Papa Damaso I

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search
Papa Dàmaso I
Saintdamasus.jpg
37º papa della Chiesa cattolica
Elezione1º ottobre 366
Fine pontificato11 dicembre 384
Predecessorepapa Liberio
Successorepapa Siricio
 
NascitaRoma o Guimarães, 305 circa
MorteRoma, 11 dicembre 384
SepolturaBasilica di San Lorenzo in Damaso
San Damaso I
Papa Damaso S. Paolo fuori le mura.JPG
 

Papa

 
NascitaRoma o Guimarães, 305 circa
MorteRoma, 11 dicembre 384
Venerato daChiesa cattolica
Santuario principaleBasilica di San Lorenzo in Damaso
Ricorrenza11 dicembre
Patrono diarcheologi

Dàmaso I (Roma o Guimarães, 305 circa – Roma, 11 dicembre 384) è stato il 37º papa della Chiesa cattolica, che lo venera come santo. Primo pontefice massimo dopo la rinuncia alla carica dell'imperatore Graziano. Fu papa dal 1º ottobre 366 alla sua morte[1].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Figlio dell'iberico Antonio (prete aggregato alla chiesa di San Lorenzo) e di una certa Laurentia, si è ritenuto per molto tempo che fosse nato nell'attuale Portogallo, ma ricerche storiche più recenti sembrano indicare che egli possa essere nato a Roma;[2] di certo crebbe a Roma al servizio della chiesa di San Lorenzo martire.

Damaso contro Ursino[modifica | modifica wikitesto]

L'elezione e il mandato di Damaso si inseriscono in una frattura dei cristiani romani avvenuta durante il regno dell'imperatore Costanzo II, il quale nel 355 depose ed esiliò da Roma il vescovo Liberio (352–366) per essersi opposto alla sua politica anti-nicena e per non aver condannato Atanasio di Alessandria; al suo posto fu eletto Vescovo il diacono Felice. Qualche tempo dopo Liberio fu riabilitato, per le pressioni che alcune ricche matrone romane avevano esercitato sull'Imperatore tramite i loro mariti, e Liberio tornò a Roma, dove ora si trovavano però due vescovi. La frattura sembrò ricomporsi con la morte di Felice nel novembre del 365, ma alla morte di Liberio, il 24 settembre 366, il clero romano si divise nuovamente in due fazioni: una, che faceva riferimento a Felice, scelse e consacrò il diacono Ursino; l'altra, composta da coloro che avevano sostenuto Liberio, elesse e consacrò Damaso.

È probabile che Ursino e Damaso siano stati eletti contemporaneamente, con Ursino che fu scelto e consacrato nella basilica Iulii trans Tiberim (la basilica di Santa Maria in Trastevere), e Damaso eletto e consacrato nella chiesa del titolo in Lucinis (la chiesa di San Lorenzo in Lucina). Le fonti antiche si dividono sulle date precise: la Collectio Avellana precisa che Ursino fu scelto e consacrato prima di Damaso, e riporta come i sostenitori di quest'ultimo assediarono per tre giorni i sostenitori di Ursino nella basilica Iulii;[3] Rufino afferma che fu invece Damaso a essere scelto per primo, e che allora Ursino si fece scegliere e consacrare vescovo prima della consacrazione del suo avversario;[4] Girolamo non menziona chi sia stato scelto per primo, ma afferma che Damaso fu consacrato per primo.[5]

La basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, l'antica «basilica di Sicinino», fu teatro di scontri tra i sostenitori di Damaso e quelli del suo avversario Ursino: in un'occasione i sostenitori di Damaso attaccarono gli ursiniani raccolti nella basilica e gli scontri causarono 160 morti.

