Storia del Tibet

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Le notizie sull'origine del popolo tibetano sono poche ed incerte. Sembra, comunque, discendere dalle tribù nomadi guerriere. Tuttavia, prima del VII secolo, non vi sono evidenze di presenza di un popolo politicamente compatto.

Molti miti bön, poi ripresi dal buddhismo tibetano, parlano dell'origine del Tibet e del suo popolo. Uno di questi fa risalire l'origine del popolo tibetano all'unione tra una scimmia ed un'orchessa che ebbero sei figli, considerati gli antenati delle principali sei tribù tibetane. La scimmia è considerata dal buddhismo tibetano una manifestazione di Chenresing (Avalokiteśvara), il Bodhisattva della pietà.

Indice

[modifica] Dal mito della creazione (il vuoto, il vento, la pioggia, il Tibet) ai primi dati storici

Un mito sulla creazione narra che il vuoto fu riempito dal vento, poi da una pioggia torrenziale.

In un altro mito, in primo luogo attestato nel Maṇi bka' 'bum, la gente tibetana sono la progenie dell'unione della scimmia Pa Drengen Changchop Simpa e di una ogressa della roccia. Si dice ancora che la scimmia è in effetti una manifestazione del bodhisattva Avalokiteśvara (Tib. Spyan-ras-gzigs) e la ogress in effetti Tara (Bodhisattva) (Tib. ' Grol-mA).

La pioggia, dopo avere formato un oceano primordiale, cessò. Il vento, invece continuava fortissimo e agitò le acque a tal punto che si raddensarono come il burro dal latte.

Un'altra leggenda narra che il primo principe tibetano scese dal cielo, calandovisi per mezzo di una corda.

Storicamente, tribù affini ai birmani si stanziarono nell'altopiano dell'Himalaya tra il 700 a.C. ed il 400 a.C., dando origine a feudi attorno al 320 a.C. ed al primo regno tibetano nel 127 a.C. (data di partenza del calendario tibetano). In quell'anno il Tibet venne unificato dal sovrano Nyatri Tsenpo (163 a.C. - 101 a.C.). La monarchia durò per 40 generazioni. La religione diffusa sul territorio era il Bön, accanto ad altre credenze minori.

Tale regno s'ingrandì progressivamente, divenendo sempre più potente.

Il Buddismo, nella sua forma di lamaismo arrivò in Tibet nel 333 d.C. grazie all'opera del re Lha Toto Ri Gniendzen (284 d.C.-363 d.C.).

Già attorno al 400 d.C. il regno tibetano era in grado di inviare ambascerie in Cina.

La storia propriamente conosciuta e documentabile del Tibet inizia con il re Song Tsen Gampo (figlio di Namri Song Tsen), il primo a convertirsi al buddismo nel 617 d.C..

Il re Song Tsen Gampo (598 d.C.-650 d.C.) unificò il Tibet in un singolo Paese comprendendo tutti i territori in cui era parlato il tibetano.

Nel 653 d.C. venne aperta la prima scuola teologica tibetana, da cui prese origine, nel 690 d.C., l'attuale alfabeto tibetano ed iniziò a prendere corpo la cultura tibetana. Una volta introdotto il Buddismo esso fu assunto come religione ufficiale (751 d.C.).

Tra il 7° e il 10° secolo l'impero Tibetano raggiungeva il suo apogeo e si estendeva nel territorio cinese e di altri paesi dell'Asia Centrale sotto re Trisong Detsen (755 d.C.-804 d.C.).

Il primo monastero in Tibet fu costruito a Samye nel 758 d.C.. Nel 763 d.C. l'esercito tibetano si impadronì della Capitale cinese (Ch'ang-an, oggi Xian). Un trattato di pace fu concluso con la Cina nell'821 d.C. e nell'822 d.C. il testo del trattato fu iscritto su colonne che possono ancora essere viste in tre luoghi: uno all'esterno del palazzo imperiale di Ch'ang-an; un altro di fronte al portone principale del tempio di Jokhang nella capitale del Tibet, Lhasa; ed il terzo sul confine cino-tibetano sul Monte Gugu Meru. In esso si legge che "...Tutto l'oriente spetta alla grande Cina, mentre tutto l'occidente è di proprietà del grande Tibet".

L'impero tibetano crebbe ulteriormente in potenza mentre la Cina iniziava a ridimensionarsi come stato egemone dell'Asia orientale. L'ultimo grande sovrano di questo periodo aureo fu Ralpachen (815 d.C.-836 d.C.).

