Chiesa di Santo Stefano (Verona)

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Chiesa di Santo Stefano
Santo Stefano VR.jpg
La chiesa di Santo Stefano
StatoItalia Italia
RegioneVeneto
LocalitàVerona
ReligioneCristiana cattolica di rito romano
Diocesi Verona
Stile architettonicoromanico
Inizio costruzioneV secolo
CompletamentoXII secolo

Coordinate: 45°26′55.77″N 11°00′00″E / 45.448825°N 11°E45.448825; 11

La chiesa di Santo Stefano è una chiesa di Verona, situata nel quartiere di Veronetta, prevalentemente realizzata in stile romanico, sorta lungo l'Adige, non lontano dalla chiesa di San Giorgio in Braida e da porta San Giorgio. Le sue origini sono antichissime e nonostante alcuni rimaneggiamenti avvenuti nel corso dei secoli parte della struttura rimane quella originaria edificata intorno al V secolo rendendola un esempio quasi unico di architettura paleocristiana in territorio veronese. I ritrovamenti in loco di altari riconducibili al culto di Iside ha dimostrato che la chiesa sia sorta in un luogo considerato sacro fin dall'antichità.

Il primo edificio paleocristiano dovrebbe essere stato qui edificato successivamente al ritrovamento delle reliquie di Stefano protomartire avvenuto nel 415 e doveva essere caratterizzato da un'unica navata, da un ampio transetto e un abside. Grazie ad un atto notarile sappiamo che davanti all'entra vi era un atrio, probabilmente un nartece. Di questa costruzione primitiva è rimasta l'impostazione generale e il fianco meridionale costruito in muratura a sacco. Durante il regno di Teodorico il Grande la chiesa di Santo Stefano venne parzialmente distrutta ma poi prontamente ricostruita. Il fatto che nella chiesa sia conservata una sedia episcopale in pietra e che vi siano molte tombe di vescovi veronesi ha fatto supporre che Santo Stefano sia stata nell'alto medioevo la sede vescovile della diocesi di Verona. Si ritiene che tra il VI secolo e la fine del VIII secolo l'edificio andò in contro ad una delle sue prime grandi trasformazioni con la divisione dell'aula da una a tre navate e la realizzazione di matronei a cui si accedeva da due scale che si aprivano sulla facciata. Nell'XI secolo venne aggiunta la cripta. A differenza di quasi tutti gli edifici di culto veronesi, Santo Stefano venne solamente parzialmente danneggiata in occasione del terribile terremoto del 1117. Tuttavia, nel corso nel corso del XII secolo si procedette ad alcune modifiche che riguardarono l'abside, le finestre e la facciata che venne retratta fino a comprendere il nartece allungando così di fatto la chiesa come ben testimoniato dalla differenza nei muri visibile all'interno. Queste trasformazioni portarono la chiesa ad assumere l'aspetto romanico che tutt'oggi al contraddistingue. Tra il 1618 e il 1621 il parroco monsignor Varalli fece aprire sul muro meridionale la barocca cappella Varalli. Nei secoli successivi vi furono diverse iniziative volte al restauro e alla conservazione della chiesa e al contestuale ripristino dell'aspetto originario per quanto possibile.

Artisticamente, la chiesa di Santo Stefano si presenta all'osservatore attento molto interessante per via del suo sovrapporsi di elementi architettonici di secoli diversi. Il muro meridionale e l'impostazione generale risalgono al primo edificio paleocristiano, la cripta e la bella facciata rappresentano un chiaro esempio di architettura romanica veronese, mentre la cappella Varalli è squisitamente di stampo barocco. Menzione a parte si deve fare per l'imponente tiburio che si innalza all'incrocio tra transetto e piedicroce, unico di questo genere a Verona ma tipico del romanico lombardo. L'interno contiene numerose opere d'arte, dagli affreschi di basso medioevali di autori ignoti a quelli di Giacomo da Riva e Martino da Verona a quelli, di epoca manierista, di Domenico Brusasorzi. Altri pittori veronesi contribuirono alla dotazione artistica della chiesa con le loro pale d'altare; tra cui: Paolo Farinati, Marcantonio Bassetti, Pasquale Ottino, Alessandro Turchi e Giovanni Francesco Caroto.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La chiesa di Santo Stefano a Verona è una delle chiese cittadine più antiche. Nonostante le molteplici trasformazioni architettoniche che l'hanno vista protagonista nel corso dei secoli, alcune delle sue parti sono rimate quelle del primo edificio realizzato intorno al V secolo e ricostruito da Teodorico il Grande il secolo seguente. Di tutti gli altri edifici paleocristiani veronse, coevi o antecedenti a Santo Stefano, non è rimasto più quasi nulla, rendendola così una delle più interessanti chiese di Verona dal punto di vista storico e architettonico.[1] Solitamente si vuole suddividere le vicende edificatorie di Santo Stefano in quattro momenti principali: l'edificazione del primo edificio paleocristiano, il periodo alto medievale, l'imponente ristrutturazione preromanica e romanica avvenuta tra il X e XII secolo e, infine, gli interventi dell'epoca rinascimentale.

Origini e primo edificio paleocristiano[modifica | modifica wikitesto]

Muro meridionale del piedicroce, gran parte di esso risale al primo edificio edificato intorno al V secolo.

Si ritiene che l'attuale edificio sorga in un luogo considerato "sacro" fin dai primi insediamenti stabili che dettero origine alla città di Verona.[2] Molto probabilmente in epoca romana qui vi era un tempio, posto poco fuori dalle mura cittadine, dedicato alla dea egiziana Iside e al suo sposo Serapide, il cui culto giunse a Roma portato dai legionari. Ciò viene supposto a seguito del ritrovamento di due altari dedicati alla dea in occasione di alcuni lavori di ristrutturazione avvenuti all'inizio del XIX secolo e della presenza di quattro colonne in sienite, di probabile origine egizia, reimpiegate nella cripta e tutt'oggi presenti.[3][4][5]

