Chiesa di Sant'Eufemia (Verona)

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Chiesa di Sant'Eufemia
Santa Eufemia, VR.JPG
La facciata
StatoItalia Italia
RegioneVeneto
LocalitàVerona
ReligioneCristiana cattolica di rito romano
Diocesi Verona
Consacrazione1331
Stile architettonicogotico, rinascimentale, barocco
Inizio costruzione1275
CompletamentoXIV secolo

Coordinate: 45°26′35.4″N 10°59′36.52″E / 45.443167°N 10.993478°E45.443167; 10.993478

La chiesa di Sant'Eufemia è una chiesa di Verona. Sorge a cavallo di un antico cardine romano dove probabilmente esisteva già attorno al V o VI secolo d.C. una chiesa. La fondazione dell'attuale chiesa si deve ai Della Scala che nel 1262 portarono a Verona i monaci eremitani agostiniani affinché fossero più vicini alla comunità e concedendogli di iniziare a costruire il loro monastero, situato al tempo nel Quartiere dei Capitani della città scaligera, Grazie a lasciti e donazioni, in particolare quella di Alberto della Scala, l'edificio poté essere consacrato nel 1331 dal vescovo di Verona Nicolò. Il fervore edilizio comunque non si esaurì e negli anni seguenti si continuò ad ampliare gli ambienti del monastero al fine di accogliere il sempre maggior numero di monaci che qui arrivavano attratti dal grande prestigio che la comunità vantava. Grazie ad un permesso concesso da Mastino II della Scala nel 1340 si poté ingrandire ulteriormente la chiesa realizzando il vasto abside che tutt'oggi la contraddistingue. A partire dalla fine del XIV secolo continuarono i lavori per la realizzazione delle varie cappelle e altari minori.

Nel corso del settecento l'edificio venne sottoposto a diverse manomissioni che riguardarono la facciata e gli spazi interni dove venne, in particolare, realizzato un soffitto a volta a nascondere le antiche capriate e un grande arco che divide il presbiterio dalla navata. Questi sono anche gli anni di decadenza del monastero, già spopolato dalla peste del 1630, che culmineranno nella soppressione voluta dalle truppe napoleoniche che ne fecero un ospedale militare. Riaperta al culto sotto la dominazione austriaca, tornò a servire come ricovero per la guarnigione durante le guerre di indipendenza italiane. Durante il primi anni del XX secolo si misero in opera degli interventi di restauro e consolidamento delle murature dell'edificio. Il 25 aprile 1945 l'esplosione del vicino ponte della Vittoria, fatto saltare dai soldati tedeschi in ritirata, danneggiò gravemente la facciata; in occasione della ricostruzione venne realizzato un ampio rosone in sostituzione della settecentesca monofora.

Nei vasti spazi interni sono conservate pregevoli opere di diversi pittori della scuola veronese, tra cui: Giovan Francesco Caroto, Francesco Torbido, il Moretto, Dionisio Battaglia, Battista del Moro, Paolo Farinati, Jacopo Ligozzi, Bernardino India, Domenico e Felice Brusasorzi

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Origini della chiesa[modifica | modifica wikitesto]

Iconografia rateriana, la più antica rappresentazione di Verona risalente al X secolo

Non si conosce con esattezza quando qui sorse la prima chiesa cristiana; le prime notizie riguardanti l'edificio risalgono al 973 ma è probabile che esistesse già da tempo, forse addirittura dal VI secolo. Di questo primo edificio originario nulla e rimasto, si può solamente supporre che dovesse essere di dimensioni molto ridotte rispetto all'attuale, estendendosi per un solo isolato dell'antico tessuto urbanistico romano.[1] Nel 1117 Verona venne colpita da un devastante terremoto che distrusse o danneggiò gravemente le sue chiese, non risparmiando Santa Anastasia. La febbrile attività ricostruttiva successiva al sisma interessò anche questa chiesa che venne così prontamente ricostruita tanto che già nel 1140 venne nuovamente consacrata come parrocchia. Le fonti o le analisi non permettono di conoscere nulla nemmeno di questo secondo edificio ma possiamo immaginarcelo anch'esso di modeste dimensioni e realizzato in stile romanico veronese similmente agli altri edifici religiosi che sorsero nel territorio veronese in quell'epoca.[2]