La lista reale di questo periodo è:

  1. Nya Tri Tsen Po
  2. Mu Tri Tsen Po
  3. Ding Tri Tsen Po
  4. So Tri Tsen Po
  5. Mer Tri Tsen Po
  6. Dak Tri Tsen Po
  7. Sip Tri Tsen Po
  8. Drigum Tsen Po
  9. Cha Tri Tsen Po
  10. Esho Lek
  11. Desho Lek
  12. Tisho Lek
  13. Guru Lek
  14. Trongzhi Lek
  15. Isho Lek
  16. Zanam Zindé
  17. Detrul Nam Sung Tsen
  18. Senöl Namdé
  19. Senöl Podé
  20. Senöl Nam
  21. Senöl Po
  22. Degyel Po
  23. Detrin Tsen
  24. Tori Long Tsen
  25. Tri Tsen Nam
  26. Tri Dra Pung Tsen
  27. Tri Togje Tsen
  28. Lha Thothori Nyen Tsen
  29. Tri Nyen Zung Tsen
  30. Drong Nyen Deu
  31. Tagbu Nyen Sig
  32. Namri Song Tsen
  33. Song Tsen Gam Po
  34. Mang Song Mang Tsen

[modifica] Dal VII al XIX secolo

Nel IX secolo d.C., l'Impero tibetano iniziò il suo declino in modo rapido. Tra l' 824 d.C. ed il 1247 l'intero Impero tibetano collassò, in seguito all'assassinio del re Tri Wudum Tsen (821 d.C.-841 d.C.), popolarmente ricordato come Lhang Dharma per la sua persecuzione contro i buddisti, persecuzione che innescò una guerra civile. Il possente impero tibetano si frantumò in piccoli principati ed un periodo oscuro iniziò per il Tibet. Durante questa fase i contatti fra il Tibet e i paesi confinanti (Cina compresa) divennero minimi. In questo periodo iniziarono i pellegrinaggi dei buddisti cinesi in Tibet ed in India, ed - attorno al 1210 - in Europa pervennero le prime notizie, spesso fantastiche, circa l'altopiano tibetano.

La società, nel periodo imperiale, prevedeva tre tipi di proprietà: quella della nobiltà, quella del clero buddhista e quella libera. Questa forma di società continuò per un millennio, fino, cioè, all'invasione cinese del Tibet del 1950.

Il Palazzo del Potala, ex-residenza del Dalai Lama.

[modifica] Il periodo del "Protettorato Mongolo" (1207 - 1682)

