Vincent van Gogh

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Vincent Willem van Gogh (autoritratto)
Vincent Willem van Gogh (autoritratto)
Firma di Vincent van Gogh
Firma di Vincent van Gogh

Vincent Willem van Gogh (pronuncia olandese [ˈvɪnsɛnt fɑŋˈɣɔx] ascolta[?·info]) (Zundert, 30 marzo 1853Auvers-sur-Oise, 29 luglio 1890) è stato un pittore olandese.

Autore di ben 864 tele e di più di mille disegni, senza contare i numerosi schizzi iniziati e non portati a termine più diversi appunti probabilmente destinati all'imitazione di disegni artistici di provenienza giapponese, tanto geniale quanto incompreso in vita, van Gogh influenzò profondamente l'arte del XX secolo. Dopo aver trascorso molti anni soffrendo di frequenti disturbi mentali,[1][2] morì all'età di 37 anni per una ferita da arma da fuoco, molto probabilmente auto-inflitta.[3] In quel momento i suoi lavori erano molto poco conosciuti e apprezzati ancor meno.

Van Gogh iniziò a disegnare da bambino e continuò a farlo finché non decise di diventare un pittore vero e proprio. Iniziò a dipingere tardi, aveva trent'anni, e realizzò molte delle sue opere più note nel corso degli ultimi due anni della sua vita. I suoi soggetti consistevano in autoritratti, paesaggi, nature morte di fiori, dipinti con cipressi, rappresentazione di campi di grano e girasoli. La sua formazione si deve all'esempio del realismo paesaggistico dei pittori di Barbizon e del messaggio etico e sociale di Jean-François Millet.

Van Gogh trascorse la sua prima età adulta lavorando per una ditta di mercanti d'arte, viaggiò tra L'Aia, Londra e Parigi. Per breve tempo si dedicò anche all'insegnamento; una delle sue aspirazioni iniziali fu quella di diventare un pastore e dal 1879 lavorò come missionario in una regione mineraria del Belgio, dove ritrasse persone della comunità locale. Nel 1885, dipinse la sua prima grande opera: I mangiatori di patate. La sua tavolozza, al momento costituita principalmente da cupi toni della terra, non mostra ancora alcun segno della colorazione viva che contraddistinguerà le sue successive opere. Nel marzo del 1886, si trasferì a Parigi dove scoprì gli impressionisti francesi. Più tardi, spostatosi nella Francia del sud, i suoi lavori furono influenzati dalla forte luce del sole che vi trovò.

Le lettere[modifica | modifica wikitesto]

La più completa fonte primaria per la comprensione di van Gogh come artista è la raccolta di lettere tra lui e suo fratello minore, il mercante d'arte Théo van Gogh.[4][5][6] Théo fornì a Vincent sostegno finanziario e emotivo per gran parte della sua vita. La maggior parte di ciò che ci è noto sul pensiero di van Gogh e sulle sue teorie d'arte, è scritto nelle centinaia di lettere che si scambiarono tra il 1872 e il 1890: più di 600 da Vincent a Théo e 40 da Théo a Vincent.

Anche se molte di queste lettere non sono datate, gli storici dell'arte sono stati in grado di ordinarle cronologicamente. Il periodo in cui Vincent visse a Parigi è il più difficile da ricostruire per gli storici, poiché i due fratelli, vivendo insieme, non ebbero bisogno di scriversi.[7]

Oltre alle lettere da Vincent per Théo, ne sono state conservate altre e, in particolare, quelle a Van Rappard, a Émile Bernard e alla sorella Wil.[8] Le lettere sono state pubblicate nel 1913 dalla vedova di Théo, Johanna van Gogh-Bonger, che le rese pubbliche con "trepidazione" perché non voleva che il dramma nella vita dell'artista mettesse in ombra il suo lavoro. Van Gogh stesso era un avido lettore di biografie di altri artisti e pensava che la loro vita dovesse essere in linea con le caratteristiche della loro arte fantastica anche se talvolta poco seria.[4]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Gli studi interrotti (1868)[modifica | modifica wikitesto]

La casa natale di van Gogh a Zundert: Vincent nacque nella stanza sotto il tetto, dalla cui finestra sventola la bandiera

Notizie della famiglia dei van Gogh si rintracciano a L'Aia fin dalla metà del XVII secolo e a partire dal Settecento quella famiglia trasmise di padre in figlio il mestiere di orefice. Nel primo Ottocento si ha notizia di un Vincent van Gogh (1789-1874) pastore calvinista, padre di undici figli che praticavano diverse attività: tre di essi erano mercanti d'arte, mentre si sa che anche Theodorus van Gogh (1822-1885) dal 1º aprile 1849 era pastore calvinista a Groot-Zundert, un piccolo paese del Brabante di circa 6.000 abitanti. Sposatosi nel 1851 con Anna Cornelia Carbentus, figlia di un rilegatore della corte olandese, questa diede alla luce il 30 marzo 1852 un figlio morto, Vincent Willem Maria.
Esattamente l'anno dopo nacque un secondo figlio, il futuro pittore, che verrà battezzato Vincent Willem in ricordo del defunto fratellino: ne seguiranno altri cinque, Anna Cornelia (1855-1930), Théodorus junior, ben presto denominato semplicemente Téeo (1º maggio 1857 - 25 gennaio 1891), Elisabeth (1859-1936), Wilhelmina Jacoba (1862-1941) e Cornelis (1867-1900).[9]

Dal 1861 al 1864 Vincent van Gogh frequentò la scuola del paese e dal 1º ottobre un collegio della vicina Zevenbergen dove apprese il francese, l'inglese e il tedesco e l'arte del disegno. Dal 1866 frequentò la scuola tecnica Hannik di Tilburg ma il 19 marzo 1868, a causa dello scarso rendimento nonché di problemi economici del padre, ritornò a Zundert senza aver concluso gli studi.[10]

Il lavoro nella casa d'arte Goupil (1869-1875)[modifica | modifica wikitesto]

Van Gogh Age 19.jpg Theo van Gogh (1888).png
Vincent van Gogh fotografato nel 1871. Théo van Gogh nel 1888.

La scarsità del suo profitto scolastico convinse la famiglia a trovargli un impiego: il primo a farsi avanti fu lo zio paterno Vincent detto "Cent" (1811-1889), già mercante d'antiquariato. Egli persuase il fratello (il padre di Vincent) a far sospendere gli studi al nipote in modo da metterlo al lavoro nel più breve tempo possibile, e difatti nel luglio del 1869 lo zio Cent lo raccomandò alla casa d'arte Goupil & Co. alla quale, per motivi di salute, aveva ceduto la sua attività a L'Aia.[11] L'attività della casa Goupil consisteva nella vendita di riproduzioni di opere d'arte e il giovane Vincent sembrò molto interessato al suo lavoro, che lo obbligava a un approfondimento delle tematiche artistiche e lo stimolava a leggere e a frequentare musei e collezioni d'arte. Mantenne i contatti con la famiglia, che dal gennaio del 1871 si era trasferita a Helvoirt, dove il padre Theodorus svolgeva la sua attività pastorale. Vincent oltre ad incontrare frequentemente a L'Aia il fratello Théo, intesse con lui una corrispondenza che durerà tutta la vita.[12]

Nel 1873 fu trasferito nella filiale Goupil di Bruxelles e a maggio in quella di Londra. Durante il trasferimento nella capitale inglese si fermò per alcuni giorni a Parigi, rimanendo affascinato dalla bellezza della città e dai fermenti culturali che l'animavano: la visita del Louvre e delle esposizioni di quadri al Salon lo colpirono profondamente.[13]

A Londra disegnò schizzi di scorci cittadini, che tuttavia non conservò (ne rimane solo uno, peraltro assai rovinato e scoperto nel 1977, raffigurante la casa dove visse). Nella pensione in cui alloggiava, si dichiarò un giorno a una figlia della proprietaria, Eugenia Loyer (e non Ursula come si era sempre creduto), che, già fidanzata, lo respinse: caduto in una crisi depressiva, chiese e ottenne di essere trasferito a L'Aia.[14] Da questo momento iniziò a trascurare il lavoro: a poco servì il ritorno a Londra, nel luglio del 1874, insieme con la sorella Anna. I suoi interessi cominciarono a indirizzarsi verso le tematiche religiose, che si approfondirono anche dopo il suo trasferimento a Parigi, nel maggio 1875: qui tuttavia frequentò anche i musei, appassionandosi a Jean-Baptiste Camille Corot e alla pittura secentesca olandese. I dirigenti della Goupil erano sempre più scontenti di lui, anche perché nel Natale del 1875 lasciò senza preavviso il lavoro, andando a trovare la famiglia, che allora risiedeva a Etten, un piccolo paese presso Breda. Vincent comprese tuttavia di non potere più continuare la sua collaborazione in un'attività che ormai sentiva profondamente estranea e si dimise dall'impiego il 1º aprile 1876.[15]

La missione sociale e religiosa (1876-1880)[modifica | modifica wikitesto]

Il 16 aprile 1876 partì per Ramsgate, il sobborgo londinese, dove lavorò come insegnante supplente presso la scuola del signor Stokes, ricevendo in cambio soltanto vitto e alloggio, e poi proseguì l'insegnamento a Isleworth, dove la scuola si era trasferita: qui collaborò anche con un pastore metodista che teneva un'altra piccola scuola e il 4 novembre pronunciò il suo primo sermone, ispirato da un quadro di Boughton, il Pellegrino sulla via di Canterbury al tempo di Chaucer[16]. Tornato in famiglia per Natale, fu dissuaso dai genitori, spaventati dalle sue precarie condizioni psicofisiche, dal ripartire per l'Inghilterra.

Lo zio Vincent gli trovò così un altro lavoro come commesso in una libreria di Dordrecht. Viveva da solo, era un cristiano devoto e un membro della Chiesa riformata olandese, anche se aveva un forte amore per tutte le chiese cristiane[17]. Amava tradurre passi della Bibbia; convinse il padre a lasciargli tentare gli esami di ammissione alla facoltà di teologia di Amsterdam, dove andò a vivere con lo zio paterno Johannes, frequentando anche uno zio materno, che gli fece impartire lezioni di latino e di greco. Non tralasciò tuttavia l'interesse per l'arte, visitando i musei, il ghetto ebraico e continuando a esercitarsi.

Vincent van Gogh - 1878 1879 - Wasmes - Casa del Fornaio Denis - Angolo Via du petit-Wasmes e via Wilson
La casa abitata da van Gogh a Cuesmes

Respinto agli esami di ammissione, dall'agosto del 1878 frequentò un corso trimestrale di evangelizzazione in una scuola di Laeken presso Bruxelles, che non lo riconobbe idoneo a svolgere l'attività di predicatore. Alla fine dell'anno si trasferì nella regione belga del Borinage, a Pâturage: qui, povero tra i poveri, si prese cura dei malati e predicò la Bibbia ai minatori. Autorizzato, nel gennaio del 1879, a predicare temporaneamente dalla Scuola di Evangelizzazione di Bruxelles, si trasferì nel centro minerario di Wasmes anche Charbonnage de Marcasse, vivendo in una baracca: il suo zelo e la sua partecipazione, anche emotiva, all'estrema povertà dei minatori apparvero eccessivi alla Scuola, che decise di non rinnovargli l'incarico[18].