Nella Verona basso medievale, Santa Anastasia sorgeva nel quartiere detto dei capitani e nella omonima contrada che nella metà del XIII secolo contava circa 500 anime. Negli stessi anni, poco fuori Verona si trovava già una comunità di eremiti Agostiniani a cui gli venne offerto di trasferirsi in Santa Anastasia, nel frattempo caduta in crisi tanto da essere retta da un unico ecclesiastico di nome Zenone, per poter svolgere il proprio evangelizzazione più vicino alla comunità.[2]

Ciò fu possibile anche grazie alla prese del potere a Verona da parte dei Della Scala che promossero una politica favorevole alla chiesa[3] favorendo l'entrata in città di diversi ordini religiosi.[4] Così, il 16 settembre 1262 si poté procedere, dopo una complessa cerimonia a cui parteciparono chierici, popolo e notai, ad ufficializzare il subentro dei monaci, guidati dal priore fra' Norandino, a pieno titolo al chierico Zenone. La prima comunità che qui si installò, composta da sedici frati, trovò una situazione non facile: la chiesa versava in cattivo stato e la casa conventuale non era adatta alle loro esigenze di vita e di ufficio. Tuttavia, fin da subito gli agostiniani poterono beneficiari di aiuti delle autorità ecclesiastiche che si trasdussero in donazioni, privilegi e facoltà di conferire indulgenze.[4] L'8 novembre 1265, il vescovo di Verona Manfredo gli dette il permesso di porre la prima pietra del nuovo edificio che poi, seppur con successive modifiche, sarà quello esistente ancora oggi; contestualmente il Vescovo concesse l'indulgenza a chiunque avesse contribuito economicamente alla fabbrica.[4]

La costruzione[modifica | modifica wikitesto]

Sepolcro del nobile Cavalcano de' Cavalcani sulla facciata della chiesa

La costruzione non iniziò, tuttavia, subito. Negli anni successivi gli agostiniani dovettero ottenere, attraverso acquisti e donazioni, i terreni su cui poi sarebbero sorti gli edifici destinati alla loro vita cenobitica, quali refettorio, parlatorio, sala capitolare. Si dovettero attendere dunque dici anni affinché il legato pontificio e vescovo di Ferrara, Guglielmo, desse, l'11 luglio 1275, il secondo permesso per iniziare la costruzione. La prima pietra venne messa il 7 agosto successivo alla presenza di svariati testimoni e del notaio imperiale Bonzaninus filius quondam Ventai. I lavori dovettero procedere speditamente e già nel 1279 la facciata doveva essere a buon punto visto che nello stesso anno nel suo testamento il nobile Cavalcano de' Cavalcani indicava con le parole "... eligo sepulturam corporis mei positam in arca Ecclesie Sancte Euphemie penes portam magnam extra murum" che le sue spoglie mortali dovevano essere custodite nell'arca posta sulla facciata stessa. Il 3 marzo 1284, il vescovo di Verona Bartolomeo I della Scala, benedì il cimitero sorto davanti alla chiesa mentre il 9 gennaio del 1279 era stato consacrato l'altare dedicato a Sant'Orsola.[5]

A quel tempo gli Agostiniani dovettero vantare una grande considerazione tra gli abitanti della città, da cui ricevettero donazioni, privilegi e aiuti. Ma furono i Della Scala i loro maggiori benefattori con Alberto che lasciò, nel 1301, la ragguardevole somma di 1 000 lire a ciascun ordine mendicante presente in città affinché, almeno per gli Agostiniani e per i Domenicani, di utilizzali "... ad faciedum fieri Ecclesiam ipsorum fratrum solummodo expendedas...", ovvero per le fabbriche delle rispettive chiese.[6] Nel 1325 con una bolla pontificia emessa da papa Giovanni XII si scomunicavano alcuni cittadini veronesi ritenuti colpevoli di aver offeso gli agostianiani, un'ulteriore prova del prestigio del convento e della protezione che gli veniva garantita dall'autorità ecclesiastica.[7] I lavori procedettero ancora per alcuni anni e venne finalmente consacrata nel 1331 dal vescovo Nicolò.[8]

Affresco Gloria di Sant'Agostino, opera del 1426 circa di Martino da Verona, originariamente posto esternamente sopra il portale laterale e oggi all'interno

