Fresagrandinaria

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Fresagrandinaria
comune
Fresagrandinaria – Stemma Fresagrandinaria – Bandiera
Fresagrandinaria – Veduta
Localizzazione
StatoItalia Italia
RegioneRegione-Abruzzo-Stemma.svg Abruzzo
ProvinciaProvincia di Chieti-Stemma.png Chieti
Amministrazione
SindacoLino Giangiacomo (lista civica Nuova Vita Per Fresa) dal 27-05-2019
Territorio
Coordinate41°59′N 14°40′E / 41.983333°N 14.666667°E41.983333; 14.666667 (Fresagrandinaria)Coordinate: 41°59′N 14°40′E / 41.983333°N 14.666667°E41.983333; 14.666667 (Fresagrandinaria)
Altitudine391 m s.l.m.
Superficie25,15 km²
Abitanti956[1] (31-3-2017)
Densità38,01 ab./km²
FrazioniGuardiola, Pagliarini, Pantano, Pidocchiosa
Comuni confinantiCupello, Dogliola, Furci, Lentella, Mafalda (CB), Palmoli, San Buono
Altre informazioni
Cod. postale66050
Prefisso0873
Fuso orarioUTC+1
Codice ISTAT069036
Cod. catastaleD796
TargaCH
Cl. sismicazona 3 (sismicità bassa)
Nome abitantifresani
PatronoMadonna Grande
Giorno festivomercoledì dopo Pentecoste
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Fresagrandinaria
Fresagrandinaria
Fresagrandinaria – Mappa
Posizione del comune di Fresagrandinaria all'interno della provincia di Chieti
Sito istituzionale

Fresagrandinaria (Frò-išë in dialetto locale[2]) è un comune italiano di 948 abitanti della provincia di Chieti in Abruzzo. Fa parte della Comunità Montana Medio Vastese.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Centro storico visto da Sud

Evo antico[modifica | modifica wikitesto]

In base a casuali ritrovamenti archeologici si può supporre una frequentazione umana continuativa almeno da un migliaio d'anni prima di Cristo, nelle alture. Una tazza a nastro monoansata, ritrovata in contrada Nicchiarella e conservata nel Museo Archeologico di Chieti, è stata datata infatti al X sec a.C.; delle armille bronzee a spirale sono state datate al IX secolo. Due dischi in bronzo decorato sono riferibili al V sec a.C.; così come alcuni tipi di fibule in bronzo tra cui due dette "a tre bottoni"; e anche conchiglie in metallo pesante (aes rude?) di incerto uso, forse pre monete. Alcune figuline votive risalgono al II/I sec. a. C.

In località Guardiola e, un po' dappertutto, sono stati ritrovati dei reperti. Nelle varie contrade con esposizione est/nord est sono state rinvenute delle tombe a cappuccina con tegoloni di laterizio e a pozzetto (Coccetta) con dei corredi funebri, lacrimatoi, spille d'abbigliamento in metallo, spade, cuspidi di lancia, punte di giavellotto (pilum), elmi, vasellame, pesi da telaio e da bilancia, resti di un crogiuolo e di vasellame anche a vernice nera e tanti, tanti cocci. Fu territorio dei Frentani e, al tempo dei romani, fu parte integrante della IV regio "Samnium". Appartenne al Municipio di Histonium i cui benestanti da noi possedevano ville rustiche, fattorie e servi della gleba.

Le monete qui rinvenute a noi note risalgono alla seconda guerra punica (218/204 a.C., (un semisse), con l'effigie della testa di Saturno e prua di galea con rostro), a Druso minore (21 d.C.), agli imperatori Antonino Pio (138/161 d.C.) e a Filippo l'arabo (245 d.C.); di altre, rinvenute nel 1845 e di quelle vendute da un privato nel 1929, se ne ignora la datazione e la destinazione.

Il territorio fu invaso dai longobardi i quali si stabilirono nelle adiacenze del Trigno e del Treste come ci ricordano i toponimi Fara e Guardiola. Con il termine longobardi si tende a generalizzare: ma il loro storico Paolo Diacono affermò che insieme a loro c'erano contingenti di altri popoli come a dire Sassoni, Bulgari (Unni), Avari, Frisoni, ecc.; è, dunque molto probabile, se non certo, che da noi si sia stanziato un clan di etnìa frisona col beneplacito del re Grimoaldo (proveniente dall'attuale Friesland tedesco/olandese), da cui derivò poi il nome del paese, Frisia, appunto, come è documentato nel 1115.

