Videoarte

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

La video arte – in inglese video art – è un linguaggio artistico basato sulla creazione e riproduzione di immagini in movimento mediante strumentazioni video.

Tecnologie della video arte oggi[modifica | modifica wikitesto]

Attualmente lo sviluppo della tecnologia, cui è legata questa forma di espressione, rende particolarmente vivace la produzione nel campo della video arte, che in modo esteso si avvale di ogni tipo di piattaforma e di supporto disponibile: basti pensare all'utilizzo di schermi al plasma e LCD, di proiezioni sempre più luminose e di supporti digitali, del personal computer, del web, dei minischermi LCD di cui sono muniti gli smartphones, fino alle possibilità date dalle nuove tecnologie HD, con evoluzioni in direzione di una qualità sempre maggiore.

La stretta interazione tra arte e scienza/tecnologia ha imposto specifici parametri di fruizione rispetto all’arte tradizionale e riaperto la riflessione sull’incontro tra produzione creativa e processo tecnologico, che Walter Benjamin aveva individuato in L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, del 1936, con riferimento alla fotografia e alla questione dell'originalità delle opere fotografiche prodotte in più esemplari. La problematica è condotta alle estreme conseguenze dalla riproducibilità totale dell'opera digitale, in cui le copie sono identiche all'originale e possono essere modificate.

La nascita del termine video arte[modifica | modifica wikitesto]

Il termine video arte (coniato dal mercato dell'arte newyorkese) segue cronologicamente la definizione di Nam June Paik (tra i pionieri, assieme ai Vasulka e a Godfrey Reggio, della prima epoca della video arte), che intitolava una sua personale del 1968 a New York Electronic Art, dando una prima definizione di utilizzo del mezzo video, in particolare in questo caso corrispondente all'uso di televisori.

Origine di questa forma espressiva[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1958 Wolf Vostell realizzò Zyklus Schwarzes Zimmer,[1] una installazione che incorporava un televisore e nel 1963 realizzò 6 TV Dé-coll/age[2] una installazione che incorporava 6 televisori nella Smolin Gallery di New York e realizzò il video Sun in your head.

Possiamo identificare nella seconda metà degli anni sessanta il momento della nascita della video arte. Nel 1963 Nam June Paik realizza Exposition of Music-Electronic Television,[3] considerato oggi il primo atto concreto di pratica della video arte. La svolta decisiva e il riconoscimento ufficiale di questa nuova sperimentazione artistica è comunque nel 1968 con la mostra curata da Pontus Hulten al MOMA di New York The machine as seen at the end of the mechanical age che segna il passaggio dall'epoca della macchina a quella della tecnologia. In questa mostra Nam June Paik utilizza per la prima volta un primitivo videoregistratore e nello stesso anno, dall'altra parte dell'oceano, all'Institute of Contemporary Art di Londra Jasia Reichardt realizza il progetto espositivo Cybernetic serendipity insieme ad un esperto di tecnologia ed uno di musica: i visitatori vengono avvertiti che non avrebbero capito con facilità se le opere erano state realizzate da un artista o da uno scienziato. Il binomio arte e tecnologia è stato incalzante fin dall'inizio, se pensiamo che nel gennaio del 1969, all'Armory di New York, viene organizzata la serie di eventi 9 evenings dal gruppo di artisti Eat – Experiments in art and technology, che ha iniziato a riunirsi già nel 1966.

Una nuova idea di fruizione[modifica | modifica wikitesto]

Lontana da un utilizzo passivo del mezzo tecnologico, la video arte si serve del medium per precise finalità comunicative e non si ferma ad una pura documentazione della realtà. La sua capacità di intervenire sul reale e sulla sua percezione si traduce nella messa in discussione della posizione dello spettatore. Questo avviene in particolare nelle opere interattive. Ne sono un esempio l'installazione Videoplace dei primi anni settanta di Myron Krueger che riproduceva col colore su un monitor i movimenti dello spettatore, e l'intervento a circuito chiuso di Dan Graham che in una sua mostra riprendeva il pubblico e lo mostrava nella sala successiva. In questo caso, soggetto e fruitore corrispondono, come del resto avviene con la Tv, che rimanda alla società le immagini della società stessa. Questo meccanismo autoreferenziale è stato anticipato e sintetizzato perfettamente da Nam June Paik nell'opera del 1974 Tv Buddha in cui una statua della divinità osserva la propria immagine ripresa e trasmessa nella TV che sta di fronte. La video arte ha, infatti, in più occasioni messo in discussione i meccanismi televisivi che si avvalgono dei medesimi mezzi tecnologici, ma solo in rari casi la video arte è riuscita a raggiungere, con questo punto di vista critico, la diffusione propria della televisione: è riuscito a farlo ad esempio Jan Dibbets che ha sostituito per alcuni istanti le trasmissioni con l'immagine di un fuoco, di un'intimità domestica che solitamente lo spettatore perde guardando la TV.