Negli anni successi si dovette ampliare gli ambienti del monastero dedicati all'alloggio e allo studium, poiché aumentò costantemente il numero dei monaci anche per via dell'arrivo di religiosi provenienti da paesi stranieri. Il chiostro venne rinnovato e le sue pareti decorare con affreschi. Non è certo ma si ritiene che Dante Alighieri soggiornò nel monastero il 20 gennaio del 1320 in occasione del suo ritorno in città per un'esposizione orale della sua opera Quaestio de aqua et terra. In quegli anni furono molti i cittadini veronesi, di varia estrazione sociale, che chiesero di essere seppelliti nella chiesa di Santa Anastasia dove trovarono riposo anche i corpi dei figli del celebre condottiero Guido da Polenta.[9]

Un nuovo permesso, concesso da Mastino II della Scala il 19 luglio 1340, consentì ai monaci agostiniani di chiudere una via che tagliava due loro proprietà accanto al cantiere, così da poterle unire e quindi aumentare e completare la costruzione dell'edificio. Cangrande II, assassinato dal fratello il 14 dicembre 1359, lasciò un legato agli agostiniani di mille lire, la stessa cifra che nel 1361 lasciò Diamante Dal Verme (moglie di Giacomo Dal Verme) per la costrizione della cappella maggiore (completata successivamente grazie a Jacopo Dal Verme) a cui ne aggiunse 60 per il paliotto dell'altare e 25 per i poveri della contrada assistiti dai monaci.[10]

Verso la fine del XIV secolo continuò la realizzazione delle varie cappelle minori. Il 24 settembre 1390 un contratto tra Taddeo Spolverini Dal Verme e il monastero permise al primo di realizzare la cappella della famiglia, poi consacrata nel 1396; alla firma partecipò anche come testimone Nicolò da Ferrara che poi ne fu l'esecutore. È probabile che nel tardo trecento e inizio del XV secolo fosse già stato ultimata, almeno in parte, la torre campanaria.[11] Negli anni successivi si passò a decorare ed arricchire gli interni della chiesa mentre, nel 1476, il giurista Cristoforo Lanfranchini commissionò un nuovo portale in stile tardo-gotico a sostituire quello precedente considerato assai modesto in relazione alla nuova chiesa.[12]

Abbellimenti tardo rinascimentali[modifica | modifica wikitesto]

Pala d'altare di Jacopo Ligozzi (1577 circa) raffigurante la Santissima Trinità

Per tutto il XVI secolo la chiesa fu oggetto di intensi operazioni di abbellimento dei propri interni secondo il gusto tardo-rinascimentale. Nei primi decenni del secolo si provvedette a restaurare la sagrestia e a decorare l'altare maggiore che venne impreziosito con tre formelle bronzee opera dello scultore trentino Andrea Briosco, detto il Riccio, purtroppo non più presenti nella chiesa (al loro posto oggi vi sono delle imitazioni) poiché oggetto delle spoliazioni napoleoniche. Moltissimi artisti della scuola veronese di pittura dettero il loro contributo nella realizzazione di tele e pale d'altare esposte all'interno, tra essi vi furono Giovan Francesco Caroto, Francesco Torbido, il Moretto, Dionisio Battaglia, Battista del Moro, Paolo Farinati, Jacopo Ligozzi, Bernardino India, Domenico e Felice Brusasorzi.[12]

Il 26 febbraio 1601, il vescovo Agostino Valier concesse agli agostiniani di porre all'interno della chiesa una fonte battesimale, un privilegio non comune, realizzata poi grazie alla donazione del conte Galeazzo Banda.[13]

L'anno successivo, seguendo le indicazioni controriformiste successive al Concilio di Trento, vennero rimanggiati gli interni ed in particolare di procedette con la rimozione dell'antico pontile che separava la navata dal presbiterio non più adatto alle nuove disposizioni. Successivamente si procedette anche alla realizzazione di un nuovo chiostro, sostituendo quello edificato nel trecento. Nel 1617 esso era già in costruzione in base ad un progetto che lo voleva di imponenti dimensioni, tanto che i frati scrissero che si stava realizzando "un claustro di tale vaga et bella archiettura, che haverà pochi pari in Italia".[14]

In questi anni il monastero poteva vantare la presenza di ben 50 frati sostenuti da una rendita annua di 1 000 ducati. La peste del 1630 si abbatté anche se Verona uccidendo i tre quinti della popolazione e, nella sola contrada di Santa Eufemia morirono 438 persone sulle 656 che la abitavano prima dello scoppio dell'epidemia.[14] Superato il flagello della peste, alla fine del XVIII secolo la chiesa venne fornita di un nuovo altare maggiore, poi venduto nel 1836 alla parrocchiale di Pinzolo, realizzato nel 1694 da Giovanni Battista Ranghieri con sculture di Domenico Aglio e pitture di Pietro Ronchi.[14]