Gengis Khan (1167-1227), da poco eletto capo dei mongoli e buddista egli stesso, iniziò le campagne militari contro la Cina ed il Tibet a partire dal 1206. Si narra che Sakya Pandita (Sakya Pandita Kunga Gyeltsen o Kunga Gylatshan Pal Zangpo, 1182 - 1251) salvò il Paese dalle devastazioni delle orde mongoliche grazie alla sua indiscussa autorità spirituale, tanto che suo nipote divenne niente meno che il maestro spirituale dell'imperatore Gengis Khan che - riconoscente per l'educazione ricevuta - gli affidò il governo di ben tre delle province in cui il Tibet era stato suddiviso. Dal XIII secolo, pertanto, il Tibet era annesso all'Impero mongolo come stato vassallo. I Mongoli invasero a più riprese il Tibet nel 1207 e la Cina nel 1216, completandone l'annessione nel 1279. Tra il 1247 ed il 1350 una successione di venti Sakya Lama governò il Tibet, ma si trattava praticamente di sovrani-fantoccio. Questo è il periodo in cui Tibet e Cina si trovano sotto lo stesso sistema politico, assoggettati al governo dei Mongoli. Da questo momento, i Lama Sakyapa governarono fino al 1358, dopodiché il potere passò prima ai rappresentanti della Scuola Kagiu fino al 1369, quindi ai Karmpa fino al 1652, ed infine alla Scuola di Gelug. I tibetani furono in grado di liberarsi dai Mongoli nel 1358, quando Phagma Drupa (1324-1376) si sostituì al regime Sakya. I Cinesi fecero lo stesso dopo una decina di anni, nel 1368 quando iniziò la dinastia Ming (1368-1644). A seguito di questa annessione, l'attuale Repubblica popolare cinese rivendica il territorio tibetano come parte della Cina, pertanto reclama la legittimità dell'annessione del Tibet. Alcune critiche rivolte alla Cina replicano che sarebbe come se l'India rivendicasse diritti nei confronti della Birmania (chiamata Myanmar dalla giunta militare al potere) in quanto in passato appartenente all'impero coloniale britannico. In realtà i Mongoli annetterono il Tibet prima di conquistare la Cina e il loro dominio cessò quando questi persero potere nel paese. I Mongoli lasciarono il comando alla scuola di buddhismo Sa-Skya. Seguì un interregno nel quale dominarono dinastie secolari. In realtà l'affrancamento dei tibetani dai Mongoli fu soltanto formale, in quanto un'alleanza si sostituì al vassallaggio: in campo spirituale, i Karmpa introdussero il dogma della reincarnazione (1377) nella scelta del supremo capo spirituale, ancor oggi praticata, ed i Gelug fecero edificare le due celeberrime università monastiche di Sera e di Drepung (1452 e 1469), ed in campo politico, dal 1497, mongoli e tibetani stipularono un'alleanza strettissima. Nel 1578 Seunam Gyamtso (1543 - 1588) divenne maestro dell'imperatore mongolo e da questi gli fu conferito il titolo onorifico di "Oceano di Saggezza" ("Dalai Lama"). La situazione interna al Tibet era assai fluida ed instabile ed i Mongoli tornarono ad invadere il Tibet all'inizio del XVI secolo, restituendo il potere alla massima autorità religiosa, il Dalai Lama, diverse volte. Nel 1642 l'esercito mongolo di Gusri Khan (1606 - 1655) intervenne in Tibet ed impose a tutti i tibetani il governo temporale di un lama della Scuola Gelugpa, il V Dalai Lama, che riuscì, così, ad unificare le diverse fazioni feudali regnanti nel Paese, a pacificare lo Stato, ad erigere la potenza tibetana tanto da esser accolto, nel 1653, a Pechino dall'imperatore cinese come suo pari. Fu dunque grazie ai Mongoli che nuovamente s'impose il lamaismo in Tibet, tanto che la medesima figura era a capo di una sorta di Stato teocratico, figura che riuniva il potere temporale e spirituale in un unico individuo chiamato "Dalai Lama", allora già alla quinta incarnazione (il Dalai Lama è considerato un'emanazione di Avalokitesvara, la divinità della compassione universale che protegge il Tibet). Nel 1642 il grande quinto Dalai Lama, Ngawang Lobsang Gyatso (1617-1682), assunse il potere spirituale e temporale sul Tibet. Egli istituì l' attuale sistema di governo tibetano, conosciuto come Gaden Phodrang, abbattuto nel 1950 dai cinesi. Il suo regno fu florido, ma alla sua morte ricominciarono congiure ed intrighi ed il paese ripiombò nell'anarchia.

[modifica] Il "Periodo Moderno" (1682 - 1876)

Dopo un susseguirsi di Dalai Lama spiritualmente capaci, ma temporalmente del tutto incompetenti, il Paese si trovò praticamente, assieme al declino della potenza mongola sua protettrice, in balia del limitrofo colosso cinese. All'inizio del XVIII secolo, la Cina ottenne il diritto di avere un commissario residente (amban) a Lhasa. Ma il Tibet si trovava sotto una specie di protettorato allora, pur essendo nominalmente indipendente. Nel 1720 i Manciù che dominavano la Cina si intromisero nelle questioni tibetane inviando truppe per scortare il giovane settimo Dalai Lama, nato nel Tibet orientale a Lhasa. Quando le truppe manciù abbandonarono Lhasa, lasciarono indietro un residente (o amban) ufficialmente per rimanere a disposizione del Dalai Lama, ma in effetti per proteggere i loro propri interessi. Questo fu l'inizio della interferenza Manciù negli affari tibetani. Quando i tibetani si ribellarono contro i Cinesi nel 1750 e uccisero l'amban, l'esercito cinese entrò nel paese e nominò un successore del funzionario ucciso. Un intervento Manciù in Tibet si verificò ancora nel 1790, quando i rappresentanti (gli amban) dell'imperatore manciù si trasferirono a Lhasa e tentarono di impegnarsi in "indicibili" intrighi per intromettersi negli affari tibetani. Nel frattempo, la situazione internazionale era assai peggiorata: i britannici, dal 1757 avevano assunto l'intero controllo della penisola indiana e, dal 1835 al 1843, completavano la creazione del protettorato sul confinante Kashmir. Il Tibet era divenuto un "Paese a rischio", uno "Stato cuscinetto" nella morsa dei Cinesi a settentrione e dei britannici a meridione. Nel 1856 un trattato stabilì i confini tra Tibet e Nepal e l'accordo fu stipulato dai cinesi per il Tibet e dai britannici per il Nepal. I manciù ottennero un controllo nominale sul Tibet Orientale durante questo periodo che terminò nel 1865 quando i tibetani ripresero possesso dei territori perduti. Quando nacque il XIII Dalai Lama, il Tibet si trovava già di fatto sotto protettorato cinese.

