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Battaglia degli Altipiani

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Battaglia degli Altipiani
parte del fronte italiano della prima guerra mondiale
Piano dell'offensiva di Primavera
Data15 maggio-27 luglio 1916
LuogoTrentino meridionale, alto vicentino, nei dintorni del massiccio del Pasubio, nell'Altopiano dei Sette Comuni e nei dintorni di Folgaria, Tonezza e Lavarone
EsitoL'offensiva austro-ungarica ottiene dei successi iniziali ma termina con un ripiegamento; la controffensiva italiana recupera gran parte delle posizioni perdute.
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
300 battaglioni (300000 uomini), 2000 pezzi d'artiglieria (stime)172 battaglioni (200000 uomini), 850 pezzi d'artiglieria (stime)
Perdite
82815 (10203 morti, 45651 feriti, 26961 fra prigionieri e dispersi)[1]147730 (15453 morti, 76642 feriti e 55635 fra prigionieri e dispersi)[1]
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La battaglia degli Altipiani (nella storiografia tedesca Südtiroloffensive[N 1]) fu combattuta dal 15 maggio al 27 luglio 1916 sul fronte italiano della prima guerra mondiale, e vide contrapposti il Regio Esercito italiano al comando del generale Luigi Cadorna e l'Imperiale e regio esercito austro-ungarico al comando del generale Franz Conrad von Hötzendorf. L'insieme delle operazioni belliche ebbero luogo sul gruppo degli Altipiani tra gli attuali Veneto e Trentino.

L'offensiva, conosciuta in Italia erroneamente con il termine di Strafexpedition ("Spedizione punitiva") per sottolineare la presunta volontà dell'Austria-Ungheria di punire l'Italia per l'entrata in guerra a fianco dell'Intesa[2], fu l'unica offensiva austro-ungarica sul fronte italiano tra l'entrata in guerra dell'Italia nel maggio 1915 e l'offensiva di Caporetto dell'ottobre 1917. L'offensiva di Conrad von Hötzendorf si sviluppò tra il 15 maggio e il giugno 1916, dopodiché, con l'esaurimento dell'attacco austro-ungarico, tra il giugno e il 27 luglio ebbe invece luogo una controffensiva italiana.

Questa battaglia nacque dalla volontà austro-ungarica di condurre un'offensiva su larga scala che avrebbe permesso all'esercito imperiale di invadere la Pianura veneto-friulana e isolare il fronte dell'Isonzo dal resto della penisola italiana, permettendo di mettere fine alla guerra sul fronte italiano. Tuttavia, le difficoltà logistiche, la concomitanza dell'offensiva russa sul fronte orientale, e l'afflusso di rinforzi italiani decretarono il fallimento dei piani asburgici, con l'esercito imperiale che decise di ripiegare su posizioni più facilmente difendibili. Si stima che, al termine della battaglia, le perdite italiane ammontarono a quasi 150000 uomini e quelle austriache a circa 83000 uomini[3].

Contesto strategico

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Dopo le fallimentari "spallate" sul fronte isontino del 1915 e la fine dell'iniziale spinta offensiva sul fronte trentino, per il Comando supremo italiano l'inizio del 1916 avrebbe dovuto rappresentare la ripresa delle operazioni offensive, senza che il piano strategico generale, che mirava a sfondare il fronte lungo l'Isonzo e il Carso, fosse mutato. I primi mesi di guerra avevano privato l'esercito italiano di moltissimi dei suoi ufficiali e il generale Luigi Cadorna aveva visto frustrate le sue speranze di una soluzione rapida e definitiva della campagna. Le capacità di ripresa dell'esercito austro-ungarico e la tenacia con cui le sue unità si battevano, fece inoltre svanire gli entusiasmi iniziali e fece nascere la consapevolezza nei comandi italiani della necessità di usare con più accortezza le proprie risorse[4].

