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Arato di Soli

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Arato.

Arato in greco Ἄρατος ὁ Σολεύς (Áratos ho Soleús) (Soli in Cilicia, 315 a.C. circa[1]240 a.C. circa) è stato un poeta greco antico del primo Ellenismo.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Figlio di Atenodoro e Letofila, di formazione stoica, si recò a Pella, capitale del regno di Macedonia, su richiesta del re Antigono Gonata (276-239 a.C.), in occasione delle sue nozze con Fila, figlia di Antipatro, cui dedicò un componimento, secondo la Suda. La tradizione biografica (esistono numerose vite tramandate dai manoscritti, alcune semplici rielaborazioni di materiale di scuola oltre all'articolo del lessico della 'Suda dedicato al poeta[2]) riferisce di un suo soggiorno anche ad Antiochia[3], alla corte di Antioco I Sotere, dove avrebbe prodotto una revisione critica del testo dell'Iliade: probabilmente Arato fu costretto a lasciare la Macedonia a seguito dell'invasione di Pirro nel 273 a.C.[4]

Non è dato sapere se Arato sia mai stato ad Alessandria d'Egitto e se, quindi, egli possa essere identificato con quell'Arato cui Teocrito indirizza gli Idilli V e VII; certamente aveva un'approfondita conoscenza delle controversie sui principi della poetica, che vedevano contrapposte le tesi di Callimaco a quelle dei poeti "tradizionalisti".
Secondo alcuni, Arato avrebbe fatto ritorno in Macedonia poco prima di spegnersi, seguendo di poco il suo protettore Antigono Gonata[5].

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Phaenomena

Arato compose inni, epigrammi, elegie, epicedi; ma le preferenze del poeta andarono ai temi di matrice scientifica e pseudo-scientifica. Si consideri, ad esempio, il poema in esametri di argomento medico Iatrikà, il carme Canone («Tavola»), che trattava dell'armonia delle sfere celesti, o i cinque libri di Astrikà («Sulle stelle»).

Di Arato, però, ci rimane soltanto il suo capolavoro, il poema didascalico Fenomeni (Φαινόμενα, «Le cose che appaiono»), di 1154 esametri (a volte diviso in due sezioni: i Phaenomena di 732 versi e i Diosemeia - Διοσημίαι - di 422 versi), di contenuto astronomico. Tale opera volge in versi la materia già esposta dal matematico e astronomo Eudosso di Cnido, discepolo di Archita di Taranto e di Platone. Dopo un proemio a Zeus, Arato descrive le costellazioni della zona settentrionale e meridionale, il loro sorgere e tramontare, i circoli che dividono la sfera celeste. La parte conclusiva del poema espone le Prognoseis (Προγνώσεις ), gli indizi che segnalano variazioni prossime del tempo, tratti da alcuni fenomeni del mondo naturale e animale.

Influenza[modifica | modifica wikitesto]

Basandosi sull'unica opera pervenutaci, i Fenomeni, non si può che registrare la grande capacità dell'autore di assimilare i principi di brevità e ricercatezza stilistico-formale messi in evidenza dalla poetica callimachea. La scelta di un argomento scientifico serve ancora di più a dimostrare ai lettori l'abilità di Arato nel guarnire con perizia sopraffina una materia che non si presta, di per sé stessa, a grandi orpelli di natura formale.

Furono questi i caratteri alla base dell'enorme successo del poema presso i posteri. Infatti il proemio, in cui Zeus viene assimilato, sulla scorta dell'inno a Zeus di Cleante, alla forza vitale dell'universo, ispirò il proemio del De rerum natura di Lucrezio e ancor più le Prognoseis che furono rielaborate e riecheggiate nel finale del I libro delle Georgiche di Virgilio; anche gli autori di scritti De re rustica, per quanto riguarda la sezione prognostica, considerarono Arato un loro precursore.[6] L'intero poema, o parti di esso, fu destinato, in effetti, a tale fama da essere tradotto in latino da Cicerone, dal principe Germanico Giulio Cesare, da Postumio Rufio Festo Avienio e da altri autori minori[7].

Tra citazioni e frammenti, sono noti circa 37 commenti, di cui restano quelli di Teone di Alessandria, Achille Tazio e Ipparco di Nicaea. Una traduzione in arabo fu commissionata, nel IX secolo, dal califfo Al-Ma'mun.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ http://thesaurus.cerl.org/record/cnp01444526
  2. ^ Tutto riprodotto in A. Westermann, Βιογράϕοι. Vitarum scriptores graeci minores, edidit Antonius Westermann, Brunsvigae 1845, pp. 52 ss.
  3. ^ http://www.attalus.org/poetry/lives.html
  4. ^ http://www.attalus.org/poetry/lives.html; A. W. Mair, Introduction, in Callimachus, Lycophron, Aratus, New York 1921, p. 363.
  5. ^ D. Kidd, Introduction, in Aratus, Phaenomena, Oxford 2004, p. 4.
  6. ^ A. Saltini, Storia delle scienze agrarie, Milano 1985, vol. I, p. 387.
  7. ^ Rostagni, Arato di Soli, Enciclopedia Italiana, Roma 1929, vol. 2; Quintiliano X 1, 55, è meno entusiastico: "il soggetto scelo da Arato è senza vita e monotono, nè permette pathos, descrizione di caratteri e discorsi eloquenti".

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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