[modifica] XX secolo e storia contemporanea (dal 1876 ai giorni nostri)

Nel 1898 la Gran Bretagna intervenne militarmente una prima volta in Tibet. Nel 1904 la Gran Bretagna spedì forze militari indiane, al comando di Sir Francis Younghusband (1863-1942) per sanare una controversia confinaria, che di fatto significò l'occupazione militare del Tibet, anche a seguito dell'interesse per il Tibet manifestato dallo Zar di Russia. In risposta a questa operazione militare il ministro degli esteri cinese affermò per la prima volta in modo esplicito che era la Cina ad avere sovranità sui territori tibetani.[1]

Quando la missione militare britannica raggiunse Lhasa, il Dalai Lama era già fuggito ad Ulan Bator, in Mongolia, situazione che avrebbe costretto Sir Younghusband a ritornare in India senza aver raggiunto gli obiettivi prefissati, opzione non ritenuta accettabile. Younghusband decise quindi di redigere un trattato unilateralmente, facendolo approvare a Potala dal reggente, Ganden Tri Rinpoche, e da altri ufficiali tibetani reclutati con funzione di "governo". All'insaputa di Younghusband il ministro tibetano con cui trattò era appena stato nominato, in quanto il predecessore era stato imprigionato di recente insieme ad altri ministri, accusati di essere troppo filo-britannici e quindi potenzialmente troppo accomodanti con il comandante inglese.[2]

Il tibet nel 1914

Il trattato stipulato richiedeva che il Tibet aprisse i suoi confini con l'India britannica, non imponesse tasse doganali o forme altri impedimenti ai mercanti indiani e britannici e chiedeva che il governo di Lhasa pagasse 2,5 milioni di rupie come forma di indennizzo, oltre ad impegnare il Tibet a non stringere relazioni con altre nazioni straniere senza l'approvazione preventiva della Gran Gretagna.[3]

Questo trattato anglo-tibetano fu confermato da un successivo trattato sino-britannico nel 1906, in cui entrambi i governi si impegnavano a non intromettersi nell'amministrazione del governo tibetano e ad impedire che lo facessero anche altre nazioni straniere[4] Il governo di Pechino si impegnava anche a pagare alla Gran Bretagna i 2,5 milioni di rupie che il Tibet sarebbe stato costretto a versare in base al trattato del 1904.[5]

Nel 1907 infine la Gran Bretagna e la Russia, nell'ambito della spartizione delle rispettive aree di influenza in Asia, si accordarono perché, in conformità con la quasi costante dipendenza del Tibet dalla Cina nei secoli precedenti, tutti gli eventuali negoziati con il primo fossero effettuati tramite la seconda; decisero anche che entrambi non avrebbero minacciato l'integrità territoriale del Tibet e non avrebbero mandato i loro rappresentanti nella nazione (Accordo anglo-russo).[6]

Nel 1910 i manciù, che governavano la Cina, invasero nuovamente il Tibet e costrinsero il Dalai Lama a fuggire in India dagli inglesi fino al 1913, dopo che in Cina (1911) scoppiò la rivoluzione. Gli inglesi intervennero a loro volta e liberarono Lhasa nel 1912. L'interferenza manciù cessò nel 1912. I tibetani espulsero tutte le truppe cinesi e manciù da Lhasa e da altri centri del Tibet. Il tredicesimo Dalai Lama riaffermò l'indipendenza del Tibet mediante una specifica dichiarazione nel 1913. Nel 1913 Tibet e Mongolia firmarono nella capitale mongola Urga (attuale Ulan Bator) un trattato, proclamando la loro reciproca indipendenza dalla Cina ("Trattato di Urga"). Le ultime truppe cinesi abbandonarono il Tibet nel 1914. Il XIII Dalai Lama fu accolto trionfalmente in Tibet e si sforzò di modernizzare il paese nel rispetto della tradizione religiosa. Vennero create le linee telefoniche, le linee elettriche, le prime strade ed acquedotti, il servizio postale (vennero emessi anche i francobolli), ma la società rimase quella feudale di sempre. Nel 1914 venne negoziato in India un ulteriore trattato fra il Tibet, la Cina e la Gran Bretagna (la "Convenzione di Simla") per definire confini e sovranità. Questo trattato era molto favorevole ai britannici, perciò i cinesi non lo firmarono. Essi non riconobbero mai questo trattato; per questo motivo rivendicano, ancora oggi, il territorio indiano del Arunchal Pradesh. I confini seguivano una linea ("Linea McMahon") tracciata dall'allora negoziatore britannico, Sir Henry McMahon (1862-1949). L'indipendenza tibetana è confermata dal Trattato di Simla (3 luglio 1914) che fu concluso tra il Tibet e l'India britannica.