Damaso si appellò alle autorità civili e il praefectus urbi Vivenzio Scisciano, ubbidendo agli ordini dell'imperatore Valentiniano I, esiliò Ursino; la Collectio Avellana afferma però che Ursino fosse stato esiliato perché Damaso aveva corrotto Vivenzio e il praefectus annonae Giuliano.[6] Vivenzio non intervenne militarmente per fermare gli scontri tra le fazioni, ma anzi si allontanò da Roma, e i sostenitori di Damaso e Ursino continuarono i loro scontri. Ammiano narra un attacco alla basilica di Sicinino (la basilica liberiana) che causò 137 morti:

«L'ardore di Damaso e Ursino per occupare la sede vescovile superava qualsiasi ambizione umana. Finirono per affrontarsi come due partiti politici, arrivando allo scontro armato, con morti e feriti; il prefetto, non essendo in grado di impedire i disordini, preferì non intervenire. Ebbe la meglio Damaso, dopo molti scontri; nella basilica di Sicinino, dove i cristiani erano riuniti, si contarono 137 morti e dovette passare molto tempo prima che si calmassero gli animi. Non c'è da stupirsi, se si considera lo splendore della città di Roma, che un premio tanto ambito accendesse l'ambizione di uomini maliziosi, determinando lotte feroci e ostinate. Infatti, una volta raggiunto quel posto, si gode in santa pace una fortuna garantita dalle donazioni delle matrone, si va in giro su di un cocchio elegantemente vestiti e si partecipa a banchetti con un lusso superiore a quello imperiale.»

(Res Gestae, XXVII, 12-14)

Nella Collectio Avellana si cita un altro sanguinoso episodio: i sostenitori di Ursino si erano rifugiati nella basilica liberiana, ma lì furono assaliti dai seguaci di Damaso (26 ottobre), e alla fine degli scontri si contarono 160 morti e molti feriti.[7]

Nel maggio 367 a Vivenzio succedette il senatore gallico Giunio Pomponio Ammonio; ad agosto dello stesso anno entrò invece in carica Vettio Agorio Pretestato; Ursino si appellò all'imperatore Valentiniano per poter tornare a Roma con i propri diaconi, e l'Imperatore lo perdonò[8] e gli concesse il ritorno.[9] Ma non appena Ursino tornò a Roma (15 settembre 367), scoppiarono nuovamente degli scontri tra i suoi sostenitori e quelli di Damaso, e gli ursiniani continuarono a occupare la basilica liberiana.[10]

Pretestato decise di intervenire per porre fine definitivamente agli scontri. Si schierò dalla parte di Damaso e fece bandire nuovamente Ursino;[11] fece anche espellere gli ursiniani da Roma,[12] anche se l'imperatore limitò il bando all'area intra muros,[13] Gli ursiniani ripresero a riunirsi fuori le mura, ad Sanctam Agnem (la basilica di Sant'Agnese fuori le mura), ma anche qui furono attaccati dai damasiani.[14] Damaso ricevette dal prefetto la basilica di Sicinino, che era la sede principale degli ursiniani.[15]

Dalla Gallia prima e da Milano successivamente, nel 370 Ursino fece accusare Damaso di gravi delitti da un ebreo di nome Isacco. Fu celebrato un processo che nel 372 assolse il Vescovo di Roma, e Ursino, per decreto del nuovo imperatore Graziano, fu definitivamente esiliato a Colonia.

Questi contrasti si rifletterono non solo sulla reputazione di Damaso ma anche su quella della Chiesa romana. Molti, sia nella società pagana che in quella cristiana, videro in Damaso un uomo le cui ambizioni terrene erano superiori alle preoccupazioni pastorali. Nel 378, alla corte imperiale, fu mossa contro Damaso anche un'accusa di adulterio, dalla quale fu scagionato prima dall'imperatore Graziano e, poco dopo, da un sinodo romano di quarantaquattro vescovi, che scomunicò i suoi accusatori.

Damaso e le eresie[modifica | modifica wikitesto]

In un periodo piuttosto burrascoso per il cristianesimo e nonostante le accuse personali, grazie alla forte personalità Damaso si batté per il riconoscimento della supremazia della sede episcopale di Roma e difese con vigore l'ortodossia cattolica contro tutte le eresie. In due sinodi romani (368 e 369 o 370) condannò fermamente l'apollinarismo e il macedonianismo. Nel secondo dei due sinodi scomunicò Aussenzio, il vescovo ariano di Milano (che comunque mantenne la sede fino alla morte, nel 374, quando fu sostituito da Ambrogio).