Fresa appartenne inizialmente al ducato longobardo di Benevento, e, dopo l'arrivo dei Franchi, alla Contea di Chieti del ducato di Spoleto.pg

Medio evo[modifica | modifica wikitesto]

Il centro storico non ha un personaggio fondatore e neanche si conosce la data in cui esso sorse. Ma è ragionevole ipotizzare che esso abbia origini risalenti al IX-X secolo quando gli abitanti dei tanti agglomerati rurali sparsi nelle campagne si riunirono costruendo le loro casette attorno e vicino alla rocca eretta sul Morgione, una roccia di selenite, dominante la vallata del Trigno. Si trattò di sinecismo.

Nel IX secolo il suo tenimento fu frequentato dai monaci benedettini che eressero la chiesetta di San Germano di Capua sulla sponda sinistra del Trigno e fondarono il Monastero di sant'Angelo in Cornacchiano sui ruderi della vecchia chiesa di San Martino sul Treste (menzionata da Leone Ostiense nell'829) a sua volta sorta sui resti di un antico tempio pagano dedicato alle dee Cibele, Venere e fors'anche Ercole.[3] Si fa presente che Cornacchiano era un borgo medievale fortificato sottostante l'abbazia. Ed è possibile che esso sia stato un vicus nel periodo romano e, dunque, preesistente all'odierna Fresa. Lo stesso scomparve nel corso del trecento forse a causa della cosiddetta peste nera o per le scorribande di fra Moriale. È da ricordare che il suo territorio comprendeva tutta la Guardiola, Giullerìa, Cerracchio, Fonte Bonomo, Colle Maiale, Fonticella, Cicero, Fonte Romita, Fonte Vallenova, Lama delle Cipolle fino all'attuale località Croce: dunque molte centinaia di ettari. Tale tenimento fu unito a quello di Fresagrandinaria soltanto nel corso del XVII secolo.

Nel 1060 fu occupato dai normanni di Puglia i quali lo cedettero in suffeudo, unitamente ad altri castelli della zona, ai baroni Grandinato anch'essi di origine nordica. Tale casata signoreggiò per secoli non solo su Fresa, ma anche su Dogliola, Lentella, Furci, Palmoli, Dogliola, Celenza sul Trigno, Montenero di Bisaccia e altrove come risulta nel Catalogus Baronum. La prima menzione del borgo, come quello di Palmoli, lo si trova in un atto rogato a Fresa il 1º maggio 1115 con il quale Ugone di Grandinato concesse all'abate Giovanni di San Angelo in Cornacchiano il castello e l'intero territorio di Dogliola.

Il borgo, tassato per 2 militi, fu feudo dei Grandinato fin verso il 1330 quando tale casato si estinse. Passò in dominio dei Di Sangro e fu parte della baronìa di Monteferrante. Nel 1443 ne fu investito Paolo di Sangro, "capitano di gente d'arme". Nel 1447 si censirono 65 fuochi con 415 persone; dei cognomi censiti oggi non si trova più traccia: nel corso del tempo tutta la popolazione fu rinnovata. Nei secoli scorsi, malgrado gli spostamenti da un luogo all'altro fossero lunghi e faticosi, arrivarono numerose famiglie dai posti più disparati e lontani per rimanervi. Evidentemente il tenore di vita fresana era appetita. Da innumerevoli generazioni i nostri sposarono partner provenienti da tutti i paesi vicini e da centri distanti giornate di cammino come Moscufo e Pianella. Molti provennero dal lancianese e medio Sangro come Palombaro, Roccamontepiano, Casoli, Orsogna, Gessopalena, Roccascalegna e Lanciano stesso.

Il secondogenito di Paolo, Alfonso ne ereditò il titolo ed il possesso verso il 1455 anche se, pare, senza il dovuto assenso regio. Questi fu il capostipite del ramo di Sangro Signori di Fresa signoreggianti anche a Dogliola e Palmoli. Successori: Sigismondo (che fu uno dei testimoni nella famosa disfida di Barletta), il figlio Giuliano, e la nipote baronessa Ippolita che aveva sposato Antonio d'Evoli dei signori di Castropignano.pg

Rinascimento ed età moderna[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1583 fu acquistato da Giulio Gesualdo, principe di Venosa, i cui successori lo cedettero ai Chierici Regolari Teatini. Nel corso del primo ventennio del 1600 subentrarono i Caracciolo i quali vivevano a Napoli. Costoro, del ramo Principi di Santobono, non erano veri feudatari ma soltanto "utili signori" perché avevano potere soltanto su una parte del territorio fresano. Ed al riguardo vi furono secolari liti tra il signore e i "particulari" cioè i piccoli proprietari liberi ed esenti da secoli e secoli, forse dal tempo dei Franchi. Niente da fare. Il borgo fu lasciato alla discrezione dei vari governatori ed "erarii" la cui unica preoccupazione era la riscossione forzata delle imposte. Il popolo fu vessato, forzato a pagare balzelli anche non dovuti, trattato con dispregio e inascoltato dai vari tribunali del regno.