La data di edificazione del primo nucleo della chiesa cristiana non è conosciuta con precisione, ma la maggior parte degli studiosi la colloca intorno al V secolo. È invece certo che fin dall'inizio venne intitolata a Stefano protomartire, primo martire cristiano, e che la sua edificazione sia connessa alla scoperta, avvenuta nel 415, delle sue reliquie; dunque la sua costruzione è avvenuta certamente a posteriore di tale data.[6] Molto probabilmente si trattava di un edificio di modeste dimensioni, tanto che lo storico Luigi Simeoni lo identifica più come un oratorio che una vera e propria chiesa.[6]

Le sepolture, originariamente nella cripta e oggi nella cappella Innocenti, di molti vescovi veronesi e la presenza di una sedia episcopale, realizzata in pietre rozzamente sbozzate, fa supporre che in epoca alto medioevale, o perlomeno tra il V e il VIII secolo, Santo Stefano fosse la sede vescovile Verona; tuttavia non vi è unanime accordo con tale tesi.[7] Anche sull'architettura di questo primo edificio le opinioni non concordano pienamente.[7][6] Infatti, le tracce dell'edificio paleocristiano si fondono nelle strutture architettoniche posteriori, rendendo non facile identificarle con sufficiente certezza. Senza dubbio le attuali fiancate del piedicroce sono ascrivibili a questo periodo. La pianta della chiesa era cruciforme ed era composta da un'unica navata, da un primitivo transetto più largo dell'attuale probabilmente quanto come la navata, da un presbiterio e infine da un abside semicircolare.[7] Davanti alla facciata vi era un nartece (un atrio), secondi alcuni da un quadriportico, come provato da alcuni atti notarili risalenti ai secoli XI e XII in cui si legge "in atrio Beatissimi Sancti Stefani".[8]

I primi decenni di vita dell'edificio non furono privi di eventi nefasti. Gli Annales Valesiani, cronache del VI secolo, riportano che l'ariano re degli Ostrogoti Teodorico il Grande, negli ultimi anni di regno "...iussit ad fonticulos in proastio civitatis Veronensis oratorium sancti Stephani ibidem situm suberti" ovvero "...ordinò che presso le fontanelle[N 1] della periferia della città di Verona fosse demolito l'oratorio di Santo Stefano in quello stesso luogo edificato...".[7] Non è certo il motivo che spinse il re ostrogoto a fare ciò, alcuni ritengono che sia da collegare agli scontri che a quel tempo intercorrevano tra cattolici e ariani di cui faceva parte Teodorico,[6] altri invece propongono che si fosse trattato di una scelta dettata da una riforma urbanistica della città, in particolare delle mura che passavano nei pressi dell'abside, tanto che sembra che lo stesso Teodorico abbia contribuito all'immediata ricostruzione dell'edificio. Certo è che l'attività liturgica di Santo Stefano dovette fermarsi per un periodo, tanto che i vescovi Verecondo e Valente, morti a quel tempo, dovettero essere sepolti nella chiesa di San Pietro in Castello (oggi non più esistente). I lavori dovettero terminare, dunque, tra il 532 e il 540, ovvero tra la data di morte di Valente e quella del suo successore Petronio la cui tomba trovò nuovamente qui la sua collocazione.[7]

il periodo alto medievale e la riconversione romanica[modifica | modifica wikitesto]

Iconografia rateriana risalente alla metà del X secolo, la più antica rappresentazione di Verona che si conosca. Santo Stefano è riconoscibile in alto a sinistra.

Possediamo poche notizie della chiesa nel periodo che va tra il VI secolo e la fine del VIII secolo, tuttavia lo stile rozzo di alcuni interventi ha permesso all'architetto Alessandro da Lisca, in seguito a intensi studi intrapresi dallo stesso su santo Stefano, di avanzare alcune teorie sulla storia edificatoria della chiesa ascrivibili al periodo protoromanico. A seguito di ciò il da Lisca ha proposto che in tali secoli si possa collocare la trasformazione della zona plebana da suddivisione ad aula unica ad aula a tre navate. Contestualmente, si sarebbero realizzati i due matronei sovrastanti le due navate laterali, raggiungibili attraverso delle scale a cui si accedeva da due porte sulla facciata che allora si trovava internamente ad un atrio. Sul matroneo settentrionale sono aperte tre finestre ad arco che si affacciano sulla navata centrale mentre su ve ne sono due sul meridionale a cui si aggiunge una bifora. Sempre risalenti a questa fase alto medievale risale la chiusura dei grandi finestroni laterali riempiti da una muratura grezza, ben visibile tutt'oggi, fino all'impostazione dell'arco, lasciando quindi aperte delle lunette per far filtrare la luce nei matronei, anch'esse più tardi murate, tuttavia ancora visibili nel lato sud.[9]

Giungendo al periodo preromanico, si ritiene che si possa far risalire al IX secolo l'apertura della bifora nella testata del transetto meridionale, costituita da una pulvino sostenuto da una colonnina in marmo bianco. Sempre in questo periodo ci si occupò del rifacimento della muratura dell'abside e del transetto, probabilmente danneggiati dal terremoto del 793. Nel secolo successivo si ebbe la realizzazione della cripta, situata sotto il transetto, e l'apertura nell'abside del doppio ambulacro (o deambulatorio) sovrapposto a cui si accedeva dalla cripta, per quanto riguarda quello inferiore, e dal presbiterio per quello superiore. La realizzazione di tali strutture, destinate al culto delle reliquie, dimostra l'importanza di Santo Stefano in quegli anni come meta di molti pellegrini.[9]

Facciata della chiesa realizzata in occasione della riconversione in stile romanico

Nel 1117 Verona venne colpita da un devastante terremoto che distrusse gran parte del suo patrimonio architettonico a cui seguì un periodo di intensa ricostruzione che riguardò molti dei suoi edifici religiosi. Pare che Santo Stefano venne solo marginalmente coinvolto in questi eventi; per via dell'altezza modesta dell'edificio e per la presenza dei contrafforti e di volte nelle navate laterali, che fungevano da legamento, i danni riportati furono relativamente lievi e riguardarono soprattutto la facciata con l'antico portico e il tetto che crollò. Le parti danneggiate vennero ricostruite nei canoni caratteristici dell'architettura romanica, andando comunque a realizzare una profonda trasformazione dell'edificio che perse le caratteristiche di chiesa paleocristiana. Una prima fase ricostruttiva è ascrivibile alla prima metà del XII secolo in cui venne sostituita la vecchia calotta che ricopriva l'abside a favore di una volta a botte realizzata in conci di tufo. L'intervento più rilevante, tuttavia, riguardò la facciata che venne arretrata fino a comprendere l'antico portico (nartece), probabilmente distrutto durante il terremoto, che venne inglobato nella navata; all'interno sono chiaramente visibili le tracce dell'allungamento. Contestualmente venne ristrutturato il presbiterio e la cripta. Di questi anni risale una lapide, oggi murata su di un pilastro della navata centrale, in cui si ricorda la consacrazione della chiesa con le reliquie ivi contenute, avvenuta probabilmente al termine dell'imponente restauro.[10]

