Ponte di Castelvecchio

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Ponte di Castel Vecchio
Ponte di Castel Vecchio.jpg
Stato Italia Italia
Città Verona
Coordinate 45°26′26.62″N 10°59′13.87″E / 45.440729°N 10.987186°E45.440729; 10.987186
Mappa di localizzazione: Italia
Tipologia ponte ad arco
Materiale pietra e cotto
Lunghezza 119 90 m
Luce max. 48 69 m
Progettista Guglielmo Bevilacqua
Costruzione 1354-1356
 

Coordinate: 45°26′26.62″N 10°59′13.87″E / 45.440729°N 10.987186°E45.440729; 10.987186

Il ponte di Castel Vecchio, conosciuto anche come ponte Scaligero, è un ponte di Verona sul fiume Adige facente parte della fortezza di Castelvecchio, ritenuto l'opera più audace e mirabile del Medioevo veronese.

Progettisti[modifica | modifica sorgente]

Il nome di colui che realizzò il ponte non è conosciuto, ma un documento del 1495 (quindi postumo alla sua costruzione di oltre un secolo) sembra indicare come autore un certo Guglielmo Bevilacqua, protagonista, tra l'altro di una leggenda raccolta dal cronista Girolamo Dalla Corte nella sua Historia di Verona: Cangrande II della Scala donò al Bevilacqua una spada ritenuta di san Martino, che era stata conservata fino ad allora nell'omonima chiesa, che sarebbe stata compresa tra le mura di Castelvecchio.[1]

Alcuni studiosi hanno invece ipotizzato, basandosi sulle analogie tra questo ponte e quello detto delle Navi, una comune paternità, da attribuire quindi a Giovanni da Ferrara e Giacomo da Gozo.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Il ponte dopo le devastazioni della seconda guerra mondiale.

Il ponte venne realizzato tra il 1354 ed il 1356 sotto la signoria di Cangrande II della Scala in modo da assicurare alla costruenda rocca di Castelvecchio una via di fuga verso il Tirolo nel caso vi fosse stata una sommossa da parte di una delle fazioni nemiche interne alla città. La robustezza del ponte gli consentì di passare indenne cinque secoli di storia fino a quando, nel 1802, i francesi, in seguito al trattato di Lunéville, mozzarono la torre sul lato campagna ed eliminarono le merlature,come già precedentemente fatto per le torri del castello per piazzarvi delle batterie di cannoni,usati nelle tristementi note pasque veronesi, ricostruite dagli austriaci nel 1820 su ordine dell'imperatore Francesco I d'Austria. Il ponte venne fatto saltare il 24 aprile 1945 dai tedeschi in ritirata, insieme a tutti gli altri ponti di Verona, compreso il romano ponte Pietra.[1]

Nell'immediato dopoguerra si decise di ricostruirlo insieme ad altri importanti monumenti della città perduti nel corso della seconda guerra mondiale. Vennero incaricati del progetto di ricostruzione il nuovo soprintendente ai monumenti di Verona Piero Gazzola, l'architetto Libero Cecchini e l'ingegnere Alberto Minghetti, i quali, considerato che buona parte del ponte si era conservata nonostante le violente esplosioni, decisero, sostenuti dall'opinione pubblica, di ripristinare la situazione precedente all'esplosione piuttosto che realizzare un ponte ex novo.[2]

I primi lavori iniziarono alla fine del 1945 e videro lo sgombero dell'alveo del fiume Adige dalle macerie, mentre nella seconda fase, iniziata nel 1949, i conci di pietra rinvenuti integri vennero ricollocati nella loro posizione originale, grazie alla documentazione fotografica e al rilievo realizzati poco prima della distruzione del ponte scaligero. Inoltre, grazie allo studio dei cromatismi della pietra, si poté risalire alla cava da cui vennero estratti i blocchi in età medievale, situata nel territorio di San Giorgio di Valpolicella, da cui vennero così cavate le nuove pietre che avrebbero sostituito le originali danneggiate. Il laterizio originale, costituito da terre diverse e di dimensioni diseguali, proveniva invece da diverse fornaci, si decise quindi di procurarsi quello nuovo dai cantieri di edifici in demolizione e da diverse fornaci veronesi e mantovane.[3]

Il lavori di ricostruzione finirono solamente il 20 luglio 1951.[4] Per la ricostruzione del ponte fu importantissima l'opera dell'architetto Libero Cecchini che seguì i lavori dal 1949 al 1951, realizzando le ghiere esterne delle tre grandi arcate con marmi veronesi provendenti dalla Valpolicella (rosso verona, nembo rosato, biancone) e le strutture merlate soprastanti in laterizio.

Struttura[modifica | modifica sorgente]

Le diverse ampiezze degli archi del ponte risultano estremamente evidenti.

Il ponte, appartenente al complesso di Castelvecchio, risulta essere un'opera ardita per il periodo in cui venne costruita, con l'arcata destra avente una luce di addirittura 48,69 metri, mentre le due arcate minori hanno luci di 29,15 e 24 metri. Le diverse ampiezze degli archi e le diverse moli dei piloni vennero studiati in rapporto alle diverse forze dell'acqua in questa ansa del fiume, determinando tale nuova e gotica figura.

Il basamento dei piloni e le ghiere degli archi, quindi la parte inferiore della struttura, sono in pietra, mentre la parte rimanente del ponte è in cotto, materiale che caratterizza tutti i monumenti medievali veronesi. I due piloni a base pentagonale, rostrati verso monte per facilitare lo scorrimento delle acque dell'Adige, sono estremamente massicci, ed il maggiore era arricchito da quindici capitelli corinzi e da frammenti di bassorilievi romani. Il percorso lungo il ponte, lungo oltre centoventi metri e largo oltre sei, è difeso da mura merlate a coda di rondine, con camminamenti e feritoie, oltre che dall'imponente mastio verso città e da una torre, parzialmente eliminata dai francesi nell'Ottocento, verso campagna.[1]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c Notiziario della Banca Popolare di Verona, anno 1998, n. 1.
  2. ^ Bogoni, op. cit., p. 282.
  3. ^ Bogoni, op. cit., pp. 281-283.
  4. ^ Bogoni, op. cit., p. 283.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Barbara Bogoni, Libero Cecchini. Natura e archeologia al fondamento dell'architettura, Firenze, Alinea, 2009. ISBN 978-88-6055-439-0

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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