Spedizione nazista in Tibet: fotografia di gruppo ricercatori tedeschi e tibetani

La Prima guerra mondiale e la guerra civile cinese causarono un impoverimento della Cina ed i cinesi accantonarono provvisoriamente il loro interesse sul Tibet, facendo sì che Thubten Gyatso (XIII Dalai Lama, 1876-1933) governasse indisturbato sul territorio reclamato oggi dal Governo tibetano in esilio, ad eccezione della regione dell'Amdo (Qinghai) dove gli Hui, che controllavano i territori vicini nello Xining, cercavano di esercitare il proprio potere. Per un trentennio il Tibet si mantenne equidistante da tutte le potenze, tanto da permettere ad una spedizione pseudoscientifica del Terzo Reich, nel 1938 di cercare il fantomatico regno di Shambhala (o Xambala), un regno sotterraneo centroasiatico la cui ipotetica capitale Agharti sarebbe stata governata da saggi rappresentanti della "razza ariana". Nel 1942, nel corso della seconda guerra mondiale, la strada di rifornimento tra India e Cina via Birmania fu interrotta dai giapponesi. Il governo inglese richiese al governo del Tibet il permesso di aprire una via militare per i rifornimenti attraverso Zayul (Tibet nord- orientale) che venne rifiutata dal governo tibetano. Il Tibet già da allora s'era dichiarato neutrale e non allineato.

Fu una vittoria tanto fragile quanto breve: contando sull'appoggio della potenza militare britannica, non venne creato un esercito moderno, e dopo trent'anni d'instabilità politica all'interno della Cina, nel 1949, i Comunisti presero il potere, mentre gli inglesi evacuarono l'India già nel 1947. Complice il mondo distratto dalla contemporanea Guerra di Corea, nel 1950 i comunisti cinesi entrarono in Tibet al grido:"Liberiamo il Tibet dagl'imperialisti".

[modifica] Nella Repubblica Popolare Cinese

Il c.d. Tibet "storico" (territori in cui vivono anche popolazioni tibetane) aveva una superficie quasi doppia rispetto a quella della regione autonoma locale odierna. Con 3,8 milioni di chilometri quadrati di superficie, quanto l'Europa occidentale, il Tibet storico occupa un terzo della Repubblica popolare cinese, ma i suoi sei milioni di abitanti sono appena lo 0,5 per cento della popolazione cinese. Questa immensa regione di montagne e altipiani ha sempre attirato gli appetiti dei vicini per la sua posizione strategica (fra Cina e India), perché controlla riserve d'acqua vitali per tutto il continente (lo Yangze, il Fiume Giallo, il Mekong, l'Indo, il Brahmaputra nascono qui), e giacimenti di minerali preziosi dall'oro all'uranio.

Le mire coloniali della Cina sul Tibet sono una costante nella storia: l'indipendenza del Tibet, i cui abitanti sono linguisticamente affini anche ai birmani con cui condividono il ceppo di lingue sino-tibeto-birmane, non venne accettata dalla Cina repubblicana, che dopo il 1911 prese il posto della dinastia mancese (1644 - 1911), l'ultima delle dinastie imperiali. Il fondatore della Repubblica di Cina, Sun Yat Sen (1866-1925) non solo non ammise la secessione della Mongolia, del Tibet e del Tannu Tuva, ma si propose di riconquistare tutti i territori storicamente appartenuti alla Cina, vale a dire la Corea, il Vietnam settentrionale, l'isola di Sakhalin, i territori settentrionali di India e Pakistan (l'India venne costretta a rinunciare ai monti Kunlun ed alle Pianure della Soda - "Soda Plains"- nel 1962, ed il Pakistan ai contrafforti himalayani nel 1963), il Nepal, il Sikkim, il Bhutan, la regione del Wakkan (Afghanistan), la regione russa dei fiumi Ussuri ed Amur, le regioni settentrionali della Birmania e del Laos (i territori Shan), nonché quelle orientali del Tagikistan, dell'Uzbekistan, del Turkmenistan, del Kazakhistan e del Kirghizistan. Nel periodo tra il 1914 ed il 1949 il caos dominava la Cina, con una guerra civile sanguinosa tra i nazionalisti del Guomindang (allora al potere) ed i comunisti di Mao Zedong (1893 - 1976), in concomitanza con l'aggressione nipponica del 1931 - 1945. La vittoria di Mao, nel 1949, e la proclamazione della Repubblica popolare cinese il 1° ottobre di quell'anno, fecero tornare alla ribalta la questione dei "Territori separati dalla madrepatria". Durante il discorso del 1° ottobre, Mao citò, appunto, uno ad uno i territori che sarebbero stati ricondotti alla Cina: l'isola di Hainan (occupata tra il Marzo ed il Maggio del 1950), l'isola di Taiwan, le isole Pescadores, Spratley, Quemoy, Matsu, la regione indiana dell'Aksai Chin (Ladakh, conquistato nella guerra del 1962), la regione indiana controllata dalla britannica Agenzia della frontiera nordorientale (North East Frontier Agency, NEFA), regione dell'alto corso del fiume Brahmaputra) ed, appunto il Tibet.