Vincent continuò a svolgere quella che considerava una sua missione: si trasferì nel vicino paese di Cuesmes dove visse con un minatore del luogo e, pur indigente, cercò ancora di aiutare chi non stava in realtà peggio di lui, arrivando a cedere il suo letto ai malati o a curare di persona i feriti delle esplosioni usando come bende i suoi stessi vestiti[19]. Iniziò a leggere i romanzi popolari che descrivevano la miseria delle popolazioni delle città industriali, e interruppe per qualche tempo la corrispondenza con il fratello Théo, che ora lavorava nella casa Goupil e lo disapprovava apertamente, cercando di distoglierlo da un'attività che sembrava aggravare il suo delicato equilibrio psichico; intanto, si spostò frequentemente per il Belgio percorrendo a piedi centinaia di chilometri.

Nel giugno 1880 si spinse fino a Courrières, nel dipartimento del Passo di Calais, per poter conoscere il pittore Jules Breton, che lì abitava ed era da lui molto ammirato, ma poi s'intimidì alla sola idea d'incontrarlo (nonché alla vista del «suo nuovo atelier [...] di un'inospitalità agghiacciante») e ritornò indietro, dormendo sulla paglia nei casolari abbandonati.

In luglio riprese la corrispondenza con Théo che gli mandò del denaro e lo incoraggiò a indirizzare le sue generose pulsioni sociali e religiose verso l'espressione artistica. Vincent accolse un suggerimento che non poteva lasciarlo indifferente e nell'ottobre si stabilì a Bruxelles dove, capendo di dover frequentare una scuola di tecnica pittorica, si iscrisse all'Accademia di Belle Arti.

La svolta artistica (1881)[modifica | modifica wikitesto]

Boccale e pere, olio su tela, 44,5x57,5 cm, 1881, Von Der Heydt Museum, Wuppertal

Si legò d'amicizia con il pittore olandese Anthon van Rappard e studiò prospettiva e anatomia, impegnandosi in disegni che ritraevano soprattutto umili lavoratori della terra e delle miniere: non a caso i suoi pittori di riferimento erano Millet e Daumier. Nell'aprile 1881 lasciò l'Accademia e fece ritorno presso la famiglia, a Etten, dove s'innamorò della cugina Kate Vos-Stricker, detta Kee, figlia di un pastore protestante, da poco vedova con un figlio, senza però esser corrisposto. Non si rassegnò e la seguì ad Amsterdam, dove lei si era trasferita in casa dei genitori: al suo rifiuto di riceverlo, di fronte ai genitori della donna, Van Gogh si ustionò volontariamente una mano sulla fiamma di una lampada.[20]

A L'Aia ottenne l'incoraggiamento e i consigli del pittore Anton Mauve, cognato della madre, continuò a disegnare sotto la sua guida e, per la prima volta, verso la fine del 1881, eseguì nature morte dipinte a olio e figure all'acquarello: le nature morte con il Cavolo e gli zoccoli del Van Gogh Museum di Amsterdam e il Boccale e pere di Wuppertal sono tra i suoi primi lavori. In rotta con i genitori per la sua insistente ostinazione verso la cugina e per l'aperto distacco mostrato nei confronti della religione, lasciò Etten, rifiutando ogni loro aiuto economico, trasferendosi a L'Aia, vicino allo studio di Mauve, il quale, insieme con il fratello Théo, lo soccorse economicamente. Dopo pochi mesi, tuttavia, contrasti con il pittore - che avrebbe voluto, secondo i suoi sistemi didattici, che si esercitasse copiando calchi in gesso, mentre Vincent preferiva ispirarsi direttamente alla realtà - portarono alla rottura tra i due.

Del resto, Van Gogh avrà sempre molta difficoltà a relazionarsi con gli altri pittori, pur stimati da lui: in questo periodo, l'unico pittore che mostrava considerazione per le sue possibilità era il connazionale Johan Hendrik Weissenbruch (1824-1903), artista già noto e apprezzato.

A Nuenen (1883 - 1885)[modifica | modifica wikitesto]

Dolore (Sien Hoornik) litografia, 44,5x22 cm, 1882, collezione privata, Londra

Nel gennaio del 1882 Vincent conobbe una prostituta trentenne, alcolizzata e butterata dal vaiolo, tale Clasina Maria Hoornik detta Sien, madre di una bambina e in attesa di un altro figlio, che gli fece da modella: dopo il parto vissero insieme ed egli pensò anche di sposarla, sperando di sottrarla alla sua triste condizione[21] Scrisse al pittore van Rappard: «Quando la terra non viene messa alla prova, non se ne può ottenere nulla. Lei, è stata messa alla prova; di conseguenza trovo più in lei che in tutto un insieme di donne che non siano state messe alla prova dalla vita.»

Ma, con la frequentazione di Sien, contrasse la gonorrea (e fu per questo ricoverato in ospedale dove, secondo le lettere a Théo, eseguì un ritratto, andato perduto, del Dottor Cavenaille, il medico che lo ebbe in cura). Decise poi di lasciare Sien dopo un anno anche per la pressione della famiglia che, appresa la volontà di Vincent di voler sposare una prostituta, tentò addirittura di farlo internare. Nel settembre del 1883 andò a vivere nel nord dei Paesi Bassi, nella Drenthe, ricca di torbiere, spostandosi spesso e ritraendo gli operai e i contadini della regione. Si recò anche a Nieuw-Amsterdam e a Zweeloo, sperando invano di conoscere il pittore Max Liebermann che aveva abitato nei dintorni; in compenso, la gita a Zweloo venne da lui immortalata in vari disegni e in una vivissima lettera a Théo.

Alla fine del 1883 tornò a vivere con i genitori che si erano trasferiti a Nuenen, dove il padre era pastore. Questi era intenzionato ad aiutare Vincent, ponendo fine alla sua vita errabonda, consentendogli di allestire un suo studio nella lavanderia del presbiterio; ma Vincent preferì prepararne uno in casa del sagrestano della parrocchia di Nuenen, dove aveva la disponibilità di un paio di stanze. Lavorò intensamente e prese anche lezioni di pianoforte, convinto, sulla scorta delle teorie di Richard Wagner e dei simbolisti francesi, dell'esistenza di una relazione tra musica e colore[22].

Della scuola impressionista, al fratello che gliene scriveva, rispondeva di non saperne nulla e di considerare veri e originali artisti Delacroix, Millet e Corot, «intorno ai quali i pittori di contadini e di paesaggi devono girare come intorno a un asse»[23].

I mangiatori di patate, olio su tela, 82x114 cm, 1885, Van Gogh Museum, Amsterdam

Non gli mancarono nuovi problemi: Margot Begemann, una vicina di casa che accudì sua madre dopo una caduta e con la quale aveva avuto una relazione, tentò il suicidio e il 26 marzo 1885 il padre morì improvvisamente d'infarto dopo un violento alterco avuto con lui; inoltre fu accusato dal parroco cattolico di essere responsabile della gravidanza di una ragazza, Gordina De Groot, che gli aveva fatto da modella. Nell'aprile del 1885 dipinse le due versioni de I mangiatori di patate, con il quale, scrisse a Théo,[24]

« ho voluto, lavorando, far capire che questa povera gente, che alla luce di una lampada mangia patate servendosi dal piatto con le mani, ha zappato essa stessa la terra dove quelle patate sono cresciute; il quadro, dunque, evoca il lavoro manuale e lascia intendere che quei contadini hanno onestamente meritato di mangiare ciò che mangiano. Ho voluto che facesse pensare a un modo di vivere completamente diverso dal nostro, di noi esseri civili. Non vorrei assolutamente che tutti si limitassero a trovarlo bello o pregevole »

È qui espressa la radice etica della sua vocazione di pittore; inoltre aggiunse:[25]

« So benissimo che la tela ha dei difetti ma, rendendomi conto che le teste che dipingo adesso sono sempre più vigorose, oso affermare che I mangiatori di patate, insieme con le tele che dipingerò in avvenire, resteranno »

L'opera, della quale Vincent eseguì anche una litografia, non piacque all'amico van Rappard, che non glielo nascose; tuttavia Van Gogh, pur consapevole dei suoi difetti, la difese apertamente:[26]

« Anche se seguito a produrre opere nelle quali si potranno ritrovare difetti, volendole considerare con occhio critico, esse avranno una vita propria e una ragione d'essere che supereranno i loro difetti, soprattutto per coloro che sapranno apprezzarne il carattere e lo spirito. Non mi lascerò incantare facilmente, come si crede, nonostante tutti i miei errori. So perfettamente quale scopo perseguo; e sono fermamente convinto di essere, nonostante tutto, sulla buona strada, quando voglio dipingere ciò che sento e sento ciò che dipingo, per preoccuparmi di quello che gli altri dicono di me. Tuttavia, a volte questo mi avvelena la vita, e credo che molto probabilmente più d'uno rimpiangerà un giorno quello che ha detto di me e di avermi ricoperto di ostilità e di indifferenza. Io paro i colpi isolandomi, al punto che non vedo letteralmente più nessuno »

Il reciproco risentimento portò alla fine della loro amicizia.

Anversa e Parigi (1886 - 1887)[modifica | modifica wikitesto]

Autoritratto, 46x38 cm, 1886, Van Gogh Museum, Amsterdam

Un breve viaggio ad Amsterdam e l'importante visita al Rijksmuseum appena aperto gli permisero di riscoprire Frans Hals e Rembrandt, che riconobbe come gli ideali anticipatori della sua ricerca formale; poi, comprendendo di non poter rimanere in un paesino come Nuenen (il curato cattolico, a causa dell'episodio di Gordina de Groot, aveva proibito ai parrocchiani di posare per Vincent, che da allora era stato costretto a dipingere solo nature morte), nel novembre del 1885 si trasferì a pensione ad Anversa, frequentando assiduamente le chiese e i musei della città dove scoprì le stampe giapponesi e ammirò il colorismo di Rubens:[27][28]

« Rubens è superficiale, vuoto, ampolloso, e in conclusione, ampolloso come Giulio Romano o, peggio ancora, come i pittori della decadenza. Nonostante questo, mi entusiasma, proprio perché è il pittore che cerca di esprimere l'allegrezza, la serenità, il dolore, e rappresenta questi sentimenti in modo veritiero grazie alle sue combinazioni di colori »

Un rigattiere di Nuenen acquistò da sua madre una serie di dipinti rimasti nello studio, vendendoli a 10 centesimi l'uno e bruciando quelli che non gli sembravano commerciabili.

