Inuit

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Inuit
Inuit
Qamutik tradizionale (slitta), Cape Dorset
Luogo d'origine Stati Uniti
Canada
Groenlandia
Popolazione 118.426
Lingua lingua inuit, danese, inglese, francese e varie altre
Religione cristianesimo, mitologia inuit
Gruppi correlati Aleuti e Yupik[1]
Distribuzione
Stati Uniti Stati Uniti 16.581
Canada Canada 50.480
Groenlandia Groenlandia 51.365

Inuit (ᐃᓄᐃᑦ in lingua inuktitut; singolare inuk o inuq) (parola che significa uomini/umanità) è il popolo dell'Artico discendente dei Thule. Gli Inuit sono uno dei due gruppi principali nei quali sono divisi gli Eschimesi, insieme agli Yupik: il termine "eschimesi" (che secondo alcuni, significa "mangiatori di carne cruda", secondo altri "fabbricante di racchette da neve") fu usato dai nativi Americani Algonchini del Canada orientale per indicare questo popolo loro vicino, che si vestiva di pelli ed era costituito da esperti cacciatori.

Gli Inuit e gli Yupik non amano essere chiamati "eschimesi" dato che hanno, appunto, un proprio nome specifico.

Gli Inuit sono gli originari abitanti delle regioni costiere artiche e subartiche dell'America settentrionale e della punta nord orientale della Siberia. Il loro territorio è principalmente composto dalla tundra, pianure basse e prive di alberi dove il terreno è perennemente ghiacciato, il cosiddetto permafrost, salvo pochi centimetri in superficie durante la breve stagione estiva.

Abitazione[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Iglù.

Durante la stagione invernale, prima degli anni '70, gli Inuit vivevano in case di ghiaccio chiamate iglù che avevano la forma di una cupola sferica a pianta circolare ed erano costruite con blocchi di ghiaccio incastrati perfettamente tra di loro a formare una volta. Vi si accedeva grazie ad un corridoio basso fatto anch'esso di neve e sulla parete di fronte a questo vi era una finestra, chiusa con una sottile lastra di ghiaccio o con pelli di foca. L'interno era foderato di pelli di renna e vi erano dei letti di pelliccia di renna che dovevano ospitare tutta la famiglia. Il riscaldamento, l'illuminazione e la cucina erano ottenuti grazie alla lampada alimentata a grasso di foca: gli Inuit, nonostante le leggende, amavano infatti cucinare tutte le loro bevande e cibo. D'estate vivevano in tende, con coperture di pelli di foca, di caribù o di altri animali e sostenute da costole di balena o da legname.

Attività[modifica | modifica sorgente]

Le attività principali che vengono praticate dagli inuit sono la caccia e la pesca, anche se alcuni gruppi vivono su fiumi pescosi ed altri cacciano caribù nelle zone interne, tradizionalmente è la caccia di mammiferi marini (foche, trichechi e balene), e la struttura e l'etica della loro cultura si sono sempre rivolte al mare.

La capacità degli Inuit di adattamento a un ambiente freddo e difficile è legata alla loro particolare abilità nel costruire attrezzi e altri utili accorgimenti da ogni tipo di materiale. Vestiti di pelli, arpioni d'avorio o di corno, con lame di pietra, pattini di slitte infatti all'occorrenza con strisce di carne gelata sono esempi dell'adattamento indigeno ai materiali naturali.

Usano il kayak o imbarcazioni a motore per cacciare in mare oppure aspettano vicino alle aperture nella banchina di ghiaccio l'uscita delle foche. Durante le battute di caccia usano gli iglù come riparo di emergenza. Usano le pelli degli animali per fabbricarsi vestiti (es.anorak).

Per spostarsi sulla neve usano slitte trainate dai cani anche se le motoslitte stanno largamente rimpiazzando questo modo di viaggiare. Usano materiali naturali: arpioni d'avorio o di corno, lame di pietra. Vivevano in città costruite sull'acqua.

Lingua[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Lingua inuit.

La lingua inuit è tradizionalmente parlata in tutta l'Artide nordamericana e in alcune parti della zona subartica, nel Labrador. In passato era parlata in qualche misura nella Russia orientale, in particolare nelle isole Diomede, ma oggi è quasi sicuramente estinta in Russia. Gli Inuit vivono principalmente in tre paesi: Groenlandia (una provincia autonoma della Danimarca), Canada e Alaska.

