Arte povera

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Categoria:Storia dell'arte
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L'arte povera è un movimento artistico sorto in Italia nella seconda metà degli anni sessanta del secolo scorso al quale aderirono autori di ambito preminentemente torinese.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Un primo raccogliersi del nuovo movimento si ha nel settembre del 1967 nella mostra omonima, curata da Germano Celant, che si svolge alla Galleria La Bertesca di Francesco Masnata a Genova, dove espongono Boetti, Fabro, Kounellis, Paolini, Pascali e Prini. L'Arte povera viene definita ancora da Celant in un articolo pubblicato sul n. 5 di Flash Art dello stesso anno[1], nella mostra Arte povera del 1968 alla Galleria de' Foscherari a Bologna con Anselmo, Boetti, Ceroli, Fabro, Kounellis, Merz, Paolini, Pascali, Piacentino, Pistoletto, Prini, Zorio, i quali ancora esporranno insieme a Trieste al Centro Arte Viva-Feltrinelli, dove si aggiungerà Gilardi, infine nella manifestazione Arte povera - Azioni povere negli Arsenali di Amalfi.

Il richiamo ad un'arte povera come guerriglia asistematica svolto da Celant nell'articolo su Flash Art viene presto assorbito nel riconoscimento internazionale peraltro fermamente perseguito. La consacrazione internazionale avviene nel 1969 con la rassegna di arte povera e arte concettuale When attitudes become form organizzata da Szeemann presso la Kunsthalle di Berna (alla quale partecipano Boetti, Calzolari, Kounellis, Merz, Pascali, Pistoletto, Prini e Zorio) e quando esce il volume di Celant Arte povera esemplificato l'anno successivo nella mostra Conceptual art arte povera land art organizzata presso la Galleria civica d'arte moderna e contemporanea di Torino.[2]

Altri esponenti del movimento oltre a quelli già citati furono Sergio Lombardo, Gino Marotta, Fabio Mauri, Giuseppe Penone, Cesare Tacchi.Renato Mambor

Opere e poetiche[modifica | modifica sorgente]

Pino Pascali, Trappola (1968)

Il movimento nasce in aperta polemica con l'arte tradizionale, della quale rifiuta tecniche e supporti per fare ricorso, appunto, a materiali "poveri" come terra, legno, ferro, stracci, plastica, scarti industriali, con l'intento di evocare le strutture originarie del linguaggio della società contemporanea dopo averne corroso abitudini e conformismi semantici. Un'altra caratteristica del lavoro degli artisti del movimento è il ricorso alla forma dell'installazione, come luogo della relazione tra opera e ambiente, e a quella dell'"azione" performativa. Germano Celant, che mutua il nome del movimento dal teatro di Jerzy Grotowski, afferma che l'arte povera si manifesta essenzialmente "nel ridurre ai minimi termini, nell'impoverire i segni, per ridurli ai loro archetipi". Gran parte degli artisti del gruppo manifestano un interesse esplicito per i materiali utilizzati mentre alcuni - segnatamente Alighiero Boetti e Giulio Paolini - hanno fin dall'inizio una propensione più concettuale.

L'arte povera si inserisce nel panorama della ricerca artistica dell'epoca[3] per le significative consonanze che mostra non soltanto rispetto all'arte concettuale propriamente detta, che in quegli anni vedeva sorgere l'astro di Joseph Beuys, ma anche rispetto a esperienze come pop, minimal e Land Art (Richard Long).

L'obiettivo di questi artisti era quello di superare l'idea tradizionale secondo cui l'opera d'arte occupa un livello di realtà sovratemporale e trascendente. Per questo motivo risulta importante la provocazione che deriva dall'opera di Giovanni Anselmo Scultura che mangia (1968, collezione Sonnabend, New York), formata da due blocchi di pietra che schiacciano un cespo di lattuga, vegetale il cui destino inevitabile è quello di deperire. Frequente è l'uso di oggetti viventi, come in Kounellis, il quale fissò un vero pappagallo su una tela dipinta, a dimostrazione del fatto che la natura dispone di più colori di qualsiasi opera pittorica.

