Basilica di San Zeno

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Basilica di San Zeno Maggiore
San Zeno-ext.JPG
Basilica di San Zeno
StatoItalia Italia
RegioneVeneto
LocalitàVerona
ReligioneCristiana cattolica di rito romano
TitolareZeno di Verona
Diocesi Verona
Stile architettonicoromanico
Inizio costruzioneIV secolo
Completamento1389
Sito web
[1] www.basilicasanzeno.it[1]

Coordinate: 45°26′33″N 10°58′45″E / 45.4425°N 10.979167°E45.4425; 10.979167

La basilica di San Zeno a Verona è uno dei capolavori del romanico in Italia. Si sviluppa su tre livelli e l'attuale struttura fu impostata nel X-XI secolo. Il nome del santo viene talvolta riportato in altri due modi, e così viene talvolta nominata la basilica di Verona: San Zeno Maggiore o San Zenone.

L'attuale chiesa venne realizzata sul luogo ove almeno altri cinque edifici religiosi erano stati edificati in precedenza. Sembra che la sua origine sia da ricercarsi in una chiesa edificata sulla tomba di San Zeno, morto tra il 372 e il 380. L'edificio venne comunque riedificato all'inizio del IX secolo per volere del vescovo Ratoldo e del re d'Italia Pipino che giudicarono sconveniente che il corpo del santo patrono riposasse in una povera chiesa. La tradizione vuole che l'arcidiacono Pacifico contribuì alla fabbrica; la consacrazione avvenne l'8 dicembre 806 mentre il 21 maggio dell'anno successivo il corpo di san Zeno fu traslato nella cripta. In occasione delle invasioni degli Ungheri, che imperversarono tra l'899 e il 933, la chiesa riportò notevoli danni tanto che nel 967 il vescovo Raterio dovette promuovere una nuova ricostruzione. Intorno alla fine del XI secolo e al principio del XII, si diede mano ad un grandissimo progetto di rinnovamento della chiesa in stile romanico. I lavori subirono una battuta di arresto per via del devastante terremoto di Verona del 1117, tuttavia intorno al 1138 gran parte di quella che è la chiesa attuale era stata completata. Nel corso dei secoli successivi l'edificio andò incontro ad ulteriori modifiche e manomissione che però non ne modificarono l'impianto mantenendo sostanzialmente inalterata la sua origine medievale.

Tra le numerose opere d'arte, ospita un capolavoro di Andrea Mantegna, la pala di San Zeno. Celebri sono anche le formelle bronzee del portale e il grande rosone della facciata, chiamato "la ruota della fortuna", opera del lapicida Brioloto de Balneo. Nel maggio del 1973 papa Paolo VI l'ha elevata alla dignità di basilica minore.[2] Nel corso della sua storia, la basilica ha ispirato numerosi poeti come Dante Alighieri, Giosuè Carducci, Heinrich Heine, Gabriele D'Annunzio e Berto Barbarani.[3]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Origini paleocristiane[modifica | modifica wikitesto]

Morte di San Zeno, affresco sulla parete della navata destra della basilica

La dottrina cristiana dovette arrivare a Verona ben presto data l'importanza delle città come snodo viario da cui passarono certamente soldati provenienti da Roma o dalla Palestina. Se il primo vescovo della diocesi, Euprepio, venne nominato intorno alla prima metà del III secolo l'ottavo, Zeno di Verona, si ritiene che sia morto tra il 372 e il 380 e la tradizione vuole che venne sepolto non lontano dal luogo ove sorge oggi la basilica. Il notaio veronese Coronato, vissuto verso la fine del VII secolo, nella sua “Cronaca” ci informa che sopra la tomba venne eretta una chiesa in suo onore sopra la tomba. Sembra, inoltre, che questo primo edificio cristiano venne restaurato e ingrandito nel 589, dopo l'avvenuto miracolo, raccontato dal San Gregorio Magno e riportato anche da Paolo Diacono nella Historia Langobardorum, in cui la chiesa aveva fornito protezione in seguito ad una terrificante alluvione. Si narra che le acque avessero abbattuto le mura della città e raggiunto l'edificio, in cui avevano trovato rifugio molti veronesi, sommergendolo ma non riuscendo, poi, a entrare né dalle finestre né dalle porte.[4][5][6][7]

Capitello e pulvino nel sacello di San Benedetto in stile bizantino, probabilmente facenti parte dell'edificio del V-VI secolo

È probabile che una ricostruzione dell'edificio sia collocabile all'epoca dei Goti come confermano alcuni frammenti di pietra scolpita in stile bizantino, dunque ascrivibile al V-VI secolo, reimpiegati nel Sacello di San Benedetto (accessibile dal chiostro) e nel campanile. Lo storico Luigi Simeoni conferma che tale fabbrica possa risalire al VI secolo riconoscendo delle similitudini tra i pulvini del chiostro e del sacello cono quelli della Basilica di Sant'Apollinare Nuovo a Ravenna. Inoltre, non è così improbabile che lo stesso Teodorico il Grande, che dedicò molta attenzione all'urbanistica di Verona, abbia contribuito a tale fabbrica, come d'altronde se ne fa menzione negli Annales Valesiani.[4] Si può, quindi, desumere che questo antico edificio fosse ricco di colonne, pilastri, capitelli e pulvini, tutti di marmo come lo doveva essere il pavimento.[8][5]

Caduto il regno dei Goti nel 553 (guerra greco-gotica), dopo un breve domino dell'impero bizantino Verona passò in mano dei Longobardi e il re Alboino ne fece una delle sue residenze preferite. Ben poco sappiamo delle vicende della chiesa in questo periodo ma, di nuovo grazie a Coronato, apprendiamo che ancora custodiva le spoglie del santo e che i longobardi, di fede ariani, acconsentirono che permanesse a Verona un vescovo cattolico e che il re Desiderio concesse alcuni donativi che andarono a costituire la Domus Sancti Zenonis”.[9]

Pipino d'Italia, il re contribuì nel XI secolo alla realizzazione di un nuovo edificio.

Sembra che intorno all'804 la chiesa fosse stata gravemente danneggiata “ut ad nihilum esset redacta” e al monastero appiccato un incendio "ab infidelibus hominibus",[10] forse dei franchi insubordinati o dei superstiti ariani.[11] Nei primi anni del XI secolo a Verona si trovava il re d'Italia Pipino e insieme al vescovo Ratoldo giudicarono sconveniente che il copro del santo patrono riposasse in una povera chiesa. Quindi decisero, propter divinum amorem et reventiam,[10] che si doveva procedere con l'edificazione di una più grande e più bella, e che il corpo doveva essere poi traslato in una cripta: "una chiesa sotterranea oscura sopra colonne, et lo pavimento di quelle pietre vive et anco fecero fare uno avello de marmo polito lo quale destinarono al corpo del Santo Zenone pe la sua sepoltura". Ai lavori dovette sovraintendere, almeno secondo tradizione, l'arcidiacono Pacifico.[12][13][N 1] Gli Annali Zenoniani raccontano che venne costruita una nuova chiesa e non che venne ampliata quella nuova già esistente che dovette rimanere integra ancora per lungo tempo. Nel nuovo edificio venne realizzato un “antro opaco”, ovvero un locale senza luce, almeno parzialmente scavato sotto terra e destinato ad accogliere le reliquie di San Zeno. In ogni caso ben poco sappiamo di questa costruzione, come ben poco è arrivato fino ai nostri giorni.[14] Il Re Pipino donò, inoltre, alla basilica vasellame d'oro e d'argento e Vangeli ornati di gemme preziose.[15]

Iscrizione nel duomo di Verona che ricorda il contributo dell'Arcidiacono Pacifico nel XI secolo alla realizzazione di un nuovo edificio.