Dall'inizio della decadenza ad oggi[modifica | modifica wikitesto]

Volta a botte sul soffitto e grande arco tra navata e presbiterio, alcuni dei principali lavori compiuti nel settecento

Anche il XVIII secolo fu caratterizzato da intensi lavori che modificarono la fisionomia della chiesa. Il laico professo fra' Pellegrino Mosconi fu incaricato nel 1739 di occuparsi di questi rifacimenti che coinvolsero l'interno e l'esterno dell'edificio. L'intervento più importante attuato all'interno coinvolse il soffitto ove venne creata una volta a botte tanto vasta da coprire tutta la navata che nascose le antiche capriate lignee.[15] Sul fianco destro vennero murate le trecentesche finestre e sostituite con semplici aperture di forma rettangolare. Sulla facciata venne aperta una grane monofora centrale che permetteva una maggior illuminazione degli spazi interni e contestualmente vennero chiuse le due preesistenti.[16]

La chiesa di Santa Eufemia come si presentava nel 1938. Si noti la grande finestra centrale settecentesca, sostituita nel 1945 da un rosone

La prima metà del settecento non può essere ricordata nella storia della chiesa solamente per queste modifiche ma anche per essere il periodo di inizio della decadenza del monastero. Il numero dei frati qui residenti andò a diminuire sempre di più, tanto che se nel 1756 ve se ne potevano contare 34, nel 1780 ve ne risiedevano solamente 22 fino ad arrivare, quindici anni più tardi, a 12. L'arrivo delle truppe napoleoniche fu il colpo definitivo che mandò in definitiva disgrazia il convento: infatti, i francesi imposero la chiusura della attività religiose per trasformare la chiesa in un ospedale militare, ma non prima di averla svuotata di tutti i suoi arredi. Poco dopo un incendio distrusse molte opere d'arte custodite, tra cui tele del Balestra, del Ridolfi, del Giolfino e dei Brusasorzi. Nel 1798, a seguito di alcuni interventi di ristrutturazione, poté essere riaperta al culto.[17]

Una complessiva riorganizzazione della diocesi di Verona portò Santa Eufemia, nel 1806, ad essere elevata a chiesa matrice assorbendo, di conseguenza, altre parrocchie limitrofe; ciò incrementò il numero di fedeli da 570 a quasi 2 500. Con un successivo decreto si impose la soppressione di tutti gli ordini religiosi e anche gli agostiniani dovettero lasciare la già ridotta parte di convento che gli era stata concessa nel 1806.[18]

Negli anni successivi, mentre Verona era sotto la dominazione austriaca, si provvedette ad apportare alcuni cambiamenti all'interno della chiesa, come l'eliminazione di due piccoli altari che si trovavano ai lati dell'ingresso maggiore, lo spostamento dell'altare di Sant'Agostino e quello della Pietà, e la sostituzione dell'altare maggiore (portato, come già detto, a Pinzolo).[18] Durante le tre guerre d'indipendenza italiane (1848, 1859, 1866), Santa Eufemia, venne chiusa al culto e adibita nuovamente come ospedale militare.[19]

Nel corso di quel periodo vi furono poche modifiche alla struttura architettonica della chiesa ad eccezione della realizzazione di un grande arco tra il presbiterio e la navata, in modo da attenuare la percezione di eccessiva lunghezza. Nel secolo successivo, il XX secolo, si misero in opera degli interventi di restauro e consolidamento delle murature dell'edificio. Il 25 aprile 1945 l'esplosione del vicino ponte della Vittoria, fatto saltare dai soldati tedeschi in ritirata alla fine del secondo conflitto mondiale, danneggiò gravemente la facciata della chiesa. Nello stesso annosi provvedette prontamente a ricostruirla optando, tuttavia, per sostituire la grande monofora centrale settecentesca con un rosone che conferisse maggiormente all'edificio il suo aspetto originario medioevale.[20]

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Esterno[modifica | modifica wikitesto]

