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Luna (colonia romana)

Coordinate: 44°03′50.4″N 10°01′01.2″E
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Luna
L'anfiteatro della Luni romana
Civiltàromana
UtilizzoCittà
Epoca177 a.C. - inizi del XIII secolo
Localizzazione
StatoItalia (bandiera) Italia
ComuneLuni
Altitudine20 m s.l.m.
Scavi
Data scopertain epoca rinascimentale
Amministrazione
EnteMinistero della Cultura - Direzione regionale Musei nazionali Liguria
Visitabile
Sito webluni.cultura.gov.it/
Mappa di localizzazione
Map

Luna è stata una colonia romana, fondata nel 177 a.C. alle foci del fiume Magra come avamposto militare nella campagna contro i Liguri Apuani. Secondo il racconto di Tito Livio, la colonia fu dedotta da duemila cittadini romani sotto la direzione dei triumviri Publio Elio Tuberone, Marco Emilio Lepido e Gneo Sicinio, con l'assegnazione a ciascun colono di cinquantuno iugeri e mezzo di terra, su un territorio tolto ai Liguri che in precedenza era appartenuto agli Etruschi.[1][2]

La città, che fu un porto fluviale e marittimo di rigoroso impianto coloniale, sorse presso un porto naturale frequentato da navi greche ed etrusche, in un'area abitata dai Liguri: il toponimo di Portus Lunae è conosciuto e citato dalle fonti in periodo precedente la fondazione della colonia.[3] L'insediamento si sviluppò per tutto il periodo repubblicano e crebbe in importanza a partire dal primo periodo imperiale, quando Augusto la incluse nella Regio VII Etruria, grazie all'intensificarsi dello sfruttamento delle vicine cave di marmo.

Nella seconda metà del IV secolo gli edifici pubblici e le grandi case di abitazione vennero abbandonati, secondo alcuni studiosi in seguito a un terremoto. La città, ridotta e concentrata attorno alla cattedrale, restò tuttavia sede vescovile e conservò funzioni urbane per tutto l'alto medioevo; il declino definitivo maturò fra il XII e gli inizi del XIII secolo, quando l'impaludamento del porto e del territorio ne causò l'abbandono e la sede vescovile fu trasferita a Sarzana (1204).[4]

I resti della colonia di Luna si trovano nell'odierna frazione di Luni Scavi nel territorio del comune di Luni, in provincia della Spezia.

Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestisce tramite il Polo museale della Liguria, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.

La città prende nome dalla dea Luna, divinità eponima e poliade della colonia, alla quale era dedicato il tempio urbano noto come Grande Tempio.[5] Il toponimo è però più antico della colonia: un Portus Lunae compare già in Ennio, che vi si imbarcò e ne celebrò l'approdo in un verso conservato da Persio («Lunai portum, est operae, cognoscite, cives»),[6] e Livio lo nomina a proposito degli eventi del 195 a.C.[7] Gli studi moderni ritengono che il nome indicasse in origine il porto naturale alla foce della Magra e non una città preesistente.[8] Una tradizione di studi fa risalire ai naviganti greci la prima consacrazione del porto alla dea Selene, la Luna dei Greci: si tratta di un'ipotesi, sostenuta fra gli altri da Maria Pia Rossignani.[9]

Nelle fonti antiche Luna e il suo territorio sono detti ora etruschi ora liguri: secondo Luisa Banti l'oscillazione riflette i mutamenti amministrativi della regione, ligure al momento della conquista, poi inclusa nella Gallia Cisalpina e infine assegnata da Augusto all'Etruria, con il confine portato dall'Arno alla Magra.[10]

In età rinascimentale il nome della città fu al centro di etimologie e genealogie fantastiche: i falsi attribuiti a Annio da Viterbo ne assegnavano la fondazione a Giano-Noè, e da un suo passo corrotto derivò anche la figura di un fondatore "Lucumone", accolta dall'erudizione sarzanese e persino incisa su un falso epigrafico cinquecentesco murato a Sarzana.[11]