Intorno alla seconda metà dello stesso secolo, iniziò la costruzione del notevole tiburio ottagonale che svetta sopra l'incrocio tra la navata e il transetto. Per sostenere tale struttura si resero necessari diversi lavori anche all'interno che andarono a creare le quattro arcate che adornano lo spazio antistante il presbiterio. Il tiburio di Santo Stefano rappresenta l'unico esempio di questo elemento architettonico nella provincia di Verona essendo molto più tipica del tardo romanico lombardo.[10]

Dal Rinascimento al XXI secolo[modifica | modifica wikitesto]

Cristo trionfante sulla volta del presbiterio, affresco del XVI secolo del pittore Domenico Brusasorzi su committenza dell'arciprete Giovanni Del Bene.

Nonostante la lunga fase di trasformazione di Santo Stefano si fosse esaurita nei primi decenni del XIII secolo, l'edificio continuò ad essere oggetto di modifiche e ristrutturazioni. Nel XIV secolo ci si preoccupò di modificare il tetto e restaurare l'abside dove vennero aperte due finestrelle laterali e una centrale più grande per permettere una maggior illuminazione. Ma per lavori sostanziali dobbiamo aspettare gli anni a cavallo tra il XVI e XVII secolo, in cui la chiesa risentì degli effetti del tardo rinascimento. Nel 1541 il vescovo veronese Gian Matteo Giberti si recò nella chiesa per una visita pastorale rilevando che l'edificio si trovava in uno stato di degrado e di abbandono. Per porre rimedio Giberti insediò con la carica di arciprete il nobile e facoltoso Giovanni Del Bene che fin da subito si dimostrò disponibile ad impiegare parte del suo patrimonio a beneficio della chiesa iniziando diversi lavori di ristrutturazione. Uno dei maggiori problemi che affliggeva santo Stefano era l'umidità che penetrava dal soffitto sopra il presbiterio[11] e che fu prontamente risolto con la realizzazione di una cupola e di due volte a botte ai lati nord e sud per sostenerne il peso, successivamente affrescati dal pittore e amico di Del Bene Domenico Brusasorci.[12]

Oltre all'apporto del Brusasorzi, molti altri artisti veronesi contribuirono ad arricchire gli interni della chiesa con le loro tele, tra questi pittori ricordiamo Paolo Farinati e Giovan Francesco Caroto. Nel 1595 viene ribassato il piano stradale intorno all'edificio e pertanto si dovette provvedere alla dotazione di una scala esterna al portone principale. Nel 1618 monsignor Giulio Varalli, in ossequio alle direttive della controriforma, decise di realizzare a sue spese una cappella dove traslare le reliquie fino allora conservate nella cripta affinché fossero onorate più degnamente. I lavori terminarono nel 1621 con una spesa di oltre tremila ducati, il guadagno di insegnante del sacerdote.[13] La cappella si apre sul lato destro della chiesa, poco dopo l'ingresso, ed è un capolavoro di architettura barocca in cui la presenza delle sacre reliquie, tra cui quelle che secondo la tradizione appartengono a 4 bambini trucidati da Erode, è celebrata da stucchi, cariatidi e pregevoli pitture di Pasquale Ottino, Alessandro Turchi e Marcantonio Bassetti.[14]

Santo Stefano in una fotografia del 1934

Tra il secolo successivo l'ottocento vi fu un susseguirsi di interventi che mutarono l'aspetto degli spazi interni della chiesa, iniziati con l'apertura di tre cappelle sul muro settentrionale della navata di sinistra. Alla fine del settecento venne rinnovata la cripta dopo anni di abbandono, restaurato il pavimento e rafforzato il transetto di destra. Nel 1810 venne costruito un oratorio addossato al muro meridionale della chiesa, tra la cappella Varalli e il transetto; tale edificio verrà poi abbattuto successivamente. Nel 1870 vennero nuovamente invertite le scale interne portandole all'assetto odierno. Nel 1881 si restaurò il tiburio in cui vennero riaperte le finestre prima murate.[14]

Nel 1905 venne deciso di sostituire la cappella settentrionale centrale con l'attuale, la cappella dell'Immacolata Concezione, che richiama la struttura della cappella Varalli.[14] Nel 1934 gli storici dell'arte Paolo Verzone e Alessandro da Lisca compirono accurati studi sull'edificio ed in particolare sulle sue lunghe e complesse vicende edificatorie avanzando diverse teorie. Nel 1953 l'architetto Piero Gazzola diede inizio ad una serie di interventi con l'obiettivo di riportare l'aspetto di Santo Stefano più similmente possibile all'originale. A questo scopo si procedette all'abbattimento dell'oratorio ottocentesco riportando in vista la muratura risalente al periodo paleocristiano e venne nuovamente invertito l'andamento delle scale interne portandole all'assetto odierno. [15] Nel 1998 vennero eseguite opere di restauro sia sul tetto (rifacimento completo) e sia nella cripta, sostituendo la pavimentazione invasa da acque di filtrazione esterne.[14] Durante la rimozione del pavimento la Soprintendenza archeologica impose degli scavi che portarono alla scoperta diverse tombe dell'anno 1000 e soprattutto il ritrovamento delle "casette" dell'epoca del ferro, ad una profondità di circa m 2,50 sotto il pavimento. Esisteva soltanto un angolo che senz'altro continuava all'esterno verso nord-est. Si trovarono quindi i primi insediamenti di Verona.[16] Un vasto intervento conservativo intrapreso nel 2007 portò, tra le altre cose, al restauro di numerosi affreschi contenuti nell'abside e nel presbiterio e alla pulizia delle pietre dell'ambulacro superiore. Quest'operazione ha permesso di riportare alla luce alcuni affreschi nascosti sotto l'intonaco.[17]

Esterno[modifica | modifica wikitesto]

Fianco meridionale della chiesa. Si noti, partendo da sinistra, la cappella Varalli che sporge, gli antichi finestroni murati sull'originale muro paleocristiano e il transetto.