Père Tanguy, olio su tela, 92x75 cm, 1887, Musée Rodin, Parigi

Nel gennaio 1886, dopo aver frequentato un corso di disegno, si iscrisse ai corsi di pittura e disegno dell'École des Beaux-Arts, ma senza successo. Il 31 marzo van Gogh si vide respinto il lavoro presentato per l'ammissione ai corsi d'insegnamento superiore, ma nel frattempo si era già trasferito a Parigi per seguire i corsi di pittura di Fernand Cormon, pittore accademico mediocre ma di successo, per poter migliorare la propria tecnica e ritrarre dei modelli; in questo studio conobbe Émile Bernard, Louis Anquetin e Toulouse-Lautrec.[29][30]

La capitale francese era il centro della cultura mondiale: «non c'è che Parigi: per quanto difficile possa essere qui la vita, e anche se divenisse peggiore e più dura, l'aria francese libera il cervello e fa bene, un mondo di bene».[31]. Il fratello Théo vi si era trasferito da sette anni per dirigere, a Montmartre, una piccola galleria d'arte per conto di Boussod e Valadon, i successori dell'impresa Goupil. Egli lo ospitò nella sua casa, dove Vincent allestì lo studio e dipinse vedute della capitale, presentandogli i maggiori pittori impressionisti. Inizialmente la loro pittura lo interessò molto poco:[31]


« Ad Anversa non sapevo nemmeno che cosa fossero gli impressionisti: adesso li ho veduti e pur non facendo ancora parte del loro clan ho molto ammirato alcuni dei loro quadri: un nudo di Degas, un paesaggio di Claude Monet [...] da quando ho veduto gli impressionisti, Le assicuro che né il Suo colore né il mio sono esattamente uguali alle loro teorie »

e ribadirà ancora la sua lontananza da quella pittura due anni dopo alla sorella:[32]

Il ristorante della Sirène ad Asnières, olio su tela, 51,5x64 cm, 1887, Musée d'Orsay, Parigi
« quando si vedono per la prima volta si rimane delusi: le loro opere sono brutte, disordinate, mal dipinte e mal disegnate, sono povere di colore e addirittura spregevoli. Questa è la mia prima impressione quando sono venuto a Parigi »

Per Vincent l'arte moderna era rappresentata dalla scuola di Barbizon: oltre all'ormai classico Delacroix, egli ammirava Corot, Daumier, Troyon, Daubigny, Bastien Lepage, Jean François Aschemlsch e soprattutto Millet, che rappresentava per lui il vertice della pittura. L'importanza che il suo iniziale dilettantismo e la sua inclinazione essenzialmente romantica attribuiva al soggetto del dipinto e alla correttezza tecnica dell'esecuzione gli faceva apprezzare perfino un Meissonier, lodatissimo a quel tempo ma molto lontano dal suo spirito. Sapeva tuttavia che l'abilità tecnica non doveva essere il fine dell'arte, ma solo il mezzo per esprimere il proprio sentire: «quando non posso farlo in modo soddisfacente, mi sforzo di correggermi. Ma se il mio linguaggio non piace, ciò mi lascia completamente indifferente».[33]


Un'osservazione più puntuale delle opere degli impressionisti gli fece comprendere l'originalità e i valori racchiusi in quella nuova concezione della visione: anche se non aderì mai a questa scuola perché egli intese sempre esprimere solo quello che aveva «dentro la mente e il cuore»[34],

Agostina Segatori, olio su tela, 55,5x46,5 cm, 1887, Amsterdam

guardò con favore a Guillaumin e a Pissarro, e alleggerì la sua tavolozza, fino a quel momento scura e terrosa, grazie all'influsso della pittura impressionista, e i soggetti, tralasciando i temi sociali per i paesaggi e le nature morte; sperimentò anche l'accostamento dei colori complementari cimentandosi, nell'Interno di ristorante, con la tecnica puntinista inventata da Seurat[35].

Con Bernard, suo grande amico all'epoca, andò spesso a dipingere ad Asnières, il sobborgo che sorgeva sulle rive della Senna; espose suoi dipinti nella bottega di colori di Père Tanguy e, insieme con il gruppo del Petit Boulevard di Anquetin, Bernard, Gauguin e Toulouse-Lautrec, al Café du Tambourin, gestito dall'ex-modella di Degas, l'italiana Agostina Segatori, con la quale, per qualche mese, ebbe una relazione[36].

I rapporti con il fratello Théo non furono sempre facili: pur volendosi molto bene, entrambi soffrivano di disturbi nervosi. Il carattere generoso ma imprevedibile e collerico di Vincent non gli rendeva agevole mantenere rapporti durevoli di amicizia; egli stesso si rendeva conto di non riuscire a non manifestare con violenza le proprie opinioni: «non riesco a starmene tranquillo, le mie idee fanno talmente parte di me stesso che, talora, mi sembra che mi prendano alla gola»[37][38].

Il desiderio di conoscere il Mezzogiorno francese, «dove c'è più colore, più sole»[39], con la sua luce e i suoi colori mediterranei così lontani dal cromatismo nordico, fu una buona occasione per porre fine a una convivenza divenuta difficile.

Arles (1888)[modifica | modifica wikitesto]

La casa gialla, olio su tela, 76x94 cm, 1888, Van Gogh Museum, Amsterdam

Trasferitosi ad Arles il 20 febbraio 1888, andò ad alloggiare prima in albergo e poi, in maggio, affittò un appartamento di quattro stanze di una casa dalle mura gialle che si affacciava sulla piazza Lamartine,[40] ritratta in un quadro famoso.

Produsse una tela dopo l'altra, come se temesse che la sua ispirazione, esaltata dalle novità del mondo provenzale, potesse abbandonarlo. Si sentiva trascinato dall'emozione, che egli identificava con la sincerità dei suoi sentimenti verso la natura: le emozioni che provava di fronte alla natura provenzale potevano essere così forti da costringerlo a lavorare senza sosta, allo stesso modo per il quale non si possono fermare i pensieri quando questi si sviluppano in una coerente sequenza nella propria mente[41].

D'altra parte affermava di mettere sulla tela non impressioni momentanee, ma immagini studiate a lungo e assimilate nel suo spirito attraverso una lunga e precedente osservazione del modello.

Del modello naturale confessava di non poter fare a meno: non si sentiva in grado di inventare un soggetto anzi, per quanto riguarda le forme, aveva «il terrore di allontanarsi dal verosimile»[42], ma non aveva problemi a combinare diversamente i colori, accentuandone alcuni e semplificando altri. Scrisse alla sorella Wilhelmina[43]:

« La natura di questo paesaggio meridionale non può essere resa con precisione con la tavolozza di un Mauve, per esempio, che appartiene al Nord e che è un maestro e rimane un maestro del grigio. La tavolozza di oggi è assolutamente colorata: celeste, arancione rosa, vermiglio, giallo vivissimo, verde chiaro, il rosso trasparente del vino, violetto. Ma, pur giocando con tutti questi colori, si finisce con il creare la calma, l'armonia »

Al fratello confidò[44] di aver abbandonato le tecniche utilizzate a Parigi, che risentivano dell'esperienza impressionista, per ribadire la visione romantica di Delacroix, non ritraendo fedelmente quello che gli sta di fronte ma ricercando il vigore dell'espressione attraverso il libero uso del colore. E all'amico pittore Bernard[45]:

Albicocchi in fiore, olio su tela, 65,5x80,5 cm, 1888, Van Gogh Museum, Amsterdam
« Non seguo alcun sistema di pennellatura: picchio sulla tela a colpi irregolari che lascio tali e quali. Impasti, pezzi di tela lasciati qua e là, angoli totalmente incompiuti, ripensamenti, brutalità: insomma, il risultato è, sono portato a crederlo, piuttosto inquietante e irritante, per non fare la felicità delle persone con idee preconcette in fatto di tecnica [...] gli spazi, limitati da contorni espressi o no, ma in ogni caso sentiti, li riempio di toni ugualmente semplificati, nel senso che tutto ciò che sarà suolo parteciperà di un unico tono violaceo, tutto il cielo avrà una tonalità azzurra, le verzure saranno o dei verdi blu o dei verdi gialli, esagerando di proposito, in questo caso, le qualità gialle o blu »

Sperimentava tecniche diverse mettendo in risalto le forme circondandole di contorni scuri e pennellando lo sfondo a strati per creare una struttura a traliccio, ondulando i contorni per accentuare la struttura delle forme, punteggiando con brevi pennellate o spremendo il colore dal tubetto direttamente sulla tela. Altre volte si convinceva «di non disegnare più il quadro con il carboncino. Non serve a niente; se si vuole un buon disegno, si deve eseguire direttamente con il colore»[46].

Andando incontro a un desiderio di Vincent, nell'estate del 1888 Théo van Gogh contattò Gauguin, offrendo di pagargli il soggiorno ad Arles con il fratello e garantendogli l'acquisto di dodici suoi quadri ogni anno per 150 franchi. Gauguin, dopo qualche esitazione, accettò, pensando di mettere da parte quanto gli era necessario per realizzare il suo desiderio di trasferirsi, di lì a un anno, in Martinica.

Il dramma di Arles[modifica | modifica wikitesto]

La camera di Vincent ad Arles, olio su tela, 72x90cm, 1888, Van Gogh Museum, Amsterdam

Nell'attesa dell'arrivo di Gauguin, van Gogh si preoccupò di arredare con qualche altro mobile l'appartamento e ornò con propri quadri la camera da letto. Gli scrisse:[47]

« ho fatto, sempre come decorazione, un quadro della mia camera da letto, con i mobili in legno bianco, come sapete. Ebbene, mi ha molto divertito fare questo interno senza niente, di una semplicità alla Seurat; a tinte piatte, ma date grossolanamente senza sciogliere il colore; i muri lilla pallido; il pavimento di un rosso qua e là rotto e sfumato; le sedie e il letto giallo cromo; i guanciali e le lenzuola verde limone molto pallido; la coperta rosso sangue, il tavolo da toilette arancione; la catinella blu; la finestra verde. Avrei voluto esprimere il riposo assoluto attraverso tutti questi toni così diversi e tra i quali non vi è che una piccola nota di bianco nello specchio incorniciato di nero, per mettere anche là dentro la quarta coppia di complementari »

Eppure, vi è chi ha visto[48] nel dipinto di questa camera da letto il desiderio mancato di rappresentare il sonno e il riposo: «La tragedia della sua mente si avvicinava con segni di squilibrio e non gli permetteva né riposo né sonno. Nella camera abbandonata regna la calma, ma è una calma senza speranza e senza pietà. È una camera vuota, ma non per caso. Essa è abbandonata per sempre causa la partenza o la morte. I colori sono brillanti e puri, senza ombre, ma non suggeriscono gioia, anzi soltanto tristezza. È un riposo nato dalla disperazione. Così i colori rivelano l'animo dell'artista a sua insaputa. Non si rende conto di quel che sente, né nella sua lettera, né nella sua pittura, e perciò il suo sentimento, la sua accorata umiltà, è espresso spontaneamente».

Gauguin giunse ad Arles il 29 ottobre 1888 e, all'opposto di Van Gogh, ne rimase deluso definendola «il luogo più sporco del Mezzogiorno» e della Provenza: «Trovo tutto piccolo, meschino, i paesaggi e le persone»[49]; il sogno di Van Gogh di fondare un'associazione di pittori che perseguissero un'arte nuova[50] lo lasciava scettico; quanto a sé, egli contava soltanto di trasferirsi, non appena ne avesse avuto la possibilità, ai tropici; lo irritavano anche le abitudini disordinate di Vincent e la sua scarsa oculatezza nell'amministrare il denaro che avevano messo in comune[51].

Girasoli (Van Gogh), olio su tela, 92x73 cm, 1888, Neue Pinakothek, Münich

Invece Van Gogh manifestava un'aperta ammirazione per Gauguin, che considerava un artista superiore: riteneva che le proprie teorie artistiche fossero molto banali se confrontate con le sue e la propria resa pittorica sempre inferiore, persino grossolana, rispetto al modello naturale. Nelle sue memorie[52] Gauguin volle attribuirsi, generalmente a torto, il merito di aver corretto la tavolozza di Van Gogh:

« Vincent, quando sono arrivato ad Arles, militava nella scuola neoimpressionista, anzi vi sguazzava, cosa che lo faceva soffrire, non perché questa scuola, come tutte le scuole, sia cattiva, ma perché non corrispondeva alla sua natura così impaziente e così indipendente. Con tutti questi gialli sui violetti, tutto questo lavoro sui complementari - lavoro disordinato, d'altra parte - non riusciva a raggiungere che delle dolci armonie, incomplete e monotone; ci mancava lo squillo di tromba. Mi assunsi il compito di chiarirglielo, e mi fu facile, perché trovavo un terreno ricco e fecondo »

Anche nella valutazione degli altri pittori le loro opinioni divergevano: Van Gogh ammirava Daumier, Daubigny, Félix Ziem, Théodore Rousseau, «tutte persone che non posso vedere», contrariamente a Gauguin, Raffaello, Ingres, Degas: di Vincent, «cervello disordinato», Gauguin non riusciva a spiegarsi né i principi critici né quelle che considerava contraddizioni fra i principi e la pittura realizzata, trovando anche in queste divergenze la radice del prossimo, drammatico conflitto.