Il primo inverno di guerra era stato utilizzato dagli italiani per ampliare la quantità dei supporti tecnici indispensabili per la guerra di trincea: si spese molto per aumentare le dotazioni di mitragliatrici e infoltire il parco artiglierie, anche usufruendo degli aiuti e dei rifornimenti Alleati. Con l'arrivo della primavera il comando supremo decise quindi di concentrarsi sul campo trincerato di Gorizia e i bastioni del Monte San Michele e del Sabotino, per poi puntare lungo il Carso di Comeno verso l'Hermada, con la volontà di sfondare lì dove nel 1915 l'offensiva italiana era stata neutralizzata dagli austro-ungarici al costo di grandi perdite umane. Il 1916 nacque sotto migliori auspici per l'Italia; il miglioramento di addestramento e armamenti e le rassicurazioni avute durante la Conferenza di Chantilly del dicembre 1915 riguardo alla nascita di una coordinazione inter-alleata, avrebbe dato vita ad «operazioni simultanee» che avrebbero dovuto impedire agli Imperi centrali di spostare liberamente le truppe lungo le linee interne. Ciò diede a Cadorna nuova fiducia per il prosieguo della campagna[5].

Gli Imperi centrali però non stettero a guardare, e nel 1916 erano quanto mai decisi ad uscire dall'empasse che aveva caratterizzato il primo anno e mezzo di guerra. Dopo aver liquidato la Serbia, il capo di stato maggiore dell'esercito tedesco Erich von Falkenhayn e l'omologo austro-ungarico Conrad, poterono rivolgere la loro attenzione verso occidente, forti anche del fatto che il fronte orientale contro la Russia era in una fase di stallo. Dopo le enormi perdite subite dall'esercito zarista e dall'esercito austro-ungarico nel primo anno e mezzo di guerra, i due contendenti avevano bisogno di tempo per riorganizzarsi e rinforzarsi, così Vienna decise di rivolgere la propria attenzione a occidente contro l'Italia nel tentativo di terminare la guerra su quel fronte e poter successivamente concentrarsi esclusivamente contro le armate dello Zar Nicola II[6].

Il capo di stato maggiore Conrad peraltro non poteva ignorare i fattori psicologici ed economici in seno all'esercito. Le truppe della 5ª Armata austro-ungarica si erano battute brillantemente ma, dopo quasi due anni di combattimenti, era necessario altresì dare agli uomini una prospettiva di vittoria e non solo utilizzarle come scudo difensivo. Parallelamente non era più possibile trascurare il logoramento che dovevano affrontare i soldati al fronte e i civili nelle retrovie; i rifornimenti alimentari iniziavano a scarseggiare e il prosieguo della guerra su due fronti risultava insostenibile per le risorse dell'Impero austro-ungarico, che allo stesso tempo iniziava a dipendere sempre di più dai rifornimenti e dai rinforzi tedeschi[7].

I piani austro-ungarici

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Il capo di stato maggiore dell'Imperiale e regio esercito austro-ungarico Franz Conrad von Hötzendorf.

Consapevole del vantaggio strategico offerto dal saliente Trentino, Franz Conrad von Hötzendorf già da tempo propugnava l'idea di una guerra preventiva contro l'Italia tramite un'offensiva che partisse dall'altopiano di Asiago e avanzasse fino al mare tagliando fuori il Friuli e il fronte dell'Isonzo dal resto della penisola[8]. Per Conrad un'offensiva in grande stile contro l'Italia dal Trentino avrebbe potuto mettere fuori gioco l'avversario e avrebbe potuto salvare l'Impero dalla dissoluzione. A differenza del fronte russo, quello italiano offriva infatti buone prospettive di vittoria. Un'offensiva dal Trentino richiedeva minori forze e avrebbe permesso di prendere alle spalle l'intero esercito italiano stanziato sull'Isonzo, costringendolo ad una ritirata precipitosa. In questo quadro l'altopiano di Asiago acquisì una importanza fondamentale, perché rappresentava un pericoloso saliente incuneato nel territorio italiano che offriva agli austro-usarci la migliore via di penetrazione verso la Pianura Padana. Non da meno fu l'importanza che acquisì anche la Vallagarina, da cui l'esercito di Conrad avrebbe potuto minacciare i centri produttivi del bresciano e del milanese, che costituivano un allettante obiettivo strategico[9][10].