Facciata della chiesa

La facciata monocuspidata della chiesa ha un aspetto medioevale nella cubatura e nell'utilizzo del laterizio, ma presenta già elementi applicati successivamente: due bifore rinascimentali, oggi tamponate, delle quali quella destra è interrotta dal monumento sepolcrale cinquecentesco di scuola sanmicheliana della famiglia Lavagnoli, mentre sotto quella di sinistra è presente una pregevole arca del 1279 originariamente realizzata per la famiglia Cavalcani e successivamente riutilizzata dalla famiglia Banda. Sul fianco destro, la tomba in stile rinascimentale della famiglia Verità, realizzata nel 1566 e, come le altre due, originariamente situata all'interno della chiesa. Tutti e tre i monumenti funebri furono trasportati all'esterno durante la ristrutturazione iniziata nel 1739 che interessò soprattutto l'interno dell'edificio. Il portale, in stile tardo gotico, è una notevole scultura tricromatica realizzata nel 1476, ed è ornato da tre statue sempre tardo quattrocentesche, di cui quella sulla chiave di volta rappresenta Sant'Eufemia. Al di sopra di quest'ultima è presente il novecentesco rosone che illumina l'interno della chiesa. Il campanile, sempre in cotto, termina con una pinna acuta, e vi si aprono delle trifore.

Campanile[modifica | modifica wikitesto]

Campanile della chiesa

Il grande campanile ospita sei campane in scala musicale di Fa3 fuse nel 1886 dalla ditta Cavadini Vr. Un tempo esisteva una rinomata squadra locale che le suonava secondo la tecnica dei concerti di Campane alla veronese. Questi bronzi sostituiscono i 4 precedenti, di epoca barocca.

Chiostro[modifica | modifica wikitesto]

Chiostro dell'antico monastero

Interno[modifica | modifica wikitesto]

Interno della chiesa

La chiesa si presenta internamente con un'unica navata con soffitto con volte a botte ribassata che ha sostituito nella ristrutturazione settecentesca l'originario soffitto a capriata, tuttavia ancora presente sotto di essa. Vi sono in totale quattordici altari laterali, perfettamente allineati e anch'essi frutto della sistemazione interna avvenuta nel XVIII secolo. Sopra la bussola dell'ingresso è collocato un affresco staccato, in cui un giovane Battista del Moro rappresentò San Paolo ai piedi di Anania, precedentemente posto sul quinto altare a sud.[21] Appena entrati, sulla destra e sulla sinistra sono presenti due acquasantiere in marmo bianco. Nei due lati maggiori della navata sono presenti ben quattordici altari, sette sul lato destro, sette sul lato sinistro.

La navata termine con un grande arco, attraversato il quale si entra nel transetto nel cui braccio sinistro è collocato l'organo a canne. Oltre al transetto vi sono le tre absidi, in quella centrale trova posto il presbiterio con l'altare maggiore, mentre in quelle laterali sono state ricavate due cappelle: in quella di sinistra la cappella di Santa Rita, in quella di destra la cappella Spolverini-Dal Verme, quest'ultima riccamente affrescata.

Lato destro della navata[modifica | modifica wikitesto]

Lato destro della navata

Appena entrati, sul lato desto, è appeso un quadro raffigurante una Maddalena, dal gusto seicentesco, opera tarda di Giulio Carponi di cui si hanno notizie nella chiesa solo da inizio del XIX secolo.[21] Successivamente si incontrano sette altari realizzati in varie epoche. Alla fine di essi vi è l'apertura dell'ingresso laterale dell'ingresso sopra la quale è posta un'altra bella tela del Carpioni in cui è rappresentato un San Girolamo penitente.[22]

Il primo altare del lato destro venne fatto costruire dalla famiglia Lavagnoli verso la fine del XVI secolo. La pala d'altare è opera del pittore Jacopo Ligozzi in cui dipinse, poco prima del 1577, una Trinità con Santi Antonio Abate, Luigi re di Francia, Pietro e Agostino. Lo stile dell'opera è rinascimentale ma con alcune caratteristiche proprie dell'arte controriformata. Sulla base delle colonne sono riportati gli stemmi della famiglia committente.[21]

Santa Barbara e i Santi Antonio Abate e Rocco di Francesco Torbido

L'altare successivo, realizzato con un'alternanza di marmi bianchi e rossi, è anch'esso risalente alla fine del cinquecento. La sua pala, raffigurante Santa Barbara e i Santi Antonio Abate e Rocco, venne realizzata da Francesco Torbido in età matura. Giorgio Vasari cita la tela raccontando che inizialmente venne eseguita per la cappella dei Bombardieri. Sappiamo, inoltre, che in origine era arricchita anche da una predella, oggi scomparsa con la cornice, in cui erano rappresentanti alcune scene del martirio della santa.[23]

