Codice Atlantico

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Codex Atlanticus
Codice Atlantico - Legatura.jpg
Legatura originale
AutoreLeonardo da Vinci
Epoca1478-1518
Supportocarta
Linguaitaliano rinascimentale, disegni
Dimensioni64,5 × 43,5 cm
Ubicazione attualeBiblioteca Ambrosiana, Milano
Primo curatoreGiovanni Piumati (edizione 1894-1904)
Versione digitaleambrosiana.eu
Scheda bibliografica

Il Codice Atlantico (Codex Atlanticus) è la più ampia raccolta di disegni e scritti di Leonardo da Vinci. È conservato presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Francesco Melzi[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1519, alla morte di Leonardo ad Amboise, la raccolta dei suoi manoscritti fu ereditata da Francesco Melzi, che nel 1523 giunse a Milano.

«Fu creato de Leonardo da Vinci et herede, et ha molti de suoi secreti, et tutte le sue opinioni, et dipinge molto ben per quanto intendo, et nel suo ragionare mostra d’haver iuditio et è gentilissimo giovane. [...] Credo ch'egli habbia quelli libricini de Leonardo de la Notomia, et de molte altre belle cose.»

(da una lettera da Milano ad Alfonso I d'Este, duca di Ferrara, 6 marzo 1523[1])

Alla morte di Francesco Melzi, avvenuta attorno al 1570, i manoscritti conservati nella villa di Vaprio d'Adda furono affidati al figlio primogenito Orazio e successivamente presero strade diverse a causa di sottrazioni e cessioni.

Pompeo Leoni[modifica | modifica wikitesto]

Grazie a una breve cronaca lasciata da Giovanni Ambrogio Mazenta, è possibile ricostruire, anche se in modo vago, le vicende di parte dei testi. La famiglia Melzi aveva come insegnante Lelio Gavardi d'Asola, che attorno al 1587 sottrasse 13 libri di Leonardo per portarli a Firenze al granduca Francesco.[2] Essendo però morto il granduca, il Gavardì si trasferì a Pisa insieme ad Aldo Manuzio il Giovane, suo parente; qui incontrò il Mazenta, al quale lasciò i libri affinché li restituisse alla famiglia Melzi. Il Mazenta li riportò a Orazio Melzi, che però non si interessò del furto e gli donò i libri; il Mazenta li consegno al fratello.[3]

El Greco, Ritratto di scultore (1576-1578), ritenuto un possibile ritratto di Pompeo Leoni

Lo scultore Pompeo Leoni, informato della presenza di manoscritti di Leonardo, li chiese a Orazio Melzi per il re Filippo II;[4] ottenne la restituzione anche di sette volumi dai Mazenta, ai quali ne rimasero sei. Di questi sei, tre furono da loro donati rispettivamente all'arcivescovo Federico Borromeo, al pittore Ambrogio Figino e a Carlo Emanuele I di Savoia, mentre gli altri tre in seguito furono ottenuti da Pompeo Leoni, che entrò così in possesso di un numero imprecisato di manoscritti e carte.[5]

Nel 1589 Leoni, impegnato in lavori al monastero dell'Escorial, si trasferì in Spagna.[6] Qui utilizzò il materiale di Leonardo in suo possesso (probabilmente smembrando anche codici già rilegati) per formare nuove raccolte; sulle pagine vuote di un "gran libro" incollò fogli o disegni ritagliati;[5] in alcuni casi creò aperture nelle pagine per permettere la visione del retro dei fogli incollati.

Secondo Luca Beltrami nel volume incluse anche alcune riproduzioni e disegni non originali.[7]

Questo volume, insieme ad altri manoscritti, fu poi riportato in Italia da Leoni, forse nel 1604.[8]

Il Leoni morì nel 1608 e furono suoi eredi i due figli maschi, Michelangelo († 1611) e Giovanni Battista († 1615), morti pochi anni dopo.[9] Una lettera del 1613 riporta una lista di beni leonardeschi che Giovanni Battista cercò di vendere a Cosimo II de' Medici, comprendente il "gran libro", quindici manoscritti minori e alcuni disegni; all'epoca Pompeo Leoni era indicato anche come «Aretino».