Secondo l’antropologo Hugh Brody[2] “nella lingua inuktitut esistono molte parole per descrivere le diverse forme e condizioni della neve. C’è la neve che scende, la neve che segna la fine della bella stagione, la neve appena caduta, la neve soffice su cui si fa fatica a camminare, i cumuli di neve morbida, la neve dura e cristallina, quella che si è sciolta e poi ricongelata, la neve su cui è piovuto sopra, la neve farinosa, la neve trasportata dal vento, la neve con cui il vento copre gli oggetti, la neve dura che cede sotto il peso dei passi, la neve fusa per essere bevuta, la neve ammucchiata e la neve più adatta a costruire gli iglù. In inuktitut ci sono anche molti verbi con la radice “neve”, come scrollarsi la neve di dosso, lavorare la neve con un qualsiasi attrezzo, o mettere un po’ di neve in una bevanda calda per raffreddarla. Gli Inuit distinguono tutte queste varietà di neve e di ghiaccio. Le persone devono scegliere le rotte delle slitte, individuare i luoghi adatti a costruire le case, valutare le superfici più sicure per camminare o passarvi sopra con le slitte e decidere dove posizionarsi accanto alle brecce del ghiaccio da cui le foche escono a respirare, senza emettere rumori che le orecchie sensibili degli animali possano sentire. Devono anche prevedere il tempo, e adeguarsi ai suoi capricci. Le definizioni di neve sono parte integrante del processo decisionale che determina il successo o il fallimento di una battuta di caccia, e hanno un’importanza vitale nella valutazione del possibile livello di benessere, disagio o pericolo, anche nel caso di un viaggio breve. Non ci si può sorprendere della ricchezza dell’inuktitut quando si parla di neve!”[3][4]

Organizzazione[modifica | modifica sorgente]

L'organizzazione della società si basa sulla solidarietà fra villaggi; la proprietà è, per la maggior parte, collettiva, la famiglia in genere è poco numerosa.

Gli Inuit hanno una loro religione che si basa sulla credenza che molti animali e fenomeni naturali abbiano un'anima o uno spirito. La principale personalità religiosa è lo sciamano, spesso di sesso femminile, che durante le cerimonie può cadere in trance grazie all'ausilio del suono del tamburo. In questo stato, lo sciamano, sarebbe in grado di contattare l'aldilà popolato dalla dea-tricheco Sedna per porgerle le istanze della sua gente e prevedere il futuro.[5]

Hanno costituito la ICC (Inuit Circumpular Conference), un'organizzazione non governativa e plurinazionale, a salvaguardia della propria cultura, che rappresenta 150.000 persone abitanti nei territori di Groenlandia, Alaska e Russia.

Cinema[modifica | modifica sorgente]

Nel 2001 è uscito il film Atanarjuat, o anche Atanarjuat il corridore (in inglese Atanarjuat the fast runner) basato su un'antica leggenda inuit tramandata oralmente da tempo immemorabile. In tale leggenda, si narra di un inuit che riesce a sfuggire ad un tentativo di omicidio correndo nudo tra la neve per poi tornare a vendicarsi. Il film rappresenta un caso cinematografico importante, perché non solo descrive la vita di questo popolo, ma è girato in lingua inuit (con sottotitoli in varie lingue), ed è anche il primo film di un regista inuit (Zacharias Kunuk) che narra del suo popolo. Essendo stato creato per i giovani inuit moderni per capire la loro cultura e la lingua antica, in ogni fase di creazione del film si sono consultati gli anziani sulla lingua, i modi di vita ed altri particolari.[6]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ "Eskimo-Aleut." Ethnologue. Retrieved 17 Oct 2013.
  2. ^ Review: The Other Side of Eden by Hugh Brody | Books | The Observer
  3. ^ Hugh Brody, The Other Side of Eden:Hunter-gatheres, Farmers and the Shaping of the World, North Point Press, 2002.
  4. ^ La traduzione del brano di Hugh Brody è tratta dal libro “Siamo tutti uno”, a cura di Joanna Eede e Survival International. http://www.survival.it/siamotuttiuno
  5. ^ Maria Antonia Capitanio, Popoli che scompaiono, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1975 (pag. 84, 89 alla voce «eschimesi»).
  6. ^ Atanarjuat

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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