I preparativi per la battaglia iniziarono nel dicembre 1915. Le forze disponibili erano però limitate e Conrad non aveva le 16 divisioni che riteneva necessarie per l'offensiva. Propose quindi a Falkenhayn di impiegare truppe tedesche sul fronte italiano o almeno lo spostamento di un certo numero di divisioni tedesche in Galizia per permettere l'afflusso di più unità austriache in Tirolo[11]. Il piano originario prevedeva un doppio attacco, uno sul fronte dell'alto Isonzo diretto verso Udine e uno su quello del Trentino meridionale, puntando sul basso Piave, confidando che gli italiani anche se fossero riusciti a resistere ad uno dei due attacchi, non avrebbero avuto riserve a sufficienza per rispondere ad entrambi gli attacchi. Tutto ciò sarebbe dovuto avvenire disponendo di almeno 7 divisioni tedesche da schierare sia durante l'attacco sia durante lo sfruttamento del successo. I tedeschi però non avevano una grande fiducia nelle capacità militari dell'alleato austriaco, e la richiesta di Conrad di mettere le unità tedesche sotto la direzione dello stato maggiore austro-ungarico non aiutò a convincere Falkenhayn, il quale rifiutò più volte le richieste di aiuto pervenute a dicembre 1915, gennaio e febbraio 1916[12].

Non potendo contare sull'aiuto di Falkenhayn, impegnato nei preparativi per la battaglia di Verdun, Conrad si decise ad operare autonomamente sancendo una prima rottura tra i comandi austriaco e tedesco[N 2], fiducioso di poter sconfiggere l'Italia anche senza aiuti[13]. I pianificatori austro-ungarici furono quindi costretti a limitare l'attacco su di un solo punto del fronte, e per decisione di Conrad venne privilegiato il saliente trentino a causa dei vantaggi strategici offerti a discapito dei problemi logistici che avrebbe incontrato un'armata all'attacco su un terreno aspro e montuoso[14][N 3]. Per trovare gli effettivi necessari vennero distratte forze dal fronte russo e da quello dell'Isonzo per arrivare a disporre di almeno 14 divisioni, con 190 battaglioni di fanteria (circa 156 000 uomini) e 1150 pezzi d'artiglieria, per un totale di circa 300 000 uomini. Conrad scelse dunque di correre un rischio calcolato, contando sulla passività dei russi e degli italiani, forte comunque di truppe ben addestrate e motivate e una importante massa di artiglieria[15]. Il servizio di informazioni dell'esercito austro-ungarico però diede una cattiva prova di sé, non rilevando il forte sviluppo numerico dell'esercito italiano nei primi mesi del 1916 né rendendosi conto del grosso concentramento di unità nella pianura veneta, che in ultima analisi avrebbero deciso il corso dell'offensiva di Conrad. I piani austro-ungarici si basarono quindi su una sottovalutazione delle risorse morali e materiali degli italiani, rafforzata dalle disastrose prove offerte dalle forze italiane durante le sanguinose offensive sull'Isonzo[16].

Il mese di febbraio fu particolarmente mite, e Conrad si persuase di poter lanciare l'attacco in aprile[17]. Da quartier generale dell'AOK (K.u.k. Armeeoberkommando) a Teschen partì una comunicazione al comando del fronte sud-occidentale a Marburg, dove l'arciduca Eugenio venne informato dell'offensiva prevista[18]. L'ambizioso attacco sarebbe stato condotto dall'11ª Armata di Viktor Dankl von Krasnik con il XX corpo d'armata al centro in direzione di Arsiero; l'VIII sulla destra verso il Coni Zugna-Passo della Borcola; il III a sinistra in direzione Asiago. L'attacco si sarebbe attestato quindi sulla linea Thiene-Bassano, per poi lasciare il campo alla 3ª Armata di Hermann Kövess von Kövesshaza, richiamato per l'occasione dal suo comando in Montenegro[19], che avrebbe sfruttato il successo e dilagato in pianura verso il basso Piave e Venezia. Entrambi i comandanti erano due generali di brigata di Conrad quando questi comandava l'8ª divisione di fanteria in Tirolo prima del 1906[20][21][19]. In questo frangente si creò una controversia sul comando-controllo in seno all'esercito, in quanto con Conrad rimasto a Teschen, Dankl e Kövess furono di fatto agli ordini del generale Alfred Krauß, capo di stato maggiore dell'arciduca Eugenio. Krauß faceva parte della schiera dei critici di Conrad ed entrò presto in contrasto con Dankl e Kövess, tanto più perché Krauß aveva apportato modifiche al piano di battaglia per favorire il successo locale del XX corpo d'armata dell'arciduca, togliendo unità d'artiglieria alle altre unità dell'armata di Dankl[19].