Le fonti antiche

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Livio è la fonte principale per la storia più antica: ricorda l'uso militare del Portus Lunae come base per le spedizioni verso la Spagna e contro i Liguri,[12] la deduzione della colonia nel 177 a.C.[1] e una controversia di confine con Pisa discussa in senato nel 168 a.C.[13]

Strabone descrive il porto come «grandissimo e bellissimo», comprendente in sé più approdi, tutti profondi fin presso la riva, mentre osserva che la città «non è grande»; ricorda inoltre le cave di marmo bianco e screziato e l'esportazione di legname per l'edilizia.[14] La sua descrizione, che sembra adattarsi anche al golfo della Spezia, ha alimentato una lunga disputa sull'ubicazione del porto (vedi oltre); già Banti osservava che Strabone non visitò mai Luna e che tutte le altre fonti collegano il porto alla foce della Magra.[15]

Plinio il Vecchio definisce Luna «portus nobilis» nell'elenco dei centri dell'Etruria,[16] assegna al suo vino il primato dell'Etruria;[17] e ricorda il grande formaggio lunense, «notevole per la mole», celebrato anche da Marziale;[18] sempre Plinio data alla metà del I secolo a.C. la fortuna del marmo lunense a Roma, ricordando che il cavaliere Mamurra fu il primo a rivestirne le pareti della propria casa e ad averne colonne in pietra massello.[19]

Lucano, narrando la divinazione dell'aruspice etrusco Arrunte allo scoppio della guerra civile del 49 a.C., lo dice abitante delle «mura della deserta Luna» («desertae moenia Lunae»): un'espressione poetica discussa, che contrasta con la floridezza augustea della colonia.[20] In età tardoantica Rutilio Namaziano, navigando lungo la costa nel 417, vide ancora le «candide mura» della città, di cui gioca con il nome lunare.[21] Fra le fonti geografiche, Tolomeo registra un Lunae Promontorium, identificato dagli studi geomorfologici con il cordone sabbioso che chiudeva l'estuario della Magra,[22] e l'Itinerarium maritimum indica nel fiume l'unico porto di Luna;[23] la Tabula Peutingeriana segna lungo la costa a sud della città le paludi delle Fossae Papirianae.

Storia delle ricerche

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mappa della Regio VII Etruria con la posizione di Luna

A partire dal suo definitivo abbandono agli inizi del XIII secolo la città di Luna appare chiaramente definita dalle fonti come una città morta.[24]

L'interesse antiquario per le rovine nasce nel Cinquecento nell'ambiente erudito sarzanese: prima del 1560 il giureconsulto Agostino Bernucci dedicò alla città e al porto una dissertazione, il De Luna Etruriae oppido Lunensique portu,[25] e nel 1592 il cartografo sarzanese Ercole Spina disegnò una carta della foce della Magra con «Luni città destrutta», tracciando le linee di costa antiche per dimostrare, contro Ippolito Landinelli, che il porto di Luna non era il golfo della Spezia.[26] Le prime opere di sistemazione delle memorie lunensi, ricche di notizie sulle rovine anche quando non vanno oltre l'aneddoto, sono quelle manoscritte del canonico sarzanese Ippolito Landinelli (Origine dell'antichissima città di Luna e sua distruzione, 1610) e di Bonaventura De Rossi (Collettanea copiosissima di memorie e notizie istoriche appartenenti alla Città e Provincia di Luni, 1710).[27] Nello stesso ambiente furono anche confezionati falsi documenti sulla città antica, come l'iscrizione cinquecentesca sulla distruzione di Luni oggi murata a Palazzo Neri di Sarzana (CIL XI 183*).[28] I cartografi Panfilio e Matteo Vinzoni redassero nel 1752 la prima documentazione grafica dell'assetto della città antica, rilevando i ruderi allora conservati molto più integralmente di oggi.[29]