La consacrazione del nuovo edificio avvenne l'8 dicembre 806 mentre il 21 maggio dell'anno successivo il corpo di san Zeno fu traslato nella cripta che oggi è il livello più basso della basilica. La cerimonia fu molto solenne, si decise che il trasporto della salma fosse affidato ai santi eremiti di Malcesine Benigno e Caro, considerati a quel tempo i soli degni di toccare il corpo del santo. Alla cerimonia erano presenti il re, il vescovo locale Nokterio, e quelli di Cremona e di Salisburgo.[15][16]

Si ritiene, comunque, che l'antro e il sovrapposto presbiterio fossero inclusi nell'abside della chiesa e che quest'ultima avesse l'orientamento sud-nord, come la vicina chiesa di San Procolo anch'essa attribuita a Pacifico e come lo è l'attuale, e che l'abside fosse coperta solamente da un semplice tetto e non da una volta. La traslazione delle spoglie del santo avvenne con grande solennità, rappresentando un avvenimento eccezionale per l'epoca che riaccese in tutti i veronesi il culto del loro patrono. La donazione di Pipino, insieme a quelle dei vescovi e della popolazione, permisero che questa chiesa fosse “non solo bella, ma per qui tempi sublime”. Di questo edificio quasi nulla rimano oggi, forse gli appartenne l'antica muraglia di mattoni rossi che si trova in fondo dopo l'ultima lesena.[17] Ad essa era annesso un monastero e, con ogni probabilità, un chiostro posto lungo il fianco orientale.[18] Il primo abate menzionato nelle fonti è un certo Leone che ricoprì la carica nell'833.[19]

Dal principio del secolo X alla metà circa del XIII[modifica | modifica wikitesto]

Pianta di come doveva essere l'edificio del X secolo.

Secondo lo storico Onofrio Panvinio, le invasioni degli Ungheri che imperversarono tra l'899 e il 933 avrebbero mandato in rovina le chiese dei sobborghi di Verona poste fuori dalle mura. Così la chiesa di San Zeno, che era ancora quella fabbricata ai tempi di Pipino, sarebbe stata gravemente danneggiata insieme al monastero, in quanto all'epoca era ancora fuori dalla cinta difensiva (sarà inclusa solamente con le mura realizzate dagli Scaligeri. Lo stesso scrittore afferma che, prevedendo il pericolo, avrebbero traslato il corpo al sicuro nella cattedrale, che allora era probabilmente la chiesa di Santa Maria Matricolare; un racconto non suffragato da fonti ma ritenuto, comunque, probabile.[20]

Con la fine delle scorrerie degli Ungheri si pensò di riparare i tanti danni con il restauro del monastero e il rifacimento della chiesa. La ricostruzione fu voluta dal vescovo Raterio, che ottenne i fondi per la costruzione dall'imperatore tedesco Ottone I in cambio dell'ospitalità che ricevette a Verona nel 967. Tuttavia, Raterio ben presto venne accusato di aver usato tali fondi per propri interessi tanto che dovette giustificarsi nell'Apologetico spigando che li aveva invece impiegati per riformare il basso clero eliminando il concubinaggio tra i preti. Pertanto i lavori dovettero iniziare un po' più tardi e si provvedette a progettarla nel rispetto dello stile romanico veronese che iniziava ad affermarsi. Fu, dunque, un edificio a tre navate, con la maggiore sopraelevata, divise da arcate sorrette da pilastri alternati a colonne, con una cripta e un sovrapposto piano rialzato. Le sue dimensioni corrisposero in larghezza a quelle dell'attuale ed in lunghezza a circa i tre quarti, mentre l'altezza doveva essere circa la metà.[21][22] Le navate terminavano in tre absidi, una maggiore centrale e due minori laterali.[23][24]

Alcuni elementi di questo edificio sopravvivono ancora oggi, come la cripta che è attribuita al X secolo. All'esterno sono inoltre visibili le sue murature sul lato orientale, nei pressi del campanile dove il materiale utilizzato è laterizio romano che giunge fino ad un'altezza di 7,60 metri oltre i quali corre una fascia a dente di sega che indica l'inizio di quello che fu il cornicione di gronda.[25] Un altro muro probabilmente ascrivibile alla stessa epoca è quello che si trova al fianco della navatella di sinistra e che serve di fondo al chiostro, in cui è ben visibile la struttura in tufo con conci poco regolari disposti a strati misti a qualche frammento di laterizio romano.[26] Un diploma dell'imperatore Enrico II ci informa che nel 1014 le reliquie di San Zeno erano già state nuovamente traslate nella basilica (in villula Sancti Zenonis).[22][27]

Iscrizione nel chiostro che ricorda la presenza della tomba dei monaci fatta realizzare dall'abate Alberico nel XI secolo

Nei primi decenni del XI secolo la prima chiesa romanica era dunque compiuta e si decisi di migliorarla sopraelevandola. Quasi nulla resta oggi di questo alzamento, poiché i successivi lavori hanno in gran parte rinnovato, ed in parete nascosto, quanto poteva rimanere.[28] Secondo l'architetto e sovrintendente Alessandro Da Lisca, in questi anni l'edificio venne irrobustito nei suoi muri e alzato fino a raggiungere l'altezza degli attuali tetti.[29]

Nel 1045 l'abate Alberico (1045-1067) dette inizio alla costruzione del campanile, come ricordato da una scritta posta sulla sua base nel fianco esterno ad occidente.[N 2] Alla morte dell'abate, avvenuta nel 1067, la torre doveva essere giunta in altezza pressapoco oltre la metà dell'attuale e probabilmente era già stata completata una cella campanaria realizzata mediante bifore.[30] Alberico, inoltre, fece realizzare anche il sepolcro dei monaci; esso è situato nel chiostro nel lato verso la chiesa. Questo è composto da un sepolcro in marmo rosso, coperto da una spessa lastra adornata da una grande croce in rilievo. Non è certo che questa sia l'originale dell'XI secolo ma è molto probabile se si considera che il chiostro era già esistente. Sopra la tomba vi è una scritta che lo ricorda.[N 3][22][31]