L'aspetto esterno della chiesa di Santo Stefano risente molto della trasformazione in stile romanico avvenuta nel corso della ricostruzione conseguente al terremoto di Verona del 1117 in cui venne rifatta la facciata e parte del muro absidale. Nonostante questo, gran parte del muro del fianco meridionale risale all'originale edificio paleocristiano, rappresentando così uno degli edifici religiosi più antichi di Verona.[6] Il fianco settentrionale invece non è oggigiorno visibile in quanto inglobato in costruzioni relativamente recenti.[18]

Sull'incrocio tra il piedicroce e il transetto si innalza un imponente tiburio ottagonale, unico esempio di questo tipo nel panorama architettonico veronese ma tipico dell'area lombarda. La chiesa presenta il tipico orientamento degli edifici cattolici più antichi, con l'abside posto ad est e la facciata ad ovest, mentre le fiancate volgono verso settentrione e verso meridione.[19]

Fianco meridionale[modifica | modifica wikitesto]

Come detto, il muro del fianco meridionale (lato Adige) è l'originale, fatta eccezione per quello sporgente della cappella Varalli, del primo edificio paleocristiano costruito intorno al V secolo, un raro caso in Italia.[20] Realizzato con la tecnica di muratura a sacco, con poco meno di 1 metro di spessore,[21] nei i primi tre metri circa di altezza vennero utilizzati diversi tipi di materiali, come pietre non lavorate, conci di cotto ed elementi di spoglio provenienti da manufatti di epoche diverse, probabilmente trovati sul luogo. Superiormente vennero maggiormente impiegati ciottoli di fiume provenienti dal vicino fiume Adige e pietrame, inframezzati da linee di conci di tufo e da laterizi in doppia o tripla fila, ricordando così l'antica tecnica edilizia romana.[6][22]

Parete esterna del transetto meridionale con gli elementi disposti in tre ordini

Originariamente sul muro si aprivano cinque grandi finestroni rettangolari (quattro ancora ben visibili, al quinto venne sovrapposta la cappella Varalli), larghi circa 1,9 metri, sormontati da un arco il cui vertice raggiungeva i circa 3,4 metri di altezza. Questi aperture si alternavano con una distanza pari alla loro larghezza, andando così a formare un succedersi simmetrico tra vuoti e pieni.[8] Si presume che originalmente tali finestre possedessero vetri policromi installati su intelaiature lignee.[21] Nel periodo alto medioevale vennero murati riempiendoli con pietra grezza, tutt'oggi ben visibile, fino all'impostazione dell'arco che, invee, rimase aperto per far filtrare la luce nei matronei appena realizzati.[9] Intorno al XII secolo venne deciso di realizzare, all'interno dei finestroni, delle piccole monofore seguendo la consuetudine del tempo in cui si preferivano chiese il cui ambiente interno si presentasse in semioscurità.

Portale laterale sormontato dall'affresco Madonna con Bambino e due offerenti, attribuito al pittore Giacomo da Riva

Sempre sul fianco si apre un semplice portale rettangolare, di epoca romanica, il cui architrave è sormontato da una lunetta, probabilmente originariamente inserita in un protiro pensile,[10] in cui è collocato un affresco del XIV secolo, Madonna con Bambino e due offerenti, attribuito al pittore Giacomo da Riva. Seguendo il muro, poco prima di giungere al transetto, è visibile un volto che probabilmente incorniciava l'antico accesso alla cripta sottostante. Il muro esterno del transetto appare diviso in tre ordini che si formarono nel corso dei secoli: più inferiormente vi è un arco acuto in cui è inscritto un affresco di Dionisio Brevio della prima metà del XVI secolo; al centro un finestrone murato, con feritoia romanica, del tutto simile a quelli già descritti sulla fiancata del piedicroce, seppur leggermente più piccolo;[23] superiormente una bifora inframezzata da una semplice colonnina in marmo bianco che sorregge due archi a tutto sesto in mattoni.[24]

Quattro metrici circa dopo la facciata dal fianco meridionale sporge la barocca cappella Varalli, realizzata tra il 1618 e il 1621 abbattendo una parte del muro paleocristiano. Esternamente si presenta come un parallelepipedo sormontato da un cilindro.[25] Nel XIX secolo, tra la cappella Varalli e il transetto venne realizzato un oratorio, poi successivamente abbattuto riportando alla luce l'antico muro.[22]

Facciata[modifica | modifica wikitesto]

Facciata romanica della chiesa di Santo Stefano. Si noti il protiro con le due lesene laterali e l'alternanza cromatica tra il tufo e il cotto che gli conferiscono un tipico aspetto.

L'attuale facciata è l'elemento architettonico che conferisce maggiormente alla chiesa l'aspetto del tipico romanico veronese ed è frutto della parziale ricostruzione del complesso avvenuta intorno alla fine del XII secolo. La facciata originaria risalente al V secolo si trovava in posizione più arretrata, circa dove oggi inizia la seconda arcata interna, ed era anticipata da un nartece (un corto atrio) dove trovavano posto i non battezzati durante la celebrazione eucaristica). Alcuni storici ritengono che potesse essere un quadriportico, del tutto simile a quello realizzato per la chiesa di Sant'Elena. Probabilmente danneggiato irrimediabilmente in occasione del devastate terremoto del 1117, i lavori del 1185 andarono ad inglobare nella chiesa questa originaria struttura, consentendo così l'allungamento della navata della chiesa.[6]