Aprile si rivelò una data eccessivamente ottimistica per l'inizio dell'offensiva. Nei mesi precedenti, in Tirolo cominciarono ad affluire uomini, mezzi, armamenti e rifornimenti imponenti. Tuttavia non fu un'impresa facile per via della necessità di non destare sospetti nel nemico e per le difficoltà di un sistema viario e ferroviario sottodimensionato ed esposto al maltempo. A marzo vi furono imponenti nevicate e, tra marzo e aprile, Conrad fu costretto a ridurre l'afflusso dei convogli ferroviari, mentre, con il traffico stradale sempre più difficoltoso, rifornimenti e le derrate alimentari esposte alle intemperie deperirono compromettendo le riserve in vista della battaglia. Queste difficoltà spinsero infine Conrad a posticipare l'inizio dell'operazione al 15 maggio per aspettare lo scioglimento della neve e permettere a migliaia di soldati ed operai militarizzati di sgomberare e ripristinare sentieri e mulattiere, di costruire magazzini e nuove teleferiche e approntare nuovi ricoveri per la truppa[22][23].

La situazione del Regio Esercito

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I comandi italiani erano sempre stati consapevoli del fatto che un'ipotetica offensiva austriaca dai confini meridionali del Tirolo avrebbe potuto dilagare nella pianura veneta tagliando fuori dalle linee di rifornimento le armate italiane operanti nella Venezia-Giulia[24]. Conscio di questo e considerando l'intrinseca difficoltà di manovrare in territorio montano, sin dallo scoppio della prima guerra mondiale lo stato maggiore italiano impostò una guerra puramente difensiva sul fronte alpino che andava dallo Stelvio al Cadore e che nel 1915 fu affidato alla 1ª Armata[25].

Nonostante l'impegno di Conrad nel nascondere il concentramento di uomini e mezzi, entro fine marzo i comandi italiani erano ormai informati dell'offensiva imminente, e il 13 aprile quotidiani italiani e francesi pubblicarono dati abbastanza precisi su armamenti e uomini impegnati nell'operazione[26]. Il generale Cadorna reagì alle notizie spostando alcune unità alla 1ª Armata del generale Roberto Brusati, traendole dalla 2ª e 3ª Armata schierate sull'Isonzo, rimasto tranquillo per tutto l'inverno. Le speranze di Conrad di avere una superiorità numerica doppia in un piccolo settore del fronte venne meno dato che l'armata di Brusati crebbe a 114 000 uomini e 850 cannoni, contro i 157 000 uomini e 1200 cannoni austro-ungarici[17].

Nel 1916 lo stato maggiore italiano ignorò tutti i segnali che esplicitavano le intenzioni austriache mantenendo paradossalmente l'effetto sorpresa. Sin dagli inizi del 1916, il servizio informazioni della 1ª Armata iniziò a raccogliere prove sempre più concrete di un movimento anomalo di uomini e mezzi in Trentino. Il 1º aprile l'Ufficio informazioni della 1ª Armata rilasciò il bollettino n° 75 che concludeva con la deduzione che gli austriaci stessero preparando un'offensiva imminente tra Vallagarina e Valsugana[27]. Nonostante ciò, gli ufficiali dello stato maggiore dell'esercito continuarono ad ignorare avvertimenti e richieste di rinforzi ritenendo inverosimili e inattendibili le informazioni raccolte fino a quel momento con il risultato che, a meno di una settimana dall'inizio dell'offensiva, Cadorna continuava a professare pubblicamente il fatto che non credesse alla possibilità di un'offensiva[28].

Nelle sue memorie, Cadorna si giustificò sostenendo che le ragioni per cui non credeva alla possibilità di un'offensiva erano la consapevolezza dell'imminenza dell'offensiva Brusilov a oriente, il fatto che sembrasse impossibile che gli austriaci potessero scegliere l'impervio territorio trentino come luogo di scontro e, infine, perché riteneva impossibile che Conrad potesse raggiungere i suoi obiettivi con le poche truppe schierate in Trentino. Naturalmente, oltre a risultare considerazioni scritte a posteriori, tutto questo non coincideva con le evidenze raccolte dal servizio informazioni e con quanto si avvertiva sul fronte della 1ª Armata risultando nei fatti un grossolano errore di valutazione[29].

Svolgimento delle operazioni

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«Improvvisamente, una nostra mitragliatrice aprì il fuoco. Io mi levai per vedere. Gli austriaci attaccavano.