Il sinodo di Antiochia del 378 stabilì la legittimità di un vescovo solo se riconosciuto tale da quello di Roma, e forte di questo diritto (e spalleggiato dal vescovo Ambrogio di Milano che coniò, per l'occasione, la formula "Dove è Pietro, là è la Chiesa") depose immediatamente tutti i vescovi ariani. Nella lotta contro l'arianesimo, che fu sensibilmente ridotto anche per la favorevole politica degli imperatori Graziano in Occidente e Teodosio I in Oriente, si avvalse anche del grande aiuto di San Girolamo, ardente predicatore dell'ortodossia.

Il momento era favorevole al dogmatismo cattolico, come è dimostrato dalla convocazione del Concilio di Costantinopoli (381), nel quale, oltre alla ferma condanna di tutte le eresie, venne affermata la divinità dello Spirito Santo e ribadito, in una formulazione più precisa, il "simbolo niceno" già affermato nel concilio di Nicea del 325.

Damaso, nel 382, sollecitò san Girolamo (che fu anche suo segretario privato per qualche tempo[16]) ad intraprendere la revisione delle antiche versioni latine della Bibbia, nota come "Vulgata". Grazie al suo impegno, la Chiesa orientale, nella persona di Basilio di Cesarea (nei confronti del quale Damaso nutrì però sempre dei sospetti), ne implorò l'aiuto e l'incoraggiamento contro l'arianesimo che laggiù era trionfante. Sulla questione dello scisma meleziano ad Antiochia di Siria, Damaso, con Atanasio di Alessandria prima e poi Pietro II di Alessandria (che ospitò a Roma durante l'esilio) parteggiò per la fazione di Paolino, considerato più rappresentativo dell'ortodossia di Nicea; alla morte di Melezio, Damaso cercò di assicurare la successione a Paolino nella sede episcopale di Licopoli[17].

Il pontefice sostenne, inoltre, l'appello dei senatori cristiani all'Imperatore Graziano per la rimozione dell'altare della Vittoria dal Senato[18] e sotto il suo pontificato fu emanato il famoso Editto di Tessalonica di Teodosio I, (27 febbraio 380), che definiva il credo niceno (e quindi il Cristianesimo nella formulazione romana) come religione di Stato. Oltre all'affermazione della formula nicena, che dunque toglieva di mezzo le dottrine ariane, l'editto definiva per la prima volta i Cristiani seguaci del vescovo di Roma “cattolici”, bollando tutti gli altri come eretici e come tali soggetti a pene e punizioni[19].

Autorità della Chiesa ed primato della Sede apostolica[modifica | modifica wikitesto]

Quando, nel 379, l'Illiria si staccò dall'Impero romano d'Occidente, Damaso si affrettò a salvaguardare l'autorità della Chiesa di Roma nominando un vicario apostolico nella persona di Ascolio, vescovo di Tessalonica. Questa fu l'origine dell'importante vicariato papale legato a quella sede.

Damaso fu il primo vescovo di Roma ad invocare il "testo petrino" (Matteo 16,18), secondo il quale il primato della Sede Apostolica, variamente favorito da atti imperiali ed editti dei suoi tempi, non si basa sulle delibere dei concili, ma sulle parole di Gesù Cristo. Da Damaso in poi, infatti, si nota un marcato aumento del volume e dell'importanza delle pretese di autorità e di primato da parte dei vescovi romani.

Questo sviluppo delle prerogative papali, specialmente ad Occidente, portò anche a un grande aumento dello sfarzo. Tale splendore secolare riguardò molti membri del clero romano, i cui scopi mondani ed i cui costumi furono duramente redarguiti da san Girolamo, provocando (29 luglio 370) un editto dell'imperatore Valentiniano I indirizzato al papa, che vietava ad ecclesiastici e monaci (in un secondo tempo anche vescovi e monache) di perseguire vedove ed orfani nella speranza di ottenere da loro regali e lasciti. Il papa impose che la legge fosse strettamente osservata.