Il rinnovamento degli inizi del XII secolo e il terremoto del 1117[modifica | modifica wikitesto]

Intorno alla fine del XI secolo e al principio del XII, si diede mano ad un grandissimo progetto di rinnovamento della chiesa di San Zeno. L'intenzione era quello di ingrandirla con l'aggiunta di una porzione davanti alla vecchia facciata e che oggi corrisponde alla prima campata. Oltre a tale ampliamento, si era proposto di rinnovare i vecchi muri longitudinali, sia delle navate minori che della maggiore. Il nuovo edifico, come risulta da quanto rimane ancora oggi, doveva possedere paramenti (addobbi esteriori) in tufo ben squadrato, lesene aggettanti, una galleria marmorea costituita da arcatelle adorna di colonnette binate, in alto un cornicione ad archetti con doppia ghiera e mensole a doppio sbalzo, ricco di minuti ricami ed un frego nobilmente scolpito in candido marmo.[32] Quando avvenne il devastante terremoto di Verona del 1117 tale ricostruzione dovette essere già ben avviata, dato che si era quasi completato il prolungamento e iniziato a rinnovare il fianco della navatella di destra.[33][34]

Nonostante le distruzioni riportate a seguito del sisma, che danneggiò innumerevoli altri edifici cittadini, non si rinunciò al lavoro già in parte attuato e si decise portarlo a termine anche se in maniera più modesta, reimpiegando per le nuove murature, per quanto più fosse possibile, il materiale che era crollato. Quindi, dal 1117 al 1138, si procedette alla ricostruzione degli antichi muri longitudinali in gran arte caduti o pericolanti, cingendo quelli della nave maggiore con nuovi pilastri a fascio. Nel 1138 tutte queste opere dovettero essere terminate e poteva già vedersi anche il protiro aggiunto alla nuova facciata, come confermato dall'epigrafe che si trova collocata sul fianco meridiano esterno della navatella nei pressi della facciata.[33] Tale epigrafe dichiara che il restauro del campanile e la costruzione della prima cella campanaria era compiuto nel 1120, mentre la ricostruzione e l'ingrandimento della chiesa, con l'aggiunta almeno di una campata verso ovest, erano ultimati nel 1138 (A RESTAURATIONE VERO IPSIUS CAMPANILIS CONFLUXERANT ANNI LVIII.[35][6][17]

Nello stesso tempo un religiosus vir, il prete Gaudio, si occupava del restauro del chiostro completato nel 1123 mentre Gerardo, tra il 1165 e il 1187 sopraelevava il campanile che venne poi terminato nel 1173 sotto la direzione di maestro Martino.[17] Dal 1138 fino al 1187, ultimo anno in cui fu abate Gerardo, non si eseguirono lavori significativi lavori sulla chiesa e, quindi, ci si poté concentrare sul completamento del campanile e la realizzazione delle campane.[35][36] Tali lavori sono testimoniati da un'iscrizione, risalente al 1178 e collocata sul fianco meridionale vicino alla facciata, nella quale si accenna al restauro del campanile per poi proseguire indicando che renovatione autem et ecclesie augmentatione (confluscerant anni) XL. L'abate Gherardo è probabilmente l'abate di San Zeno, vissuto sotto l'imperatore Barbarossa, citato da Dante Alighieri nel Canto XVIII del purgatorio.[37]

La forma della colonne e dei capitelli romanici del chiostro, che non presentano alcuna mescolanza di frammenti anteriori, dimostra che l'opera di Gaudio dovesse essere stata di rinnovamento completo e non di una semplice ristrutturazione. Da due iscrizioni poste nel chiostro, poste vicino alla tomba di Giuseppe della Scala, raccontano che Gaudio fece, anche, realizzare un sepolcro decorato da pitture e donò all'abbazia una fornitura continua di olio perché potesse essere tenuta accesa tutta la notte la lampada del chiostro.[38] Nel 1145 venne iniziata anche la grande torre merlata dell'abbazia, ancora oggi esistente, i cui interni sono decorati con affreschi del XIII secolo. A quel tempo essa serviva come baluardo difensivo in quanto la basilica si trovava fuori dalle mura cittadine, bisognerà attendere gli scaligeri perché venga inglobata, e quindi soggetta a pericoli.[6][34]

I lavori dalla fine del secolo XII alla metà circa del XIII[modifica | modifica wikitesto]

La Ruota della Fortuna, il rosone realizzato da maestro Brioloto de Balneo

All'abate Gerardo successe l'abate Ugone e nel secondo anno del suo ufficio, il 1189, trattò con uno scultore per l'esecuzione di alcuni lavori per la chiesa. Il maestro si chiamava Brioloto de Balneo o almeno così è nominato su di una iscrizione, datata 14 aprile 1189, murata all'interno dell'edificio non lontano dal battistero, il primo documento che lo ricorda, seppur senza far accenno alla sua paternità o provenienza.[N 4] In tale iscrizione gli si attribuisce la realizzazione della cosiddetta "ruota della Fortuna", il rosone sulla facciata della chiesa che è decorato da sei statue che raffigurano le alterne fasi della vita umana, ovvero della Fortuna (nel senso latino di "destino").[4]

Nei lavori a San Zeno, Brioloto, fu certamente aiutato dal lapicida Adamino da San Giorgio che lasciò la sua firma su di un capitello all'interno della chiesa in cui si legge "magister Adam murarius qui fuit de Sanzorzio" ed è inoltre ricordato in due documenti del 1217 e 1225. A lui si attribuiscono le ghiere degli archi di accesso alla cripta e le fasce superiori delle facciata. Si ritiene che Adamino potesse essere originario di San Giorgio di Valpolicella o, più probabilmente comasco.[4][39]

Per collocare la grande ruota della Fortuna fu necessario praticare un vasto squarcio nel muro, il quale venne successivamente ricostruito con il paramento esterno a regolari conci di tuo nella zona compresa fra le due grandi lesene e le due cornici orizzontali. All'interno, invece, il nuovo paramento di tufo si limita solo al muro rinnovato, lasciando ai fianchi i vecchi corsi alternati di tufo e di cotto..[40] Al di sopra della nuova cornice orizzontale, il muro del timpano fu rivestito esteriormente di marmo e sul marmo si eseguì la scena del Giudizio Universale.[40]