Chi ha assistito agli avvenimenti di quel giorno, credo che li rivedrà in punto di morte»

«Non v'era un solo metro quadrato di terreno che non fosse battuto; sotto quella furia la montagna stessa doveva essere spianata. Le rocce si sfaldavano, precipitavano, mutavano aspetto; il monte era tutto un cratere in eruzione.[...] Ci è sembrato che il monte avesse cambiato fisionomia, irriconoscibile.»
«Lì [ai Sogli di Campiglia] si consumarono le ecatombi di intere compagnie italiane ed austriache.[...] Col vento fresco dell'alba, nell'umidore dei boschi all'intorno, saliva odore di morte, ad ondate, dal fondo valle... Odore di morte, odore di cadavere che ci prese penetrando quasi nelle ossa e nel sangue.»
«Prima di uscire all'assalto si mandano a togliere i fili dei reticolati nemici, uomini con pinze. Ordinariamente non tornano più né pinze né uomini. Anche oggi»
Batterie italiane abbandonate sul forte Campomolon a seguito dell'avanzata nemica

Alle 6 del mattino del 15 maggio, quasi 1500 cannoni aprirono il fuoco sulle linee italiane e alle 9 iniziò il bombardamento a tappeto seguito dall'avanzata delle prime linee che di fatto colse impreparati i comandi locali italiani. L'artiglieria italiana, inferiore di numero e di potenza, non fu in grado di reagire e rallentare l'avanzata avversaria con un fuoco di sbarramento: fu travolta dall'avanzata in quanto troppo vicina alle prime linee per assecondare la dottrina offensiva di Brusati[30]. Le fanterie italiane, scioccate da una potenza di fuoco mai vista prima sul fronte italiano e impossibilitate a reagire, si arresero o si ritirarono disordinatamente su linee di difesa improvvisate che cadevano a poco a poco. I forti italiani in Veneto (Forte Campolongo, Forte Campomolon, Forte Verena, ecc...) furono annientati dai colpi dei mortai d'assedio. Tra il 15 e il 20 maggio si registrarono 15931 perdite italiane (850 morti, 4021 feriti, 11060 dispersi di cui 6800 prigionieri)[31]. Il 25 maggio le linee austriache raggiunsero il loro punto di massima penetrazione ad Arsiero e il 28 maggio reparti della 3ª armata occuparono Asiago.

Asiago in fiamme, maggio 1916

Se da un lato gli austriaci misero in campo una superiorità assoluta di artiglieria e uomini, il comando supremo italiano cercò di trasferire il confronto sul piano della logistica e della superiorità numerica inviando quanti più uomini nel minor tempo possibile verso il fronte. Già dal 16 maggio cominciarono ad affluire rinforzi dalle divisioni schierate sul fronte Giulia per costituire la neonata 5ª armata, comandata da Pietro Frugoni, e in 11 giorni furono trasferiti sugli altipiani 100000 uomini con un'imponente operazione logistica che coinvolse Veneto e Friuli. Appena giunti in Veneto, questi uomini vennero inviati al fronte senza alcuna preparazione, equipaggiamento da montagna, mappe del fronte, né ordini adeguati, spesso dopo marce di trasferimento in montagna lunghe ed estenuanti, privi di acqua e cibo. Intere brigate furono annientate[32].

Le cupole corazzate del forte Campolongo divelte dagli obici Skoda e fotografate durante l'offensiva di primavera

Se al centro dell'offensiva i progressi austriaci furono netti, le due ali incontrarono notevoli difficoltà, soprattutto in Vallarsa. L'VIII corpo d'armata, dopo aver riconquistato il Forte Pozzacchio e il Col Santo, venne arrestato sullo Zugna e a passo Buole dove un piccolo distaccamento di fanti italiani riuscì a resistere ai ripetuti assalti nemici su un terreno particolarmente favorevole alla difesa. L'ulteriore arresto degli austriaci sul Pasubio privò l'offensiva di adeguato supporto sul fianco destro[33]. Anche in Valsugana, dopo una rapida avanzata il fronte si stabilizzò in prossimità di Ospedaletto. Queste difficoltà contribuirono a rallentare notevolmente l'azione delle armate austriache. Anche la natura del terreno rese problematici i collegamenti e i rifornimenti tra le retrovie e le truppe di prima linea che preferivano aspettare che le artiglierie fossero messe in posizione prima di intraprendere nuove azioni[34]. Infatti, per risparmiare uomini, l'arciduca Eugenio aveva emanato direttive secondo le quali fosse opportuno evitare azioni fulminee e pericolose fughe in avanti per attendere il posizionamento dell'artiglieria e garantirsi un appoggio dalle retrovie adeguato[35].