Un certo numero di immagini di «DAMAS» in coppe in vetro dorato probabilmente rappresentano questo pontefice e sembrano essere le prime immagini contemporanee di un papa a conservarsi, sebbene non vi sia alcun tentativo di riprodurne correttamente le fattezze. «Damas» appare con altre figure, tra cui un Floro che potrebbe essere il padre di Proiecta Turcia. È stato suggerito che Damaso, o qualcuno del suo gruppo, abbia commissionato e distribuito queste coppe ad amici e sostenitori, parte di un programma «che inseriva insistentemente la sua presenza episcopale nel panorama cristiano».[20]

Altri campi d'azione[modifica | modifica wikitesto]

Damaso può essere considerato il primo papa mecenate della storia. Contribuì notevolmente anche all'arricchimento liturgico ed estetico delle chiese cittadine. Dopo il termine della Grande Persecuzione i cristiani tornarono a professare la loro religione in pubblico, pertanto le Catacombe di Roma iniziarono ad andare in disuso. Damaso, però, vi fece eseguire lavori di restauro, consolidamento ed ampliamento, impedendone la rovina. Dilettandosi di poesia, man mano che rinveniva ed identificava i sepolcri dei martiri e dei vescovi, componeva epigrammi in loro onore e li faceva trascrivere dal calligrafo Furio Dionisio Filocalo sui rispettivi sepolcri. Nella cripta dei papi del cimitero di Callisto fece scrivere: «Qui io, Damaso, desidererei far seppellire i miei resti, ma temo di turbare le pie ceneri dei Santi».[21] La passione di archeologo era nutrita, in Damaso, da una profonda pietà e la sua azione apostolica era guidata da un alto senso di responsabilità.

Questi abbellimenti cerimoniali e l'enfasi sull'eredità romana di Pietro e Paolo portò ad un generale convincimento, presso le classi alte romane, che la vera gloria di Roma era cristiana e non pagana. Tutto ciò rese socialmente più accettabile, per le classi alte, la conversione al cristianesimo.

Papa Damaso intuì perfettamente quale doveva essere il ruolo della Chiesa nel collegamento e nell’inserimento tra il potere papale e quello imperiale: per poter attuare questo progetto, egli doveva prendere possesso del luogo più importante che deteneva il potere politico a Roma, il Palatino. Per questo motivo, tra l'anno 375 e il 379, le spoglie mortali di san Cesario di Terracina furono traslate da Terracina a Roma, con l'assistenza di papa Damaso intro Romanum Palatium, in optimo loco, imperiali cubicolo[22], ossia nella Domus Augustana sul colle Palatino (nel sito di Villa Mills, distrutta), affinché l’imperatore avesse avuto un santo tutelare di nome Caesarius. San Cesario, quindi, sostituì il culto dei Divi Cesari[23]. All'interno di questo palazzo imperiale venne eretto un oratorio in onore del martire chiamato San Cesareo in Palatio. Esso fu il primo luogo di culto cristiano, regolarmente ed ufficialmente costituito sul Palatino: fu il segno palese della consacrazione cristiana del palazzo imperiale perché sostituì il larario domestico degli imperatori pagani ed ebbe vero e proprio carattere di cappella palatina[24].

Damaso restaurò anche la chiesa della quale era stato diacono (la basilica di San Lorenzo in Damaso) e provvide alla corretta conservazione degli archivi della Chiesa romana. In onore del trasferimento provvisorio in quel luogo (358) dei corpi dei santi Pietro e Paolo, fece costruire nella basilica di San Sebastiano sulla via Appia, il monumento marmoreo noto come "Platonia", e lo fece decorare con un'iscrizione.

Sulla Via Ardeatina fece costruire, tra i cimiteri di Callisto e Domitilla, una basilicula (piccola chiesa), le cui rovine furono scoperte tra il 1902 e il 1903 e che, secondo il Liber Pontificalis, conterrebbe i resti mortali del papa, di sua madre e di sua sorella. In questa occasione lo scopritore, monsignor Joseph Wilpert, trovò anche l'epitaffio della madre del papa, Laurentia[25].

Damaso fece costruire in Vaticano un battistero in onore di san Pietro e lo fece decorare con una delle sue artistiche iscrizioni, ancora preservata nelle cripte del Vaticano. Fece drenare questa regione sotterranea in modo che i corpi ivi sepolti (juxta sepulcrum beati Petri) non fossero corrotti da acque stagnanti o di riflusso.

La sua devozione per i martiri romani è conosciuta grazie al lavoro di Giovanni Battista de Rossi. Damaso compose anche un certo numero di brevi epigrammi su vari martiri e santi e degli inni, o Carmina.