Tuttavia nel 1687, unitamente agli altri centri facenti parte del feudo, Fresa ottenne da Marino Caracciolo il rinnovo delle cosiddette Capitolazioni cioè uno statuto con cui si mettevano per iscritto diritti e doveri dei cittadini. Ma con i successori di Marino tali norme rimasero sulla carta. Tanto che nel 1787 il popolo insorse con il riprendersi gli oggetti sequestrati, incendiando la casa dell'erario, con le bastonature e ferimento degli sgherri, con sparatorie e minacce al governatore il quale riuscì a malapena a fuggire.

I fresani si affrancarono dal giogo feudale con uno "strumento d'accomodo" nel 1804 ma sottoponendosi a forti spese annuali le quali finirono per motivare lunghissime liti legali portate avanti fino al 1930.

Dapprima chiamato "Terra", successivamente "Università" rappresentato dal "Camerlengo", il paese assunse l'appellativo di "Comune" in epoca napoleonica (1810) quando era chiamato alla francese "la comune". Il consiglio comunale di allora era chiamato "decurionato", composto da dieci membri, ( i " decurioni" ) ed il sindaco aveva carica annuale, rielegibile.

La principale, per non dire unica, fonte di reddito era costituita dall'allevamento del bestiame ovino, caprino, suino, bovino e dalle coltivazioni agricole praticate con mezzi antiquati: si pensi che gli aratri di legno furono in uso fino al 1950. Si coltivavano granturco, leguminose, cereali tra i quali il caccavone, la casirella, il farraòne, la spelta. Nel corso del sei, sette, ottocento i fresani, come i vicini lentellesi, dogliolesi, tufillesi, ripaldesi, oltre che alle colture ortive, si dedicarono alla coltivazione del "riso paglioso" lungo le golene del fiume Trigno.

L'amministrazione comunale traeva entrate anche dall'affitto dei boschi comunali di Collemaiale per le quantità e qualità di ghiande ai grandi allevatori di maiali (allora chiamati "neri") tra settembre e fine dicembre. Annualmente il Comune incaricava un esperto per valutare la consistenza della produzione e dalla relazione si stabiliva la base d'asta per la fida pascolo. Normalmente le mandrie erano costituite da migliaia di capi, di proprietà di baroni forestieri, e si incassavano due, tremila ducati.

Nel cosiddetto plebiscito del 21 ottobre 1860, alla domanda " il popolo vuole l'Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele, Re Costituzionale, e i suoi legittimi discendenti ?" su 228 iscritti i Fresani votarono in 211 con 193 si e 18 no.

Il fenomeno brigantesco fu particolarmente vivo in questo paese sia nel periodo napoleonico che in quello post unitario tanto che lo Stato dovette acquartierarvi per diverso tempo e a più riprese interi reparti dell'esercito per contrastare il fenomeno. Delle tantissime vicende e personaggi se ne vuole ricordare soltanto qualcuna:

  • il 5 aprile 1808, malgrado la viva resistenza "di più ore di fucilate" di alcuni cittadini armati e di "pochi altri Legionarji" l'abitato di Fresa (ma anche di Lentella) venne invaso e devastato da "circa cento briganti tutti a cavallo". Le case dei più abbienti ne fecero le spese.
  • il 7 settembre 1814 davanti la chiesetta di S. Maria delle Grazie otto briganti assassinarono il giudice di pace Romolo de Martinis e accoltellarono a morte il medico dr. Nicola de Lellis, entrambi bonapartisti.
  • l'8 ottobre 1860 avvenne una sommossa popolare antipiemontese con l'assalto al palazzo e l'accoltellamento di Luigi Terpolilli, agiato proprietario. Costui, borbonico da sempre era passato per convenienza, come tanti "galantuomini", al nuovo regime; in quel tempo era capitàno della locale Guardia Nazionale. Quasi tutto il popolino partecipò, specialmente le donne, a suon di campane, funzione sacra e canti di Te Deum con conseguente saccheggio e devastazione dei fondaci ben forniti dell'odiato padrone. Vi furono molti arresti, processi e condanne e qualcuno morì in carcere.
  • il 28 gennaio 1863 venne rinvenuto il cadavere di Donato Colantonio, "alias Giorgio" capo brigante nativo di Casalanguida, ucciso da ignoti in contrada Pidocchiosa.
  • il 28 settembre 1870 avvenne l'assassinio del barone Gaetano Francischelli, capitano della Guardia Nazionale di Montazzoli, rapito a scopo di riscatto dalla banda dei fratelli Pomponio di Liscia e di Pasquale d'Alena. In una grotta di Giullerìa di Fresagrandinaria il Francischelli, approfittando dell'assopimento del guardiano, dopo averlo ferito si era dato alla fuga. Ma raggiunto nei pressi del rudere dell'abbazia di Sant'Angelo venne freddato. La banda Pomponio, dopo alcuni giorni e per delazione, fu sterminata in territorio di Furci ad opera di uno speciale nucleo di carabinieri a cavallo al comando del brigadiere Chiaffredo Bergia.