Il prolungarsi dell'offensiva austriaca favorì quindi l'afflusso di rinforzi italiani in prima linea. Nonostante ciò, da fine maggio alla metà giugno, gli austriaci compirono gli estremi tentativi di sfondamento sulle prealpi vicentine: gli imperiali attaccarono ancora molto duramente e reiteratamente, ma senza successo, il monte Zugna ed il passo Buole in Vallarsa; ed il monte Lemerle (a Cesuna - altopiano dei Sette Comuni), tentando anche di forzare lo sbarramento della val d'Astico e di insidiare l'ultima linea di difesa attestata sui monti della Val Leogra, prima della pianura. I monti Novegno, Ciòve e Brazòme, nel territorio di Schio, furono il teatro sanguinoso degli ultimi cruenti assalti dell'offensiva di Primavera.

A partire dal 4 giugno, gli austriaci furono improvvisamente costretti a far fronte all'offensiva Brusilov che travolse le loro prime linee in Bucovina avvantaggiandosi della penuria di uomini e mezzi che da quel fronte erano stati trasferiti in Italia per scatenare l'offensiva di Primavera. Questo costrinse Conrad ad interrompere l'offensiva sugli altipiani il 16 giugno e a ritirare progressivamente il fronte sulla linea di Winterstellung mentre parte delle truppe impegnate in Italia venivano trasferite sul fronte orientale. In totale, tra il 15 maggio e il 15 giugno le perdite austro-ungariche assommarono a circa 5000 morti, 23000 feriti, 2000 prigionieri. Quelle italiane a 6000 morti, 20000 feriti, 42000 tra dispersi e prigionieri[3].

Controffensiva

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Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia del Monte Corno.

Il rallentamento e la ritirata dell'avanzata austriaca diedero l'avvio alla controffensiva italiana, utilizzando i 181000 uomini della 5ª armata appena giunti in Veneto da altri fronti. In particolare l'obiettivo era quello di riconquistare il terreno perduto sull'Altopiano dei Sette Comuni e sul Pasubio. Fu in questo contesto che gli irredentisti Cesare Battisti e Fabio Filzi furono catturati mentre guidavano i loro uomini del battaglione alpino Vicenza alla conquista del Monte Corno. L'attacco non ebbe successo e il battaglione fu quasi del tutto annientato. Tra i 400 prigionieri anche Battisti e Filzi che sarebbero stati arrestati e giustiziati a Trento per tradimento dopo un processo sommario il 12 luglio 1916[36]. Nel maggio 1916 era già stato catturato e condannato a morte l'irredentista roveretano Damiano Chiesa.

Pezzi di artiglieria italiana da 102 mm, mimetizzati, trasportati con autocarri sull'altopiano dei Sette Comuni (Luglio 1916)

Sfortunatamente, la superiorità di uomini messi in campo da Cadorna fu quasi sempre vanificata da una mancanza di ordini chiari e precisi, di un supporto di artiglieria adeguato, dalla scarsa conoscenza del fronte da parte delle truppe e dalla mancanza di equipaggiamenti adeguati alla guerra in montagna. Il risultato fu la mancanza di un qualsiasi sfondamento deciso e il semplice avanzamento delle prime linee italiane di fronte alla nuova linea austriaca attestata su Zugna, Pasubio, monte Majo, val Posina, monte Cimone, val d'Astico, val d'Assa fino a Roana, monte Mosciagh, Monte Zebio, monte Colombara e Ortigara. In molti casi, l'arretramento delle linee austriache avvenne senza che nessuno se ne accorgesse[37]. Nel complesso, fu comunque riconquistato metà del territorio perduto. Gran parte delle nuove linee, tranne rare eccezioni, erano solo a una manciata di chilometri dalla linea del fronte del 15 maggio. Tuttavia, le nuove posizioni italiane rimasero esposte ad attacchi nemici; come ricorda Giulio Douhet[38]:

«Rioccupammo il terreno sgombrato e risalimmo, secondo il solito, fin sotto le posizioni difensive nemiche. Secondo il solito siamo attestati dove conviene al nemico. Non andremo più innanzi, ci fermeremo qui come ci siamo fermati sul resto della fronte, mancandoci le forze ed i mezzi per procedere.»