Un'altra critica portata avanti dagli artisti dell'Arte povera fu quella contro la concezione dell'unicità ed irripetibilità dell'opera d'arte: Mimesis, di Paolini, consiste in due identici calchi di gesso rappresentanti una scultura dell'età classica, posti l'uno di fronte all'altro con lo scopo di fingere una conversazione.

Durante la guerra del Vietnam, l'Arte povera si avvicinò ai movimenti di protesta a sfavore dell'intervento degli USA: l'opera Vietnam di Pistoletto (1965, collezione Menil, Houston) raffigura un gruppo di manifestanti pacifisti, rappresentati con delle sagome fissate ad uno specchio, in modo tale che i visitatori della galleria si riflettessero in esso. Così facendo, la gente diventava parte integrante dell'opera stessa, venendosi a creare una sorta di interazione tra la creazione artistica ed il pubblico spettatore.

L'attenzione agli stili di vita delle molteplici culture diverse da quella occidentale è presente nelle opere di Merz: i suoi tanti igloo, creati con differenti materiali (ad esempio metallo, vetro, legno, etc.), puntualizzano la capacità di adattamento di un popolo al suo determinato ambiente.

L'identificazione uomo - natura è uno dei temi maggiormente trattati da diversi artisti. In Marotta e Gilardi (Orto, 1967) la natura è però rivisitata in chiave artificiale, come per attualizzare la materia e renderla più vicina ad un sentimento di cambiamento epocale che coinvolge l'uomo e la sua percezione del mondo. Percezione che è resa incerta nei quadri specchianti di Pistoletto, che si aprono letteralmente al mondo assorbendo tutto ciò che vi si trova di fronte e cambiando al variare dell'ambiente che li contiene.

Al contrario di questi, gli "schermi" privi di immagine con i quali Mauri riproduce il telone cinematografico e che influenzeranno i primi lavori di Mario Schifano. Tuttavia le sue creazioni si aprono, talvolta, sulla realtà quotidiana più popolare (Casetta Objects Achetés, 1960), o sugli avvenimenti di cronaca più impressionanti (La luna, 1968), che lo porteranno a sviluppare una profonda riflessione su arte e storia.

Molti artisti lavorano sull'idea di un'immagine stereotipata, come Ceroli (Si/No, 1963), che tratta in modo seriale silhoutte prese dalla storia dell'arte, o insiemi di figure umane moltiplicate o serializzate con una tecnica che ricorda il bricolage. Sono considerati stereotipi anche i "gesti tipici" di Lombardo (Gesti tipici-Kennedy e Fanfani, 1963), i ricalchi di immagini di Mambor o le scene da rotocalco o di quadri famosi rivisitate in stoffa variopinta da Tacchi (Quadro per un mito, 1965).

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Celant 1967.
  2. ^ Crispolti 1994, pp. 56-57.
  3. ^ www.electaweb.it in arte italiana fra tradizione e rivoluzione 1968-2008.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Germano Celant, Arte povera: appunti per una guerriglia in Flash Art, n. 5, novembre-dicembre 1967. 0015-3524. URL consultato il 26 aprile 2012.
  • Germano Celant, Arte povera, Milano, Mazzotta, 1969
  • Germano Celant, Arte dall'Italia, Feltrinelli 1988
  • Germano Celant, Arte povera: Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Luciano Fabbro, Jannis Kounellis, Mario Merz, Giulio Paolini, Pino Pascali, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Gilberto Zorio, Torino, Allemandi, 1989
  • Enrico Crispolti, Gli anni dello smarginamento e della partecipazione in Il Novecento/3 : le ultime ricerche, Milano, Electa, 1994, pp. 17-157. ISBN 88-435-4840-9.
  • Francesco Poli, Minimalismo, Arte Povera, Arte Concettuale, Laterza 2002
  • Mirella Bandini, 1972 arte povera a Torino, Allemandi 2002
  • Adachiara Zevi, Peripezie del dopoguerra nell'arte italiana, Einaudi 2005
  • Giovanni Lista, Arte povera, 5 Continents Editions 2006
  • Germano Celant, Arte povera: storia e storie, Milano, Electa, 2011
  • Arte Povera, interviste curate e raccolte da Giovanni Lista, Abscondita, Milan, 2011.
  • Germano Celant, Arte povera, Firenze, Giunti Art Dossier, 2011

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