Antipapa Ursino

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Ursino, noto anche come Ursicino (... – dopo il 384), è stato un religioso italiano, che fu eletto Vescovo di Roma nel settembre 366 in seguito ad un'elezione burrascosa e contestata, quale rivale di Damaso I. Governò a Roma per alcuni mesi tra il 366 ed il 367, ma, in seguito, venne dichiarato antipapa.

Gli antefatti[modifica | modifica wikitesto]

Papa Liberio era stato messo al bando dall'imperatore Costanzo II nel 355 per le sue rigide posizioni nei confronti dell'Arianesimo e Felice II venne imposto come suo successore. Tuttavia, Liberio si reinstallò sul soglio di Pietro e Felice venne espulso da Roma. I partiti rivali rimasero comunque altamente polarizzati. Alla morte di Liberio entrambi i partiti volevano eleggere quale vescovo di Roma un loro rappresentante. Damaso era appoggiato dal partito di Felice (aristocratico), mentre Ursino da quello di Liberio (composto dai diaconi e dal popolo). Nella Chiesa degli albori, i nuovi vescovi di Roma venivano scelti nel modo tradizionalmente usato nelle altre diocesi: il clero, insieme al popolo residente nella diocesi, eleggeva o sceglieva il nuovo vescovo alla presenza degli altri vescovi della provincia. Questo semplice metodo poteva funzionare in una piccola comunità di cristiani resa unita dalle persecuzioni, ma quando la comunità cristiana di Roma crebbe in dimensioni l'acclamazione di un nuovo vescovo si scontrava con una serie di divisioni: pretendenti rivali e una certa ostilità di classe tra candidati patrizi e plebei iniziarono a turbare le elezioni episcopali. Allo stesso tempo, gli imperatori del IV secolo si aspettavano di confermare ogni nuovo Papa.

Un'elezione burrascosa[modifica | modifica wikitesto]

Liberio morì il 24 settembre del 366. Gli scrittori antichi narrano dei conflitti e delle circostanze che portarono a questa doppia elezione. Sofronio Eusebio Girolamo (Chron.), Rufino (II. 10), e Socrate (IV. 24), concordavano sul fatto che Damaso fu eletto per primo, e stigmatizzavano Ursino poiché, dopo questa elezione, affermavano avesse occupato insieme ai suoi seguaci, la chiesa di Sicinus (o Sicininus), e si fosse fatto ordinare. Sozomeno (VI. 22) e Niceforo (XI. 30) riportavano resoconti simili. In ogni caso, durante tutta la disputa, Damaso fu sostenuto sia dagli imperatori che dalle autorità civili di Roma.

Ma un racconto diverso viene fornito da Marcellino e Faustino, due preti luciferiani che, essendo stati espulsi da Roma da Damaso, presentarono una petizione (Libellus Precum) agli imperatori Valentiniano II, Teodosio I, ed Arcadio (circa 383). Essi erano stati sostenitori di Ursino e, nella prefazione alla loro petizione, asserivano che quest'ultimo fu eletto prima di Damaso dal popolo che era stato in comunione con Liberio nella chiesa di Julius oltre il Tevere, e fu ordinato da Paolo, vescovo di Tivoli. Secondo costoro, Damaso, come reazione a questa ordinazione, aveva fatto irruzione nella chiesa di Julius, dove aveva fatto massacrare molte persone e, dopo sette giorni, aveva preso possesso della Basilica Laterana, dove si era fatto ordinare.