Già il 1º Gennaio 1950 Radio Pechino annunciò per il Tibet l'imminente "liberazione dal giogo dell'imperialismo britannico" (l'influenza britannica in realtà era finita con la Seconda guerra mondiale e l'indipendenza dell'India, nel 1947). Il Dalai Lama e il Panchen Lama, allora adolescenti, firmarono messaggi in cui chiedevano l'intervento della Cina per proteggere il Tibet dalle potenze straniere nemiche.

La Guerra di Corea, scoppiata all'alba di domenica 25 giugno 1950, e l'intervento americano a sostegno della Corea del Sud attaccata dalla comunista Corea del Nord di Kim Il Sung (1912-1994) dettero alla Cina l'occasione sperata per occupare il Tibet. Distolta dai fatti di Corea, l'opinione pubblica mondiale venne colta di sorpresa allorché, il 7 ottobre 1950, quarantamila soldati dell'Esercito di liberazione popolare attraversarono il corso superiore dello Yangtze e dilagarono in tutto il Tibet orientale, il Kham, oggigiorno in gran parte incorporato nelle provincie cinesi del Sichuan, del Gansu e del Qinghai, uccidendo ottomila male armati soldati tibetani, e senza praticamente incontrare resistenze di sorta. Una settimana dopo l'attuale Dalai Lama, Tenzin Gyatso (1935-vivente) venne dichiarato maggiorenne e diventò sovrano del Tibet a tutti gli effetti.

Nel 1950 l'Esercito di Liberazione Popolare, con una campagna bellica pianificata dal futuro leader Deng Xiaoping, entrò in Tibet frantumando l'esercito tibetano, privo di resistenza e quasi esclusivamente cerimoniale. Nessuno stato sovrano ha mai riconosciuto l'indipendenza del Tibet e anche i paesi europei, coerentemente con il diritto internazionale, trattarono l'invasione come una questione interna cinese (del resto, allora, la Repubblica popolare cinese non era diplomaticamente riconosciuta dagli Stati Uniti e dall'Europa Occidentale) e l'America già duramente impegnata contro le truppe cinesi (i cinesi accorsero in aiuto alla Corea del Nord appena due settimane dopo aver invaso il Tibet, il 19 ottobre 1950) a difendere la Corea, non osò sfidare Mao. Oggi tutti i paesi del mondo riconoscono il Tibet come una regione della Cina e non come un'entità indipendente. Sardar Vallabhbhai Patel (1875-1950), il vice primo ministro dell'India di allora, così si espresse: "La recente e amara vicenda (l'invasione cinese del Tibet) ci dice anche che il comunismo non è uno scudo contro l'imperialismo e che i comunisti sono buoni o cattivi imperialisti come tutti. Le ambizioni cinesi sotto questo aspetto non riguardano solo i fianchi himalayani dalla nostra parte ma includono anche importanti parti dell'Assam. Hanno anche ambizioni sulla Birmania". Anche il Dr. Rama Manohar Lohia (1910-1967), leader comunista indiano, dopo aver fortemente condannato la violazione, così si espresse: "Il governo cinese invadendo il Tibet ha portato offesa non solo contro il senso morale internazionale, ma anche contro gli interessi dell'India: il Tibet rappresenta il palmo della mano ed ora la Cina vuole pure le dita, ovvero Nepal, Bhutan, Sikkim ed i territori indiani ad oriente ed occidente della Linea McMahon" . Per contro uno dei più grandi sinologi, Joseph Needham, inglese figlio di genitori scozzesi, ha sottolineato come i tibetani rispetto ai cinesi han sono come i gallesi rispetto agli inglesi: come i gallesi non sono inglesi ma sono certamente britannici, i tibetani non sono han ma certamente sono a tutti gli effetti cinesi.