Il 27 luglio, Pecori Giraldi interruppe qualunque azione controffensiva, essendo evidente il bisogno di un riordinamento operativo e organizzativo delle linee italiane, ora più estese richiedendo quindi un numero maggiore di uomini per essere presidiate rispetto alla situazione precedente al 15 maggio. La controffensiva costò al Regio Esercito 57400 morti e feriti e 14200 tra prigionieri e dispersi. Gli austriaci contarono 27900 morti e feriti e 25000 tra dispersi e prigionieri[3].

Lo stesso argomento in dettaglio: Sesta battaglia dell'Isonzo.
Armi italiane catturate durante le prime fasi dell'offensiva in mostra a Trento in piazza Dante.

La battaglia mise in luce diversi limiti dei due eserciti in campo. Da un lato l'Austria-Ungheria mostrava una netta superiorità in fatto di artiglieria pesante. Allo stesso tempo però si mostrava carente in fatto di uomini e di pianificazione logistica. Il fatto di non godere di nessun appoggio da parte tedesca fece anche sì che il fronte orientale risultasse fortemente sguarnito di fronte all'offensiva Brusilov e che l'avanzata sugli Altopiani dovesse essere interrotta per trasferire d'urgenza più divisioni dal fronte alpino a quello orientale. La sottovalutazione della minaccia russa fu quindi un grande errore di valutazione austriaco. Questo grande dispendio di uomini e mezzi fece sì che gli austriaci non fossero più in grado di sferrare autonomamente nuove offensive. Anche la presa di Gorizia fu sul punto di far collassare l'esercito imperiale.

Da parte italiana, si palesarono tutti i limiti dei comandanti, sia dal punto di vista strategico che della preparazione difensiva del fronte alla vigilia dell'offensiva. Inoltre mostrarono di aver sottovalutato gli avversari. Allo stesso modo fu evidente l'inferiorità dell'artiglieria che non riuscì mai a supportare adeguatamente la fanteria. D'altra parte, il Regio Esercito riuscì a dimostrare una grande superiorità logistica che gli permise di movimentare enormi masse di truppe in poco tempo garantendosi anche una superiorità di uomini, anche se poi questi ultimi vennero spesso sacrificati in assalti poco coordinati e senza ordini chiari.

Asiago distrutta

Inoltre le battaglie come questa iniziavano a far capire, come già stava avvenendo per la battaglia di Verdun e per la battaglia della Somme, che strategicamente si seguivano modelli superati e che i principi che regolavano un conflitto così strutturato avrebbero dovuto mutare. Insegnamenti che poi sarebbero stati applicati in occasione della battaglia di Caporetto con l'infiltrazione tra le linee di piccole pattuglie invece di un violento assalto frontale[34].

Politicamente, i più grandi sconvolgimenti si ebbero in Italia. La prima fase della Strafexpedition provocò una grave crisi politica, con la sostituzione del governo Salandra II con il governo Boselli di unità nazionale (esclusi i socialisti), che poté godere inizialmente dell'entusiasmo successivo al fallimento della Strafexpedition e alla presa di Gorizia. A livello popolare, poi, destò grande scalpore la morte o la cattura (e la conseguente esecuzione) di alcuni tra i più illustri e conosciuti personaggi dell'irredentismo italiano, quali Fabio Filzi, Damiano Chiesa e Cesare Battisti. La vita e la morte di questi personaggi avrebbero guidato, in Italia, molte delle campagne d'arruolamento e molta parte della letteratura propagandistica del periodo[36].

A livello istituzionale, il 25 maggio il consiglio dei ministri deliberò che il generale Roberto Brusati fosse sollevato dal comando. Cadorna infatti non aveva comunicato al governo la destituzione di Brusati avvenuta due settimane prima. Brusati fu quindi oggetto di una campagna diffamatoria volta a screditarlo a seguito del collasso della sua ex-armata, ma nel 1919 ottenne di essere riabilitato dal parlamento[34]. Due settimane dopo, Il presidente del Consiglio dei ministri Antonio Salandra fu sfiduciato dal parlamento. Prese il suo posto Paolo Boselli, decano della Camera, il quale aumentò il numero dei ministri come manovra politica atta a soddisfare il maggior numero possibile di capigruppo e creare un governo quanto più unito possibile; eppure, le capacità decisionali del Parlamento italiano ne risultarono ancor più indebolite. Come ministro degli affari esteri rimase Sidney Sonnino. L'entusiasmo seguito alla presa di Gorizia nel corso della sesta battaglia dell'Isonzo portò a una decisione che Salandra aveva accuratamente evitato: il 27 agosto venne consegnata agli ambasciatori dell'Impero tedesco la dichiarazione di guerra, che di fatto integrava l'Italia nel conflitto mondiale da quello che fino ad allora era rimasto come un regolamento di conti con l'Austria-Ungheria.