Il brigantaggio diffuso venne meno con le fucilazioni senza processo, gli incarceramenti e soprattutto per un nuovo fenomeno che iniziava: l'emigrazione in massa verso le Americhe quasi sempre senza ritorno.

La guerra del 1915/18 costò la vita a 26 militari e a 3 operai civili utilizzati al fronte; nella guerra di Spagna perì un sottufficiale; nel conflitto del 1940/45 morirono 23 militari in mare, in battaglia,in Iugoslavia, Grecia, Russia, in Libia, nelle Foibe, in campi di concentramento; 12 civili perirono per bombardamenti, su mine, o fucilati; molti furono feriti e moltissimi i pianti di orfani e vedove. Tra i partigiani avemmo il neo laureato Ottaviano Armando trucidato alle Fosse Ardeatine e, tra le fila del Corpo Italiano di Liberazione (C.I.L. il ricostituito nuovo esercito), combatterono da Mignano Montelungo a Bologna l'alpino Angiolino Di Paolo e il fante da sbarco Mario Ràcano del battaglione San Marco.

Oggi a Fresa l'agricoltura e l'allevamento sono praticati da poche famiglie. Tale attività non rappresenta più la fonte principale di vita ma è relegata ad una secondaria importanza. Dove c'erano gli orti, le vigne, i frutteti sulla sponda sinistra del Trigno sono stati impiantati alcuni stabilimenti industriali che, da oltre quarant'anni, danno lavoro a centinaia di operai molti dei quali nostri cugini molisani. Ciò nonostante si è avuto un forte calo demografico. Centinaia sono i pensionati.

Si vive lavorando oltre che in fabbrica anche nell'imprenditoria e nel terziario.

Oggi questo paese non esporta più la comune manovalanza ma operai specializzati, tecnici e laureati.pg

Simboli[modifica | modifica wikitesto]

Lo stemma comunale, ricavato da una impronta del 1682, viene così descritto:

" d'azzurro, alla banda d'argento, caricata del drago (viverna nda) d'oro, rivoltato, ignivomo, con due zampe, attraversante".

Monumenti e luoghi d'interesse[modifica | modifica wikitesto]

Borgo fortificato

Il primo impianto risale, come precedentemente accennato, al IX secolo, attorno ad una rocca fatta costruire dai conti di Chieti su un costone di roccia gessosa su cui si domina la vallata del Trigno. Successivamente è stato trasformato e ampliato fino al XVIII secolo. Nel borgo spiccano una porta urbana e delle case-mura con alcuni archi e sottoportici. Il nucleo originario del paese ha una direzione est-ovest chiusa a nord dalla chiesa e dal castello-palazzo Grandinati/di Sangro sito nell'attuale area della casa ex D'Aloisio-Lalla. Il castello-palazzo fu demolito in seguito alla eversione della feudalità, oggi ne restano alcune tracce. Nel centro urbano vi sono numerose grotte artificiali e cavità realizzate, secondo una diceria locale, per creare degli ambienti abitativi ed aumentare le zone edificabili.[4]

Chiesa del Santissimo Salvatore

È sita in Salita Cavour. L'impianto originario risale al sorgere del borgo ed in seguito trasformato nel XIX secolo. Le vicende storiche dell'edificio religioso sono correlate al castello ed al borgo fortificato visto che è sito nel punto più alto del paese. È menzionata nelle decime del 1324-25 come dipendenza dell'Abbazia di sant'Angelo in Cornacchiano. Agli inizi dell'800 ne fece una sommaria descrizione il prete Amico Fedele De Lellis ed era fatiscente. Del 1818 e del 1828 vi sono dei progetti preliminari di ricostruzione curati dall'architetto Michelangelo Jaita. In seguito l'ingegnere Carlo Luigi Dau progetterà un progetto a tre navate ma mai realizzato. I lavori di ammodernamento vennero affidati a Gabriele e Basilio Fagnani, di Pescopennataro che, dopo lunghi anni e sacrifici, realizzarono in pietra la parte grezza. L'edificio fu riaperto al culto nel 1858, mentre i lavori furono ultimati nel 1859. Del 1870 sono gli stucchi realizzati a spese dell'agrimensore Giuseppe Longhi. Del 1883 è una citazione della chiesa come ancora pericolante. La facciata, in stile ottocentesco con forme classiche, è divisa in tre parti da paraste con trabeazione e frontone. Il portale è in pietra scolpita.