Negli annali delle Nazioni Unite, a quella data, l'unico Paese che sollevò la questione fu il Salvador.

Il 17 novembre 1950 il XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso (l'attuale Dalai Lama) assunse i pieni poteri spirituali e temporali come Capo dello Stato, nonostante avesse appena compiuto il sedicesimo anno. Fu lui a firmare l'accordo noto come "Trattato di liberazione pacifica" in 17 punti (Accordo in 17 punti del 23 maggio 1951[7]). Successivamente diventerà anche vicepresidente del comitato permanente dell'Assemblea Nazionale del Popolo. In seguito la Cina usò questo documento per attuare il suo piano di trasformare il Tibet in una colonia cinese senza tenere alcun conto della forte resistenza da parte del popolo tibetano. Privata dei suoi territori settentrionali ed orientali, il Tibet, già il 9 settembre 1951 dovette accogliere 3.000 soldati cinesi da acquartierare nella capitale Lhasa e dovette cambiare il proprio nome adottando quello cinese di Xizang. questa data segna effettivamente la fine dell'indipendenza tibetana.

Il Tibet doveva rinunciare, tra l'altro, ad una politica estera autonoma, a batter moneta, a stampare francobolli. Poiché alcune riforme del nuovo governo, tra le quali quella di una redistribuzione delle terre, sarebbero risultate impopolari tra monaci e aristocratici, queste vennero proposte solo nelle regioni più periferiche del Kham orientale e nell'Amdo.

Già nel 1952 i cinesi vennero economicamente incentivati a trasferirsi in massa in Tibet dalle regioni limitrofe, tanto che oggigiorno i tibetani, sei milioni, sono in minoranza in Tibet di fronte ai cinesi stessi. Il Dalai Lama chiese due anni dopo un incontro con Mao Tse Tung (1893 - 1976) e con Deng Xiaoping (1904 - 1997) per negoziare invano una soluzione pacifica.

Nel 1954, contemporaneamente al riconoscimento indiano dell'annessione cinese del Tibet, il Dalai Lama e il Panchen Lama, invitati a Pechino, rimasero affascinati da Mao e dagli altri leader comunisti e solo alla fine del loro soggiorno questi ultimi gettarono la maschera accusando il Buddismo di essere un "veleno". Tornati in patria i due giovani leader religiosi scoprirono che lontano da Lhasa, nelle provincie di Amdo e Kham, le milizie comuniste avevano già cominciato a svuotare i monasteri ed a perseguitare il clero buddista. La colonizzazione "pacifica" del Tibet si scontrava con una reale e sistematica distruzione del culto tibetano e dei monasteri, nella completa indifferenza mondiale. Repressione e arresti di massa scatenarono nel 1955 le prime fiammate di insurrezione armata, a cui partecipano i monaci buddisti. A quel punto, gli Stati Uniti, che avevano già combattuto direttamente contro i cinesi in Corea, presero l'iniziativa e la CIA venne incaricata di addestrare la resistenza tibetana. L'aiuto verrà interrotto un quindicennio dopo da Richard Nixon (1913-1994) e da Henry Kissinger (1923) nel 1971 dopo il disgelo con la Cina al fine di trovare una via d'uscita alla Guerra del Vietnam.

Approfittando dei dissidi in seno al Partito comunista cinese in seguito alla fallimentare e tragica esperienza del Grande balzo in avanti e con il supporto della CIA, il 10 marzo 1959 il movimento di resistenza tibetano, ormai esteso a tutto il Paese, culminò con una sollevazione contro i cinesi che fu repressa col dispiegamento da parte del governo cinese di 150.000 uomini e di unità aeree. Migliaia di uomini, donne e bambini vennero massacrati nelle strade di Lhasa e in altri luoghi. Il 17 marzo 1959 il Dalai Lama abbandonò Lhasa per cercare asilo politico in India. Egli fu seguito da oltre 80.000 profughi tibetani. Oggi ci sono circa 130.000 profughi tibetani dispersi in tutto il mondo. La sollevazione si stima abbia comportato una strage di almeno 65.000 persone (cifre più attendibili indicano in 80.000 vittime e 300.000 profughi). Per il Tibet iniziò un periodo tragico, privato com'era del suo capo di stato e guida spirituale.