Un documento datata 30 marzo 1194 riportato da Giovanni Battista Biancolini ci informa che in quello stesso anno i Canonici della Cattedrale conferirono alla Confederazione del Clero Intrinseco che officiava a san Zeno di battezzare e, pertanto, fu necessario realizzare nella chiesa un battistero. Si ritiene che anche questo manufatto venne commissionato a Brioloto per via di alcune assonanze stilistiche con le sue opere.[41] Un'ulteriore iscrizione del 1212, collocata fino al 1732 in un cortiletto e oggi al museo lapidario maffeiano, ricorda la ricostruzione di una porta nel monastero.[42] Del medesimo periodo sono le colonne ofitiche[43] e la statua del Santo Patrono collocata all'interno e opera di uno scultore anonimo.[44] Il 24 agosto 1225 il cardinale Adelardo Cattaneo morì e venne sepolto nel presbiterio della chiesa in un semplice sarcofago, poi rimosso nel XIX secolo per poi essere portato nel chiostro, e pertanto è probabile che in quell'anno questa parte della chiesa fosse completata.[39] In ogni caso intorno, sicuramente venne terminato intorno al 1300 e si procedette alla realizzazione degli amboni.[45]

Il 23 maggio del 1238 nella basilica si tennero le sontuose nozze tra Selvaggia, figlia dell'Imperatore Federico II di Svevia, ed Ezzelino III da Romano; si presume che lo stesso imperatore abbia soggiornato nella torre abbaziale.[46][47]

Trasformazioni gotiche e rinascimentali (XIV-XV secolo)[modifica | modifica wikitesto]

Abside della basilica

Tra la fine del XIII secolo e il principio del XIV la città di Verona trascorse un periodo caratterizzato da un grande fermento costruttivo in cui si andarono a realizzare o a riedificare numerosi edifici, soprattutto religiosi. Ad esempio ricordiamo la chiesa di Sant'Eufemia iniziata dagli Agostiniani nel 1275, la ricostruzione della Chiesa di San Paolo in Campo Marzio e, nei primi del trecento, la fondazione della basilica di Santa Anastasia da parte dei Domenicani. Caratteristica di tutti questi edifici fu l'utilizzo di solo laterizio per le murature al posto dell'alternarsi con esso del tufo che aveva conferito alle costruzioni precedenti il tipico aspetto del romanico veronese con il susseguirsi di fasce rosse e bianche.[48]

A quel tempo l'abside delle chiesa di San Zeno era ancora quello risalente al X secolo tanto che quella maggiore dovette figurare troppo bassa per il suo catino, troppo angusta nel suo giro e, quindi, stonata con la spaziosa e alta chiesa che era stata da poco tempo ultimata. Venne di conseguenza deciso di ampliarla ma sembra che tale lavoro sia avvenuto in tempi diversi: la prima fase dovrebbe essere collocata intorno all'anno 1300 mentre la seconda potrebbe essere stata portata a termine verso la fine del secolo XIV.[49] Intorno alla fine del trecento si trovava a Verona l'architetto Giovanni da Ferrara che, insieme a Giacomo da Gozo, aveva progettato il Ponte delle Navi per Cansignorio e, molto probabilmente, il ponte di Castelvecchio. Fu l'abate Ottonello Pasti che lo incaricò di concludere l'ampliamento e apportare altre modifiche. Giovanni iniziò i lavori il 24 marzo 1386 e, dopo alcune interruzioni dovute a vicende politiche, li portò a termine nel luglio del 1398 sempre coadiuvato dal figlio Nicolò.[50] L'abside così rinnovata, in stile gotico, vene poco tempo dopo adornata di affreschi dall'abate Pietro Paolo Cappelli, il cui stemma è scolpito sull'arco trionfale e dall'abate Pietro Emilei, l'ultimo abate monaco a capo dell'abbazia, che pose la sua arma nobiliare vanitosamente nella chiave di volta e sul pilastro dello stesso arco.[51][6]

Nonostante questi lavori migliorativi, durante tutto il XIV secolo il monastero sperimentò un periodo di forte decadenza: i monaci erano oramai in pochi e le disponibilità economiche si erano notevolmente ridotte a seguito delle spogliazioni perpetrate dagli Scaligeri. Il 24 giugno 1405, con la dedizione di Verona a Venezia, la città passò sotto il controllo della Serenissima e a a capo di San Zeno cessarono di esserci gli abati monaci e iniziò, nel 1425, il periodo degli abati commendatari.[52][53]

Marco Emilei, successore dell'abate Pietro, venne creato abate commendatario da papa Martino V e si occupò di fornire al monastero alcune nuovi ordinamenti, tra cui separare la mensa abbaziale da quella monastica, stabilire che i monaci residenti non fossero mai meno di dodici mentre i frati conversi dovevano essere almeno in tre. Fece, inoltre, in modo che vi fosse una rendita stabili di 500 fiorini d'oro per la il mantenimento della struttura e ottenne dal Pontefice l'invio di tre frati che si occupassero di riformare il convento secondo la regola benedettina, di questi. Per adempiere a tale riforma, e in particolare per raggiungere il numero minimo di monaci, si dovettero accogliere altri religiosi tedeschi che, in breve tempo, divennero i padroni. Nel 1450 il monastero strinse un patto di alleanza e di fraternità con il monastero di San Quirino e l'abbazia di Tegernsee.[54] Fu solamente con la peste del 1630 che i monaci tedeschi vennero rimossi da San Zeno; passata la terribile epidemia ne giunsero altri dalla Germania ad occupare i posti lasciati vuoti, ma a loro vi fu l'opposizione dell'abate Pietro Contarini che ottenne dalla Repubblica di Venezia un decreto per cui nel monastero potessero risiedere esclusivamente veronesi o, al limite, veneti.[54] Così, Contarini, chiamò i monaci Vallambrosiani per riempire il monastero.[55]

Tornando al XIV secolo, nel 1443 venne consacrato abate Gregorio Correr e, grazie a lui, vennero eseguiti notevolissimi lavori e innovazioni nella basilica. Fino ad allora l'ufficiatura e il canto dei salmi si teneva nella cripta e questa, non avendo ancora un abside abbastanza grande, era ancora quella dl X secolo, era in gran parte occupata dal presbiterio e dal coro. Lo spazio per i fedeli era, quindi, scarso e insufficiente, specie nei giorni di solennità. La chiesa superiore invece offriva un ambiente più comodo e salubre.[52] Il Correr, anche al fine di accrescere l'onore del suo casato, volle eseguire a proprie spese il coro e il novo altare maggiore.[52] Alla sua morte, comunque, il coro non era ancora stato ultimato ma nel suo testamento fece disporre che venisse portato a compimento dagli eredi a proprie spese nella forma che era stato iniziato.[56]

Nella seconda metà del quattrocento si provvedette anche a restaurare la sagrestia, posizionata sopra il sacello di San Benedetto. I lavori iniziarono probabilmente grazie all'impegno dell'abate Jacopo Surain (1464-1482) che comunque non visse abbastanza lungo per vedere finita l'opera e quindi dispose un legato per garantirne la conclusione, come sappiamo da un necrologio del monastero. I lavori, interrotti, vennero quindi ripresi e terminati dal suo successore, il cardinale Giovanni Battista Zeno.[57]

Adattamenti e rifacimenti dal XVI secolo ad oggi[modifica | modifica wikitesto]