La torre campanaria presenta una base quadrata: essa fu ultimata soltanto nel 1926. L'interno è a navata unica con soffitto a volta a botte e lunette.[3] Le cappelle laterali sono otto: quattro a destra e quattro a sinistra. Sull'altar maggiore vi è la statua del Cristo ascendente opera del 1858 dell'atessano Falcucci. Ai lati del presbiterio due tele settecentesche forse del Gamba o, comunque, della scuola napoletana: quella a destra di chi entra raffigura l'Addolorata, Sant'Agostino e, si pensa, il Beato Angelo da Furci; quella a sinistra San Carlo Borromeo, San Gaetano da Thiene e Sant'Antonio di Padova, tutti in adorazione.

All'interno si conservano un Crocifisso ligneo di arte paesana del XVI secolo e una pila in pietra per l'acqua santa datata 1663; inoltre antiche statue lignee policrome di san Nicola di Bari, san Pietro apostolo e san Sebastiano martire.

Fin dal 1600 , probabilmente anche da prima, non esistendo ancora il Cimitero vero e proprio (fino al 1869) tale chiesa fu adibita anche a camposanto. I morti erano seppelliti, a pagamento, in delle fosse, scavate nel pavimento e chiuse con una lastra, gestite da apposite corporazioni religiose. Nel primo decennio del 1700 tali enti erano quattro: 1) Corpo di Cristo, 2) Santissimo Rosario, 3) San Donato, 4) Santissimo Sacramento. I bambini e i preti erano seppelliti in fosse distinte. I suddetti sodalizi disponevano di terreni e case, di bestiame, sementi, denaro liquido da prestare o affittare alla popolazione. Venivano amministrati da persone regolarmente elette anno per anno e la cui gestione era soggetta alla revisione dei conti e alla supervisione dell'arciprete. Dai documenti del tempo risulta che i fresani usufruirono ben volentieri di questi istituti di credito ante litteram.

Chiesa della Madonna (chiesetta)

Di origine medievale, fu citata dall'Ughelli come dipendente dell'abbazia benedettina di Santa Maria di Tremiti. È situata nel Rione che un tempo era chiamato Piano della Madonna "extra moenia" cioè fuori le mura del borgo antico. Più volte rifatta e restaurata conserva all'interno delle statue lignee datate XV secolo dallo studioso Francesco Verlengia: 1) Madonna col Bambino col titolo di Santa Maria delle Grazie; 2) San Biagio, vescovo di Sebaste, invocato dagli ammalati di gola; 3) San Germano, vescovo di Capua, Protettore dei bambini e un tempo invocato dalle puerpere prive di latte.

Nel finestrone della facciata è stata incastonata una vetrata a colori con l'immagine della Madonna del Carmine.

Chiesa di Sant'Antonio da Padova

È sita in località Guardiola. È stata costruita all'inizio del XX secolo. Secondo una leggenda in un antro sulla sponda destra del fiume Treste si narra che sia apparso alla contadina Giulia Parente sant'Antonio da Padova nel 1899 e 1909 con le sembianze di un pellegrino, cosicché fu edificata la chiesetta con il campanile a vela con la facciata rivolta verso il fiume, adiacente la grotta delle apparizioni. . Nel 1910 furono istituite delle fiere nei giorni 1-2 giugno ed il 4-5 settembre ma oggi si festeggia e vi è una fiera agricola soltanto il 1º giugno con l'afflusso di tutte le popolazioni vicine. Nel 1968 la chiesa era fatiscente così fu demolita, riedificata ed ultimata nel 1975 con un campanile vero nel 1993.[3]

Resti dell'abbazia di sant'Angelo in Cornacchiano

Sono siti in località Sant'Angelo. La prima citazione risale al 1115 quando Ugo Grandinato diede in dono all'abate Giovanni il castrum Diliolae. Nel 1173 è documentata quando papa Alessandro III rinnovò la sua appartenenza, con altre proprietà, al vescovo Andrea. In una bolla datata 1208 di papa Innocenzo III il monastero venne confermato a Bartolomeo vescovo di Chieti.