I materiali archeologici rinvenuti occasionalmente nel Settecento, al pari dei reperti provenienti dagli scavi ottocenteschi, vennero per lo più dispersi fra i musei archeologici di Firenze, Torino, Bologna e Genova.[30] Gli scavi organizzati cominciarono nel 1837 per iniziativa del marchese Angelo Remedi e interessarono soprattutto l'area del foro;[31] unica relazione edita degli scavi del XIX secolo è quella di Carlo Promis (1839, poi 1857), incaricato delle ricerche dallo stesso Remedi, che rinvenne sulla sua proprietà materiali notevoli in marmo e bronzo. Gli scavi, finanziati dal re Carlo Alberto, si protrassero fino al 1859, dando adito a scoperte importanti come le terrecotte frontonali del Grande Tempio.[32]

Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento l'imprenditore carrarese Carlo Fabbricotti, il marchese Gropallo e Paolo Podestà si interessarono successivamente all'area archeologica, liberando dalle macerie numerosi monumenti, fra cui l'anfiteatro. Purtroppo non lasciarono alcuna relazione degli interventi, che furono rovinosi per la necropoli e per la basilica cristiana, letteralmente depredate.[33] Fabbricotti, che scavava nei propri terreni dal 1880, raccolse una cospicua collezione, poi acquistata dal Museo civico della Spezia; fra le sue scoperte è un piccolo santuario di Iside, individuato nel 1882 fuori dalle mura presso l'anfiteatro.[34]

Nel 1951, su iniziativa dell'allora Soprintendenza alle Antichità, fu istituito l'antiquarium e nel 1964 venne inaugurato il nuovo Museo archeologico, in cui vennero esposti i materiali restituiti dai musei di Torino e Firenze. Negli stessi anni l'area del Grande Tempio era stata interessata dalle campagne condotte da Raffaele Umberto Inglieri fra il 1953 e il 1960 e da Olga Elia nel 1964,[35] alle quali seguirono, fra il 1971 e il 1974, quelle dirette da Maria Bonghi Jovino.[36]

Negli anni Settanta, con l'intervento del soprintendente Antonio Frova, venne avviato uno scavo in estensione dell'antica colonia romana, che si è protratto sino all'inizio degli anni 2000. Il progetto, realizzato in collaborazione con l'Università di Milano e con una équipe di ricercatori inglesi, ha consentito di rivelare l'assetto urbanistico della città: sono così venuti alla luce edifici civili (foro, basilica civile), religiosi (il Capitolium e il Grande Tempio) e privati (domus degli Affreschi, domus dei Mosaici), oltre ad alcuni edifici di età altomedievale.[37] La basilica cristiana, unitamente alle fasi abitative altomedievali, è stata indagata dall'équipe inglese guidata da Bryan Ward-Perkins,[38] mentre fra il 1977 e il 1981 la British School at Rome condusse nel territorio la ricognizione dell'ager Lunensis, accompagnata da uno studio geomorfologico della piana e del porto.[39] L'obiettivo principale perseguito, da allora, è la musealizzazione del sito e dei reperti.

Non sono quindi mancate, negli ultimi anni e sino al 2015, indagini tematiche svolte nell'intento di meglio conoscere l'assetto della città antica ma anche di ampliare il percorso di visita e ottenere spazi che consentano di rendere l'area più fruibile (come la biblioteca).[40] Gli scavi si sono concentrati nell'area centrale della città (area circostante il Capitolium), sull'antico asse stradale (cardine e decumano massimo), sulle strutture del porto originario, sulla domus degli Affreschi e presso gli antichi casali Benettini-Gropallo. La collaborazione con le Università di Pisa e di Parma ha inoltre permesso di mettere in campo competenze specifiche nell'ambito della fisica, della chimica e della botanica utili a ricostruire l'assetto urbanistico e ambientale dell'antica Luni, con particolare riferimento alla ricostruzione della linea di costa in età romana.[41] Dal 2014 l'Università di Pisa conduce inoltre scavi nel quartiere di Porta Marina, presso il cardine massimo, dove sono emerse due grandi domus tardorepubblicane.[42]