Autoritratto con orecchio bendato, 60x49 cm, 1889, Courtauld Institute Galleries, Londra

Nei primi giorni del dicembre 1888 Gauguin fece il ritratto di van Gogh, rappresentandolo nell'atto di dipingere girasoli. Vincent commentò: «Sono certamente io, ma io divenuto pazzo». Nelle sue memorie Gauguin scrive che quella sera stessa, al caffè, i due pittori bevvero molto e improvvisamente Vincent scagliò il suo bicchiere contro la testa dell'altro, che Gauguin riuscì appena a evitare; da quel momento Gauguin prese la decisione di partire da Arles. Seguirono giorni di tensione e anche una visita al museo di Montpellier per osservare le opere di Delacroix e di Courbet degenerò in litigio[53][54].

L'episodio più grave accadde il pomeriggio del 23 dicembre: van Gogh - la ricostruzione del fatto è tuttavia controversa - avrebbe rincorso per strada Gauguin con un rasoio, rinunciando ad aggredirlo quando Gauguin si voltò, affrontandolo. Tornato a casa, mentre Gauguin andò in albergo preparandosi a lasciare Arles, van Gogh, in preda ad allucinazioni, si tagliò metà dell'orecchio sinistro, lo incartò, lo consegnò a Rachele, una prostituta del bordello che i due pittori erano soliti frequentare, tornando poi a dormire a casa sua. La mattina seguente venne fatto ricoverare dalla polizia in ospedale, da cui uscì il 7 gennaio 1889[55]. Tuttavia due storici di Amburgo, Hans Kaufmann e Rita Wildegans, sostengono nel libro L'orecchio di van Gogh, Paul Gauguin e il patto del silenzio che fu Gauguin a mutilare l'amico dopo la lite, mentre l'esperto francese Pascal Bonafoux sostiene che questa teoria è clamorosamente errata[56].

Suoi buoni amici, in questi frangenti, furono il dottor Rey, il pastore Salles e il postino Joseph Roulin, che aveva ritratto qualche mese prima: in questa occasione ne dipinse cinque versioni, spedendone una a Gauguin, e dipinse anche sé stesso con l'orecchio bendato. Alternava periodi di serenità, nei quali era in grado di valutare lucidamente e ironicamente tutto quello che gli era successo, a momenti di ricadute nella malattia: il 9 febbraio, dopo una crisi nella quale credette che qualcuno volesse avvelenarlo, fu nuovamente ricoverato in ospedale. Uscito, vi fu ricondotto in marzo dalla polizia a seguito di una petizione firmata il 26 febbraio da ottanta cittadini di Arles.

Augustine Roulin, olio su tela, 92x73 cm, 1889, Kröller-Müller M., Otterlo

In ospedale ricevette la visita di Paul Signac, che ottenne il permesso di accompagnarlo nella sua casa gialla: «Per tutto il giorno mi parlò di pittura, di letteratura, di socialismo. La sera era un po' stanco. Tirava un maestrale spaventoso che forse lo aveva innervosito. Volle bere un litro di essenza di trementina che si trovava sul tavolo in camera. Era ora di rientrare all'ospedale.»[57]

Il 17 aprile il fratello Théo si sposò. Vincent scrisse alla sorella, rassegnato di dover ormai convivere per sempre con la sua malattia[58]:

« Leggo poco per aver tempo di riflettere. È molto probabile che abbia ancora tanto da soffrire. E questo non mi va affatto, a dire il vero, perché in nessun modo desidero il ruolo di martire [...] Prendo tutti i giorni il rimedio che l'incomparabile Dickens prescriveva contro il suicidio. Consiste in un bicchiere di vino, un boccone di pane e di formaggio e una pipa di tabacco. »

Al fratello espresse la volontà di essere internato in una casa di cura[59]:

« Mi sento decisamente incapace di ricominciare a riprendere un nuovo studio e di restarci solo, qui ad Arles [...] a te, a Salles, a Rey io chiedo di fare in modo che alla fine del mese o all'inizio di maggio io possa andare come pensionato internato [...] se l'alcool è stato certamente una delle più grandi cause della mia follia, allora è venuta molto lentamente e se ne andrà molto lentamente, se se ne andrà [...] Infine, bisogna prendere una posizione di fronte alle malattie del nostro tempo [...] io non avrei precisamente scelto la follia, se c'era da scegliere, ma una volta che le cose stanno così, non vi si può sfuggire. Tuttavia esisterà forse ancora la possibilità di lavorare con la pittura. »

L'8 maggio 1889 van Gogh, accompagnato dal pastore Salles, entrò volontariamente nella Maison de Santé di Saint-Paul-de-Mausole, un vecchio convento adibito a ospedale psichiatrico a Saint-Rémy-de-Provence, a venti chilometri da Arles[60][61].

A Saint-Rémy-de-Provence (1889)[modifica | modifica wikitesto]

La diagnosi del direttore della clinica, il dottor Peyron, fu di epilessia. Oggi si ritiene che van Gogh soffrisse di psicosi epilettica o "latente epilessia mentale": preceduti dallo "stadio crepuscolare", egli subiva attacchi di panico e allucinazioni ai quali reagiva con atti di violenza e tentativi di suicidio, seguiti da uno stato di torpore. Nei lunghi intervalli della malattia era in grado di comportarsi in modo del tutto normale[62].

Cipressi, olio su tela, 92x73 cm, 1889, Kröller-Müller M. Otterlo

Nella clinica di Saint-Rémy non veniva praticata alcuna cura, a meno di definire cura i due bagni settimanali cui i pazienti erano sottoposti. Non se ne lamentava il pittore quando scrisse che «osservando la realtà della vita dei pazzi in questo serraglio, perdo il vago terrore, la paura della cosa e a poco a poco posso arrivare a considerare la pazzia una malattia come un'altra»[63].

La finestra munita di sbarre guardava un giardino della clinica e, al di là di quello, i campi e, più lontano, le montagne delle Alpilles, l'ultima catena delle Alpi francesi. Aveva a disposizione per lavorare un'altra camera vuota, poteva anche andare a dipingere fuori dal manicomio, accompagnato da un sorvegliante, e si manteneva in contatto epistolare con il fratello che gli spediva libri e giornali[61].

« Osservo negli altri che anch'essi durante le crisi percepiscono suoni e voci strane come me e vedono le cose trasformate. E questo mitiga l'orrore che conservavo delle crisi che ho avuto [...] oso credere che una volta che si sa quello che si è, una volta che si ha coscienza del proprio stato e di poter essere soggetti a delle crisi, allora si può fare qualcosa per non essere sorpresi dall'angoscia e dal terrore [...] Quelli che sono in questo luogo da molti anni, a mio parere soffrono di un completo afflosciamento. Il mio lavoro mi preserverà in qualche misura da un tale pericolo. »
(Lettera a Théo van Gogh, 25 maggio 1889)

A giugno cominciò a dipingere cipressi: «il cipresso è bello come legno e come proporzioni, è come un obelisco egiziano. E il verde è di una qualità così particolare. È una macchia nera in un paesaggio assolato, ma è una delle note più interessanti, la più difficile a essere dipinta che io conosca»[64] e spedì al fratello un gruppo di tele, che gli vennero lodate.

Ad agosto subì un grave attacco, con allucinazioni e un tentativo di suicidio, dal quale si rimise a fatica a settembre, quando ricevette la notizia che due suoi dipinti, la Notte stellata e le Piante di iris, erano state esposte al Salon des Artistes Indépendants di Parigi[65].

Nella Notte stellata Van Gogh sembra allontanarsi decisamente dalla diretta osservazione della natura per esprimere uno stato d'animo attraverso la libera fantasia, per liberare le proprie emozioni piuttosto che ricercare un aspetto nascosto del paesaggio. Ma in quella visione della Luna, delle stelle e di fantasiose comete è «come se il cielo, passando attraverso i suoi gialli e i suoi azzurri, diventasse un irradiarsi di luci in moto per incutere un timor panico agli umani che sentono il mistero della natura»[66]. E l'intento perseguito nel Oliveto con nuvola bianca viene spiegato da Vincent al fratello come risultato di ricerca stilistica[67]:

Oliveto con nuvola bianca, olio su tela, 73x92 cm, 1889, Museum of Modern Art, New York
« Gli ulivi con la nuvola bianca e lo sfondo di montagne, così come il sorgere della luna e l'effetto notturno, costituiscono un'esagerazione dal punto di vista dell'esecuzione; le linee sono incisive come quelle degli antichi legni. Là dove queste linee sono serrate e volute comincia il quadro, anche se può sembrare esagerato. È un po' quello che sentono Bernard e Gauguin. Non ricercano la forma esatta di un albero, ma vogliono assolutamente che sia definito se essa è tonda o quadrata, e io do loro ragione, perché sono esasperato dalla perfezione fotografica e banale di certuni [...] io mi sento spinto a ricercare, se vuoi, uno stile, ma intendendo con questo un disegno più maturo e più intenzionale [...] gli studi disegnati con grandi linee nodose come nell'ultimo invio non erano quello che dovevano essere, ma voglio convincerti che nei paesaggi si continuerà ad ammassare le cose mediante un disegno che cerca di esprimere il groviglio delle masse. »

A novembre ricevette l'invito a esporre sue tele all'associazione «Les XX» a Bruxelles: accettò inviando sei quadri, due Girasoli, L'edera, Frutteto in fiore, Campo di grano all'alba e La vigna rossa.