Nel 1267 l'abate Bonagino ricompensò gli abitanti di Palmoli per averlo aiutato nel sedare la ribellione della popolazione di Dogliola di parte ghibellina. La ricompensa consistette nel poter pascolare, attingere acqua, raccogliere frutta e soggiornare sia di giorno che di notte nel territorio di Dogliola. Il monastero raggiunse il culmine dello splendore nel XIV secolo nelle decime del 1324-25 quando ha molte chiese dipendenti, tra cui: Fresa, Lentella, Fraine, Roccaspinalveti, Furci, Guilmi, Tufillo, San Buono e Dogliola ed altre di località non meglio specificate. Le chiese di Dogliola rimasero assoggettate al monastero fino al 1568 come afferma la relazione di una visita pastorale. In tale tale relazione si legge che il monastero era in rovina ma ancora munito di una torre con lapidi, di cui oggi si possono notare i ruderi. Tali resti si compongono di una struttura con base quadrangolare con paramento esterno realizzata con conci di pietra calcarea ed arenaria ancora oggi dell'altezza di circa 6 metri. Nelle zone limitrofe si rinvennero dei reperti archeologici, tra cui delle statuette votive in terracotta risalenti al III-I secolo a.C. verosimilmente riconducibili ad un tempio italico sui cui ruderi, come già detto, venne edificato il monastero. Tra i reperti fu rinvenuta un lastrone lapideo con simbolo fallico forse facente parte di quel tempio pagano in parola. Per la cronaca: il concio si trova nel museo archeologico di Chieti. Il 13 agosto il rudere è meta del pellegrinaggio devoto degli abitanti di Furci i quali vi fanno celebrare una messa all'aperto. Una tradizione vuole infatti che l'agostiniano Beato Angelo, patrono principale di Furci, nonché compatrono di Napoli, soggiornò in questo monastero per compiervi gli studi fino ai diciott'anni al tempo di) Federico II e di Manfredi, prima di entrare nella regola agostiniana e, dunque, di addottorarsi alla Sorbona di Parigi.[3] Della ultrasecolare vita di tale abbazia ci è pervenuto il nome soltanto di cinque abati veri: Giovanni 1115, Monte 1255, Bonagino 1267, Matteo 1324, Bernardo 1490; a seguire gli abati commendatari nominati dal potere laico, tra cui il cardinale Ladislao d'Aquino, fino al XVIII secolo.pg

Fontana municipale

È sita nell'antico centro. È stata realizzata nel 1891 quando fu inaugurato il nuovo acquedotto. Il basamento è di forma circolare ed è in conci di pietra dove al centro vi innalza una statua in ghisa raffigurante una donna (forse la ninfa Galatea) eseguita a Glasgow in cui fuoriescono tre cannelle.[3] Tale fontana, con annesso lavatoio/abbeveratoio dissetò gran parte del paese quando in nessuna casa c'era l'acqua corrente; inoltre rappresentò per molti anni un sostegno per le portatrici d'acqua nelle case signorili. Il basamento in pietra è stato rinnovato nel 1984.

Palazzo de Lellis, Palazzo Rocchio, palazzo De Martinis, palazzo Cosmo Terpolilli

Sono abitazioni signorili poste nel centro storico e risalenti al sei settecento. L'antico castello con annessa torre quadrata, fu abitato per secoli, prima dai Grandinato e poi, fino al 1583, dai baroni di Sangro (imparentati coi d'Evoli di Castropignano) discendenti da Paolo di Sangro duca di Torremaggiore: rimase disabitato e cadde in rovina. Dopo i di Sangro, qui in paese, non vi abitarono più i nobili ma soltanto i nuovi ricchi, agiati proprietari.

Società[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Abitanti censiti[5]

Tradizioni e folclore[modifica | modifica wikitesto]

Molte le tradizioni, gli usi e le credenze di questa comunità, un tempo contadina, ricorrenti nel corso dell'anno: alcune sono state dimenticate. All'inizio del XXI secolo son ancora praticati i canti di questua benauguranti a capodanno (a cura dei cafoni), a pasquetta (a cura degli artieri), Sant'Antonio Abate (anche sceneggiato e con benedizione degli animali), San Sebastiano martire. Segue il carnevale con le mascherate e le sfilate; i riti pasquali tra cui le palme di olivo infiorate di violacciocche, l'addobbo dell'altare della reposizione con germogli, fiori e tessuti ricamati, il canto di questua delle ore della passione, il partecipato corteo serale del venerdi santo con le lanternine di carta, il fuoco santo sul sagrato. Caratteristica del periodo sono la preparazione ed il consumo dei dolci pasquali come "il cavallo" e "la pupa" preparati in casa utilizzando l'abbondanza delle uova e delle mandorle.