Al principio del XVI secolo si affermò, in Italia, uno spirito nuovo che coinvolgerà soprattutto le arti. La scoperta del trattato De architectura di Vitruvio diede uno dei maggiori impulsi a questo nuovo stile e gusto che si espressero pienamente in quella che verrà più tardi definita come architettura rinascimentale.[58] Anche la basilica di San Zeno fu coinvolta in questi cambiamenti, tanto che all'inizio del XVI secolo si eseguirono molte opere, tra cui abbattimenti, trasformazioni e spostamenti, che contribuirono a conferire alla chiesa l'attuale aspetto. Vennero, tra l'altro, demoliti il pontile-tramezzo (la stessa cosa venne fatta nel Duomo del 1534, a San Fermo Maggiore nel 1573 e a Santa Anastasia nel 1580) e le scalette laterali. Inoltre, si realizzò una grande scala che, chiudendo i tre accessi centrali alla cripta ed estendendosi per tutta la larghezza della nave maggiore, permette di salire dalla chiesa plebana alla chiesa superiore. Il coro venne rimosso dalla chiesa superiore e, a seguito della demolizione dell'altare quattrocentesco e della ricollocazione del trittico nel fondo dell'abside, realizzato un nuovo altare maggiore posto sotto l'arco trionfale.[59] Nel complesso, il lavoro fu condotto con molta cura e conservando la maggior parte del coro del quattrocento.[60] Per il nuovo altare si usufruì del materiale proveniente dalla demolizione del vecchio; si trovano, infatti, su di esso dei pezzi di pilastri in laterizio come materiale di reimpiego.[60] Nel 1535 era compiuto il fornice del nuovo altare laterale, spiccatamente di gusto rinascimentale, dedicato alla Vergine.[61]

Nei primi anni del XVI secolo, ai tempi dell'abate Marco Cornelio, vennero terminati i lavori per l'altare maggiore con la costruzione sulla sua mensa di un grandissimo tabernacolo, oggi capovolto e utilizzato come pilastro dell'acquasantiera, la prima entrando da sinistra. L'architetto Da Lisca ritenne che a questa occasione sia attribuibile anche la modifica dei pavimenti dell'abside e del monastero.[62] Altre modifiche all'altare maggiore vennero apportate dal cardinale e abate Carlo Rezzonico nel 1771 il quale, a proprie spese, fece aggiungere un corpo anteposto con nuovo tabernacolo. Lo stesso Rezzonico fece fondere le due antiche campane risalenti al 1149 in un'unica.[63] Il 5 dicembre 1770 la Serenissima decretò la soppressione dell'abbazia[3] i cui beni immobiliari passarono in parte agli Ospedali Civili di Verona mentre il fondo librario andò a costituire il primo nucleo della biblioteca civica.[55] Quando, nel 1816, venne soppressa la vicina chiesa di San Procolo, la parrocchia locale passò alla chiesa di San Zeno e l'abate guadagnò anche il titolo di arciprete. Inoltre, a san Zeno vennero portate le sculture, le lapidi e gli altari che si trovavano nella precedente chiesetta parrocchiale oramai soppressa.[63] Nel 1801 si diede inizio alla demolizione del complesso abbaziale.[55]

La basilica di San Zeno in una foto del 1860 circa di Moritz Lotze

Il 1838 fu un anno importante per le vicende della basilica in quanto vennero trovate le reliquie del santo patrono. Le ricerche erano iniziate già con il passaggio della sede parrocchiale da San Procolo a San Zeno ma, dopo molte infruttuose fatiche, il 22 marzo vennero scoperte le ossa. Si decise, tuttavia, di aspettare che passasse la Pasqua per l'estumulazione completa e quindi il 20 aprile successiva, alla presenza di una commissione numerosa, venne aperta la tomba; l'abate Cesare Cavattoni lasciò una particolareggiata descrizione dell'avvenimento.[N 5][64] Le sacre spoglie vennero ricomposte e collocate in un'urna di legno dorato con vetri ai lati. In seguito, per riverenza, le ossa vennero vestite da un paludamento (indumento solenne) episcopale di seta rossa ricamata in oro.[65]

Tra il 1927 e il 1931, l'allora soprintendente, Alessandro Da Lisca diresse un cantiere che ebbe lo scopo principale di ricollocare il celebre trittico di San Zeno, dipinta da Andrea Mantegna poco dopo la metà del XV secolo, all'interno della chiesa dopo che era stata spostata al museo civico cittadino per preservarla durante la prima guerra mondiale.[66] Alla fine del 1930 si costruì, pertanto, un nuovo altare maggiore (l'attuale) aggiungendo una muratura sul vecchio blocco di fondazione.[67] Nell'anno successivo si diede inizio al restauro dei dipinti dell'abside e dell'arco trionfale, alla realizzazione di nuove vetrate e alla riapertura della finestra posta sul fianco meridiano.[68]

Nel 1938, in occasione della ricorrenza del centenario del ritrovamento del corpo del santo patrono, venne eseguiti alcuni lavori nell'abside della cripta al fine di migliorarne le condizioni igieniche e di renderla più decorosa, così come si fece con la tomba di San Zeno.[69]

Esterno[modifica | modifica wikitesto]

Facciata[modifica | modifica wikitesto]

Il rosone e il frontone[modifica | modifica wikitesto]

Il rosone realizzato da Brioloto de Balneo. Sul timpano del frontone una volta era rappresentato un Giudizio Universale

Il rosone, che fu opera di Brioloto de Balneo, è decorato da sei statue che raffigurano le alterne fasi della vita umana, ovvero della Fortuna (nel senso latino di "destino"). Così concepita e così rappresentata, la "ruota del destino" pone in risalto la precarietà dei beni terreni, per i quali ci insegna a non nutrire un eccessivo attaccamento, in quanto ne possiamo essere privati in ogni momento. Solo lo stolto confida unicamente nella Fortuna, ma il suo destino è quello di essere deriso, come insegna il quarto verso della ruota del Brioloto.[70]

Il frontone segna esternamente alla chiesa la sommità della navata centrale. Il frontone triangolare è di marmo bianco. Questo marmo crea un contrasto con il resto della facciata della chiesa fatta in tufo, pietra e percorso centralmente da sette lesene in marmo rosa. Massimiliano Ongaro nel 1905 scoprì graffiti sul timpano relativi ad un grande Giudizio Universale. Lo riprodusse in calco e lo illustrò sul "Bollettino d'arte del Ministero della Pubblica Istruzione". L'opera del Brioloto e di Adamino da San Giorgio è una delle più importanti ed antiche rappresentazioni veronesi del Giudizio Universale.