Come detto, è una tipica facciata a capanna dotata di unica cuspide, probabilmente molto simile a quella della chiesa originaria ad un'unica navata,[26] ben si nota l'alternanza cromatica, tipica del romanico veronese, tra il giallo chiaro del tufo e il rosso del cotto, con una discreta prevalenza del primo.[27][6] Alla base e agli angoli non venne utilizzato il cotto e si trovano esclusivamente tufo e marmo. Corrispondenti ai muri longitudinali interni che separano le tre navate emergono dalla facciata due lesene in tufo terminanti in altezza ad oltre metà della facciata, dividendola così in tre segmenti.[27][10] Guardando attentamente i conci di tufo si possono notare diversi graffiti scolpiti su di essi in cui sono riportati in latino medievale alcuni avvenimenti di cronaca cittadina.[28][N 2]

Il portale, a cui si accede salendo alcuni gradini, è sormontato da una lunetta inserita in un protiro pensile contornato da una cornice decorata in fasce sovrapposte con modanature con motivi floreali che terminano con un fregio a denti di sega. Il tutto è protetto da un tettuccio sporgente a falde di pietra.[29] Poco sopra vi è un'ampia finestra rotonda (definita anche come un "vuoto circolare"[18]) che ha sostituito nei primi del XIX secolo una precedente bifora che risulta ancora ben visibile dall'interno. Lateralmente, l'edificio originario disponeva dio ulteriori due bifore per lato (anch'esse ancora visibili all'interno), oggi sostituite da due alti finestroni, utili per far filtrare la luce nelle navate e nei matronei.[30] La cornice sotto gli spioventi è decorata a bassorilievo da archetti rampanti a tutto sesto sormontati da un fregio a denti di sega e da una modanatura.[10][27] Infine, nel timpano all'altezza del sottotetto, vi è una finestrella a forma di croce ai cui lati si aprono due ulteriori piccoli oculi.[31]

Tiburio[modifica | modifica wikitesto]

Il caratteristico tiburio di Santo Stefano, unico esempio di questo tipo nell'architettura veronese

Uno degli elementi più particolari della chiesa di Santo Stefano è il tiburio ottagonale, posto con una singolare rotazione di 6°30' rispetto all'abside sul tetto nel punto di incrocio tra l'asse longitudinale e il transetto. Realizzato in cotto, sulle sue pareti si aprono un totale di 16 bifore, due per ogni lato organizzate su due ordini architettonici.[32] Ogni bifora è composta da una colonnina realizzata in marmo bianco di Carrara con un capitello che sostiene un pulvino da cui si innestano due archi a tutto sesto. In ogni facciata vi sono due oculi marcapiano posti tra le due bifore sovrapposte. Al fine di sostenere il tiburio, edificato probabilmente nella prima metà del XIV secolo, si dovettero approntare quattro robusti pilastri rettangolari che si innalzano dalla cripta.[1]

Il tiburio è un elemento tipico dell'architettura romanica lombarda, in particolare milanese (si vede ad esempio la basilica di Sant'Ambrogio e la chiesa di Santa Maria presso San Satiro), e quello di Santo Stefano rappresenta l'unico esempio di questo genere nel panorama veronese.[33][18]

Interno[modifica | modifica wikitesto]

Planimetria della chiesa di Santro Stefano a Verona

Come tutto l'edificio, anche l'interno di Santo Stefano è caratterizzato dalla presenza di più stili architettonici; nonostante sia ancora viva la sua struttura peleocristiana, sono ben visibili gli elementi romanici, rinascimentali e barocchi che rendono non agevole ricostruire la sua storia edificatoria.[34] Oggigiorno si presenta con una pianta a T, con un piedicroce (l'asse longitudinale) diviso in tre navate che conduce ad un transetto sopraelevato e quindo al presbiterio, inserito in un abside semicircolare. sotto al transetto vi è una cripta.[18] Quindi, verticalmente, lo spazio interno si divide in tre livelli: centralmente il piedicroce, superiormente il transetto e il presbiterio e inferiormente la cripta. La pianta del primitivo edificio paleocristiano a croce latina, era simile all'attuale sebbene ad un'unica navata, senza alcuna sopraelevazione e privo di cripta.[35] Probabilmente il pavimento originario era decorato da mosaici di cui non vi è più alcuna traccia.[19]

Interno della chiesa, la navata centrale termina con una ampia scalinata che conduce al transetto. Lateralmente, in fondo alle navatelle latrali, si intravedono le scale per mezzo delle quali si accese alla cripta.

Le navate sono divise da cinque arcate a tutto sesto per lato sorrette da semplice pilastri in muratura che continuano senza soluzione di continuità con l'arco. I primi due archi all'entrata appaiono più bassi degli altri e di materiale diverso, una chiara testimonianza dell'ampliamento della chiesa, che ha inglobato il precedente nartece, avvenuto nel XII secolo. Il soffitto è a cassettoni, probabilmente l'originale fu con capriate in legno a vista. In alto, si affacciano sulla navata centrale, a sinistra, tre finestre ad arco e a destra altre due e una bifora, tutte cieche, probabilmente parte di un antico matroneo.[19]

La navata centrale termina con un'ampia scalinata che sale verso il transetto, a cui si accede attraverso un ampio arco risalente al X secolo,[20] mentre quelle laterali verso due scale più piccole che invece scendono nella cripta.[18] Sul lato esterno della navata meridionale si apre la barocca cappella Varalli, mentre sul lato esterno di quella settentrionale vi sono tre cappelle settecentesche; quella centrale è stata rifatta ed ampliata nel XX secolo. Ai due lati del transetto vi è collocato un altare per ciascuno.[36] Nella zona absidale vi sono due ambulacri sovrapposti, a quello inferiore ci si acceda dalla cripta a quello superiore dal presbiterio. Essi venivano usati dai pellegrini per potersi avvicinare alle reliquie che qui erano conservate.