Davanti al manicomio di Saint-Rémy, olio su tela, 58x45 cm, 1888, Musée d'Orsay, Parigi

Fu il pittore Bernard a invitare il critico d'arte Albert Aurier, redattore de «Le Moderniste» e ammiratore della letteratura simbolista, a interessarsi di van Gogh: questi pubblicò allora sul «Mercure de France» del gennaio 1890 l'articolo Les Isolés: Vincent van Gogh in cui analizzò, esaltandola, la sua pittura. Definì inizialmente la sua personalità:

« La scelta dei soggetti, il rapporto costante delle annotazioni più ardite, lo studio coscienzioso dei caratteri, la continua ricerca del segno essenziale per ogni cosa, mille significativi particolari testimoniano irrefutabilmente la sua profonda e quasi infantile sincerità, il suo grande amore per la natura e per la verità, per la sua verità. Ciò che caratterizza tutta la sua opera è l'eccesso, l'eccesso della forza, l'eccesso della nervosità, la violenza dell'espressione. Nella sua categorica affermazione della caratteristica delle cose, nella sua sovente temeraria semplificazione delle forme, nella sua insolenza nel guardare il sole in faccia, nella foga del suo disegno e del suo colore, fino ai più piccoli particolari della sua tecnica, si rivela una personalità potente, maschia, audace, molto brutale ma a volte ingenuamente delicata. Questo, inoltre, si intuisce anche dalle esagerazioni quasi orgiastiche presenti in tutta la sua pittura: è un esaltato, nemico della sobrietà borghese e delle minuzie, una specie di gigante ebbro [...] un genio folle e terribile, spesso sublime, qualche volta grottesco, quasi sempre svelante qualcosa di patologico.[68] »

In seguito Aurier rintracciò la sostanza della sua pittura nella poetica del simbolismo: van Gogh percepirebbe

« le segrete caratteristiche delle linee e delle forme, ma più ancora dei colori, le sfumature invisibili alle menti sane, le magiche irradiazioni delle ombre [...] egli è quasi sempre un simbolista [...] perché sente la continua necessità di rivestire le sue idee di forme precise, consistenti, tangibili, di involucri materiali e carnali. In tutti i suoi quadri, sotto questo involucro fisico, sotto questa carne trasparente, sotto questa materia così materia, è nascosta, per gli spiriti che la sanno cogliere, un'Idea [...][68] »
Notte stellata, olio su tela, 73x92 cm, 1889, Museum of Modern Art, New York

Per quanto riguarda la sua tecnica,

« l'esecuzione è vigorosa, esaltata, brutale, intensa. Il suo disegno rabbioso, potente, spesso maldestro e un po' grossolano, esagera il carattere, lo semplifica, elimina abilmente i dettagli, attinge una sintesi magistrale, qualche volta il grande stile [...] è il solo pittore che concepisca il cromatismo degli oggetti con questa intensità, con questa qualità da metallo prezioso[68]. »

Non credeva che Van Gogh potesse mai godere del successo che pure avrebbe meritato:

« quando anche la moda farà sì che i suoi quadri vengano comprati - cosa poco probabile - ai prezzi delle infamie di Meissonier, non penso che tanta sincerità possa suscitare la tardiva ammirazione del grosso pubblico. Vincent van Gogh è al contempo troppo semplice e troppo raffinato per lo spirito borghese contemporaneo. Sarà completamente compreso soltanto dai suoi fratelli, gli artisti.[68] »

Per quanto van Gogh potesse essere lusingato dalle lodi, giudicò l'articolo più un interessante pezzo di letteratura che un'analisi corretta della sua pittura. Al critico rispose direttamente[69] che le valutazioni sul suo cromatismo gli sembravano più pertinenti se riferite a un pittore come Adolphe Monticelli e difese anche la pittura di Meissonier, per il quale espresse «un'ammirazione senza limiti».

La vigna rossa, olio su tela, 73x92 cm, 1888, Museo Puškin, Mosca

Riguardo al suo presunto simbolismo, si espresse con il fratello[70] respingendo ogni sua adesione a quella corrente: «mi è così cara la verità, mi è così caro cercare di fare il vero che credo di preferire rimanere un calzolaio piuttosto che un musicista con i colori.»

In ogni caso, l'articolo suscitò interesse nell'ambiente artistico e, durante la mostra dei XX a Bruxelles, uno dei quadri inviati da van Gogh, La vigne rouge, dipinto l'anno prima ad Arles, fu acquistato il 14 febbraio per 400 franchi dalla pittrice belga Anna Boch[71], sorella del pittore Eugène, conosciuto da Vincent e fondatore del gruppo dei XX: il primo e unico dipinto venduto in vita da van Gogh.

Qualche giorno dopo si recò da solo ad Arles: al ritorno in clinica ebbe una grave e lunghissima crisi, dalla quale sembrò non riuscire a riprendersi, tanto che fu lasciato a sé stesso, libero di fare quel che voleva finché, ingeriti i colori, gli fu impedito di dipingere. Solo alla fine di aprile riuscì a migliorare e manifestò allora[72] il suo desiderio di lasciare la clinica, vista la mancanza di benefici per la sua salute.

Vaso con iris, olio su tela, 73x92 cm, 1889, Metropolitan, N. Y.

Si era intanto aperta a Parigi, il 19 marzo, una mostra dei pittori indipendenti inaugurata dal Presidente della Repubblica - dimostrazione di quanto la moderna pittura impressionista, neo-impressionista e post-impressionista fosse ormai divenuta «rispettabile» - e van Gogh vi partecipava con dieci tele. Erano esposti dipinti di Seurat, Signac, Toulouse-Lautrec, il doganiere Rousseau, Guillaumin, Dubois-Pillet, Théo van Rysselberghe, Anquetin, Lucien Pissarro, Henry van de Velde. Monet sostenne che le opere di van Gogh erano le cose migliori della mostra e anche Gauguin gli scrisse, congratulandosi: «con soggetti ispirati alla natura, là siete il solo che pensa».

Una volta decisa la partenza - «qui l'ambiente comincia a pesarmi più di quanto possa esprimere: ho pazientato più di un anno, ho bisogno d'aria, mi sento oppresso dalla noia e dal dolore»[73] - i soggetti degli ultimi dipinti di Vincent a Saint-Rémy si alleggeriscono: sono rose e iris su un fondo uniforme, ora con un «effetto dolce e armonioso per la combinazione dei verdi, rosa, violetti», ora con «un effetto di complementari terribilmente disparati che si esaltano per la loro opposizione»[74].

Il 16 maggio 1890 Vincent lasciò definitivamente Saint-Rémy per raggiungere il fratello a Parigi[61]. Il direttore della clinica aveva rilasciato regolare autorizzazione e stilato l'ultima scheda. Rilevate le molte crisi avute nella struttura della durata di alcune settimane - ma l'ultima di quasi due mesi - e i suoi tentativi di avvelenarsi con i colori e il petrolio, il dottor Peyron concluse scrivendo: «Guarito»[75].

Ad Auvers-sur-Oise (1890)[modifica | modifica wikitesto]

Vincent arrivò a Parigi il 17 maggio e conobbe per la prima volta il nipotino e la signora van Gogh, che definì il cognato un uomo «forte, largo di spalle, con un colorito sano, un'espressione allegra e un'aria decisa». Passò tre giorni in casa del fratello, riesaminando i tanti suoi quadri che nel tempo gli aveva mandato, visitò il Salon, dove rimase colpito da un Puvis de Chavannes, e una mostra d'arte giapponese. Poi, come convenuto, il 21 maggio partì per stabilirsi a Auvers-sur-Oise, un villaggio a 30 chilometri da Parigi dove risiedeva un medico amico di Théo, il dottor Paul-Ferdinand Gachet (1828-1909), che si sarebbe preso cura di lui.

Ritratto del dottor Gachet, olio su tela, 68×57 cm, 1890, Collezione privata

Van Gogh prese alloggio nel caffè-locanda gestito dai coniugi Ravoux, nella piazza del Municipio. Sembrò soddisfatto della nuova sistemazione: «Auvers è di una bellezza severa, e la campagna è caratteristica e pittoresca.»[76]

Il sessantaduenne dottor Gachet, omeopata, darwinista, favorevole alla cremazione dei defunti - un'opinione scandalosa a quei tempi - repubblicano, socialista e libero pensatore, era un personaggio molto noto ad Auvers, dove abitava in un villino che dominava il paese. Laureatosi a Montpellier in medicina generale e con un particolare interesse per la psichiatria, esercitò lungo a Parigi, dove conobbe molti artisti, da Victor Hugo a Gustave Courbet, da Manet a Renoir e a Cézanne, e la sua casa conservava parecchie tele di impressionisti, oltre a una notevole quantità di soprammobili e oggetti vari che van Gogh chiamava «nere anticaglie».

Fu anche disegnatore, pittore - partecipò a esposizioni firmandosi con lo pseudonimo di van Ryssel - e incisore dilettante: nella macchina presente in casa Cézanne, Pissarro e Guillaumin eseguirono alcune incisioni e fu su suo consiglio che van Gogh eseguì la sua unica acquaforte che ritrae lo stesso dottor Gachet. La sua competenza nelle cose artistiche, certe comuni preferenze e anche il suo garbo e la sua natura fondamentalmente malinconica fecero presa sul pittore, che frequentò spesso la sua casa, ritraendo due volte la figlia Marguerite e non mancando di fargli il ritratto, che replicò in una seconda versione[77]:

« lavoro al suo ritratto; la testa, con un berretto bianco, molto bionda, molto chiara; anche la carnagione delle mani molto bianca, un frac blu e uno sfondo blu cobalto; appoggiato a una tavola rossa, sopra la quale c'è un libro giallo e una pianta di digitale dai fiori purpurei [...] Gachet è assolutamente fanatico di questo ritratto »

In quegli stessi giorni Van Gogh confidò[78] che il suo maggior interesse, nella pittura, era il ritratto, «il ritratto moderno»:

« Vorrei fare dei ritratti che tra un secolo, alla gente di quel tempo, sembrassero delle apparizioni. Non cerco di raggiungere questo risultato attraverso la somiglianza fotografica, ma attraverso un'espressione appassionata, impiegando come mezzo di espressione e di esaltazione del carattere la nostra conoscenza e il nostro gusto moderno del colore »

In giugno Théo e la famiglia gli fecero visita e progettarono la possibilità di affittare ad Auvers una casa dove Vincent avrebbe potuto vivere insieme a qualche altro artista. La visita fu ricambiata da Vincent il 6 luglio a Parigi, dove incontrò Toulouse-Lautrec e, per la prima volta, il critico d'arte Albert Aurier. In quei giorni Théo, oltre ad avere il figlio seriamente malato, era afflitto da problemi di lavoro: così, Vincent preferì ritornare presto ad Auvers, non sopportando il clima di tensione che percepiva nella famiglia del fratello.

Campo di grano con volo di corvi, olio su tela, 50,3x103 cm, 1890, van Gogh Museum, Amsterdam

Van Gogh cominciò a temere una nuova crisi, e questa eventualità lo rese particolarmente nervoso: ebbe una violenta lite con Gachet per motivi banali - gli rimproverò di non aver fatto incorniciare una tela di Guillaumin che il dottore aveva in casa - e scrisse al fratello[79]:

« Credo che non bisogna contare in alcun modo sul dottor Gachet. Mi sembra che sia più malato di me, o almeno quanto me. Ora, quando un cieco guida un altro cieco, non andranno a finire tutti e due nel fosso? Non so che dire. Certamente la mia ultima crisi, che fu terribile, fu in gran parte dovuta all'influenza di altri malati; e poi la prigione mi opprimeva e il dottor Peyron non ci faceva caso, lasciandomi vegetare in quell'ambiente profondamente corrotto. »

Dipinse il Paesaggio con cielo tempestoso, il Campo di grano con volo di corvi e Il giardino di Daubigny e scrisse[80]:

« Mi sono rimesso al lavoro, anche se il pennello mi casca quasi di mano e, sapendo perfettamente ciò che volevo, ho ancora dipinto tre grandi tele. Sono immense distese di grano sotto cieli tormentati, e non ho avuto difficoltà per cercare di esprimere la mia tristezza, l'estrema solitudine. »

È certo che egli non faceva nulla per alleviare la sua solitudine nonostante ne fosse oppresso: non frequentò mai i non pochi pittori che soggiornavano ad Auvers - uno di essi, l'olandese Anton Hirschig, alloggiava nel suo stesso albergo - anche se forse loro stessi, spaventati, lo evitavano, a causa della sua malattia. Per lo stesso Hirschig egli «aveva un'espressione assolutamente folle, con gli occhi infuocati, che non osavo guardare».