Fino al 1927( è documentato) una cosiddetta compagnia di pellegrini a piedi, sotto la guida di un esperto (priore), partiva da Fresa il 1º maggio per arrivare al santuario di San Nicola a Bari nel giorno otto. Si partecipava alle sacre funzioni, si faceva festa e si ripartiva, sempre a piedi, per essere di ritorno verso il 15. Era un'avventura da raccontare per anni.

In tarda primavera (tra metà maggio e metà giugno - 50 giorni dopo Pasqua -) da più secoli avviene il pellegrinaggio a piedi al Santuario di Madonna Grande a Nuova Cliternia di Campomarino, distante una cinquantina di chilometri. Ancora oggi vi partecipano sulle 150 persone soprattutto giovani ed anche forestieri; si parte all'alba al termine della messa viaticale . Si guada il Trigno, si risale le campagne e si attraversa la cittadina di Montenero, si arriva e si guada il Sinarca, si attraversano i campi di Guglionesi, si oltrepassa il Biferno e si risale il costone di Portocannone dove si fa sosta nell'attesa del termine della corsa dei carri. Si arriva al Santuario verso le otto di sera ma prima di entrare si fanno tre giri intorno (le cosiddette "passate") ai fini dell'indulgenza. Si andava a piedi e si tornava a piedi il giorno dopo. Oggi si torna in auto la stessa sera. Il mercoledì successivo è festa patronale di Madonna Grande; il giovedì si festeggia il compatrono San Sebastiano martire. Il primo giugno si effettua il pellegrinaggio a piedi al santuario di S. Antonio di Padova alla Guardiola sul greto del Treste. Numerosi i bambini. C'è la distribuzione dei panini benedetti e si fa festa e fiera molto partecipate dalle popolazioni vicine. A giugno inoltrato, nel pomeriggio, si svolge il tradizionale corteo del Corpus Domini con le artistiche infiorate nelle strade pavesate con coperte e lenzuola ricamate, l'ombrellino artistico portato dal Sindaco sul sacerdote col Santissimo sovrastati da un baldacchino portato dagli amministratori.

Tra le specialità gastronomiche: la porchetta al forno (1ª sagra 17 agosto 1964), la treccitella (involtini di tenere budelline di capretto o agnello attorno a steli di origano), la viscìca che altrove chiamano ventricina e molto altro: le nostre nonne impararono ad utilizzare anche le parti meno nobili delle carni o degli ortaggi facendone squisitezze. I dolci di casa sono rappresentati dai fragranti taralli e dai cellipieni il tipico dolce nostrano universalmente apprezzato.

Cultura[modifica | modifica wikitesto]

Istruzione[modifica | modifica wikitesto]

Museo contadino e delle migrazioni[modifica | modifica wikitesto]

Il 10 gennaio 2016 è stato inaugurato il "Museo contadino e delle migrazioni della Valle del Trigno" negli antichi locali di una taverna medievale, fondaco e trappeto oleario scavati nella roccia, con materiale provieniente in massima parte da donazioni gratuite di cittadini fresani. Tale museo vuole essere una testimonianza della vita contadina di un tempo quando non vi era la luce elettrica, le macchine a motore, l'acqua corrente e i bagni, le strade asfaltate, i telefoni, la radio e la televisione.

Gli oggetti, quasi tutti originali (qualcuno anche in foto) riguardano i lavori all'aperto (una sgranatrice per mais, aratri di legno e di ferro, cestini, basti da soma, bigonci, gioghi, bisacce, falci fienaie e messorie e una miriade di attrezzi e contenitori in legno, terracotta e metallo. Tra i casalinghi un torchio medievale per uva interamente di legno, cassapanche, un antico telaio da tessitura completo, una gramola, filatoi, una spolatrice ("indrogatore") del 1600, una conocchia con accessori, arcolai, scapecchiatoi, filati e tessuti in casa, apprezzi di corredo, un tombolo con fuselli; ed ancora, strumenti di misura per liquidi, aridi, di lunghezza e di peso, piattaie ( "vasàli") con stoviglie e posate, conche, lucerne e, ancora, truffoli, cottori, fiscelle, culla, sottovesti di lino ricamate, un vestito da sposa del 1883 in seta e un corpetto da signorina in tessuto verde damascato con pizzi, indumenti di lana, lavabo e suppellettili varie. Vi è perfino un banco di scuola del 1930 con penna con asticella e pennino.Tra le macchine ricostruite vi è un aratro a chiodo, un mulino a mano a pietra del tipo preistorico e un trappeto oleario di legno e pietra, con asino in scala ridotta. E, ancora, rottami in metallo e di terracotta messi in mostra per testimoniare una civiltà ultramillenaria ed una frequentazione continua del territorio.