Conseguenze dell'elezione[modifica | modifica wikitesto]

Dopo le due elezioni, comunque, tutti i racconti concordano sul fatto che i partiti rivali imperversavano per Roma affrontandosi ad ogni occasione e che, durante questi scontri, vennero perse molte vite. Tale fu la violenza e lo spargimento di sangue che i due praefecti della città, il praefectus urbi Vivenzio e il prefetto dell'annona Giuliano, vennero chiamati a ristabilire l'ordine. Lo storico pagano Ammiano Marcellino offre una cronaca distaccata ed imparziale di questo evento:

« L'ardore di Damaso e Ursino per occupare la sede vescovile superava qualsiasi ambizione umana. Finirono per affrontarsi come due partiti politici, arrivando allo scontro armato, con morti e feriti; il prefetto, non essendo in grado di impedire i disordini, preferì non intervenire. Ebbe la meglio Damaso, dopo molti scontri; nella basilica di Sicinnio, dove i cristiani erano riuniti, si contarono 137 morti e dovette passare molto tempo prima che si calmassero gli animi. Non c'è da stupirsi, se si considera lo splendore della città di Roma, che un premio tanto ambito accendesse l'ambizione di uomini maliziosi, determinando lotte feroci e ostinate. Infatti, una volta raggiunto quel posto, si gode in santa pace una fortuna garantita dalle donazioni delle matrone, si va in giro su di un cocchio elegantemente vestiti e si partecipa a banchetti con un lusso superiore a quello imperiale. »

Alla fine, di comune accordo, i prefetti bandirono Ursino in Gallia, ma gli scontri continuarono.

Nel 367 l'imperatore Valentiniano permise a coloro che erano stati banditi di ritornare, ma minacciò severe punizioni in caso di nuovi tumulti. Ursino tornò il 15 settembre ricevuto con grandi manifestazioni di gioia da parte dei suoi seguaci (Liber Precum), ma il 16 novembre fu nuovamente bandito in Gallia, insieme a 7 dei suoi, per ordine dell'imperatore. Tuttavia, la pace non fu immediatamente ripristinata. I suoi seguaci continuarono a riunirsi nei cimiteri, e si impossessarono della chiesa di Sant'Agnese fuori le mura. Marcellino e Faustino raccontano che questi ultimi furono scacciati in un bagno di sangue da Damaso stesso insieme ai suoi seguaci. Dopo questi avvenimenti il nuovo praefecuts urbi Vettio Agorio Pretestato, successore di Vivenzio, bandì altri componenti dei due partiti.

Nel 371, tuttavia, gli editti degli imperatori Valentiniano, Valente e Graziano, permisero ad Ursino ed ai suoi amici di rientrare dal confino in Gallia, permettendo loro di vivere dove volessero, purché lontano da Roma e dalle regioni suburbicarie.

Il concilio di Roma del 378[modifica | modifica wikitesto]

Nel 378 si tenne un concilio a Roma, nel quale Ursino venne condannato e Damaso dichiarato vero Papa. Da tale concilio fu indirizzata una lettera agli imperatori Graziano e Valentiniano II, in cui si specificava che Ursino ed i suoi seguaci continuavano segretamente le loro macchinazioni contro Damaso (Epistolae Concilii Romani ad Gratianus et Valentinianus).

Il concilio di Aquileia del 381[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: concilio di Aquileia.

Nel concilio tenutosi ad Aquileia nel 381 Ambrogio da Milano ebbe un ruolo di primo piano nel far dichiarare Ursino usurpatore, e nel far indirizzare all'imperatore Graziano una lettera contro di lui (Epistola I Concilii Aquilei ad Gratianum imperator). Ambrogio (Epistolae 11), in quest'occasione, affermò che Damaso fu eletto per volere di Dio.

Gli ultimi anni di Ursino[modifica | modifica wikitesto]

Dopo questi avvenimenti Ursino si trasferì a Milano, dove sembra che si sia unito al partito Ariano, che gli promise il suo appoggio.[1] Ma Ambrogio, vescovo di Milano, dopo aver informato l'imperatore Graziano di quanto stava avvenendo, bandì Ursino dall'Italia, e lo confinò a Colonia.[2]. Di Ursino non si sa più nulla fino alla morte di Damaso (dicembre 384), quando si oppose all'elezione di papa Siricio, eletto col beneplacito generale del popolo romano. In ogni caso, in seguito, Ursino sembra non avere avuto appoggi sufficienti a provocare conflitti e disturbo a Roma.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Ambrogio, Epistolae 4.
  2. ^ Ep. I. Conc. Aquil.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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