Nel 382 fece pervenire al Concilio di Roma una sua lettera, il De explanatione fidei, in cui tra le varie disposizioni stabilisce il canone biblico, osservato ancora oggi dalla Chiesa cattolica.

Damaso morì l'11 dicembre 384. Anche per sé aveva composto un epitaffio:

(LA)

«Qui gradiens pelagi fluctus compressit amaros / vivere qui praestat morientia semina terrae, / solvere qui potuit letalia vincula mortis, / post tenebras fratrem, post tertia lumnina solis / ad superos iterum Marthae donare sorori, / post cineres Damasum faciet quia surgere credo.»

(IT)

«Colui che camminando andava / sulle salate acque marine, che ai semi / morenti della terra dona la vita, / che seppe sciogliere i letali legami / dopo il buio della morte, che poté / resuscitare a Marta suo fratello, / a tre giorni dalla morte, credo / che farà risorgere Damaso una volta morto.»

(Epigr. 9 Ihm)

Culto[modifica | modifica wikitesto]

La sua festa ricorre l'11 dicembre.

La tradizione vuole che il 1º settembre del 1577 il cardinale Alessandro Farnese il giovane abbia fatto traslare le sue spoglie, insieme a quelle di papa Eutichiano, nella basilica di San Lorenzo in Damaso. La reliquia del suo cranio è conservata nella basilica di San Pietro in Vaticano, mentre quella di un braccio, secondo quanto scritto su una lapide del 1091, si troverebbe nella chiesa di San Tommaso in Parione.

Per le sue attività nelle catacombe è venerato come il protettore degli archeologi.

Dal Martirologio Romano:

«11 dicembre - San Damaso I, papa, che, nelle difficoltà dei suoi tempi, convocò molti sinodi per difendere la fede nicena contro gli scismi e le eresie, incaricò san Girolamo di tradurre in latino i libri sacri e onorò i sepolcri dei martiri adornandoli di versi.»

