Casa di tolleranza

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Due prostitute e un cliente nel bordello, dipinto di Édouard-Henri Avril

Una casa di tolleranza (anche detta comunemente bordello, casino, casa d'appuntamenti, casa chiusa, postribolo o lupanare) è un immobile, solitamente un'abitazione, in cui si esercita la prostituzione.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia della prostituzione e Lupanare.

La prima menzione registrata della prostituzione come una vera e propria professione, appare in alcuni documenti sumeri datati all'incirca al 2400 a.C.; essi descrivono un tempio-bordello gestito da sacerdoti sumeri nella città di Uruk. Il "Kakum" o tempio, era stato dedicato alla dea Ishtar e pare alloggiasse tre categorie di donne: un primo gruppo veniva ad eseguire nel tempio solo specifici riti sessuali, il secondo gruppo soggiornava temporaneamente e si concedeva soltanto a determinati visitatori, il terzo invece era rappresentato dalla classe più bassa e viveva stabilmente nel recinto del tempio, ma le sue componenti erano anche libere di cercare clienti per le strade. Negli anni successivi, la prostituzione sacra ed altre similari classificazioni delle "donne pubbliche" sono notoriamente esistite anche nell'antica Grecia e nell'antica Roma, oltre che in India, Cina e Giappone[1].

L'esercizio della prostituzione, se da un lato è stato sempre giudicato riprovevole all'interno di quasi tutti i contesti politici e religiosi, dall'altro veniva di fatto tollerato nella consapevolezza del ruolo che rivestiva nell'ambito sociale. In alcune civiltà antiche (specialmente orientali, come Babilonia) la prostituzione sacra era una sorta di sacrificio espiatorio cui le donne della città, anche nobili e ricche, erano obbligate a sottoporsi una volta nella vita, di solito prima del matrimonio, devolvendo i proventi al tempio della dea (Erodoto I 199). In Grecia il fenomeno era raro e si discute addirittura della sua storicità, anche se questa sembra comprovata dalla testimonianza del poeta Pindaro a proposito del tempio di Afrodite a Corinto (fr. 122 Maehler "ospitali giovinette, ancelle della dea della Persuasione nella ricca Corinto"). A Roma la prostituzione sacra era talmente biasimata che alcuni scrittori se ne servono come pretesto per denigrare Cartagine, dove, a quanto sembra, le giovanette si prostituivano temporaneamente nel tempio di Tanit (divinità equivalente alla fenicia Astarte e alla greca Afrodite) per farsi la dote (Pompeo Trogo in Giustino XVIII 5,1-4).

L'istituzione dei primi bordelli pubblici nell'antica Grecia viene tradizionalmente fatta risalire alla legislazione fatta approvare da Solone; nati con una precisa funzione sociale, i postriboli oltre ad esser pubblici erano pure a buon mercato (da un obolo a mezza dracma) ed all'interno di essi vi operavano esclusivamente schiave chiamate porné-in vendita (così come i pornéia erano i luoghi utilizzati dalle porné ed adibiti al oro lavoro). I ricchi proprietari potevano destinare alcuni tra i propri immobili a bordello, mentre lo stato ne ricavava una tassa detta télos pornikòn. Le case di prostituzione erano indicate spesso da un fallo dipinto di rosso sulla porta, illuminato nelle ore notturne da una lampada: le "luci rosse" dell'epoca[2].

Nell'antica Roma invece il bordello può essere chiamato in vari modi: i più miserabili erano i fornices (da cui il lemma fornicare), costituiti da un unico vano; poi vi erano gli stabulum (lett. stalla, covile), i lupanari (ricettacoli delle lupe, ossia le prostitute di più bassa estrazione) e i prostibulum-luogo in cui ci si offre. a vi erano bettole e locande che potevano svolgere saltuariamente anche attività di bordello. Le camere recavano dipinto sulla porta il nome della meretrice affiancato dalla tariffa richiesta, generalmente un asse (moneta). I lupanari aprivano nel tardo pomeriggio e ad operarvi erano in prevalenza schiave[3].

Ma con l'avvento dell'età imperiale ed il relativo allentarsi dei costumi sembra che molte donne esponenti dell'aristocrazia abbiano preso ad esercitar l'arte dell'amore all'interno dei bordelli, per proprio esclusivo diletto: Giovenale racconta che l'antesignana fu niente meno che Messalina, prima moglie dell'imperatore Claudio (imperatore romano): appena calava la sera si recava al lupanare dove si prostituiva col nome di battaglia di Licisca.

In Grecia e a Roma, come detto, la prostituzione era praticata quasi esclusivamente da schiave, a ciò costrette dalla loro condizione sociale; esistevano tuttavia casi di cortigiane di elevato livello culturale, dette "etère"(= "compagne") che in alcuni casi riuscivano ad accumulare notevoli ricchezze e ad esercitare, sia pur indirettamente, una certa influenza sulla vita politica e sociale (particolarmente famose, in Atene, la milesia Aspasia, compagna dello statista Pericle, e la tespiese Frine, amante dell'oratore Iperide).