Fianco settentrionale[modifica | modifica wikitesto]

Sul fianco sinistro (settentrionale) vennero realizzate, nei primi anni del XVIII secolo tre cappelle adiacenti. Entrando nella chiesa, la prima che si incontra contiene la pala d'altare La Sacra Famiglia e Santi dipinta intorno al 1712 da Sante Prunati. La terza ospita invece un busto realizzato in marmo e raffigurante il protonotaro apostolico e parroco di Santo Stefano Giuseppe Bonduri, committente del Prunati per la sua pala.[37] La cappella centrale, dell'Immacolata Concezione, venne completamente rifatta ed ampliata nel 1905. Di forma cubica, sormontata da una cupola in vetro, pur non raggiungendo la stessa ricchezza ed eleganza della cappella Varalli che gli si trova davanti e a cui chiaramente si ispira, anch'essa è ricca di stucchi bianchi e dorature.[15] Ai lati dell'altare due tele del primo 900: Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso Terrestre e Proclamazione del dogma sull'Immacolata Concezione.[38] Superate le cappelle, si può osservare un affresco monocromo, raffigurate la Sepoltura di Santo Stefano, di Battista del Moro.[38]

Fianco meridionale: cappella Varalli e affreschi[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Cappella Varalli.
Cappella Varalli (chiamata anche cappella degli innocenti). Al centro La strage degli innocenti di Pasquale Ottino.

Appena entrati nella chiesa, sul lato destro (meridionale) del piedicroce, si apre la cappella Varalli, sicuramente la più importante cappella della chiesa, uno dei pochi esempi di architettura barocca che Verona possa offrire. Essa venne costruita per accogliere le ossa di cinque antichi vescovi di Verona, oltre alle reliquie di quaranta martiri cristiani veronesi, prima venerati nella cripta della chiesa. La tradizione vuole che siano presenti anche i resti di quattro bambini vittime della strage degli Innocenti, così che viene conosciuta anche come "cappella degli Innocenti". Venne costruita tra il 1618 e il 1621 sulla spinta della controriforma che aveva affermato nuovamente l'importanza del culto delle reliquie dopo le critiche conseguenti alla riforma protestante. Promotore di tale costruzione fu l'allora parroco di Santo Stefano, monsignor Giulio Varalli, che finanziò personalmente la sua costruzione impiegando oltre tremila ducati proventi della sua attività di insegnante.[39]

Cappella Varalli vista dall'esterno

La cappella è ben visibile sul muro esterno settentrionale della chiesa, ove sporge nettamente, ed esternamente si può descrivere come un parallelepipedo sormontato da un cilindro che si innalza fino a raggiungere il tetto. All'interno di presenta come un ampio spazio, che si apre nel muro della navatella di destra all'altezza della seconda campata, circoscritto da un arco.[13]

A pianta quadrata, l'interno è completamente decorato di ricchi e complessi stucchi manieristici.[40] La cupola della cappella è sostenuta da quattro archi corrispondenti ai quattro lati ed in ognuno dei quali, tranne quello di ingresso, racchiude un altare con la relativa pala. Pennacchi affrescati adornano la congiunzione degli archi. Gli affreschi proseguono sul sovrastante tamburo di forma ottagonale e sulla cupola ove troviamo la rappresentazione di otto Virtù che incorniciano il dipinto Trionfo del Padreterno, opera di Pasquale Ottino databile intorno al 1620, posto al centro della cupola a dominare la cappella.[13]

Le tre pale d'altare prima menzionate sono inserite in cornici, doppie per le laterali e tripla per quella centrale, ad arco strombato. Le cornici interne sono arricchite da due cariatidi simmetriche.[40] La realizzazione delle tele venne affidata a tre giovani pittori veronesi, tutti allievi di Felice Brusasorzi e i soggetti rappresentati sono ispirati alle reliquie qui conservate. Così, al centro vi è collocata La strage degli innocenti di Pasquale Ottino, a destra I cinque santi Vescovi di Marcantonio Bassetti e a sinistra I quaranta santi martiri veronesi di Alessandro Turchi.[40][32]

Proseguendo per la navatella laterale, si incontra la antica (oggi chiusa) porta laterale sormontata da una lunetta affrescata da Battista del Moro con Santo Stefano consegna le palme ai quaranta martiri. Successivamente il muro laterale è ricco di affreschi recuperati nel corso del 1845, una Madonna con Bambino e Santi realizzato nel 1396 e attribuito a Giacomo da Riva e una Crocifissione con Maria e Giovanni[41] con due Santissime poste ai lati, tutti ascrivibili ai primi anni del XIV secolo. In mezzo a questi un ulteriore monocromo di del Moro: San Pietro Ordina diacono Santo Stefano.[42]

Transetto[modifica | modifica wikitesto]

Affresco Annunciazione e incoronazione delle Vergine di Martino da Verona, braccio sinistro del transetto, di fianco al presbiterio

L'ampio transetto della chiesa di Santo Stefano si trova in posizione sopraelevata rispetto al piedicroce e ci si accede attraverso un'ampia scalinata posta innanzi alla navata centrale. L'innalzamento si è avuto intorno al X secolo quando venne realizzata sotto di esso la cripta.

Madonna allattante di Giacomo da Riva, pilastro nel braccio destro

Nel braccio sinistro, sul muro perimetrale settentrionale, vi è un altare la cui pala è una pregevole opera, risalente al 159, del pittore veronese Paolo Farinati che rappresenta una Pentecoste.[43] Ai lati de grandi tele di Luigi Maldarelli del XIX secolo: Processo a Santo Stefano davanti al Sinedrio e Martirio di Santo Stefano.[38] sul muro orientale, di fianco al presbiterio, nell'incavo di un'antica finestra ora murata, si trova un affresco, Annunciazione e incoronazione della Vergine, che i più attribuiscono a Martino da Verona, allievo i Altichiero da Zevio. Il dipinto appare diviso su due livelli, inferiormente è narrata l'episodio terreno dell'Annunciazione mentre più in alto Maria è rappresentata nell'alto dei cieli in gloria mentre riceve la corona dal Figlio e da Padre in mezzo ad un coro di angeli. Interessanti gli elementi gotici, come le numerose cuspidi in cui sono inseriti i personaggi e la tridimensionalità dell'insieme.[44] Coperto da affreschi posteriori, il capolavoro di Martino venne scoperto nel corso di un restauro ottocentesco; tuttavia si dovette aspettare fino al 1920 perché fosse completamente riportato alla luce eliminando gli strati di intonaco sovrapposti.[45]