L'opera aveva al centro il Cristo in trono con a fianco due angeli, da Maria e da san Giovanni evangelista. Al di sotto gli Apostoli e ai lati gli eletti ed i reprobi. Dalla parte degli eletti Abramo li tiene in grembo, degli angeli portano in cielo un re, un vescovo e due santi e i morti si alzano dalle tombe al suono delle trombe angeliche. Dalla parte dei dannati gli angeli li cacciano con la spada e suonano trombe di giustizia. Fra i dannati un vescovo, un re e una donna. Cinque donne li seguono ed una di esse tira la barba al diavolo. Sullo sfondo le fiamme ardono i dannati e un diavolo li punisce.

Il protiro[modifica | modifica wikitesto]

Il protiro di Nicholaus

Il protiro è firmato dal maestro Niccolò ed è del XII secolo. I leoni stilofori (portatori di colonne) alla base rappresentano i guardiani della chiesa, coloro che impediscono l'entrata delle anime immeritevoli (non a caso trattengono sotto le loro zampe due intrusi).[71] La copertura del protiro poggia su due telamoni rannicchiati, sui quali, in ideale prolungamento delle stesse colonne, sono scolpiti i bassorilievi di san Giovanni Battista e san Giovanni Evangelista. Sull'arco risaltano l'Agnello e la mano di Dio benedicente con una scritta latina che tradotta recita: La destra di Dio benedica le genti che entrano per chiedere cose sante.

All'interno, nella lunetta alcune scene dedicate alla storia cittadina di quei tempi. Vi è la consacrazione del comune veronese libero finalmente dalle servitù feudali verso l'impero tedesco. Al centro della lunetta si trova un san Zeno benedicente mentre calpesta il demonio che simboleggia il paganesimo sconfitto simbolo anche del coevo potere imperiale identificato come il male.

Ai lati di San Zeno sulla destra i rappresentanti della nobiltà veronese e delle famiglie dei mercanti a cavallo (gli equites) e a sinistra i rappresentanti del popolo, dei fanti armati (i pedites). San Zeno, nella scena, consegna una bandiera ai veronesi, una sorta di investitura di derivazione sacra, l'affresco è accompagnato da una scritta in latino: Il Vescovo dà al popolo la bandiera degna di essere difesa / San Zeno dà il vessillo con cuore sereno. Niccolò sotto la lunetta ha scolpito bassorilievi che rappresentano i miracoli compiuti da san Zeno: l'esorcismo sulla figlia di Gallieno preda del demonio; un uomo salvato mentre precipitava nell'Adige su un carro; e i pesci che san Zeno pescatore donava.

Sulle mensole interne ed esterne del protiro sono rappresentati i dodici mesi dell'anno con i lavori tipici relativi ai mesi, questo calendario inizia da marzo. Nel protiro vi sono mescolati tre tipi di rappresentazioni, quelle sacre relative alla vita del santo, quelle politiche relative alla nascita del comune e quelle profane rappresentate dai mesi e dai mestieri collegati. Dodici mesi che riprendono i dodici settori della ruota della fortuna e riprendono anche la rotazione e la ripetizione di un ciclo, i mesi e le stagioni che indefinitamente si susseguono. È la parte didattica rivolta al popolo che non sa leggere, ripetuta più volte nella architettura della basilica.

Gli altorilievi ai lati del protiro[modifica | modifica wikitesto]

Gli altorilievi a destra del portale con scene della Genesi e del re Teodorico.
Gli altorilievi a sinistra del portale con scene del Nuovo testamento.

Ai lati del protiro e del portale ci sono 18 altorilievi risalenti al XII secolo. A sinistra quelli del maestro Guglielmo e a destra quelli del maestro Nicolò. Sono soggetti sacri tratti dal Nuovo e Antico Testamento e profani con al centro Teodorico il Grande in uno il duello fra Teodorico ed Odoacre e in un altro Teodorico all'inseguimento del cervo, che rappresenta il demonio della Leggenda di Teodorico.

Le storie vanno lette dal basso in alto. Guglielmo a sinistra curò temi esclusivamente religiosi. Dall'alto, a coppie si ha: la mano di Dio e l'agnello, poi, il tradimento di Giuda e la crocifissione, indi, la fuga in Egitto e il battesimo di Gesù, ed infine, i Magi, la presentazione al tempio, l'avviso a Giuseppe, il presepio, la visitazione e l'annunciazione.

Niccolò, in basso mette re Teodorico a cavallo e il cervo che lo guida all'inferno, forse da questi altorilievi il Carducci trovò l'ispirazione. Sopra si torna all'Antico Testamento ed in particolare alla Genesi: Dio crea gli animali, Adamo, Eva; il peccato originale, la cacciata dal paradiso terrestre e la condanna al lavoro. Sopra fra le cariatidi, un leone e un ariete, un centauro e un cane musicisti che suonano.[72]

Il portale[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Portale della Basilica di San Zeno.
Portale bronzeo

Campanile[modifica | modifica wikitesto]

Il campanile.

Il campanile è staccato dalla chiesa. La torre campanaria è alta 62 metri. I lavori di costruzione e restauri iniziarono nel 1045 con l'abate Alberico e finirono nel 1173 con il "maestro Martino" anche se è certo che vi fosse una torre campanaria precedente, edificata nei secoli VIII-IX. Un lungo lavoro interrotto dal terremoto del 1117 con il restauro seguente del 1120. Il campanile riprende lo stile della chiesa, sopra la zoccolatura alterna fasce di tufo e cotto che ne dona la sua bicromia.

Vista l'altezza, è diviso in 5 piani da cornici ad archetti di tufo ed ha un doppio ordine di trifore. La cuspide svetta sulla cima del campanile ed ha quattro pinnacoli angolari. È decorato all'esterno da sculture romane.

Già nel 1498 ospitava 6 campane (per approfondire si veda Campane alla veronese). La più grande, fusa nel 1423, sfiora la tonnellata di peso ed emette la nota Sol bemolle: ha un diametro di oltre un metro. Le altre, in accordo frigio sono degli anni 1423, 1498, 1067 e 1149 ma queste ultime due sono state rifatte nel 1755. La più antica è ottagonale e, nel 2005, è stata datata da un gruppo di esperti austriaci, tedeschi ed italiani, risalente ai secoli VIII-X: ciò ne farebbe una fra le più antiche campane esistenti. Aveva una funzione particolare: veniva suonata in occasione dei temporali ed è esposta benché ancora perfettamente funzionante.

Chiostro[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Abbazia di San Zeno (Verona).

Le altre parti interne facevano parte dell'Abbazia in parte distrutta. Si ricorda il chiostro, che al suo interno contiene una edicola e il Sacello di San Benedetto. Le linee diagonali che si intersecano sul prato del chiostro rappresentano i quattro fiumi del Paradiso (ricordati anche nella Torah e nel Corano).[73]

Interno[modifica | modifica wikitesto]

L'interno di san Zeno

Com'è d'uso nelle chiese romaniche, l'interno della chiesa è posto su tre livelli di altezza, dal basso: la Cripta (una vera e propria chiesa nella chiesa), la parte centrale (detta anche chiesa plebana) e il Presbiterio (la parte contenente l'altare maggiore).