Il terzo altare che si incontra venne edificato nella seconda metà del XVI secolo ma è stato oggetto di numerosi rimaneggiamenti durante il diciottesimo secolo. Il pittore veronese Domenico Brusasorzi è l'autore della pala in cui ha raffigurato, tra il 1540 e il 15550, Madonna e i Santi Sebastiano, Monica, Agostino e Rocco. Come usanza dell'epoca, il Brusasorzi inserì il ritratto dei committenti nella parte bassa e in mezzo della tela. L'altare venne commissionato dai nobili Da Cerea la cui arma gentilizia è raffigurati ai lati della mensa.[23]

Al centro dell'altare successivo, il quarto, vi è collocata all'interno di una nicchia una scultura lignea raffigurante una Madonna della Cintura, opera dell'inizio dell'ottocento. Giovanni Caliari è l'autore della tela posta introno alla nicchia nel 1834 con raffigurati i Santi Giuseppe, Anna, Eufemia e Teresa. Il dossale dell'altare venne realizzato nel XVI secolo utilizzando marmo rosso di Verona.[23]

Settimo altare, dedicato a Tommaso da Villanova

Il quinto altare venne realizzato nel 1736 su commissione della corporazione dei Pistori. Esso è caratterizzato dall'utilizzo di una molteplicità di marmi. Al centro è posta una tela di stile settecentesco in cui è raffigurato San Paolo tra i Santi Antonio Abate e Ursola il cui autore, Agostino Ugolini, ha provveduto a firmarla e datarla “AUGUS. UGOLINI P. 1800”.[23]

Proseguendo si incontra l'altare dedicato alla “Madonna della Salute” e venne realizzato nel 1596 per volere della famiglia Trevisoli come attestato dalle incisioni ai lati della mensa. La statua è stata una delle più venerate in città e venne traslata a Santa Eufemia solo il 20 febbraio 1807 proveniente da un'altra chiesa soppressa durante l'occupazione napoleonica. Originariamente qua era collocata una tela dei Felice Brusasorzi oggi non più esistente.[23]

L'altare architettonicamente più interessante, anche per l'utilizzo del marmo giallo di Torri del Benaco, è il settimo ed è dedicato a Tommaso da Villanova, santo Agostiniano. Realizzato intorno alla metà del XVIII secolo presenta un interessante tabernacolo adornato da tre statuine, opera di Diomirio Cignaroli, raffiguranti San Giuseppe e due putti; originariamente vie era anche una porticina dipinta da Felice Cignaroli che venne rubata nell'agosto del 1991.[24] La tela dell'altare, Vergine e San Tommaso da Villanova venne dipinta da Giambettino Cignaroli nel 1768 circa. Gian Domenico Cignaroli è invece l'autore del dipinto alla destra dell'altare con Madonna, Sant'Andrea, San Lorenzo e le Anime del Purgatorio, mentre Fabrizio Cartolari dipinse quello di sinistra con San Tommaso da Villanova mentre dispensa l'elemosina ai poveri.[22]

Lato sinistro della navata[modifica | modifica wikitesto]

Lato di sinistra

Varcato il portone principale, dirigendosi verso il lato sinistro della navata, si incontra appesa alla parete una tela attribuita a Felice Brusasorzi raffigurante Crocifisso con la Madonna, San Maria Maddalena e San Giovanni presente in Santa Eufemia almeno dal 1854, data della sua prima citazione.[25] Subito dopo vi è il primo altare laterale di sinistra, realizzato nel 1740 per volere di Alessandro da Sacco, manomettendo un precedente realizzato nel 1632 da Filippo Torriani. La pala qui collocata nella metà del XIX secolo, è opera di Alessandro Bonvicino, detto “il Moretto”, che dipinse intorno al 1540 una Madonna in Gloria e i Santi Onofrio e Antonio Abate.[25]