Sul braccio destro, la pala d'altare è di Giovanni Francesco Caroto, in cui ha raffigurato una Madonna col Bambino e i Santissimi Andrea e Pietro, ai cui lati vi son altre due tele di Maldarelli intitolate Santo Stefano e i Poveri e Funerali di Santo Stefano. Sul pilastro che separa il piedicroce dal transetto, in cornu Epistulae, vi è l'affresco Madonna in trono con Bambino allattante firmato Giacomo da Riva e datato 1388.[46][N 3] Recuperato solo parzialmente nel 1845 (della parte inferiore rimane solo la sinopia), mostra una Madonna in trono che sorregge il Bambino sul ginocchio che si rivolge, in modo originale, verso l'osservatore.[47][48]

Presbiterio e ambulacro superiore[modifica | modifica wikitesto]

Presbiterio, al centro l'antica sedia episcopale in pietra. Si noti l'ambulacro superiore e la sedia episcopale al centro

Il presbiterio si trova al centro del transetto ed è delimitato da quattro grandi archi che sorreggono il tiburio. Il soffitto a cupola venne realizzato nel 1543 e successivamente affrescato dal pittore Domenico Brusasorzi che rappresentò un Cristo trionfante accompagnato dalla scritta "VENITE BENEDICTI", da cartigli nelle chiavi di volta con temi biblici[N 4] e dalle raffigurazioni dei quattro evangelisti intenti a scrivere sui pennacchi.[49] Dello stesso autore degli angeli musicanti e cantori dipinti sui muri dei piedritti.[N 5][50]

Sul destra del presbiterio è posta un'interessante statua, San Pietro in cattedra,[51] la cui realizzazione è collocabile intorno alla metà del XIV secolo. Rappresenta un san Pietro apostolo seduto su di un cuscino, con la mano destra alzata nell'atto di benedire e con le chiavi tenute nella mano sinistra.[52] Non vi è certezza sull'autore, i più lo identificano con Rigino di Enrico osservando l'assomiglianza con altre sue opere e con quella di suo figlio Giovanni, San Procolo in cattedra benedicente, datata 1392 e collocata nella chiesa di san Procolo ciò In origine tale manufatto non si trovava qui ma bensì nella chiesa di San Pietro in Castello (anticamente sul Colle San Pietro e oggi non più esistente).[53]

Statua di San Pietro in cattedra collocata nel presbiterio

In centro vi è quella che è viene ritenuta essere stata la sedia episcopale durante il periodo in cui la chiesa di Santo Stefano aveva il ruolo di sede della diocesi veronese. Di rozze fattezze, venne realizzata anteriormente al VIII secolo tramite l'utilizzo di tre pietre semplicemente incastonate tra di loro con la più piccola inserita orizzontalmente nelle due verticali.[54][43] Giambattista Biancolini osserva che vi sono testimonianze che questa sedia era utilizzata dal Vescovo quando si recava nella chiesa per amministrare la cresima.[55]

Incassato nel muro a sinistra vi è un piccolo tabernacolo del XIV secolo[43] realizzato in pietra con bassorilievo in stile tardogotico con una piccola porta sormontata da un archetto trilobato. Ai fianchi della porticina due piccole statue originariamente policrome raffigurati, a destra, San Pietro con le chiavi e a destra Santo Stefano lapidato.[53]

Dopo il presbiterio, nell'area absidale vi è l'ambulacro superiore posto in corrispondenza con quello che si trova inferiormente nella cripta e a cui si accede attraverso un'apertura alla destra dell'altare maggiore. Questo dispone di cinque finestra, decrescenti in altezza allontanandosi dal centro, ad arco che i aprono verso il presbiterio. L'arco di quella centrale è sorretto da due colonne a specchio con il fusto in marmo rosso e capitelli riccamente scolpiti.[56] Si ritiene che nel pavimento dell'ambulacro vi fossero dei forni attraverso i quali i pellegrini potevano calare alcuni loro oggetti mettendoli così a contatto con le reliquie conservate nella cripta, un'usanza terminata con il loro trasferimento nella cappella Varalli.[57]

Cripta e ambulacro inferiore[modifica | modifica wikitesto]

Cripta della chiesa di Santo Stefano

Attraversando due scale, coperte da una volta a botte inclinata in tufo, in corrispondenza con le due navate minori si raggiunge la cripta, uno degli elementi più caratteristici della trasformazione romanica dell'edificio, realizzata per ospitare le reliquie dei martiri veronesi e dei santi vescovi.[58] Il da Lisca colloca la sua costruzione intorno al X secolo, una struttura architettonica abbastanza comune delle chiese della provincia di Verona, essendo riscontrabile anche a San Giovanni in Valle, San Procolo, San Zeno, Santa Maria Matricolare, San Giovanni in Foro e San Severo a Bardolino.[9] Per realizzarla si dovette procedere al rialzo del transetto di circa 3 metri, portandolo all'altezza attuale, e dividendo verticalmente così la chiesa in tre livelli.[59] Si estende sotto i due bracci del transetto e l'abside mentre il suo soffitto, costituito da volte a crociera, è sorretto da un elegante colonnato realizzato con elementi di recupero inseriti nel corso di numerose trasformazioni intraprese fino al XVI secolo. Anche i capitelli sono frutto di spoliazioni di altri edifici anche anteriori.[18]

Il soffitto, intonacato e affrescato intorno alla fine del XV secolo con decorazioni floreali il cui colore predominante è il verde, è diviso in venti campate a volta a crociera sorrette da otto colonne in marmo rosso veronese e quattro in granito grigio scuro poste intorno all'altare e di probabile origine egizia; si è ipotizzato che possano provenire dal tempio dedicato ad Iside e Serapide che qui sorgeva anticamente. I capiteli sono diversi, alcuni cubici e altri riconducibili allo stile corinzio semplificato tipico della Verona medioevale.[59]