Per entrare nella chiesa si salgono alcuni gradini, simboleggianti il distacco dello spirito dalle cose del mondo, poi se ne scendono alcuni, invito all'umiltà.[74]

Parte centrale[modifica | modifica wikitesto]

La parte centrale detta anche "chiesa plebana" è a tre navate, longitudinali. Le navate sono delimitate da possenti pilastri con sezione a forma di croce in alternanza a colonne sormontate da capitelli con motivo zoomorfo e capitelli corinzi spesso recuperati da edifici romani preesistenti. Il soffitto è ligneo e carenato ed è datato XIV secolo.

Fra la parte centrale e il presbiterio vi sono numerose opere d'arte pittoriche, dal XIII al XVI secolo e sculture dal XII al XIV secolo. Fra le altre una croce stazionale di Lorenzo Veneziano, la coppa di porfido che faceva parte delle terme romane della città alle quali è legata una leggenda, il battistero di marmo ottagonale del XIII secolo, la Pala della Madonna e Santi di Francesco Torbido, l'affresco del XIII secolo di San Cristoforo.

Presbiterio[modifica | modifica wikitesto]

Il presbiterio è soprelevato rispetto al piano basilicale, ed è raggiungibile tramite due scalinate poste nelle navate laterali.

Sull'altare maggiore vi è il sarcofago di San Lupicino, San Lucillo e San Crescenziano tutti e tre vescovi veronesi. A sinistra dell'abside sopra l'entrata della sagrestia troviamo un dipinto della scuola di Altichiero[75], la Crocifissione, e nella piccola abside di sinistra la statua in marmo rosso e colorato che ritrae il patrono detta il "San Zeno che ride", eseguita da un anonimo del XII secolo, che rappresenta probabilmente l'icona più importante dei veronesi. Alla destra della porta della sacrestia vi è un pannello votivo raffigurante San Zeno che presenta gli offerenti alla Madre di Dio, del XIV secolo.

L'opera più importante del Presbiterio è la pala di Andrea Mantegna, considerato un capolavoro della pittura del Rinascimento italiano. Il soggetto del polittico è nel trittico superiore la Madonna con Bambino e santi e nella predella scene della vita di Gesù. Il polittico fu portato via dai francesi di Napoleone nel 1797. Fu recuperata la parte superiore dopo anni, mentre la predella rimase in Francia ed oggi quella che si vede in loco è una copia, opera di Paolino Caliari, discendente di Paolo Veronese.

Affreschi e dipinti[modifica | modifica wikitesto]

Cripta[modifica | modifica wikitesto]

Ingresso della cripta

La cripta è del X secolo, dal 921 il corpo del santo è custodito in un sarcofago a vista con il volto coperto da una maschera d'argento. È una chiesa completa all'interno della basilica. Ha una struttura particolare, è suddivisa in nove navate con gli archi sostenuti da ben 49 colonne, che hanno la particolarità di avere tutti capitelli differenti.

Qui, secondo la tradizione, si sposarono Romeo e Giulietta, nella celebre opera di Shakespeare.

Adamino da San Giorgio, scultore locale, nel 1225 scolpì sugli archi di accesso decorazioni basate su soggetti non religiosi: animali fantastici e mostruosi. La cripta fu ristrutturata nel XIII secolo e XVI secolo.

Note[modifica | modifica wikitesto]

Esplicative[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Sull'epitaffio dedicato all'arcidiacono Pacifico, murato nel Duomo di Verona, si legge:
    ”ECCLESIARUM FUNDATUR, RENOVATOR OPTIMUS
    ZENONIS PROCULI VITI PETRI ET LAURENTII
    DE QUOQUE GENITRICIS NEC NON ET GEORGII
    In Da Lisca, 1941, p. 10.
  2. ^ L'iscrizione è la seguente:
    "ANNO INCARNATIONIS DOMINI NOSTRI IESU CRISTI MILLESIMO XLV
    INDICATIONE XIII, ANNO SEPTIMO DOMNI HEINRICI IMPERATORIS, NONO
    VERO ANNO DOMINI WALTHERII PONTIFICIS, AD HONOREM DEI ET SANCTI
    ZENONIS DOMNUS ALBERICUS ABBAS ANNO PRIMO SUE CONSECRATIONIS,
    HANC TURRIM CUM FRATRIBUS SUIS INCHOAVIT."
    In Da Lisca, 1941, p. 30.
  3. ^ L'iscrizione sulla pietra sepolcrale è la seguente:
    OSSA SEPULTURA PATRUM CONDUNTUR IN UNA,
    UT DOMINIS PARIBUS MANSIO SIT PARILIS:
    HIC QUOQUE MANSURUS PRESENS HERUS ATQUE FUTURUS
    HIC ANIMABIT EOS, CEU SUA GRANA, THEOS.
    ALBERICE FACIS, CAPIES MELIORA PATRATIS,
    DANT BENE FACTA SOLI, CLAUSTRA SUPERNA POLI
    EXSEQUIAS PATRUM REPETAT DEVOTIO FRATRUM,
    UT PATRIARCHA SINUM PANDAT IN ARCE PIUM.
    In Simeoni, 1909, p. 12.
  4. ^ L'iscrizione, in parte perduta, che menziona il maestro Brioloto de Balneo e posta nei pressi del battistero recita:
    QUISQUE BRIOLOTUM LAUDET QUIA DONA MERETUR
    SUBLIMIS HABEAT, ARTEFICEM COMMENDAT OPUS TAM RITE POLITUM
    SUM NOTAT ESSE PERITUM. HIC FORTUNE FECIT ROTAM S. E.
    CUIUS PRECOR TENE NOTAM – ET – VERONE PRIMITUS BALNEUM
    LAPIDEUM IPSE DESIGNAVIT – UNDE TURBA FORTITER
    POSSIDEAT PRECIBUS IUSTORUM REGNA BEATA – IN QUIBUS U
    PARATA ISTE VERENDUS HOMO NIMIUM QUEM FAMA DECORAT
    QUIA LUCIS IN EDE LABORAT.
    In Da Lisca, 1941, p. 7.
  5. ^ L'abate Cesare Cavattoni ci informa che vennero trovate le ossa "coperte da un velo o veste di seta mezzo marcita che doveva essere di color pavonazzo"; sul teschio "avanzi di un berretto con una pignetta o fiocco bislungo di metallo indorato". Vennero poi trovati alcuni vestimenti di seta gialla "coperti a quadriglia con fiori di colore pavonazzo quasi corrosi dal tempo". In Da Lisca, 1941, p. 175.