La morte[modifica | modifica wikitesto]

La sera del 27 luglio 1890, una domenica, dopo essere uscito per dipingere i suoi quadri come al solito nelle campagne che circondavano il paese, rientrò sofferente nella locanda e si rifugiò subito nella sua camera: Ravoux, non vedendolo a pranzo, salì in camera sua, trovandolo disteso e sanguinante sul letto: a lui van Gogh confessò di essersi sparato un colpo di rivoltella al petto in un campo vicino[81][82].

Al dottor Gachet - che, non potendo estrarre il proiettile, si limitò ad applicare una fasciatura mentre gli esprimeva, comunque, la speranza di salvarlo - rispose che aveva tentato con coscienza il suicidio e che, se fosse sopravvissuto, avrebbe dovuto «riprovarci»: «volevo uccidermi, ma ho fatto cilecca». Rifiutò di dare spiegazioni del suo gesto ai gendarmi e, con il fratello Théo che, avvertito, era accorso la mattina dopo, trascorse tutto il 28 luglio, fumando la pipa e chiacchierando seduto sul letto: gli confidò ancora che la sua «tristezza non avrà mai fine».

Sembra che le sue ultime parole siano state «ora vorrei ritornare»[83]

Poco dopo ebbe un accesso di soffocamento, poi perse conoscenza e morì quella notte stessa, verso l'1:30 del 29 luglio[82].

Le tombe di Vincent e Théo van Gogh ad Auvers-sur-Oise

In tasca gli trovarono una lettera non spedita a Théo, dove aveva scritto, tra l'altro: «Vorrei scriverti molte cose ma ne sento l'inutilità [...] per il mio lavoro io rischio la vita e ho compromesso a metà la mia ragione»[82].

Essendo il pittore morto suicida, il parroco di Auvers si rifiutò di benedirne la salma, e il carro funebre fu fornito da un municipio vicino. La vicina cittadina di Méry, comunque, acconsentì alla sepoltura e il funerale si tenne il 30 luglio. Van Gogh venne sepolto adagiato in una bara, rivestita da un drappo bianco e ricoperta da mazzi di fiori, dai girasoli che amava tanto, dalle dalie e da altri fiori gialli: oltre a Théo e al dottor Gachet furono presenti pochi amici giunti da Parigi: Lucien Pissarro, figlio di Camille, Émile Bernard, Père Tanguy[84][85][86].

Pochi mesi dopo anche Théo van Gogh venne ricoverato in una clinica parigina per malattie mentali. Dopo un apparente miglioramento si trasferì a Utrecht, dove morì il 25 gennaio 1891 a sei mesi di distanza dal fratello. Nel 1914 le sue spoglie, per volontà della vedova Johanna van Gogh-Bonger, furono trasferite ad Auvers e tumulate accanto a quelle di Vincent[87]. Johanna chiese che un ramoscello di edera del giardino del Dottor Gachet venisse piantato tra le due pietre tombali e ancora oggi le lapidi sono immerse in un groviglio di edera.

Nel 2011 gli storici dell'arte Steven Naifeh e Gregory White Smith nella biografia Van Gogh: The Life[88] hanno avanzato l'ipotesi che van Gogh non sarebbe morto suicida. Ipotizzano che l'artista, mentre stava dipingendo in un campo, sarebbe stato colpito da un colpo di rivoltella sparato accidentalmente da due ragazzi che si divertivano a tormentarlo giocando con una pistola. Secondo gli autori l'artista - profondamente depresso e desideroso di morte, oltre che consapevole dei guai in cui sarebbero incorsi i ragazzi - non avrebbe rivelato a nessuno la circostanza, lasciando credere di essersi sparato da solo[89]. Alla base di queste interpretazioni ci sono alcune dicerie raccolte nel 1930 delle quali, nel libro, non si cita la fonte, e una intervista del 1956, ugualmente mancante di indicazione di fonte, a Renè Secretan indicato, assieme al fratello Gaston, come il responsabile.

La comunità accademica non ha accolto queste ipotesi e Leo Jansen, curatore del Van Gogh Museum di Amsterdam ha definito queste conclusioni "non sufficientemente provate" affermando, peraltro, che "i due autori non hanno trovato fatti nuovi, ma li hanno interpretati in maniera diversa"[90].

Tra arte e follia[modifica | modifica wikitesto]

C'è stato molto dibattito nel corso degli anni per quanto riguarda l'eziologia della malattia di van Gogh e quanto abbia inciso sulla sua produzione artistica. Oltre 150 psichiatri hanno tentato di classificare i suoi disturbi, con il risultato di circa 30 diagnosi diverse.[91] Esse includono la schizofrenia, il disturbo bipolare, la sifilide, l'avvelenamento da ingestione di vernici, l'epilessia del lobo temporale e la porfiria acuta intermittente, con l'aggravante della malnutrizione, del lavoro eccessivo, dell'insonnia e del consumo di alcol, in particolare di assenzio.

L'arte e le opere di Van Gogh[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Opere di Vincent van Gogh.
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La ronda dei carcerati, 1890, Museo Puškin, Mosca Uomo anziano nel dispiacere, Museo Kröller-Müller, Otterlo

Non si può sostenere che la pittura sia stata una vocazione per Van Gogh, che infatti cominciò a dipingere dopo aver compiuto ventotto anni. A giudicare dagli anni della sua piena giovinezza, se egli ebbe una vocazione, fu quella di essere vicino ai miseri della terra, i braccianti, i contadini poveri e gli operai per i quali il lavoro rappresentava la maggiore sofferenza, quelli delle miniere.

Un'altra contingenza familiare - l'attività del fratello Théo nell'ambito del commercio d'arte - lo indirizzò alla pittura, dove raccolse e fece proprio il messaggio, che non era soltanto artistico, ma ancora sociale ed etico, di Daumier, Courbet e Millet. La maggiore realizzazione di questo periodo fu I mangiatori di patate, nei quali, oltre a voler esprimere la propria simpatia verso gli umili, immedesimando in loro sé stesso, volle soprattutto rappresentare - come scrisse - coloro che esprimono la dignità della propria umanità, vivendo pur miseramente ma del prodotto del proprio lavoro, seppure, come è stato detto,[92] egli nell'opera non fu «ben servito né dal suo disegno pesante e materiale, né dal suo colore assai scuro e sporco, senza energia né vitalità». E tuttavia, ancora alla fine del 1887, da Parigi confidava che «le scene di contadini che mangiano patate»[93] erano ancora le cose migliori che avesse mai fatto.

Fu in seguito ad una visita al Rijksmuseum che ebbe modo di riconoscere che molti dei suoi difetti nella pittura erano dovuti alla mancanza di esperienza tecnica.[94] Così, nel novembre 1885, si recò ad Anversa e poi a Parigi per apprendere e sviluppare le sue abilità.[95]

A Parigi, Van Gogh comprese la necessità di concentrarsi non tanto su un soggetto determinato, ma su come dipingere: assimilò il modo impressionista ma senza accettarlo, perché egli aveva necessità di porsi direttamente di fronte alle cose, eliminando la mediazione degli effetti atmosferici e delle vibrazioni di luce. Il paesaggio meridionale della Provenza, con la certezza della sua visione immobile e assolata, serviva al meglio al suo scopo.

La pianura della Crau, olio su tela, 73 x 92 cm, 1888, Van Gogh Museum, Amsterdam

Così, nella Pianura della Crau, dipinta nel giugno del 1888 ad Arles, i colori si distendono in zone compatte, susseguendosi in profondità,[96] e

« risultano a un tempo più intensi e preziosi e più calmi, di quella calma che è propria della certezza alfine raggiunta. Se in primo piano vi sono ancora i tocchi impressionistici, più lontano le zone danno al motivo una consistenza e una chiarezza assoluta. I toni di giallo, dal limone all'arancio, appaiono interrotti da una zona di verde, si spingono all'orizzonte che è alto ma lontano, così da apparire infinito, contro il cielo di un verde azzurro tendente al grigio. L'arte di Van Gogh, che era estremamente soggettiva, si è fatta oggettiva, l'anima dell'artista si è distaccata dal suo prodotto, si è annullata nell'oggetto, l'ha reso stupendo per sé, un'immagine da adorare »

Da Arles, nell'agosto del 1888, scriveva[97] di essere tornato alle idee sostenute prima di trasferirsi a Parigi, ossia alla necessità di rendere con maggior forza la realtà attraverso un uso «arbitrario» del colore: così, il ritratto di un artista dovrà essere sì il più fedele possibile quanto ai lineamenti, ma per esprimere che quell'artista «sogna sogni grandiosi» e «lavora come l'usignolo canta, perché così è la sua natura», dovrà esagerare il biondo dei capelli, arrivando fino «al limone pallido», e come sfondo, anziché la banale parete di un appartamento, dipingere «l'infinito», il «turchino più intenso e più violento», in modo che «la testa bionda illuminata sullo sfondo turchino cupo» ottenga un effetto misterioso, «come una stella nel profondo azzurro».

Ritratto del postino Joseph Roulin, 1888, Museum of Fine Arts, Boston

Secondo il critico d'arte Giulio Carlo Argan, si potrebbe sostenere che van Gogh,[98]

« ha capito che l'arte non deve essere uno strumento, ma un agente della trasformazione della società e, più a monte, dell'esperienza che l'uomo fa del mondo. Nel generale attivismo, l'arte deve inserirsi come una forza attiva, ma di segno contrario: lampante scoperta della verità contro la crescente tendenza all'alienazione e alla mistificazione. Anche la tecnica della pittura deve mutare, opporsi alla tecnica meccanica dell'industria come un fare suscitato dalle forze profonde dell'essere: il fare etico dell'uomo contro il fare razionale della macchina. Non si tratta più di rappresentare il mondo in modo superficiale o profondo: ogni segno di Van Gogh è un gesto con cui affronta la realtà per cogliere e far proprio il suo contenuto essenziale, la vita »

La vita che esprime nel modo più immediato è certamente quella data da un modello "vivente", quale che sia, come il signor Joseph Roulin, il postino di Arles. La realtà del suo modello è indubitabile: è un uomo biondo, dagli occhi azzurri e veste una divisa blu. Ma è nella possibilità del pittore costruire mediante il colore quell'esistenza che, da oggetto indipendente, viene "rifatto", "rivivendo" così un'esistenza che è propria solo in quanto è stata "ricreata" dall'artista. Poiché i colori dominanti del dipinto sono il blu e il giallo, il tavolo diviene verde in quanto è la fusione dei due colori fondamentali, e il fondo bianco della parete, nel riflesso del blu della divisa, diviene celeste: «la materia pittorica acquista un'esistenza autonoma, esasperata, quasi insopportabile: il quadro non rappresenta, è».