Tenzin Gyatso (il XIV Dalai Lama) e altri funzionari del governo si esiliarono a Dharamsala in India, ma sparuti gruppi di resistenza continuarono la lotta in patria fino al 1969. Più volte Zhou Enlai (1898-1976) chiese all'India l'estradizione del Dalai Lama.

Pochi anni dopo, con la proclamazione della nascita della "T.A.R." ("Tibet Autonomous Region"), il Tibet perde ogni forma seppur velata d'indipendenza, divenendo una regione autonoma della Cina amministrata direttamente da Pechino. Nel 1965, infatti, venne creata la Regione Autonoma del Tibet, in pratica l'intero paese venne annesso alla Cina de facto, come annunciò l'allora presidente della Repubblica popolare, Liu Shaoqi (1898-1969).

Il biennio 1966-1968 fu tragico per il Tibet. Durante la Grande rivoluzione culturale, i rivoluzionari cinesi organizzarono campagne di vandalismo contro monasteri e siti simbolo della cultura antica. Dal 1950 venne distrutta la quasi totalità dei monasteri, oltre 6.000, di cui molti secolari. Un gran numero di tibetani venne ucciso e molte migliaia furono arrestate. Anche oggi si contano tibetani, soprattutto monaci e monache, nelle carceri cinesi per reati politici legati alla richiesta di indipendenza.

La nuova resistenza ha inizio nel 1977 e dura tuttora, dopo due dure repressioni, rispettivamente nel 1980 e nel 1989. Nel 1978, 1979, 1981, 1984 e 1991 la stampa mondiale si occupò dell'irrisolto problema tibetano. Nel frattempo, dal 1976 in poi s'insediarono in Tibet 7 milioni di cinesi a fronte di un numero di ndigeni tibetani minore (6 milioni).

Il Governo tibetano in esilio denuncia la volontà del Governo Cinese di cancellare definitivamente la cultura del Tibet, con la repressione e con una propaganda martellante sui mass media e per le strade.

Anche il Dalai Lama, in esilio, ormai non richiede più l'indipendenza del Tibet, ma una vera autodeterminazione che possa preservare ciò che è rimasto della sua cultura e che possa garantire ai tibetani i diritti umani fondamentali.

Dopo la morte di Mao, è continuata la resistenza attiva e passiva dei tibetani. Il nuovo leader cinese, Deng Xiaoping (1904-1997), ha promosso a partire dal 1983 massicci trasferimenti di cinesi in Tibet ed il trasferimento forzato si è incrementato dopo il fallimento dei colloqui segreti tra il governo cinese ed il Dalai Lama nel 1987), quando il Dalai Lama propose agli Stati Uniti un accordo di mediazione con la Cina che salvaguardasse l'identità culturale del suo Paese (21 settembre), tuttavia non c'è questo "trasferimento forzato" non è provato da nessun documento. Alle manifestazioni in Tibet la Cina rispose con un'ennesima repressione che fece due morti.

La morte del Panchen Lama nel 1994 ha aggravato la tensione. Nel 2008, con l'apertura a Pechino dei Giochi olimpici, nuove manifestazioni a marzo in Tibet, scoppiate a causa di elementi estremisti tibetani contestatori della linea "morbida" del Dalai Lama, e represse con mano inizialmente cauta stanno provocando grande imbarazzo a Pechino, che su pressione della comunità internazionale ha ripreso i colloqui poche settimane più tardi con un incontro a Pechino tra rappresentanti designati dal Dalai Lama e dal governo cinese.

[modifica] Note

  1. ^ Walt van Praag, Michael C. van. The Status of Tibet: History, Rights and Prospects in International Law, Boulder, 1987, p. 37.
  2. ^ Grunfeld, A. Tom, The Making of Modern Tibet. ISBN 1-56324-713-5, p57
  3. ^ Convention Between Great Britain and Thibet (1904)
  4. ^ Convention Between Great Britain and China Respecting Tibet (1906)
  5. ^ Melvyn C. Goldstein, Tibet, China and the United States: Reflections on the Tibet Question., 1995
  6. ^ (EN) Convention Between Great Britain and Russia (1907)
  7. ^ http://www.pmli.it/accordo17puntigovernopopolare.htm

[modifica] Bibliografia

[modifica] Libri

  • Laurent Deshayes, Storia del Tibet, 1998, Newton & Compton

[modifica] Saggi e articoli

  • Henri Stern, Il Tibet libero è utile anche a Pechino, intervista con sua santità il Dalai Lama, in "Limes", n. 1, 1995

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