Non mancano giocattoli fai da te come raganelle, traglia, lippa, battola, carrozzella, triciclo, girandola di canna. e, ancora, pannelli con immagini di "eventi e persone", "tradizioni", "fresani di ieri e di oggi", "gastronomia", "abiti ordinari e festivi", "antiche dimore rurali", "lavori all'aperto", "il ciclo annuale del lino", "lavori di casa", "artigianato", " archeologia", gigantografie.

Una sezione di tale mostra (anch'essa con oggetti, documenti e foto) riguarda il fenomeno migratorio che ha caratterizzato la vita del paese. Vi sono poster a tema realizzati dai ragazzi della scuola media, valigie, bauli viaggiati ancora con gli indirizzi, attrezzi da minatore, souvenir, libri e documenti vari, pannelli con elenchi di nominativi (attualmente oltre 1300 - il 55% dei residenti censiti nel 1951! - rinvenuti in varie fonti) riguardanti persone partite già dal 1882 verso le Americhe prima, poi per l'Australia, l'Africa, il Belgio, la Francia, la Germania, l'Eritrea ed anche le grandi città italiane fino agli anni '70 del '900. Altri elenchi riguardano il fenomeno migratorio da e per località italiane dal XVIII secolo.

Amministrazione[modifica | modifica wikitesto]

Periodo Primo cittadino Partito Carica Note
23 aprile 1995 13 giugno 2004 Giovanni Di Stefano Lista Civica di Centro (1995-1999)
Lista Civica (1999-2004)
Sindaco [6][7]
14 giugno 2004 7 giugno 2009 Maurizio Antonini Lista Civica Solidarietà Sindaco [8]
8 giugno 2009 26 maggio 2019 Giovanni Di Stefano Lista Civica Solidarietà per Fresa Sindaco [9]
27 maggio 2019 in carica Lino Giangiacomo Lista Civica Nuova Vita Per Fresa Sindaco [10]

Gemellaggi[modifica | modifica wikitesto]

Sport[modifica | modifica wikitesto]

Il gioco del calcio fu praticato già dall'anno 1926 in gare amatoriali in campi improvvisati. Il colore della prima maglia fu il granata. Negli anni '40 la squadra venne chiamata "Fulmine" in omaggio ad un fumetto dell'epoca, e nel 1964 i colori sociali cambiati in bianco/rosso. Negli anni a seguire essa partecipò a molti tornei estivi vincendo trofei, coppe, targhe e medaglie. Nel 1976 la squadra venne iscritta nel Campionato provinciale di Terza Categoria riuscendo successivamente ad essere promossa in Seconda Categoria. Agli albori del nuovo secolo per qualche anno in paese giocarono due squadre, il Fresa United e il Fresagrandinaria 2001, che disputarono anche alcuni derby cittadini. Dal 2008 a rappresentare la comunità rimase il solo Fresa United, l'anno dopo denominato U.S.D. Fresa Calcio, che, dopo aver vinto il Campionato di Terza Categoria 2011/2012, dalla stagione sportiva 2014/2015 milita nel torneo regionale di Prima Categoria.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dato Istat - Popolazione residente al 31 marzo 2017.
  2. ^ Pierino Giangiacomo, Paese natìo, Vasto, 2010.
  3. ^ a b c d e P. Giangiacomo, idem
  4. ^ Pierino Giangiacomo, idem
  5. ^ Statistiche I.Stat - ISTAT;  URL consultato in data 28-12-2012.
  6. ^ Archivio storico delle Elezioni del Ministero dell'Interno, Risultato delle elezioni amministrative del 23 aprile 1995, su elezionistorico.interno.it.
  7. ^ Archivio storico delle Elezioni del Ministero dell'Interno, Risultato delle elezioni amministrative del 13 giugno 1999, su elezionistorico.interno.it.
  8. ^ Archivio storico delle Elezioni del Ministero dell'Interno, Risultato delle elezioni amministrative del 12 giugno 2004, su elezionistorico.interno.it.
  9. ^ Archivio storico delle Elezioni del Ministero dell'Interno, Risultato delle elezioni amministrative del 25 maggio 2014, su elezionistorico.interno.it.
  10. ^ Ministero dell'Interno, Risultato delle elezioni amministrative del 26 maggio 2019, su elezioni.interno.gov.it.

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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