Secondo altare a sinistra

Il secondo altare venne fatto edificare da Gian Giacomo Lonardi tra il 1695 e il 1696, anch'esse in sostituzione di uno precedente giudicato troppo modesto per la chiesa. La famiglia del committente è ricordata tramite due stemmi nobiliari posti ai piedi delle colonne dell'altare stesso. Esso è caratterizzato da un'alternanza di marmi bianchi e neri; sul fastigio si trova una scultura, Eterno tra due angeli, scolpita da Francesco Filippini. Al centro dell'altare vi è un crocifisso ligneo emergente da uno sfondo scuro sul quale il pittore Sante Prunati dipinse le figure di Maria e San Giovanni assorte nel dolore per la morte di Gesù.[26]

Al centro del terzo altare vi è una statua di Nicola da Tolentino, santo agostiniano venerato a Santa Eufemia fin dalla seconda metà del XIV secolo. Questa è posta in una nicchia contornata da 15 piccole tele dipinte da Domenico Zanconti tra il XVIII e XIX secolo non scene della vita del santo titolare. Committenti dell'altare furono gli appartenenti alla famiglia Lanfranchini come testimoniato da un'iscrizione incisa ai piedi della colonna di destra e dalla presenza del loro stemma sulla chiave di volta.[27]

Quarto altare, al centro la Pietà della seconda metà del XIV secolo

Il successivo altare, il quarto, appartenne alla famiglia Campagna, come ricordato dai propri stemmi incisi accanto alla mensa, venne realizzato nel XVIII secolo. Diomiro Cignaroli è l'autore delle due statue rappresentanti San Giovanni Battista e San Girolamo, mentre al centro in una nicchia è collocato il gruppo scultoreo della Pietà, attribuibile alla seconda metà del XIV secolo è l'opera più antica conservata nella chiesa e la più antica rappresentazione della pietà in tutto il Veneto; alcuni critici hanno osservato la somiglianza con la celebre Pietà Roettgen conservata nel Rheinisches Landesmuseum di Bonn.[27]

Il quinto altare venne realizzato nel 1744 grazie all'incarico fatto nell'anno precedente dall'arte degli Osti allo scultore Gaudenzio Bellini. Esso si presenta come un'opera caratterizzata dalla grande ricchezza di marmi impiegati per la sua realizzazione. Una tela rappresentante San Cristoforo, opera del 1690 di Ludovico Dorigny, è racchiusa in una cornice di marmo giallo di Torri del Benaco.[22]

Proseguendo verso il presbiterio vi è il sesto altare. Questo venne realizzato nel 1573 su commissione del nobile Gasparo Verità. Dalle forme classicheggianti a ricordare l'opera del celebre architetto rinascimentale veronese Michele Sanmicheli, ospita una pala, realizzata da Bernardino India in tarda età, raffigurante Sposalizio di Santa Caterina.[28]

Il settimo e ultimo altare è dedicato a San Carlo Borromeo. Venne commissionato nel 1618 da Antonio Visconi come ricordato dagli stemmi famigliari incisi sui basamenti delle due colonne. La tela, Madonna e San Carlo Borromeo posto tra i Santi Paolo e Antonio Abate, è opera del 1618 di Claudio Ridolfi e che richiama allo stile di Federico Barocci.[28]

Infine, sul fianco sinistro, prima di raggiungere l'arco che divide la navata dal presbiterio, si apre la porta che permette di raggiungere la sagrestia su cui sopra è appesa una tela del 1573 di Paolo Farinati, che la firmò “PAOLUS FARINA/TUS P. MDLXX/III”, raffigurante l'Arcangelo San Michele.[28]

Transetto[modifica | modifica wikitesto]

Presbiterio[modifica | modifica wikitesto]

Abside destra (o cappella Spolverini-Dal Verme)[modifica | modifica wikitesto]

La cappella Spolverini Dal Verme fondata poco dopo il 1390[29] come ricorda Maria Teresa Cuppini: «Il 24 settembre 1390 Nicolò da Ferrara è testimone al contratto tra il monastero e Taddeo Spolverini Dal Verme» è dedicata agli Angeli. In origine venne offerta all'Arcangelo Raffaele e al Santo Omobono, come ricordano i cicli di affresco.

Nella cappella sono conservati opere pittoriche che risalgono a due distinti periodi XIV e XVI secolo. Essi si articolano su vari registri: nel primo in basso si riconoscono le fasi del periodo tardo-trecentesco, mentre nei successivi si identificano interventi riconducibili al 1508 ad opera di Giovan Francesco Caroto e dedicati all'Arcangelo Raffaele e alle storie di Tobiolo.