Bibliografiche[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ http://www.diocesiverona.it
  2. ^ (EN) Catholic.org Basilicas in Italy
  3. ^ a b Ederle, 1953, p. 20.
  4. ^ a b c d Da Lisca, 1941, p. 7.
  5. ^ a b Simeoni, 1909, pp. 8-9.
  6. ^ a b c d Benini, 1988, p. 214.
  7. ^ Ederle, 1953, pp. 9-10.
  8. ^ Da Lisca, 1941, p. 8.
  9. ^ Da Lisca, 1941, p. 9.
  10. ^ a b Fainelli, 1940, pp. 152-156.
  11. ^ Ederle, 1953, pp. 10-11.
  12. ^ Simeoni, 1909, pp. 10-11.
  13. ^ Da Lisca, 1941, p. 10.
  14. ^ Da Lisca, 1941, pp. 11, 13.
  15. ^ a b Ederle, 1953, p. 11.
  16. ^ Patuzzo, 2010, p. 95.
  17. ^ a b c Ederle, 1953, p. 13.
  18. ^ Da Lisca, 1941, p. 13.
  19. ^ Valenzano, 1993, p. 9.
  20. ^ Da Lisca, 1941, p. 19.
  21. ^ Da Lisca, 1941, p. 27.
  22. ^ a b c Simeoni, 1909, p. 12.
  23. ^ Da Lisca, 1941, p. 20.
  24. ^ Ederle, 1953, p. 12.
  25. ^ Da Lisca, 1941, p. 21.
  26. ^ Da Lisca, 1941, p. 23.
  27. ^ Patuzzo, 2010, p. 42.
  28. ^ Da Lisca, 1941, p. 29.
  29. ^ Da Lisca, 1941, p. 30.
  30. ^ Da Lisca, 1941, p. 31.
  31. ^ Da Lisca, 1941, pp. 32-33.
  32. ^ Da Lisca, 1941, p. 35.
  33. ^ a b Da Lisca, 1941, p. 36.
  34. ^ a b Patuzzo, 2010, p. 88.
  35. ^ a b Da Lisca, 1941, p. 37.
  36. ^ Simeoni, 1909, p. 13.
  37. ^ Simeoni, 1909, p. 15.
  38. ^ Simeoni, 1909, p. 14.
  39. ^ a b Simeoni, 1909, p. 21.
  40. ^ a b Da Lisca, 1941, p. 83.
  41. ^ Da Lisca, 1941, p. 88.
  42. ^ Simeoni, 1909, p. 18.
  43. ^ Da Lisca, 1941, p. 89.
  44. ^ Da Lisca, 1941, p. 92.
  45. ^ Da Lisca, 1941, p. 93.
  46. ^ Patuzzo, 2010, p. 93.
  47. ^ Solinas, 1981, p. 265.
  48. ^ Da Lisca, 1941, p. 119.
  49. ^ Da Lisca, 1941, p. 121.
  50. ^ Da Lisca, 1941, pp. 130-131.
  51. ^ Da Lisca, 1941, p. 131.
  52. ^ a b c Da Lisca, 1941, p. 138.
  53. ^ Valenzano, 1993, p. 12.
  54. ^ a b Da Lisca, 1941, p. 132.
  55. ^ a b c Valenzano, 1993, p. 13.
  56. ^ Da Lisca, 1941, p. 141.
  57. ^ Da Lisca, 1941, p. 143.
  58. ^ Da Lisca, 1941, p. 155.
  59. ^ Da Lisca, 1941, p. 157.
  60. ^ a b Da Lisca, 1941, p. 158.
  61. ^ Da Lisca, 1941, pp. 159-160.
  62. ^ Da Lisca, 1941, p. 169.
  63. ^ a b Da Lisca, 1941, p. 170.
  64. ^ Da Lisca, 1941, p. 175.
  65. ^ Da Lisca, 1941, p. 176.
  66. ^ Da Lisca, 1941, p. 179.
  67. ^ Da Lisca, 1941, p. 189.
  68. ^ Da Lisca, 1941, p. 190.
  69. ^ Da Lisca, 1941, p. 193.
  70. ^ Patuzzo, 2010, p. 97.
  71. ^ I due leoni stilofori portano le colonne del "diritto" e della "fede". (Cesare Marchi, "Verona, San Zeno vince la scommessa con il diavolo", in Grandi peccatori, grandi cattedrali. Bur Rizzoli ed., 2014, pag. 216).
  72. ^ San Zeno Verona, maestro Niccolò
  73. ^ Katuscia Lorenzini, Verona città fatata, Cierre edizioni, 2015, pag. 112.
  74. ^ (Cesare Marchi, "Verona, San Zeno vince la scommessa col diavolo" in Grandi peccatori, grandi cattedrali. Bur Rizzoli ed. 2014, pag. 217).
  75. ^ Secondo alcuni studiosi, l'opera è da attribuirsi al Maestro.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Gian Paolo Marchi, Angelo Orlandi e Maurizio Brenzoni, Il culto di San Zeno nel veronese, Verona, Banca mutua popolare di Verona, 1972.
  • Giovanni Solinas, Storia di Verona, Verona, Centro Rinascita, 1981, SBN IT\ICCU\SBL\0619693.
  • Giorgio Borelli (a cura di), Chiese e monasteri di Verona, Verona, Edizioni B.P.V., 1981.
  • Giovanni Lorenzoni e Giovanna Valenzano, Il Duomo di Modena e la Basilica di San Zeno, Verona, Banca Popolare di Verona, 2000, ISBN non esistente.
  • Alessandro Da Lisca, La basilica di San Zenone in Verona, Verona, Scuola Tipogafica Don Bosco, 1941, ISBN non esistente, SBN IT\ICCU\VEA\0043997.
  • Luigi Simeoni, S. Zeno di Verona. Studi con nuovi documenti, Verona, Libreria Editrice - C. A. Baroni & C., 1909.
  • Guglielmo Ederle, La Basilica di S. Zeno, Verona, Edizioni di vita veronese, 1953.
  • Mario Patuzzo, San Zeno: gioiello d'arte romanica, Vago di Lavagno, Editrice La Grafica, 2010.
  • Gianfranco Benini, Le chiese di Verona: guida storico-artistica, Arte e natura libri, 1988.
  • Vittorio Fainelli, Dalla caduta dell'impero romano alla fine del periodo carolingio, Venezia, 1940.
  • Giovanna Valenzano, La basilica di san Zeno in Verona: problemi architettonici, Vicenza, Neri Pozza, 1993, ISBN 88-7305-420-X.
  • Giuseppe Trecca, La facciata della basilica di S. Zeno, Verona, La tipografica veronese, 1938, ISBN non esistente.
  • Alessia Parolotto, La biblioteca del monastero di San Zeno in Verona (1318-1770), Verona, Della Scala, 2002.
  • Girolamo Orti Manara, Dell'antica basilica di San Zeno, Verona, 1839, ISBN non esistente.
  • Pierpaolo Brugnoli (a cura di), L'abazia e il chiostro di S. Zeno Maggiore in Verona: un recente intervento di restauro, Vago di Lavagno, Banca Popolare di Verona, 1986, ISBN non esistente, SBN IT\ICCU\RAV\0018362.

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