Col sopraggiungere del cristianesimo l'istituzione cittadina del bordello scompare per almeno un millennio. Nell'alto Medioevo, nessuno si preoccupava dell'esistenza di questi ambienti. Nella maggior parte delle città europee le autorità divengono dopo l'anno Mille le promotrici delle case destinate alle prostitute, assumendone spesso la gestione in proprio. La sorveglianza pubblica sul bordello significa anche controllo sociale, ordinata soddisfazione delle pulsioni sessuali dei cittadini e non da ultimo possibilità di ricavarne entrate fiscali attraverso imposte specifiche.

In Italia, solo nel XIV secolo i governanti e le autorità religiose imposero una licenza per gestire le case di tolleranza. Ma l'età d'oro dei postriboli pubblici ha termine poco dopo, nel '500, quando la sifilide associata a nuove idee religiose inducono molte città a chiuderli; sotto altri nomi (taverne, bagni pubblici ecc) e per iniziativa privata continuano però a prosperare nonostante le sempre più severe leggi a riguardo. Solamente nell'800 torna ad imporsi come problema centrale quello del controllo igienico e sociale delle prostitute: ed ecco che al posto del vecchio bordello nasce la casa di tolleranza.

Il postribolo diventa una "casa chiusa", dall'abitudine consolidata di tenerne le finestre serrate per impedirne così la vista dall'esterno. Vi è una schedatura delle donne, sia da parte della polizia che dei medici; ogni due settimane dovevano sottoposi ad una visita che ne attestasse le buone condizioni di salute, mentre ogni sera agenti in borghese passavano per accertarsi che tutto fosse in regola. Ogni donna poteva ricevere non più della metà delle "marchette" incassate ma doveva con quello pagare un affitto per il vitto ed alloggio ed acquistare tutti li articoli igienico-sanitari di cui aveva necessità. Per riuscire a metter da parte qualche soldo dovevano generalmente superare le 40 prestazioni giornaliere. Solitamente vi era un cambio periodico tra le ragazze, questo per non annoiare i clienti ma anche per non rischiare di far nascere pericolosi legami sentimentali, cosa sempre possibile[4].

All'interno la struttura seguiva un ordine consolidato, un ampio salone poco dopo l'ingresso permetteva di "scegliere", appoggiata al muro la casa dove si riscuotevano le marchette, infine le scale che portavano alle camere: Federico Fellini in Roma (film) ne fa una descrizione accurata e precisa. Divani in velluto nella sala comune accoglievano clienti e perdigiorno (quelli usi a "far flanella", che si divertivano a chiacchierare con le ragazze senza mai consumare). L'ingresso al casino era permesso per legge solo ai ragazzi che avevano compiuto 18 anni, anche se a volte si chiudeva un occhio se l'adolescente era accompagnato da un adulto; tra la clientela prevalevano gli scapoli civili, i soldati e i marinai, ma assidui frequentatori erano anche artisti e letterati[5].

Nel mondo[modifica | modifica wikitesto]

Italia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Legge Merlin.
La senatrice Lina Merlin fu la promotrice della legge che porta il suo nome - legge Merlin, appunto - con cui si decise la chiusura delle case di tolleranza in Italia

Nell'agosto del 1948 la senatrice socialista Lina Merlin presentò un primo disegno di legge per l'abolizione delle case chiuse in Italia. Il progetto fu approvato dal Senato, ma la fine della legislatura ne impedì l'approvazione alla Camera. Il testo fu ripresentato l'anno successivo, ma subì un travagliato iter parlamentare; durante l'acceso dibattito in parlamento gli oppositori tentarono di ostacolare l'abolizione delle case di tolleranza adducendo pericoli igienici in caso di chiusura dei bordelli.

Alla mezzanotte del 20 settembre 1958 in Italia le "case chiuse" vengono chiuse.

Nell'arte[modifica | modifica wikitesto]

« In una specie di pianerottolo ad uso di anticamera fornicaria, dietro una specie di banco da merciaiuola, dietro un mucchio di tessere untuose, sedeva una gran gorgòna dalla criniera di serpi ridotta ad una parrucca di stoppa rossastra... pagai pedaggio e pulzellaggio... servizievole m'introdusse nella zamba della baldracca maritata alla marinesca. »
(Gabriele d'Annunzio, Il secondo amante di Lucrezia Buti)

Ancora nell'800 lo scrittore francese Guy de Maupassant narra approfonditamente la realtà delle case in La casa Tellier (racconto). Vincent van Gogh dipinge il Bordello di Arles, Degas illustra proprio il racconto di Maupassant, Toulouse-Lautrec dedica tutta una serie di tele alle "ragazze di vita", Pablo Picasso mostra in Demoiselles d'Avignon delle prostitute all'interno di un bordello.

L'ambiente delle case d'appuntamento è stato trattato anche dallo scrittore Giancarlo Fusco nella sua raccolta di racconti Quando l'Italia tollerava.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Emmet Murphy, Great Bordellos of the World, Quartet Books, 1983.
  2. ^ Ernest Bornema Dizionario dell'erotismo, 1984 pag.103
  3. ^ Ernest Bornema Dizionario dell'erotismo, 1984 pag.103
  4. ^ Ernest Bornema Dizionario dell'erotismo, 1984 pag.117-18
  5. ^ Gian Carlo Fusco Quando l'Italia tollerava, Roma 1965

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]