Sulla destra sono conservati affreschi dedicati a san Dionigi che sostiene la propria testa con la mano e a San Raffaele (XIV secolo). In alto nel sottarco tra la cappella e la chiesa un'immagine di San Ludovico di Tolosa.

Sulla parasta che separa l'abside dalla campata della cappella, sono dell'inizio del XV secolo il bassorilievo con lo stemma che ricorda il matrimonio tra Jacopo Dal Verme e Cia degli Ubaldini[30].

Sulla parete di sinistra è rappresentata la Madonna con il bambino, essa è in una posizione inconsueta per la cultura veronese, cioè in piedi e circondata da due santi o cavalieri (forse Pietro e Lucchino Dal Verme).

Nelle vicinanze si distingue un frammento commemorativo di tre santi: san Rocco, san Sebastiano e san Lorenzo (XIV sec.).

Nei successivi registri l'intervento del Caroto descrive l'osservanza all'Arcangelo Raffaele, quale tutore di Tobiolo. Nel registro in alto Tobiolo si accomiata dal padre, nel successivo, eviscera un pesce (cuore, cervello e fiele), su suggerimento dell'Arcangelo con il fine di ricavarne dei medicamenti; nell'ultimo ritorna dal padre con la giovane moglie e cura l'adorato genitore con i medicamenti ricavati dal pesce, dalla cecità.

La pala d'altare, dedicata ai tre Arcangeli (Michele, Raffaele, Gabriele), è una copia dell'originale eseguita dal Caroto ed ora conservata nel Museo Civico di Castelvecchio; mentre le due Sante laterali sono Santa Lucia e Santa Apollonia.

L'intervento del Caroto si estende nella volta della cappella dove rimane una sontuosa ornamentazione e al centro dei quattro spicchi si collocano quattro tondi con i busti degli evangelisti.

La pavimentazione della cappella è composta da lapidi sepolcrali delle famiglie nobili locali, collocate in questo angolo storico a seguito di un l'intervento di ammodernamento nel '900 della chiesa stessa.

Fu il mausoleo della famiglia Dal Verme.[31]

Abside sinistra (o cappella di Santa Rita)[modifica | modifica wikitesto]

Sagrestia[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Zanolli Gemi, 1992, p. 11.
  2. ^ a b Zanolli Gemi, 1992, p. 13.
  3. ^ Zanolli Gemi, 1992, pp. 13-14.
  4. ^ a b c Zanolli Gemi, 1992, p. 14.
  5. ^ Zanolli Gemi, 1992, p. 17.
  6. ^ Zanolli Gemi, 1992, pp. 17-18.
  7. ^ Zanolli Gemi, 1992, pp. 21-22.
  8. ^ Zanolli Gemi, 1992, p. 21.
  9. ^ Zanolli Gemi, 1992, p. 22.
  10. ^ Zanolli Gemi, 1992, p. 25.
  11. ^ Zanolli Gemi, 1992, p. 26.
  12. ^ a b Zanolli Gemi, 1992, p. 29.
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  26. ^ Zanolli Gemi, 1992, pp. 55-57.
  27. ^ a b Zanolli Gemi, 1992, p. 54.
  28. ^ a b c Zanolli Gemi, 1992, p. 53.
  29. ^ Andrea Brugnoli e GM Varanini, Magna Verona vale: studi in onore di Pierpaolo Brugnoli, Verona, 2008, p. 93.
  30. ^ Alberto Maria Sartori-Paolo Milli-Matteo Padovani-Nicola Patria, Sant'Eufemia arte e architettura tra fede e storia, Verona, 2016.
  31. ^ Sant'Eufemia, scrigno dell'arte veronese.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giorgio Borelli (a cura di), Chiese e monasteri di Verona, Verona, Banca Popolare di Verona, 1980, ISBN non esistente, SBN IT\ICCU\SBL\0303338.
  • Nelly Zanolli Gemi, Santa Eufemia, Verona, Edizioni B.P.V., 1992, ISBN non esistente, SBN IT\ICCU\MOD\0306594.
  • Giuseppe Franco Viviani, Chiese nel Veronese, Verona, Società cattolica di assicurazione, 2004, ISBN non esistente, SBN IT\ICCU\VIA\0121042.
  • Gianfranco Benini, Le chiese di Verona: guida storico-artistica, Arte e natura libri, 1988, SBN IT\ICCU\PUV\0856596.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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