Sempre secondo Argan, il ritratto di Joseph Roulin non ha nulla di «tragico» in sé: la tragedia sta nel vedere e vedersi[99]

Il vecchio mulino, 1888, Albright-Knox Art Gallery, Buffalo
Casa bianca di notte, 1890, Museo dell'Ermitage, San Pietroburgo

Van Gogh spesso realizzava i suoi lavori in serie. Nel 1884, a Nuenen, aveva lavorato a una serie che doveva decorare la sala da pranzo di un amico di Eindhoven. Allo stesso modo, ad Arles, nella primavera del 1888, organizzò i suoi dipinti di frutteti in fiore in trittici, iniziò una serie di figure che trovarono conclusione nella serie della famiglia Roulin, e infine, quando Gauguin acconsentì di lavorare e vivere ad Arles con lui, iniziò a lavorare sulle decorazioni per la Casa Gialla, lo sforzo artistico più ambizioso che abbia mai intrapreso.[94]

La maggior parte del suo lavoro successivo è una rielaborazione o una rivisitazione di queste sue impostazioni basilari. Nella primavera del 1889, dipinse un altro piccolo gruppo di frutteti. In una lettera di aprile a Theo, scrisse: «ho 6 studi di primavera, due delle quali frutteti di grandi dimensioni. C'è poco tempo, perché questi effetti sono così di breve durata».[100]

Lo storico dell'arte Albert Boime ritiene che van Gogh, anche nelle composizioni apparentemente fantasiose come Notte stellata, basasse il suo lavoro sulla visione della realtà.[101] La Casa bianca di notte, mostra una casa al crepuscolo con una stella in primo piano circondata da un alone giallo nel cielo. Gli astronomi della Texas State University–San Marcos hanno determinato che la stella rappresenterebbe Venere come appariva nel cielo serale del giugno del 1890, quando si ritiene che Van Gogh abbia dipinto il quadro.[102]

Autoritratti[modifica | modifica wikitesto]

Autoritratto, 1889, Musée d'Orsay, Parigi
Autoritratto senza barba, 1889, Collezione privata
Autoritratto, 1889, National Gallery of Art

Van Gogh, durante la sua vita, dipinse molti autoritratti: tra il 1886 e il 1889 rappresentò se stesso ben 37 volte.[103] In tutte queste opere, lo sguardo del pittore è raramente diretto verso l'osservatore. Anche quando lo sguardo è fisso, sembra guardare altrove. I dipinti variano in intensità e colore e alcuni ritraggono l'artista con la barba e altri senza. Particolari sono gli autoritratti che lo rappresentano bendato, dipinti dopo l'episodio in cui lo ha visto recidersi un orecchio. L'Autoritratto senza barba, realizzato alla fine di settembre 1889, è uno dei dipinti più costosi di tutti i tempi essendo stato venduto per 71,5 milioni di dollari nel 1998 a New York.[104] A quel tempo, era il terzo (o quarto per l'aggiustamento dovuto all'inflazione) dipinto più pagato di sempre. Questo quadro fu anche l'ultimo autoritratto di van Gogh e fu realizzato come regalo di compleanno per sua madre.[105]

Tutti gli autoritratti dipinti a Saint-Rémy, mostrano la testa dell'artista da destra, dal lato opposto all'orecchio mutilato.[106][107][108] Durante le ultime settimane della sua vita, a Auvers-sur-Oise, produsse numerosi dipinti, ma nessun autoritratto; un periodo in cui tornò a dipingere la natura.[109]

Ritratti[modifica | modifica wikitesto]

Van Gogh, noto per i suoi paesaggi, sembrava però avere la sua più grande ambizione nei ritratto.[110] A proposito di essi, ebbe a dire: «L'unica cosa in pittura che mi emoziona nel profondo della mia anima, e che mi fa sentire più infinito di ogni altra cosa».[111]

Zouave, 1888, Van Gogh Museum, Amsterdam
Patience Escalier, 1888, Collezione privata

A sua sorella scrisse:[110]

« Vorrei dipingere ritratti che appaiano dopo un secolo alle persone come apparizioni. E con questo intendo, che non debbano sforzarsi di raggiungere questo obiettivo attraverso la rassomiglianza fotografica, ma grazie ai mezzi delle nostre appassionate emozioni, che vale a dire utilizzando le nostre conoscenze e il nostro gusto moderno per il colore come mezzo per arrivare alla espressione e l'intensificazione del personaggio »

In generale, nei ritratti, egli si pone il problema di:[112]

« dipingere degli uomini e delle donne con un non so che di eterno [...] mediante la vibrazione dei nostri colori [...] il ritratto con dentro il pensiero, l'anima del modello [...] esprimere l'amore di due innamorati con il matrimonio di due colori complementari, la loro mescolanza e i loro contrasti, le vibrazioni misteriose dei loro contrasti [...] esprimere la speranza con qualche stella. L'ardore di un essere con un'irradiazione di sole calante [...] non è forse una cosa che esiste realmente? »

Cipressi[modifica | modifica wikitesto]

Una delle serie più popolari e note dei dipinti di Van Gogh sono i suoi cipressi. Durante l'estate del 1889, su richiesta della sorella Wil, realizzò diverse versioni più piccole di Campo di grano con cipressi.[113] Queste opere sono caratterizzate da volute pennellate molto dense, la stessa tecnica che utilizzò per uno dei suoi più noti dipinti: la Notte stellata. Le altre opere della serie sono simili negli elementi stilistici tra cui Cipressi con le Alpilles sullo sfondo (1889), Cipressi (1889), Cipressi con due figure (1889-1890), Strada con cipressi e stella (1890) e la Notte stellata sul Rodano (1888). Questi capolavori sono diventati sinonimo dell'arte di van Gogh attraverso la loro unicità stilistica.

Strada con cipresso e stella, 1890, Kröller-Müller Museum
Cipressi, 1889, National Gallery, Londra

Strada con cipresso e stella (1890), è un'opera dal soggetto irreale e artificiale, come in Notte stellata. Lo storico dell'arte Ronald Pickvance sostiene che questo dipinto rappresenti un'esperienza esaltata della realtà, una fusione tra Nord e Sud. Van Gogh e Gauguin indicano questo dipinto come un'«astrazione». Facendo riferimento a Cipressi con le Alpilles sullo sfondo, in una lettera a Theo, van Gogh scrisse: «Finalmente ho un paesaggio con i cipressi e anche un nuovo studio di una notte stellata».[114]

Intorno al 1888 van Gogh, con l'ambizione di poter usufruire di una galleria per poter esporre i suoi lavori, si concentrò su una serie di dipinti tra cui Vaso con dodici girasoli (1888), e la Notte stellata sul Rodano (1888) che saranno destinate a formare le decorazioni per la Casa Gialla, un ritrovo per artisti fondato da lui e Gauguin.[115][116]

Fiori[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Girasoli (Van Gogh).
VanGogh-View of Arles with Irises.jpg VanGoghIrises2.jpg

Veduta di Arles con iris, 1888, Van Gogh Museum, Amsterdam.

Iris, 1889, Getty Center, Los Angeles

Van Gogh dipinse diverse versioni di paesaggi con fiori, come si vede in Paesaggio di Arles con Iris, e dipinti che raffigurano esclusivamente fiori. I principali soggetti rappresentati sono Iris, lillà, rose e i suoi famosi girasoli.[117] Queste opere riflettono i suoi interessi nel linguaggio del colore e della tecnica giapponese Ukiyo-e di cui si era appassionato.[118]

L'artista ha completato due serie di dipinti di girasoli: la prima mentre si trovava a Parigi nel 1887 e la seconda, l'anno successivo, durante il suo soggiorno ad Arles. La prima serie mostra i fiori che vivono nel terreno. Nella seconda gli stessi sono raffigurati morenti nei vasi. I dipinti del 1888 furono creati in un periodo di raro ottimismo per l'artista. Con essi, voleva decorare la camera da letto dove Gauguin avrebbe dovuto soggiornare ad Arles in agosto, quando i due crearono la comunità di artisti che aveva a lungo pianificato. I fiori di van Gogh sono dipinti con pennellate molto spesse e con pesanti strati di vernice.[119]

Campi di grano[modifica | modifica wikitesto]

Campo di grano sotto cielo nuvoloso, 1890, Van Gogh Museum, Amsterdam

I passaggi intorno ad Arles, sono dei soggetti che Van Gogh dipinse in molte occasioni. Egli realizzò, infatti, una serie di dipinti raffiguranti raccolti e campi di grano e altri edifici rurali della zona, tra cui Il vecchio mulino (1888). Un ottimo esempio di questi dipinti ci viene dalla serie dei campi di grano[120] inviati poi a Pont-Aven, il 4 ottobre 1888, come scambio di lavori con Paul Gauguin, Émile Bernard e Charles Laval.[120][121] In vari momenti della sua vita, van Gogh, dipinse ciò che vedeva dalle finestre delle sue abitazioni a L'Aia, Anversa, Parigi e dalla sua cella nel manicomio di Saint-Rémy.[122]

Nel luglio del 1890, van Gogh, scriveva che era assorbito «dalla pianura immensa contro le colline, sconfinata come il mare, gialla delicata».[123] Era affascinato dai campi in maggio, quando il grano era giovane e rigoglioso. Il tempo peggiorò nel mese di luglio e scrisse a Theo di «vasti campi di grano sotto cieli tormentati», aggiungendo che non aveva «bisogno di uscire dal mio modo di provare ed esprimere la tristezza e la solitudine estrema».[124] In particolare, Campo di grano con volo di corvi è una espressione convincente e commovente dello stato d'animo dell'artista nei suoi ultimi giorni.[125]

Nel mese di settembre del 2013 il direttore del Van Gogh Museum, Axel Rüger, ha annunciato la scoperta di un nuovo dipinto di Van Gogh, denominato Tramonto a Montmajour. Il dipinto raffigura la campagna della Provenza al crepuscolo e sullo sfondo è visibile l'abbazia benedettina di Montmajour. Il museo, negli anni novanta, aveva rifiutato di autenticare l'opera e fra i vari motivi aveva addotto la mancanza della firma dell'autore sulla tela. L'autenticazione è stata resa poi possibile grazie alle nuove tecnologie di riconoscimento dei materiali. Il dipinto è 'a grandezza intera' e le dimensioni sono 93,3 x 73,3 centimetri. L'opera fu eseguita nel mese di luglio del 1888, corrispondente al periodo di Arles, e la datazione è stata possibile grazie al fatto che lo stesso Vincent Van Gogh citi l'opera e la relativa data di composizione in una lettera inviata al fratello Theo van Gogh. È stato anche ritrovato il numero con il quale venne catalogato il dipinto, nella collezione Van Gogh, nel 1891 dopo la morte dell'artista, il 180.

Il giapponismo di van Gogh[modifica | modifica wikitesto]

Van Gogh - la courtisane.jpg Van Gogh the blooming plumtree (after Hiroshige), 1887.jpg

La cortigiana, 1887, Van Gogh Museum, Amsterdam

Albero di prugna in fioritura (dopo Hiroshige), 1887, Van Gogh Museum, Amsterdam
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Giapponismo.

Durante il biennio trascorso a Parigi, cresce in van Gogh l'interesse per l'arte giapponese, di cui aveva già mostrato di apprezzare nelle sue lettere scritte ad Anversa.[126] Grazie all'apertura dei porti del Giappone all'occidente, avvenuta verso la fine del XIX secolo, il giapponismo e l'arte asiatica in generale divenne di grande interesse in Francia. Van Gogh acquistò le sue prime stampe ad Anversa e trasmise il suo interesse per quell'arte lontana al fratello Theo. Insieme raccolsero più di 400 opere che ora si trovano al Museo Van Gogh di Amsterdam.[127]

Tra i suoi lavori di chiara ispirazione giapponese, la cortigiana è una riproduzione di un disegno che vide sulla copertina di Paris illustré, a cui aggiunse uno sfondo ispirato da stampe ricche di colori intensi. La fioritura è un altro quadro di questo genere: egli interpreta questa volta un lavoro di Hiroshige.