Balestra gigante (c. 53v)

«Un libro di 400 fogli in circa, e li fogli sono alti più d'un braccio e in ogni foglio sono diversi fogli incollati di macchine d'arte segrete, e d'altre cose di Leonardo detto, cosa che veramente stimo degna di S.A. e la più curiosa che fra le altre vi sia, dice l'Aretino averne trovato mezzo ducato della carta, però cento scudi ci sarebbon ben spesi, se per tal prezzo si potesse havere»

(Estratto dalla lettera da Alessandro Beccari a Andrea Cioli, 18 settembre 1613[10])

Non si raggiunse un accordo per la vendita. Nel luglio 1615 la possibilità di acquistare il volume suscitò l'interesse del cardinale Federico Borromeo.

«Il Como è venuto da me con certa occasione et mi ha detto che vi è da vendere un libro, che già fu dell'Aretino, pieno di disegni. Questo libro era tenuto in tanto prezzo dal morto Aretino, che mai si vergognava di domandarne mille scudi; et però, quando me ne fu parlato, io me ne risi. Adesso è stato stimato quaranta scudi, et si puó pigliare, perché è una gioia.»

(Lettera di Federico Borromeo, 25 luglio 1615[11])

Però dal maggio 1615, con la morte di Giovanni Battista, era iniziata una disputa per l'eredità di Pompeo Leoni tra altri due figli: un figlio illegittimo che aveva l'identico nome del padre e la figlia Vittoria (n. 1571), moglie di Polidoro Calchi († 1632). Solo dopo un accordo concluso nel 1621 Vittoria e il marito poterono iniziare la vendita dei manoscritti.[12]

Galeazzo Arconati e la Biblioteca Ambrosiana[modifica | modifica wikitesto]

Galeazzo Arconati

Tra il 1622 e il 1630 il Calchi vendette al conte Galeazzo Arconati (circa 1580 - 1649) vari manoscritti, compreso il "gran libro".[13] Non è nota la data esatta della cessione, ma esiste una ricevuta del 28 agosto 1622 rilasciata da Francesco Maria Calchi, figlio di Polidoro, che indicava una somma di 445 ducatoni dovuta dall'Arconati.[14]

Galeazzo Arconati era legato a Federico Borromeo, suo parente per parte di madre e suo tutore in gioventù.[15]

 Renato Trivulzio († 1545)
sp. Isabella Borromeo
 
  
Lucia Trivulzio
sp. Luigi Visconti
Margherita Trivulzio († 1601)
sp. Giulio Cesare Borromeo
  
  
Anna Visconti (1557-1617)
sp. Giovanni Antonio Arconati
Federico Borromeo (1564-1631)
 
 
Galeazzo Arconati

Forse proprio per questo legame, con atto del 21 gennaio 1637 egli donò dodici manoscritti di Leonardo alla Biblioteca Ambrosiana, fondata dal Borromeo nel 1609.

«Il primo è un libro grande, cioè lungo oncie tredici da legname et largo oncie nove e mezza, coperto di corame rosso stampato con duoi fregi d'oro con quattro arme d'aquile, e leoni, e quattro fiorami nelli cartoni tanto da nna parte, quanto dall'altra esteriormente, con lettere d'oro d'ambo le parti, che dicono DISEGNI DI MACHINE ET DELLE ARTI SECRETE, E ALTRE COSE DI LEONARDO DA VINCI, RACCOLTI DA POMPEO LEONI, nella schiena vi sono sette fiorami d'oro, con quattordeci fregi d'oro, il qual libro è di fogli trecento novantatrè di carta reale per rispetto dello sfogliato, ma vi ne sono altri fogli sei di più dello sfogliato, si che sono fogli in tatto num. 399 nei quali vi sono riposte diverse carte di disegni al num. di mille settecentocinquanta.»

(Dall'atto di donazione, 1637[16])
Lapide

A ringraziamento del donatore venne posta una lapide nella Biblioteca sormontata da un tondo con un busto in rilievo.

