Brutalismo

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Con la parola Brutalismo si definisce una corrente architettonica vista come il superamento del Movimento Moderno in architettura.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Il termine nacque nel 1954 in Inghilterra (Brutalism) e deriva dal béton brut di Le Corbusier, che caratterizza l'"Unité d'Habitation" (1950) di Marsiglia, ed in particolare da una frase presente nel suo Verso una architettura del 1923: «L'architecture, c'est, avec des matières bruts, établir des rapports émouvantes»[1].

Il béton brut[modifica | modifica sorgente]

Il Brutalismo impiega molto spesso la rudezza del "cemento a vista" il cosiddetto in francese béton brut le cui forme plastiche lavorate e plasmate nei particolari come nei pilotis o nei camini dell'"Unité d'Habitation", evidenziano con forza espressiva la struttura. I volumi delle membrature risultano accentuati, robusti e forma e materiale si modellano nello spazio si uniscono in un linguaggio di vigore architettonico.

A queste forme di espressione architettonica, ritenute da molti innovative, si sono ispirati dapprima in Inghilterra Alison e Peter Smithson, James Frazer Stirling autore della Facoltà di Storia dell'Università di Cambridge (1968). Negli Stati Uniti d'America Paul Rudolph (allievo di Walter Gropius ad Harvard), progetta nel (1963) la Scuola d'Arte e d'Architettura di Yale, New Haven.

In Giappone Kenzō Tange con il suo Gruppo Metabolism lavora nelle sue opere il cemento grezzo con particolare tensione emotiva.

Architettura brutalista in Italia[modifica | modifica sorgente]

In Italia diversi architetti hanno tratto dal brutalismo opere importanti come la Torre Velasca a Milano del Gruppo BBPR (1956-1958), che evidenzia fortemente le nervature della struttura, che salgono, modulano la forma architettonica, accentuandosi prospetticamente nei puntoni dello sbalzo. Altre opere da citare sono l'Istituto Marchiondi a Milano di Vittoriano Viganò (1957), il cui plastico è esposto al M.O.M.A. di New York. Da citare anche alcuni progetti di Leonardo Ricci come l'Auditorium di Riesi del 1963 e le abitazioni del quartiere Sorgane a Firenze del 1966; e i 246 edifici per 870 unità abitative del quartiere Matteotti a Terni di Giancarlo De Carlo (1971-74). Notevole la travolgente plasticità del cemento armato a faccia nella Chiesa dell'Autostrada del Sole (1964) e nella struttura della Banca di Val d'Elsa di Giovanni Michelucci (1977), dove si leggono chiaramente i segni del linguaggio Brutalista. Recentemente anche il Palacultura di Messina è entrato di diritto a far parte degli esempi di questo stile architettonico in Italia.

Edifici[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Bruno Zevi, op. cit., p. 407.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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