Varietà delle forme espressive[modifica | modifica wikitesto]

La videoarte si articola in molteplici forme espressive, che vanno dalla registrazione di azioni e performance (videoperformance), a strutture complesse multimediali, come:

La videoarte tra le arti[modifica | modifica wikitesto]

La concomitanza tra l'avvento del video e un clima di attivismo e agitazione sociale assicura al mezzo un inizio esplosivo. Negli anni Sessanta, il video mette in discussione l'oggetto artistico ancora più drasticamente di quanto facciano forme d'arte come l'happening o la performance. Un fattore comune di queste esperienze consiste nella cosiddetta "dematerializzazione" dell'oggetto artistico, la possibilità di un'arte fondata sul tempo anziché sullo spazio, presagio delle Avanguardie Storiche (si pensi alla quarta dimensione di Picasso o all'attenzione dei Futuristi per la radio e il cinematografo)[4]. Rapporto ambiguo intrattiene poi la videoarte con la televisione, alla quale è legata dalla medesima tecnologia. "VT is not TV", il videotape non è televisione, si rimarcava negli anni Sessanta ma con il tempo i videoartisti cominciano a nutrire la speranza di diffondere le proprie ricerche sul mezzo di comunicazione di massa per eccellenza. Parimenti, le forme televisive entrano nella videoarte attraverso la pratica del Found footage (letteralmente, "pellicola ritrovata"). La ristrutturazione delle immagini televisive crea dei messaggi divertenti e sovversivi, come dimostra l'esempio italiano di Blob. Del film d'artista, invece, la videoarte rappresenta l'erede ideale. La maggiore accessibilità (tecnica ed economica) del video rispetto alla tecnologia cinematografica ha reso quest'ultimo il mezzo privilegiato per la sperimentazione. Una delle caratteristiche fondamentali di questa duttilità è il particolare rapporto del video con la dimensione sonora. A differenza del cinema, nato muto accompagnato da un'orchestra in carne e ossa, nel video i suoni provengono dalla stessa sorgente, sono entrambi tensioni e frequenze. Particolarità che i primi videoartisti, provenienti in larga parte dal mondo della musica (v. Paik, Vostell, Viola), non hanno mancato di sottolineare nella loro pratica. In Violin Power opera del 1978, ad esempio, Steina Vasulka genera con la sua musica distorsioni nell'immagine trasformando il suo violino «in una macchina per la ri-presa e la trasformazione - emotiva e fisica - della realtà» (Marco Maria Gazzano)[5].

Esponenti[modifica | modifica wikitesto]