(LA)

«LEONARDI VINCII
MANV ET INGENIO CELEBERRIMI
LVCVBRATIONVM VOLVMINA XII
HABES O CIVIS

GALEAZ ARCONATVS
INTER OPTIMATES TVOS
BONARVM ARTIVM CVLTOR OPTIMVS
REPVDIATIS REGIO ANIMO
QVOS ANGLIÆ REX PRO VNO OFFEREBAT
AVREIS TER MILLE HISPANICIS
NE TIBI TANTI VIRI DEESSET ORNAMENTVM
BIBLIOTECHÆ AMBROSIANÆ CONSECRAVIT
NE TANTI LARGITORIS DEESSET MEMORIA
QVEM SANGVIS QVEM MORES

MAGNO FEDERICO FVNDATORI
ADSTRINGVNT
BIBLIOTECHÆ CONSERVATORES
POSVERE
ANNO M D C XXXVII
»

(IT)

«Hai, o cittadino,
dodici volumi di ragionamenti
di mano e di ingegnio del celeberrimo
LEONARDO DA VINCI.
GALEAZZO ARCONATI,
membro della tua aristocrazia,
eccellente cultore delle belle arti,
rifiutando con animo regale
tremila monete d'oro di Spagna
offerte dal re d'Inghilterra per uno solo di essi,
per non privarti del tesoro di tale uomo
lo consacrò alla Biblioteca Ambrosiana.
Per non estinguere la memoria di tale mecenate,
che il sangue e i costumi
legano
al grande fondatore FEDERICO,
i conservatori della Biblioteca
posero
nell'anno 1637»

(Iscrizione della lapide)

Il riferimento nella lapide a un'offerta del re d'Inghilterra (proprio per il "libro grande") rifiutata dall'Arconati è supportato da una dichiarazione giurata, inserita nell'atto di donazione, che indica re Giacomo I (1566-1625), ma con la data impossibile dell'anno 1630;[17] per questo motivo divese fonti considerano come offerente il successore Carlo I, in carica dal 1625. Altra ipotesi è che il tentativo di acquisto del volume fosse un'iniziativa di lord Arundel con l'intenzione di donarlo al re;[18] lord Arundel acquistò un altro codice di Leonardo probabilmente nello stesso periodo.[19]

Utilizzo di un prospettografo con esempio di scrittura a rovescio

Come riportato dall'atto di donazione, il "libro grande" aveva dimensioni notevoli (un'oncia da legname era pari a circa 5 centimetri), che all'epoca erano utilizzate per gli atlanti; per questo alla fine del Settecento era indicato essere in formato "atlantico", dando origine al nome con cui è tuttora conosciuto. Nella Biblioteca per conservare il codice venne realizzata una cassetta su misura, posta sopra un tavolo riccamente decorato; nella cassetta era disponibile anche uno specchio per leggere la scrittura rovesciata.[20]

«Ha questo titolo al di fuori con caratteri d'oro. Disegni di Machine et delle arti, secreti, et altre cose di Leonardo da Vinci raccolte da Pompeo Leoni. È questo un codice, che diligentemente conservasi in Cassa dipinta con, vari ornati a color di oro fatta a guisa di urna sopra un Tavolo e il tutto di noce, con affisso al muro un monumento inciso in marmo ad eterna memoria di Galeazzo Arconati donatore di questo volume nell'anno 1637. [...] Il volume contiene vari abbozzi, e pensieri di Leonardo in ogni genere di belle arti, e scienze Matematiche, come d'Idraulica, Idrostatica, Architettura civile, e militare, con disegni di bombe, catapulte etc., di corso di acqua, d'instrumenti meccanici, di conche, di pittura, scultura, incisione, geometria etc. È in foglio atlantico legato in pelle, e sta nella Galleria delle pitture.»

(Descrizione di Stefano Bonsignori, dottore dell'Ambrosiana[21])

Spoliazioni napoleoniche[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1796 Napoleone ordinò lo spoglio di tutti gli oggetti artistici o scientifici che potevano arricchire musei e biblioteche di Parigi. Il 24 maggio il commissario di guerra Peignon si presentò all'Ambrosiana insieme all'incaricato Pierre-Jacques Tinet (1753-1803) con l'elenco degli oggetti di cui doveva impossessarsi, fra cui «le carton des ouvrages de Leonardo d'Avinci (sic)». Le casse contenenti gli oggetti d'arte tolti a Milano vennero spedite a Parigi il 29 maggio, ma giunsero solo il 25 novembre. Il 14 agosto venne stabilito di portare la cassa n. 19, contenente il Codice Atlantico, alla Bibliothèque nationale de France.[22]