Esplicative

  1. La battaglia nella storiografia imperiale è nota con il nome di Frühjahrsoffensive ("Offensiva di primavera") o anche Maioffensive o Südtiroloffensive ("Offensiva di Maggio" o "Offensiva del Sud Tirolo")
  2. Conrad volle tenere all'oscuro dei preparativi Falkenhayn, tanto che quando questi venne informato dell'imminente offensiva fece presente al comando di Teschen che le quattordici divisioni sarebbero state ben più utili alla causa degli Imperi Centrali sul fronte occidentale, e per tutta risposta Conrad divenne ancor più deciso a perseguire la sua offensiva e i suoi obiettivi. Vedi: Sondhaus, p. 258.
  3. Consapevole del vantaggio strategico offerto dal saliente Trentino, l'Imperiale e regio capo di stato maggiore Franz Conrad von Hötzendorf già da tempo propugnava l'idea di una guerra preventiva contro l'Italia tramite un'offensiva che partisse dagli altipiani di Folgaria-Lavarone-Luserna e avanzasse fino al mare tagliando fuori il Friuli e il fronte dell'Isonzo dal resto della penisola. Vedi: Leoni, pp. 114-115. A questo scopo, tra il 1907 e il 1915 aveva fatto costruire una formidabile linea fortificata imperniata su sette forti corazzati e che andava dal Dosso del Sommo al Pizzo di Levico. Questa linea difensiva seguiva i dettami della teoria del «minimo sacrificio territoriale» introdotta da Julius Vogl alla fine del XIX secolo. Tale teoria prevedeva che la difesa del territorio non dovesse avvenire su singole piazzeforti, come Trento o Fortezza, ma fosse compito di una linea di difesa di confine assorbire l'urto iniziale dell'offensiva nemica garantendosi alle spalle uno spazio di manovra adeguato per radunare truppe e rifornimenti in vista di una controffensiva. Vedi: Nicola Fontana, Pianificazione, cantieri e militarizzazione in Morena Dallemule (a cura di), Il recupero dei forti austroungarici trentini, Trento, Provincia Autonoma di Trento, 2014, ISBN 978-88-7702-379-7.

Bibliografiche

  1. 1 2 Cifre relative al periodo 15 maggio - 31 luglio 1916, fornite dalla Relazione Ufficiale in: Gianni Pieropan, 1916. Le montagne scottano, Tamari editori, Bologna, 1968, pag. 214.
  2. Acerbi, p. 11.
  3. 1 2 3 Leoni, p. 311.
  4. Pozzato, p. 9.
  5. Pozzato, pp. 9-10.
  6. Pozzato, pp. 10-11.
  7. Pozzato, p. 12.
  8. Leoni, pp. 114-115.
  9. AA.VV., pp. 12-13.
  10. Leoni, p. 59.
  11. Sondhaus, p. 182.
  12. Pozzato, pp. 12-14.
  13. Sondhaus, pp. 255-256.
  14. Pozzato, p. 16.
  15. AA.VV., p. 13.
  16. AA.VV., p. 14.
  17. 1 2 Sondhaus, p. 256.
  18. Pozzato, p. 16.
  19. 1 2 3 Sondhaus, pp. 257-258.
  20. Pozzato, p. 18-19.
  21. AA.VV., p. 18.
  22. Leoni, pp. 280-281.
  23. Sondhaus, pp. 256-257.
  24. Leoni, p. 59.
  25. Leoni, p. 61.
  26. Sondhaus, p. 257.
  27. Leoni, p. 283.
  28. Leoni, pp. 283-284.
  29. Leoni, p. 285.
  30. Cadorna, pp. 187-190.
  31. Baj-Macario, p. 212.
  32. Leoni, pp. 289-297.
  33. Leoni, pp. 309-312.
  34. 1 2 3 Pieri, p. 101.
  35. Artl, pp. 88-102.
  36. 1 2 Leoni, pp. 316-325.
  37. Tullio Marchetti, Ventotto anni nel Servizio informazioni Militari, p. 202.
  38. Giulio Douhet, Diario critico di guerra, II, pp. 300-301.

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