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Biographisch-Bibliographisches Kirchenlexikon (BBKL)
  2. ^ Carlo Carletti: Damaso I in Enciclopedia dei Papi, Ist. Enciclopedia It. Treccani, Roma, 2000, vol. I. Il testo di Carletti, reperibile on-line, costituisce una delle più accurate e documentate biografie di questo papa e indica come, sulla base di diverse epigrafi, si debba ritenere Roma la sua città di nascita.
  3. ^ Avellana, 1,5-6.
  4. ^ Rufino, hist. eccl. 2,10.
  5. ^ Girolamo, chron. a. 366.
  6. ^ Ammiano, 27,3,11-12; Avellana 1,6.
  7. ^ Avellana, 1,7.
  8. ^ Avellana, 5 è la lettera di Valentiniano a Pretestato che gli annuncia il perdono di Ursino e il permesso di rientrare a Roma.
  9. ^ Avellana, 1,9-10.
  10. ^ Avellana, 1,10-11.
  11. ^ Ammiano, 27,9,9.
  12. ^ Avellana, 1,11.
  13. ^ Avellana, 7, de expellendis sociis Ursini extra Romam, 12 gennaio 368, lettera di Valentiniano a Pretestato.
  14. ^ Avellana, 1,12.
  15. ^ Avellana, 6, ubi redditur Basilica Sicinini, lettera indirizzata a Pretestato.
  16. ^ Epistola CXXIII, n. 10.
  17. ^ Socrate Scolastico, Historia Ecclesiastica, V, XV.
  18. ^ Sant'Ambrogio, Epistola XVII, n. 10
  19. ^ «È nostra volontà che tutti i popoli che sono governati dalla nostra moderazione e clemenza aderiscano fermamente alla religione insegnata da s. Pietro ai Romani, conservata dalla vera tradizione e ora professata dal pontefice Damaso e da Pietro, vescovo di Alessandria, uomo di apostolica santità. Secondo la disciplina degli Apostoli e la dottrina del Vangelo, crediamo nella sola divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, sotto un'uguale maestà e una pia Trinità. Autorizziamo i seguaci di questa dottrina ad assumere il titolo di cristiani cattolici, e siccome riteniamo che tutti gli altri siano dei pazzi stravaganti, li bolliamo col nome infame di eretici, e dichiariamo che le loro conventicole non dovranno più usurpare la rispettabile denominazione di chiese. Oltre alla condanna della divina giustizia, essi debbono prepararsi a soffrire le severe pene che la nostra autorità guidata da celeste sapienza, crederà d'infliggere loro.» (Codex Theodosianus, libro XVI, titolo I, legge 2, come riportata in Edward Gibbon, Decadenza e caduta dell'Impero romano, Roma, Avanzini & Torraca, 1968 - cap. XXVII, pp. 186 e seg.).
  20. ^ «DAMAS» su 4 vetri per Grig, 5 per Lutraan; Lucy Grig, «Portraits, Pontiffs and the Christianization of Fourth-Century Rome», Papers of the British School at Rome, Vol. 72, (2004), 208-215, 216-220, 229-230, 229 (citazione); Katherine L. Lutraan, Late Roman Gold-Glass: Images and Inscriptions, tesi di laurea, McMaster University, 2006, 31-32 e successive.
  21. ^ Epigr. 12, 10-11 Ihm.
  22. ^ De Smedt C., Van Hoof G. e De Backer J., Acta sanctorum novembris, tomus I, Parisiis, 1887
  23. ^ Dissertazioni della Pontificia Accademia romana di archeologia, Tipografia della Pace, 1907
  24. ^ Michele Stefano de Rossi, Orazio Marucchi e Mariano Armellini, Nuovo bullettino di archeologia cristiana, Spithöver, 1906.
  25. ^ Dalla stessa iscrizione si apprende anche che Laurentia, madre di Damaso, visse i sessanta anni della sua vedovanza al servizio di Dio e che morì ad ottantanove anni, dopo aver visto la quarta generazione dei suoi discendenti.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Catholic Encyclopedia, Vol. IV, New York, Robert Appleton Company. Nihil obstat, 1908. Remy Lafort, S.T.D., Censor. Imprimatur + Cardinale John Murphy Farley, Arcivescovo di New York;
  • O. Marucchi, Il primato di papa Damaso nella storia della sua famiglia, Roma, 1905;
  • A. Saba - C. Castiglioni, Storia dei papi, Torino, 1939;
  • C. Marcora, Storia dei papi, Milano, 1972;
  • Ammiano Marcellino, Res gestae, Milano, 1984;
  • Giovanni Sicari, Reliquie Insigni e "Corpi Santi" a Roma, collana Monografie Romane a cura dell'Alma Roma, 1998;
  • Buonaiuti Ernesto, Storia del cristianesimo, Roma, Newton Compton. 2002ISBN 88-8289-750-8
  • Claudio Rendina, I Papi. Storia e segreti, Roma, Newton & Compton, 1983
  • John N.D. Kelly, Gran Dizionario Illustrato dei Papi, Casale Monferrato (AL), Edizioni Piemme S.p.A., 1989, ISBN 88-384-1326-6
  • Ambrogio M. Piazzoni, Storia delle elezioni pontificie, Casale Monferrato (AL), Edizioni Piemme S.p.A., 2005. ISBN 88-384-1060-7
  • Gli epigrammi di papa Damaso I. Traduzione e commento a cura di Antonio Aste, Collana Università & Ricerca, Libellula Edizioni, Tricase (LE), 2014, ISBN 978-88-6735-227-2.
  • (EN) Maijastina Kahlos, Vettius Agorius Praetextatus and the rivalry between bishops in Rome in 366-367, in Arctos, XXXI, Helsinki, Helsingfors, 1997, pp. 41-54.

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Papa della Chiesa cattolica Successore Emblem of the Papacy SE.svg
Papa Liberio 1º ottobre 366 - 11 dicembre 384 Papa Siricio
Controllo di autoritàVIAF (EN267405622 · ISNI (EN0000 0001 1773 9336 · SBN IT\ICCU\SBLV\019783 · LCCN (ENn85257304 · GND (DE118878689 · BNF (FRcb13517392n (data) · BNE (ESXX1204538 (data) · NLA (EN35065954 · BAV (EN495/23953 · CERL cnp00945281 · WorldCat Identities (ENlccn-n85257304