Quando le truppe alleate occuparono Parigi nel 1815, ognuna delle potenze interessate affidò ad un proprio Commissario l'incarico di ricuperare gli oggetti d'arte di cui era stata spogliata; Franz Xaver barone von Ottenfels-Gschwind, incaricato dall'Austria di riprendere gli oggetti d'arte tolti alla Lombardia, essendo questa ritornata sotto il dominio austriaco, non ottenne tutti i codici vinciani sottratti dalla Biblioteca Ambrosiana, benché ne avesse una nota esatta. Quando si presentò alla Bibliothèque nationale, vi trovò solo il Codice Atlantico e non cercò di rintracciare e riavere gli altri manoscritti.[23] Secondo una versione riportata successivamente il barone von Ottenfels-Gschwind avrebbe rifiutato il codice, ritenendolo cinese a causa della scrittura rovesciata di Leonardo; solo grazie all'intervento di Antonio Canova e di Pietro Benvenuti il volume sarebbe tornato a Milano.

«Lo dobbiamo al celebre Canova ed al professore Benvenuti mandato l'uno dal pontefice e l'altro dal granduca di Toscana per ricevere le cose che loro appartenevano. Passeggiavano essi insieme dove si stava separando gli oggetti da consegnarsi a diversi commissari, quando, vedendo questo grosso volume fra quelli che dovevano rimanere, venne loro la curiosita di darvi un'occhiata, e trovativi alcuni disegni e la scrittura da destra a sinistra, che il Commissario mandato dall'Austria a ricevere le cose del Regno Lombardo-Veneto, credeva chinese, conobberlo appartenente a Leonardo, e presolo colle proprie mani lo posero fra le cose che dovevano per la ragione dell'armi tornare dove per la ragione dell'armi ne erano state tolte.[24]»

Restauro[modifica | modifica wikitesto]

I danni provocati dal tempo resero necessario e dall'utilizzo da parte di studiosi, portò alla decisione di suddividere il grosso volume in 53 cartelle per facilitarne la consultazione; venne fatto anche un tentativo malriuscito di distacco dei disegni dal supporto originale.[25]

Lo stato di conservazione delle carte rese necessario nel 1962 un intervento generale, che fu affidato al Laboratorio di Restauro del Libro Antico dell'Abbazia di Grottaferrata in seguito a un accordo tra Biblioteca Ambrosiana, la Direzione generale delle accademie e biblioteche del Ministero della pubblica istruzione e la Soprintendenza bibliografica della Lombardia. I costi del restauro (17 milioni di lire italiane, pari a circa 200.000 euro del 2015[26]) furono sostenuti dal governo italiano.

Nonostante alcune opinioni contrarie, venne stabilito di mantenere l'ordine originario della raccolta; vennero rese visibili anche le parti nascoste dei disegni. Per eseguire il lavoro le carte vennero trasportate a Grottaferrata con più viaggi in contenitori appositi con la scorta della polizia.

Al completamento del restauro nel 1972 si ottennero dodici volumi:[27] le 1286 carte contenute nei 401 fogli originari furono suddivise in 1119 nuove carte rilegate. I risultati del restauro portarono alcune critiche per il mancato riordino e suddivisione dei fogli, ma soprattutto venne notato uno sbiadimento delle scritture; vennero notati ritocchi nella scrittura rispetto all'edizione pubblicata all'inizio del Novecento, attribuite però dai restauratori a interventi di studiosi in anni precedenti. Le alterazioni più gravi riguardarono i fogli 651 (disegno di un profilo di donna non più visibile) e 743 (quasi completa scomparsa dei disegni).

Nel 2008 è stato deciso di sfascicolare i dodici volumi[28] e utilizzare appositi passepartout per permettere sia lo studio sia l'esposizione dei disegni.[27]

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

I fogli sono assemblati senza un ordine preciso e abbracciano un lungo periodo degli studi leonardeschi, il quarantennio dal 1478 al 1519, secondo diversi argomenti tra i quali anatomia, astronomia, botanica, chimica, geografia, matematica, meccanica, disegni di macchine, studi sul volo degli uccelli e progetti d'architettura.

Al suo interno si è sempre affermato esservi collocati 1750 disegni, tutti di mano di Leonardo. In realtà, i disegni erano 1751.