In una lettera datata 1888 scritta ad Arles, van Gogh dichiara[128]:

« Non si potrebbe studiare l'arte giapponese, mi sembra, senza diventare molto più sereni e più felici: dobbiamo ritornare alla natura, nonostante la nostra educazione e il nostro lavoro in un mondo convenzionale. ... Invidio ai giapponesi l'estrema nitidezza che tutte le cose hanno presso di loro. Nulla vi è mai noioso, ne mi sembra mai fatto troppo in fretta. Il loro lavoro è semplice come respirare: essi fanno una figura mediante pochi tratti sicuri, con la stessa disinvoltura come se si trattasse di una cosa semplice quanto abbottonarsi il panciotto. »

Successo postumo[modifica | modifica wikitesto]

Dopo le sue prime mostre avvenute alla fine del 1880, la fama di van Gogh è cresciuta costantemente tra i pittori, critici d'arte, commercianti e collezionisti.[129] Dopo la sua morte, alcune mostre commemorative sono allestite a Bruxelles, Parigi, L'Aia e Anversa. Nel XX secolo, vi sono state retrospettive a Parigi (1901 e 1905) e ad Amsterdam (1905) e importanti mostre collettive in Colonia (1912), a New York (1913) ed a Berlino (1914).[94] Queste ebbero un notevole impatto sulle generazioni successive di artisti.[130] A partire dalla metà del XX secolo, van Gogh è stato considerato come uno dei pittori più grandi e riconoscibili della storia.[131][132] Nel 2007 un gruppo di storici olandesi hanno compilato il Canone di Storia olandese da insegnare nelle scuole e vi hanno incluso van Gogh come uno dei cinquanta temi del canone, insieme ad altre icone nazionali, quali Rembrandt e De Stijl.[133]

Insieme a quelle di Pablo Picasso, le opere di Van Gogh sono tra dipinti più costosi al mondo, come è stato stimato da case d'aste e vendite private. Quelli venduti per oltre 100 milioni di dollari (equivalente ad oggi) comprendono: Ritratto del dottor Gachet,[134] Ritratto di Joseph Roulin e Iris.[135] Il Campo di grano con cipressi è stato venduta nel 1993 per 57 milioni di dollari, mentre il suo Autoritratto con orecchio bendato è stato ceduto ad un privato, alla fine del 1990, per una cifra stimata di 80-90 milioni di dollari.[136]

Influenze[modifica | modifica wikitesto]

Nella sua ultima lettera a Theo, Vincent ammise di non aver avuto figli, ma che considerava i suoi quadri come la sua progenie. Riflettendo su questo, lo storico Simon Schama ha concluso che egli «ha avuto un bambino, l'Espressionismo, e molti molti eredi». Schama menziona un ampio numero di artisti che sono stati influenzati dallo stile di Van Gogh, tra cui Willem de Kooning, Howard Hodgkin e Jackson Pollock.[137] Il Fauvismo, estese l'uso del colore con la libertà della sua applicazione,[138] come avevano fatto gli espressionisti tedeschi del gruppo Die Brücke. Ciò si riscontra anche negli altri primi modernisti.[139] L'espressionismo astratto degli anni quaranta e cinquanta del Novecento è visto come parzialmente ispirato da van Gogh, soprattutto per quanto concerne le ampie pennellate gestuali. Nelle parole del critico d'arte Sue Hubbard: «All'inizio del XX secolo, Van Gogh ha dato agli espressionisti un nuovo linguaggio pittorico. Ciò gli ha consentito di andare oltre l'apparenza e penetrare le verità più profonde dell'essenza. Non a caso, proprio in questo momento Freud approfondisce la conoscenza del dominio del subconscio. tutto ciò pone Van Gogh come il pioniere dell'arte moderna».[140]

Vincent van Gogh nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Elenco dei film sulla vita dei pittori#Vincent Van Gogh.

Sono una trentina i film e i telefilm dedicati al grande artista olandese. Il più noto è forse Brama di vivere, del 1956, di Vincente Minnelli con Kirk Douglas nel ruolo di Van Gogh e Anthony Quinn in quello di Paul Gauguin.[141] Nel film Vincent & Theo, del 1990, di Robert Altman, il personaggio del pittore è interpretato da Tim Roth.[142] Alain Resnais realizzò nel 1946 il documentario Van Gogh e Van Gogh è anche un film di Maurice Pialat, uscito nel 1991 e interpretato da Jacques Dutronc.[143] La locandina del film Midnight in Paris di Woody Allen è un chiaro riferimento a Notte stellata.[144]

Van Gogh è rappresentato anche in uno degli otto episodi del film Sogni di Akira Kurosawa, intitolato Corvi e interpretato dal regista Martin Scorsese.[145]. Nella quinta stagione della serie fantascientifica inglese Doctor Who, Van Gogh (interpretato dall'attore Tony Curran) è il coprotagonista del decimo episodio, Vincent e il Dottore, in cui lo stesso pittore è in grado di vedere un mostro che risulta invece invisibile a tutti gli altri.[146]

In omaggio al grande pittore, un gruppo spagnolo pop si chiama La Oreja de Van Gogh (L'orecchio di Van Gogh);[147] un altro gruppo rock serbo si chiama Van Gogh.[148] Di seguito, alcuni brani musicali dedicati all'artista:

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Tralbaut, 1981, pp. 286-287.
  2. ^ Hulsker 1990, p. 390.
  3. ^ (EN) Vincent van Gogh expert doubts 'accidental death' theory in The Daily Telegraph, 17 ottobre 2011. URL consultato l'8 febbraio 2012.
  4. ^ a b Pomerans, p. ix.
  5. ^ (EN) Van Gogh: The Letters, Van Gogh Museum. URL consultato il 7 ottobre 2009.
  6. ^ (EN) Van Gogh's letters, Unabridged and Annotated. URL consultato il 25 giugno 2009.
  7. ^ Pomerans, p. i-xxvi.
  8. ^ Pomerans, p. xiii.
  9. ^ Crispino, pp. 11-12.
  10. ^ Crispino, p. 20.
  11. ^ Crispino, p. 22.
  12. ^ Crispino, p. 19.
  13. ^ Crispino, p. 23.
  14. ^ Crispino, p. 26.
  15. ^ Tralbaut, 1981, pp. 35-47.
  16. ^ . Il dipinto del Boughton è conservato del Van Gogh Museum di Amsterdam e anche il testo del sermone, inviato da Vincent al fratello Théo, ci è pervenuto
  17. ^ . Hans Bronkhorst. Vincent van Gogh, Portland House: New York 1990, pp. 6-7, ISBN 0-517-03560-X
  18. ^ Storia dell'Arte, p. 280
  19. ^ Crispino, p. 33
  20. ^ Crispino, p. 51.
  21. ^ Crispino, p. 56-60.
  22. ^ (EN) John Gage, Color and Culture: Practice and Meaning from Antiquity to Abstraction, University of California Press, 1999, ISBN 978-0-520-22225-0.
  23. ^ Lettera (402) a Théo van Gogh, aprile 1885.
  24. ^ Lettera (404) a Théo van Gogh, aprile 1885.
  25. ^ Lettera (409) a Théo van Gogh, maggio 1885.
  26. ^ Lettera (R 55) ad Anthon van Rappard, agosto 1885.
  27. ^ Crispino, p. 78-79.
  28. ^ Lettera (444) a Théo van Gogh, gennaio 1886.
  29. ^ Tralbaut, 1981, pp. 212-213.
  30. ^ Pickvance (1986), p. 62-63.
  31. ^ a b Lettera (459 a) a Horace Mann Levens, Parigi, autunno 1886
  32. ^ Lettera (W 4) a Wilhelmina, Arles, luglio 1888.
  33. ^ Lettera a van Rappard, aprile 1884.
  34. ^ Lettera (166) a Théo van Gogh, dicembre 1881.
  35. ^ Crispino, p. 72.
  36. ^ Crispino, p. 80.
  37. ^ Lettera (R 58) ad Anthon von Rappard, settembre 1885.
  38. ^ Crispino, p. 83.
  39. ^ Lettera (W 1) a Wilhelmina van Gogh, Parigi, autunno 1887.
  40. ^ La casa non esiste più: gravemente danneggiata da un bombardamento nel 1944, fu demolita.
  41. ^ Così esprime la sua frenesia compositiva nella lettera (504) a Théo van Gogh, luglio 1888.
  42. ^ Lettera (B 19) a Jules Bernard, Arles, ottobre 1888.
  43. ^ Lettera (W 3) da Arles, aprile 1888.
  44. ^ Lettera (520) a Théo van Gogh, Arles, agosto 1888.
  45. ^ Lettera (B 3) da Arles, aprile 1888.
  46. ^ Lettera (539) a Théo van Gogh, Arles, settembre 1888.
  47. ^ Lettera (B 22) Arles, ottobre 1888.
  48. ^ Venturi, p. 322.
  49. ^ Lettera (78) a Jules Bernard, dicembre 1888, in «Lettres de Gauguin à sa femme et à ses amis», Parigi 1946.
  50. ^ Crispino, p. 93.
  51. ^ Crispino, p. 107.
  52. ^ Avant et auprès, Parigi 1923.
  53. ^ Pickvance 1984, p. 195.
  54. ^ Gayford, pp. 274–277.
  55. ^ Storia dell'Arte, p. 283.
  56. ^ Luigi Mascheroni, L'orecchio di Van Gogh fu tagliato da Gauguin, ilGiornale.it, 5 maggio 2009. URL consultato l'11 settembre 2011.
  57. ^ Coquiot, p. 194.
  58. ^ Lettera (W 11) a Wilhelmina, 30 aprile 1889.
  59. ^ Lettera a Théo van Gogh, Arles, 21 aprile 1889.
  60. ^ Callow, p. 246.
  61. ^ a b c Crispino, p. 140.
  62. ^ Crispino, p. 132.
  63. ^ Lettera (591) a Théo van Gogh, 9 maggio 1889.
  64. ^ Lettera (596) a Théo van Gogh, 25 giugno 1889.
  65. ^ Crispino, p. 141.
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  67. ^ Lettere (607 e 613) settembre-ottobre 1889.
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  69. ^ Lettera ad Albert Aurier, 12 febbraio 1890.
  70. ^ lettera (626) a Théo van Gogh, 12 febbraio 1890.
  71. ^ Anna Boch e l'acquisizione del dipinto "La Vigne rouge". URL consultato il 6 aprile 2012.
  72. ^ Lettera (626) a Théo van Gogh, aprile 1890.
  73. ^ Lettera (631) a Théo van Gogh, maggio 1890.
  74. ^ Lettera (633) a Théo van Gogh, maggio 1890.
  75. ^ V. van Gogh, Luoghi fatali. Il manicomio di Saint Rémy. URL consultato il 6 aprile 2012.
  76. ^ Lettera (635) a Théo van Gogh, 21 maggio 1890.
  77. ^ Lettera (638) a Théo van Gogh, 4 giugno 1890.
  78. ^ Lettera (W 22) a Wilhelmina van Gogh, giugno 1890.
  79. ^ Lettera (648) a Théo van Gogh, luglio 1890.
  80. ^ Lettera (649) a Théo van Gogh, Auvers-surOise, luglio 1890.
  81. ^ Storia dell'Arte, p. 284.
  82. ^ a b c Crispino, p. 150.
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  89. ^ Francesco Tortora, «Van Gogh non si suicidò, ma fu ucciso per errore» in Il Corriere della Sera, 17 ottobre 2011. URL consultato il 27 dicembre 2012.
  90. ^ Max, Arthur, Van Gogh museum unconvinced by new theory painter didn’t commit suicide but was shot by 2 boys, 17 ottobre 2011. URL consultato il 19 giugno 2013.
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Testi generalisti citati nella voce
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