Furti napoleonici

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I cavalli bronzei di piazza San Marco vengono inviati a Parigi. Venezia, 1797.

I furti napoleonici[1][2] o spoliazioni napoleoniche[3][4] sono una serie di sottrazioni di beni, in particolare opere d'arte, effettuate durante le conquiste militari di Napoleone Bonaparte.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Gli eventi[modifica | modifica wikitesto]

Napoleone attuò nel campo dei beni culturali una politica di spoliazione delle nazioni vinte, appropriandosi di opere d'arte dai luoghi di culto e dalle collezioni private delle famiglie nobili dell'Ancien régime[2] che, a scopi propagandistici, trasferiva in prima battuta nel palazzo del Louvre di Parigi dove aveva voluto nel 1795 il Musée des Monuments Français oltre che in altri musei di Francia.

La collezione del Louvre fu inizialmente costituita da reperti tratti dalle collezioni borboniche e dalle famiglie nobili francesi, oltre che da fondi ecclesiastici. Ma già in occasione della prima campagna di guerra nei Paesi Bassi (1794-1795) incamerò oltre 200 capolavori di pittura fiamminga, tra i quali almeno 55 Rubens e 18 Rembrandt.[2] Con la successiva Campagna d'Italia del 1796 portò in Francia altri 110 capolavori grazie all'armistizio di Cherasco (1º maggio 1796).[2] Stessa sorte subirono, con il trattato di Tolentino (22 gennaio 1797), numerose opere d'arte dello Stato Pontificio. La politica di trasferimento in Francia dei beni dei territori italiani occupati rispondeva a un preciso ordine del direttorio, che il 7 maggio 1796 inviò a Bonaparte le seguenti direttive:

« Cittadino generale, il Direttorio esecutivo è convinto che per voi la gloria delle belle arti e quella dell'armata ai vostri ordini siano inscindibili. L'Italia deve all'arte la maggior parte delle sue ricchezze e della sua fama; ma è venuto il momento di trasferirne il regno in Francia, per consolidare e abbellire il regno della libertà. Il Museo nazionale deve racchiudere tutti i più celebri monumenti artistici, e voi non mancherete di arricchirlo di quelli che esso si attende dalle attuali conquiste dell'armata d'Italia e da quelle che il futuro le riserva. Questa gloriosa campagna, oltre a porre la Repubblica in grado di offrire la pace ai propri nemici, deve riparare le vandaliche devastazioni interne sommando allo splendore dei trionfi militari l'incanto consolante e benefico dell'arte. Il Direttorio esecutivo vi esorta pertanto a cercare, riunire e far portare a Parigi tutti i più preziosi oggetti di questo genere, e a dare ordini precisi per l'illuminata esecuzione di tali disposizioni[5]. »

Proprio i trattati di pace furono lo strumento legale usato da Napoleone per legittimare queste spoliazioni: tra le clausole faceva rientrare la consegna di opere d'arte come tributi di guerra. Queste opere erano precedentemente individuate da una specifica struttura tecnica di specialisti,[6] al seguito del suo esercito, guidata dal barone Dominique Vivant Denon che seguì personalmente, a questo scopo, sette campagne di guerra.

Dopo Roma, sempre nel 1797 fu la volta di Venezia dove, per vendicarsi delle Pasque Veronesi, furono prelevati il leone di bronzo da piazza San Marco e i quattro cavalli di San Marco che ornavano la facciata della basilica.[2] Questi trofei, insieme a tanti altri, furono quindi portati in sfilata per le vie di Parigi il 27 e il 28 luglio 1798.[7]

Nel 1799, il generale Jean Étienne Championnet attuò la stessa politica nel Regno di Napoli, come risulta da una missiva inviata al direttorio il 7 ventoso anno VII (25 febbraio 1799):[7]

« Vi annuncio con piacere che abbiamo trovato ricchezze che credevamo perdute. Oltre ai Gessi di Ercolano che sono a Portici, vi sono due statue equestri di Nonius, padre e figlio, in marmo; la Venere Callipigia non andrà sola a Parigi, perché abbiamo trovato nella Manifattura di porcellane, la superba Agrippina che attende la morte; le statue in marmo a grandezza naturale di Caligola, di Marco Aurelio, e un bel Mercurio in bronzo e busti antichi del marmo del più gran pregio, tra cui quello d'Omero. Il convoglio partirà tra pochi giorni. »

Le restituzioni[modifica | modifica wikitesto]

All'indomani della sconfitta di Napoleone nella battaglia di Waterloo (18 giugno 1815) tutti i regni d'Europa inviarono a Parigi propri commissari artistici per pretendere la restituzione delle opere spoliate o il loro risarcimento (per esempio Antonio Canova partecipò in rappresentanza dello Stato Pontificio).[2][8]

Per quanto riguarda i regni italiani, su 506 dipinti ne fu restituita sola la metà, 249 opere; i rimanenti 248 (per la gran parte dallo Stato Pontificio) sono rimasti in Francia e 9 furono dichiarati smarriti. Delle opere rimaste in Francia molte furono spontaneamente donate da Papa Pio VIII a Luigi XVIII. Il 24 ottobre 1815, terminate le trattative, fu organizzato un convoglio di 41 carri che, scortato da soldati tedeschi, giunse a Milano da dove le opere d'arte furono instradate verso i legittimi proprietari sparsi per la penisola.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Paul Wescher, I furti d’arte. Napoleone e la nascita del Louvre, Einaudi, Torino, 1988
  2. ^ a b c d e f Marco Albera, I furti d’arte. Napoleone e la nascita del Louvre, Cristianità n. 261-262, 1997
  3. ^ Mauro Carboni, La spoliazione napoleonica
  4. ^ B. Cleri, C. Giardini, L'arte conquistata: spoliazioni napoleoniche dalle chiese della legazione di Urbino e Pesaro, Artioli, 2010 ISBN 978-8877920881
  5. ^ Furet e Richet 1965, p. 439.
  6. ^ Ernesto Ferrero, Napoleone, il furto è l'anima del museo in La Stampa, 11 agosto 2009.
  7. ^ a b Maria Antonietta Macciocchi, Napoleone lo scippo d'Italia in Corriere della Sera, 6 maggio 1996.
  8. ^ Sergio Romano, Il ritorno dell'arte perduta. Canova a Parigi nel 1815 in Corriere della Sera, 27 luglio 2014.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Paul Wescher. I furti d'arte. Napoleone e la nascita del Louvre. Edizioni Einaudi, 1988.
  • Elvio Ciferri, Art treasures plundered by the French, in «Encyclopedia of the French Revolutionary and Napoleonic Wars», Santa Barbara (California), ABC Clio, 2006.
  • Daniela Camurri, L'arte perduta. Le requisizioni di opere d’arte a Bologna in epoca napoleonica, Bologna, Minerva, 2003.
  • Daniela Camurri, Il sogno del Museo di tutte le arti: il Louvre, in I sogni della conoscenza, a cura di D. Gallingani, Firenze, CET, 2000, pp. 177-192.
  • Daniela Camurri, Milano 1809. la Pinacoteca di Brera e i musei in età napoleonica, Storia e Futuro, n. 22, marzo 2010.
  • Daniela Camurri, L’attività dell’Accademia Clementina tra salvaguardia e dispersione delle opere d’arte in Milano 1809. La Pinacoteca di Brera e i musei in età napoleonica, Milano, Electa Mondadori, 2010, pp. 206-213.
  • François Furet, Denis Richet, La Rivoluzione francese, edizione speciale per il Corriere della Sera, "Storia Universale", vol. 15, 2004 [1965].

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]