Durante il restauro tutti i disegni furono staccati dai fogli e a pagina 1033 già 370 (antica numerazione 51) venne rimosso un disegno di 21 x 16 cm, attualmente posto sul foglio 1035 recto: sotto al foglio staccato apparvero evidenti tracce di colla, questo a dimostrazione che lì vi era incollato un disegno più piccolo di cui non si aveva avuto notizia. Questo foglio, di cui si erano perse le tracce, sarebbe stato ritrovato nel 2011.[29]

Parti mancanti[modifica | modifica wikitesto]

Almeno due parti di fogli risultano rimosse dal codice.

Edizioni[modifica | modifica wikitesto]

Edizione Hoepli[modifica | modifica wikitesto]

Copia donata a Émile Loubet

Nell'ultimo quarto di secolo vennero avviate separatamente pubblicazioni con edizioni critiche delle opere di Leonardo, come quella dell'edizione dei manoscritti di Francia (1881-1891). In considerazione della quantità di disegni e annotazioni contenuti, l'edizione integrale del Codice Atlantico richiese molto tempo.

Nel 1885 l'opera venne affidata dal governo alla Regia Accademia dei Lincei.

«Nel rivolgermi a codesta insigne Accademia, or sono alcuni mesi, per ottenere pure il suo concorso nell'opera per la edizione del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci, io accennava ad altre pratiche da me contemporaneamente avviate per assicurare i mezzi adeguati alla divisata impresa. Sono ora lieto di potere qui constatare come quelle pratiche abbiano pienamente risposto a alle speranze mie, auspice la maestà del nostro Augusto Sovrano, favoreggiatore munifico di quanto più torni a decoro della patria e ad incremento dei buoni studi. Raccolta per tal guisa la somma occorrente alla ragguardevole pubblicazione, devesi ora provvedere perché l'opera nostra riesca degna sotto ogni rapporto del gran nome di Leonardo e dell'Italia.»

(Dalla lettera di Michele Coppino, ministro della Pubblica Istruzione, all'Accademia, 23 giugno 1885[33])

Il lavoro di organizzazione fu affidato al fisico Gilberto Govi; dal 1889, dopo la sua morte, fu proseguito da Giovanni Piumati.

L'opera, realizzata a dispense in sole 280 copie numerate dalla casa editrice Hoepli,[34] iniziò le pubblicazioni nel 1891 e fu completata nel 1904.[35] Oltre alle riproduzioni, era presente una doppia trascrizione dei testi: una fedele all'originale per gli studiosi, l'altra resa in forma moderna per i lettori comuni. Per i sottoscrittori ognuno dei fascicoli aveva un costo di 40 lire,[34] per un totale di 1360 lire italiane (pari a circa 6.000 euro nel 2015[36]).

Nel 1904 la prima copia fu donata dal Comune di Milano a Émile Loubet, presidente della Repubblica francese in un cofano disegnato da Luca Beltrami.[37]

«Esso consiste nel Codice Atlantico di Leonardo da Vinci, riprodotto in facsimile (N. 1360 tavole con più di 700 disegni) in eliotipia di grande formato e relativa trascrizione del testo, su carta a mano, filogranata appositamente. L'esemplare, che sarà il primo completo, essendo ancora in tipografia l'ultimo fascicolo, sarà chiuso in due cartelle di cuoio, stile del rinascimento con fermagli d'argento; le due cartelle saranno riposte in uno stipo d'ebano, con ornati d'argento; il cui coperchio recherà nel centro un medaglione colla testa di Leonardo di profilo, fiancheggiato dagli stemmi di Milano e di Francia, il tutto in cornice d'argento a rami d'alloro colla dedica a Loubet.[38]»

Lo stesso Beltrami nel 1905 donò una copia dell'edizione del Codice Atlantico anche alla Raccolta Vinciana presso il Castello Sforzesco, istituzione da lui ideata.

Edizione Giunti-Barbera[modifica | modifica wikitesto]

Tra il 1975 e il 1980, in occasione del restauro del codice, venne realizzata una nuova edizione da parte della Commissione nazionale vinciana.

L'opera fu pubblicata in 25 volumi.

