipo di racconto si diffuse in ambienti diversi, per esempio tra i nobili, nelle corti. Ci furono così scrittori che incominciarono a rielaborare le fiabe e a trascriverle usando un linguaggio più raffinato, aggiungendo nuovi episodi e, spesso, inventandone di nuove.

Nacque, in tal modo, la fiaba d'autore che divenne un vero e proprio genere letterario. Così, se le fiabe popolari sono il prodotto della tradizione, le fiabe d'autore nascono dall'inventiva di uno scrittore che, pur ispirandosi spesso alle fiabe della tradizione orale, si esprime con un linguaggio diverso e con motivi nuovi.

Fra gli autori più famosi di fiabe ci fu in Italia Giambattista Basile che, nel XVII secolo, scrisse il Pentamerone o Lo cunto de li cunti, in cui rielaborò in lingua napoletana cinquanta fiabe popolari, in Francia Charles Perrault che scrisse, sempre nel XVII secolo, I racconti di Mamma Oca ispirandosi a motivi popolari e in Danimarca Hans Christian Andersen che rielaborò molte fiabe popolari e ne scrisse di nuove; anche gli scrittori di romanzi come Oscar Wilde si sono dedicati alla fiaba: nel 1888 Wilde pubblicò The Happy Prince and Other Stories.

Grande teorico della fiaba fu J. R. R. Tolkien, che nel suo saggio Sulle Fiabe, contenuto nella raccolta Albero e foglia, analizza il genere studiandone origini, significato e funzione, e facendo un'attenta analisi di molti racconti di ogni tempo che possono essere considerati, più o meno, appartenenti al genere della fiaba.

L'eredità della fiaba[modifica | modifica sorgente]

Ancora oggi, nelle opere degli scrittori moderni, possiamo riconoscere l'eredità della fiaba. Nei racconti fantastici, nelle storie di fantascienza, fantasy e horror e in altri generi di narrativa dove si incontrano esseri incredibili ed accadono fatti straordinari come nelle fiabe, ma è soprattutto nella narrativa per ragazzi ad essere evidente l'eredità della fiaba. Sono state ereditate, si pensi, attraverso generazioni e generazioni con l'ascolto.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Che cos’è la fiaba popolare
  2. ^ Descrizione analoga.
  3. ^ Vedi prefazione Morfologia della fiaba - Le radici storiche dei racconti di magia
  4. ^ La terapia junghiana; spiegazione degli archetipi
  5. ^ Classificazione fiabe secondo indice Aarne-Thompson
  6. ^ B.Bettelheim. Significato psicologico della fiaba
  7. ^ Informazioni e schede sui saggi dell'autrice ne "Il Giardino dei Libri"
  8. ^ su "Girodivite"

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

  • Fiaba in Tesauro del Nuovo Soggettario, BNCF, marzo 2013.
  • Vittorio Santoli, «FIABA» la voce nella Enciclopedia Italiana, Volume 15, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1932.
  • Tilde Giani Gallino, «Fiaba» la voce in Universo del corpo, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1999.
  • Ermanno Detti, «Fiaba» la voce nella Enciclopedia dei ragazzi, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2005.
  • Tutte le fiabe di Luigi Capuana, in edizione completa