Dietro l'altare, collocato al centro della cripta, vi è una statua rappresentante Santo Stefano realizzata nel XVIII secolo da Domenico Aglio e, sul muro, alcuni affreschi del XVI secolo tra cui una Strage degli Innocenti e una Annunciazione.[38] Nella zona absidale vi si trova un ambulacro, posto in corrispondenza di quello superiore, contornato internamente da una serie di pilastri con capitelli di varie epoche che sorreggono al volta a botte.[18]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Esplicative[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Nella zona in cui anticamente arrivava l'acquedotto romano di Verona, da qui "fontanelle". In Marchini, 1984, La chiesa di santo Stefano nei secoli. Fase paleocristiana.
  2. ^ A titolo di esempio, alla sinistra del portale una incisione ricorda il crollo di una regasta (un argine) avvenuta il 14 giugno 1195 nelle vicinanze di Ponte Pietra; un'altra riferisce l'arrivo in città dell'imperatore Federico II; sempre riguardo a Federico un'ulteriore scritta riporta la sua vittoria nella battaglia di Cortenuova raccontando che nel "1236 nel mese di novembre il Sire Federico conquistò Vicenza, nel 1237 presso Cortenova sbaragliò i Lombardi". Altre scritte ricordano ulteriori avvenimenti come l'incendio di Montagnana del 1213, quello del castello di Caldiero del 1233 che causò 200 morti, l'ondata di freddo che gelò il 9 gennaio 1303 l'Adige e altri eventi atmosferici nefasti come tempeste ed alluvioni. In Venturini, 2013, pp. 77-79.
  3. ^ Vi è scritto: "Mille.trecento.otanta.oto.impeta.per.messer.Giacomo da Riva". In Cozzi, 1992, p. 349.
  4. ^ Sul cartiglio a sud vi è scritto "ECCE REX VESTER" (Ecco il vostro re - 19,14), in quello a nord "ASCENDIT DEUS IN JUBILO" (Ascende Dio tra canti di gioia - 46), ad est: "UBI EST MORS VICTORIA TUA?" (Dov'è morte, la tua vittoria? 15,55). In Venturini, 2013, pp. 101-102.
  5. ^ Sembra che il soggetto musicale sia ascrivibile al fatto che sia Domenico Brusasorzi che il committente dell'opera Del Bene fossero soci della Accademia Filarmonica di Verona e attivi musicisti tanto che Giorgio Vasari nelle Le Vite descrive il primo come "ottimo musico". In Venturini, 2013, p. 104.

Bibliografiche[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Venturini, 2013, p. 27.
  2. ^ Viviani, 2004, p. 258.
  3. ^ Venturini, 2013, p. 31.
  4. ^ Venturini, 2013, p. 129.
  5. ^ Viviani, 2004, pp. 258-259.
  6. ^ a b c d e f g h Viviani, 2004, p. 259.
  7. ^ a b c d e Marchini, 1984, La chiesa di santo Stefano nei secoli. Fase palocristiana.
  8. ^ a b Venturini, 2013, p. 33.
  9. ^ a b c d Marchini, 1984, La chiesa di santo Stefano nei secoli. Fase alto medievale.
  10. ^ a b c d e Marchini, 1984, La chiesa di santo Stefano nei secoli. Fase romanica.
  11. ^ Venturini, 2013, p. 99.
  12. ^ Venturini, 2013, pp. 99-101.
  13. ^ a b c Venturini, 2013, p. 115.
  14. ^ a b c d Marchini, 1984, La chiesa di santo Stefano nei secoli. Dal trecento ad oggi.
  15. ^ a b Venturini, 2013, p. 131.
  16. ^ Venturini, 2013, p. 132.
  17. ^ Venturini, 2013, pp. 133-134.
  18. ^ a b c d e f g Viviani, 2004, p. 260.
  19. ^ a b c Venturini, 2013, p. 26.
  20. ^ a b Venturini, 2013, p. 29.
  21. ^ a b Venturini, 2013, p. 36.
  22. ^ a b Venturini, 2013, p. 37.
  23. ^ Venturini, 2013, p. 39.
  24. ^ Benini, 1988, p. 187.
  25. ^ Venturini, 2013, pp. 25-26.
  26. ^ Venturini, 2013, p. 69.
  27. ^ a b c Venturini, 2013, p. 71.
  28. ^ Venturini, 2013, p. 77.
  29. ^ Venturini, 2013, pp. 72-73.
  30. ^ Venturini, 2013, p. 130.
  31. ^ Venturini, 2013, p. 72.
  32. ^ a b Benini, 1988, p. 188.
  33. ^ Venturini, 2013, p. 74.
  34. ^ Venturini, 2013, p. 28.
  35. ^ Venturini, 2013, pp. 28-29.
  36. ^ Venturini, 2013, p. 30.
  37. ^ Venturini, 2013, p. 125.
  38. ^ a b c d Benini, 1988, p. 192.
  39. ^ Venturini, 2013, p. 116.
  40. ^ a b c Venturini, 2013, p. 118.
  41. ^ Cozzi, 1992, p. 326.
  42. ^ Benini, 1988, pp. 188-189.
  43. ^ a b c Benini, 1988, p. 191.
  44. ^ Venturini, 2013, pp. 89-92.
  45. ^ Venturini, 2013, p. 89.
  46. ^ Venturini, 2013, p. 91.
  47. ^ Venturini, 2013, p. 87.
  48. ^ Cozzi, 1992, p. 349.
  49. ^ Venturini, 2013, p. 102.
  50. ^ Venturini, 2013, p. 104.
  51. ^ Venturini, 2013, p. 95.
  52. ^ Venturini, 2013, pp. 96-97.
  53. ^ a b Venturini, 2013, p. 98.
  54. ^ Venturini, 2013, p. 44.
  55. ^ Venturini, 2013, p. 55.
  56. ^ Venturini, 2013, pp. 50-51.
  57. ^ Venturini, 2013, p. 53.
  58. ^ Venturini, 2013, p. 65.
  59. ^ a b Venturini, 2013, p. 68.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Gianfranco Benini, Le chiese di Verona: guida storico-artistica, Arte e natura libri, 1988, ISBN non esistente.
  • Giorgio Borelli (a cura di), Chiese e monasteri di Verona, Verona, Edizioni B.P.V., 1981, ISBN non esistente.
  • Enrica Cozzi, La pittura nel Veneto. Il Trecento, a cura di Mauro Lucco, Electa, 1992, ISBN non esistente.
  • Gian Paolo Marchini, Santo Stefano, Verona, Banca Popolare di Verona, 1984, ISBN non esistente.
  • Leonardo Venturini, Santo Stefano in Verona, Verona, Scripta edizioni, 2013, ISBN 978-88-96162-94-1.
  • Giuseppe Franco Viviani, Chiese nel veronese, Verona, Società cattolica di assicurazione, 2004, ISBN non esistente.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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