Tra i maggiori pionieri ed esponenti della videoarte internazionale ricordiamo, Nam June Paik, Wolf Vostell, Bill Viola, Robert Cahen, Gary Hill, Bruce Nauman, Laurie Anderson, Dara Birnbaum, Marina Abramovic, Fabrizio Plessi, Vito Acconci.[6] Tra gli artisti più giovani, affermatisi sullo scenario internazionale: Shirin Neshat, Pipilotti Rist.[7] Alcuni videoartisti hanno operato specificamente nella videopoesia, creando opere legate alla dimensione testuale e poetica, tra questi: Laurie Anderson, Gary Hill, Gianni Toti, che negli anni 80 ha coniato il termine "poetronica", Arnaldo Antunes, Caterina Davinio.[8] Altri esempi storici di videoarte italiana: Studio Azzurro (Milano, installazioni interattive), Mario Canali e Correnti Magnetiche (Milano, arte della realtà virtuale, animazioni), Ernst Pantofalo (Bologna), Giovanotti Mondani Meccanici (Firenze), creatori di installazioni interattive, citati nei saggi sopra riportati. Dalla fine degli anni 90 ad oggi il video si è affermato come medium trasversale e la produzione è molto vasta. Nel variegato panorama italiano ne citiamo alcuni:Francesco Vezzoli, Vanessa Beecroft, Stefano Cagol, Chiara Passa, Alberto Nacci.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • AAVV, Artronica. Videosculture e installazioni multimedia, a cura di Anna D'Elia, Mazzotta, Milano: 1987.
  • Vittorio Fagone, L'immagine video : arti visuali e nuovi media elettronici, Milano, Feltrinelli, 1990, ISBN 88-07-10132-7.
  • AAVV, Il Novecento di Nam June Paik, Edizioni Carte Segrete, Roma: 1992, mostra a cura di Antonina Zaru e Marco Maria Gazzano, Palazzo delle Esposizioni, Roma.
  • AAVV (a cura di P. Sega Serra Zanetti, M.G. Tolomeo), La coscienza luccicante. Dalla videoarte all'arte interattiva, Gangemi, Roma: 1998. Catalogo della Mostra tenuta a Roma nel 1998.
  • Alessandro Amaducci, Banda anomala. Un profilo della videoarte monocanale in Italia, Lindau, Torino: (2000).
  • Silvia Bordini, Arte elettronica in Art e Dossier, nº 156, maggio 2000, ISSN 0394-0179.
  • Link Project (2000) Netmage - Piccola Enciclopedia dell'Immaginario Tecnologico, Oscar Mondadori, Milano: 2000.
  • Caterina Davinio, Tecno-poesia e realtà virtuali : storia, teoria, esperienze tra scrittura, visualità e nuovi media, Mantova, Sometti, 2002, ISBN 88-88091-85-8.
  • Angela Madesani, Le icone fluttuanti. Storia del cinema d’artista e della videoarte in Italia, Bruno Mondadori, Milano: 2002.
  • Valentina Valentini, Le pratiche del video, Bulzoni, Roma: 2003.
  • Valentina Valentini, Le storie del video, Bulzoni, Roma: 2003.
  • Michael Rush, "Video Art", Thames & Hudson, Londra: 2003
  • Dino Marangon, "Videotapes del Cavallino" ed.Cavallino, Venezia:2003.
  • Daniel Birnbaum, Cronologia, tempo e identità nei film e video degli artisti contemporanei, Postmedia Books, Milano: 2007.
  • Fernanda Moneta, "Tecnocin@", ed. Costa&Nolan, 2007, ISBN 88-7437-041-5
  • R. Barilli, A. Borgogelli, P. Granata, S. Grandi, F. Naldi, Videoart Yearbook - L'annuario della videoarte italiana 2006-2007-2008, Fausto Lupetti Editore, Bologna: 2009, ISBN 978-88-95962-12-2
  • Sandra Lischi, "Il respiro del tempo. Cinema e video di Robert Cahen", con DvD allegato, Edizioni ETS, 2009
  • Alfonso Amendola, Videoterritori. Storia, teoria ed esperienze artistiche dell’audiovisivo sperimentale, prefazione di Alberto Abruzzese, Tunué, Latina: 2010.
  • Alessandro Paolo Lombardo, Videomodernità. Eredità avanguardistiche e visioni ultracontemporanee tra video e arte, Aracne Editrice, Roma: 2011.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Wolf Vostell, Zyklus Schwarzes Zimmer, 1958
  2. ^ Wolf Vostell, 6 TV Dé-coll/age, 1963
  3. ^ Nam June Paik - Wuppertal, 1963
  4. ^ http://www.aracneeditrice.it/pdf/9788854844162.pdf
  5. ^ cit. in Videomodernità. Eredità avanguardistiche e visioni ultracontemporanee tra video e arte
  6. ^ Fagone 1990.
  7. ^ AAVV, Art e dossier, inserto redazionale allegato al n. 156, Giunti, Maggio 2000
  8. ^ Davinio 2002 e la sezione specifica in AAVV, La coscienza luccicante, Ed. Gangemi, Roma 1998.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]