  • 12 volumi con le riproduzioni, seguendo la nuova suddivisione dei fogli.
  • 12 volumi con trascrizioni e note critiche curate da Augusto Marinoni.[39]
  • 1 volume con gli indici.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Beltrami 1919, pp. 159-160.
  2. ^ Gramatica, p. 35.
  3. ^ Gramatica, p. 37.
  4. ^ Gramatica, pp. 37-39.
  5. ^ a b Gramatica, p. 39.
  6. ^ Beltrami 1895, pp. 25-26.
  7. ^ Beltrami 1895, pp. 24-25.
  8. ^ Beltrami 1895, p. 26.
  9. ^ Gramatica, p. 63.
  10. ^ Archivio di Stato di Firenze, Mediceo del Principato, 3130, fol. 456. Cfr. Renzo Cianchi, Un acquisto mancato, in La Nazione, 24 novembre 1967, p. 3.
  11. ^ Leone Leoni tra Lombardia e Spagna, 1995, p. 45.
  12. ^ A. Corbeau, Les Manuscrits de Léonard de Vinci. Contributions hispaniques à leur histoire, in Raccolta Vinciana, XX, 1964, p. 318.
  13. ^ Gramatica, p. 39.
  14. ^ Gramatica, pp. 64-65.
  15. ^ M. Cadario, "...Ad arricchire la Lombardia con uno de' più preziosi avanzi dell'antichità": il Tiberio colossale del Castellazzo degli Arconati, in Archivio Storico Lombardo, 2007, p. 12.
  16. ^ Uzielli, pp. 237-238.
  17. ^ Uzielli, pp. 237-238.
  18. ^ The Life, Correspondence and Collections of Thomas Howard Earl of Arundel, 1921, p. 454.
  19. ^ Pedretti 1995, p. 16.
  20. ^ A. Ratti, Il tavolo e il cofano pel Codice Atlantico alla Biblioteca Ambrosiana, in Raccolta Vinciana, III, 1906-1907, pp. 111-126.
  21. ^ Bibliografia storico-critica dell'architettura civile ed arti, 1791, pp. 192-193.
  22. ^ Beltrami 1895, p. 29.
  23. ^ Beltrami 1895, p. 30.
  24. ^ Notizie sulla vita e sulle opere dei principali architetti, scultori e pittori che fiorirono in Milano durante il governo dei Visconti e degli Sforza, III, Milano, 1869, pp. 15-16.
  25. ^ Le informazioni sullo stato del manoscritto, sul restauro e sulle critiche sono ricavate da Barberi.
  26. ^ 17 miliodi di lire italiane per il 1962 corrispondono a circa 210 mila euro del 2015, mentre la stessa cifra per il 1972 corrisponde a circa 140 mila euro. Cfr. Calcolo delle rivalutazioni monetarie, su Istat.it.
  27. ^ a b Il Codice Atlantico, su leonardo-ambrosiana.it.
  28. ^ (EN) Elisabetta Povoledo, Leonardo da Vinci Unbound: Splitting the Renaissance Master’s Tome. URL consultato il 9 luglio 2018.
  29. ^ http://www.ilsecoloxix.it/p/cultura/2011/11/15/AObpmWNB-leonardo_genova_nasconde.shtml
  30. ^ Pedretti 1978, p. 40.
  31. ^ Barberi, p. 111.
  32. ^ Pedretti 1978, p. 105.
  33. ^ Atti della Reale Accademia dei Lincei. Rendiconti, 1891, p. 492.
  34. ^ a b Arti belle, in Bollettino Bibliografico delle edizioni Hoepli, nº 4, aprile 1899, p. 171.
  35. ^ Giovanni Piumati (a cura di), Il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, Milano, 1894-1904.
  36. ^ Si è considerata una rivalutazione media della lira italiana di 8600 per il periodo 1894-1904 in relazione al 2015 con successiva conversione da lire italiane a euro. Cfr. Il valore della moneta in Italia dal 1861 al 2015, su Istat.it.
  37. ^ A. Bellini, Luca Beltrami architetto restauratore, in Luca Beltrami architetto. Milano tra Ottocento e Novecento, 1997, pp. 134-135.
  38. ^ Il dono di Milano al Presidente Loubet, in Corriere della Sera, 16 marzo 1904.
  39. ^ Augusto Marinoni (a cura di), Il Codice Atlantico della Biblioteca Ambrosiana di Milano, Firenze, Giunti-Barbera, 1975-1980.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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