Il museo, nel corso del tempo, ha allestito anche diverse mostre su temi legati all'antichità romana, come l'attività sportiva (2002-2003),[43] la moda (2004),[44] le modalità di riuso della più grande ricchezza di Luni, il marmo (2009).[45] e le preziose edizioni di classici greci e latini della casa editrice Tallone (2013).

Planimetria dei resti di Luni (XVIII sec.)

La colonia sorse su un basso promontorio alla foce della Magra, in una posizione oggi arretrata rispetto al mare ma che in antico era costiera in ogni senso: le mura erano lambite da un lato dalle acque relativamente dolci dell'estuario del fiume, che si apriva a nord-ovest della città, e dall'altro da una laguna salata, protetta dal mare aperto da un cordone sabbioso e da un'isola di barra.[46] L'impianto urbano è rettangolare, con una vistosa rientranza del circuito murario nell'angolo sud-occidentale che gli studi spiegano con la vicinanza delle acque della laguna, se non del mare stesso.[47] Le mura, con porte sui quattro lati, risultano già fuori uso nel I secolo d.C.; in età tardoantica, probabilmente entro la seconda metà del V secolo, un circuito ridotto venne ricostruito attorno al settore sud-occidentale, la cosiddetta Cittadella, dove sorgeva la cattedrale.[48]

Gli assi principali erano il decumano massimo, su cui correva la strada consolare (la via Aemilia Scauri, poi inglobata nella viabilità verso Roma e la Gallia), e il cardine massimo, perpendicolare ad essa, che collegava il foro al porto: chiuso al traffico veicolare pesante, il cardine si configurava come un'estensione dell'area pubblica centrale, e lungo di esso sorsero anche grandi abitazioni signorili.[49]

Sul lato nobile del foro sorgeva il Capitolium, l'edificio più antico della colonia: un tempio su podio di 20 per 30,6 metri, con cella tripartita, fondato su sostruzioni poligonali in massi di pietra del Corvo riempite a «nido di vespa», secondo una tecnica diffusa nei Capitolia repubblicani. Una prima fase è riferibile al secondo quarto del II secolo a.C., all'epoca della fondazione; una ricostruzione, probabilmente augustea, ne rinnovò l'alzato con basi e capitelli ionici a quattro facce, mentre ai lati della facciata furono aggiunti due tempietti gemelli, forse destinati ai nuovi culti imperiali. Alle spalle del tempio una monumentale fontana a U, circondata da un colonnato con basi di statue onorarie, fu realizzata in età augusteo-tiberiana, con lavori proseguiti fino all'età flavia, come ricorda anche un'iscrizione di età vespasianea già nota al Promis.[50] Nell'area capitolina fu rinvenuta la base in marmo dedicata nel 155 a.C. al console Claudio Marcello, vincitore dei Liguri Apuani.[51]

Attorno al foro, ampliato in età giulio-claudia, si disponevano i portici con tabernae, la basilica civile e la curia; a breve distanza sorgevano le grandi domus del notabilato cittadino: la Domus repubblicana sul lato orientale della piazza, la Domus dei Mosaici alle spalle del Capitolium, la Domus degli Affreschi lungo un decumano secondario a settentrione della piazza, la Domus occidentale e la Domus di Oceano presso il margine occidentale delle mura.[52] Altre due domus tardorepubblicane, con mosaici e pitture di secondo stile, sono state scavate presso Porta Marina, lungo il cardine massimo: nella seconda metà del I secolo d.C. una delle due fu defunzionalizzata per far posto a un tempio su alto podio.[53]

Nel settore sud-occidentale della città sorgeva il cosiddetto Grande Tempio, oggi identificato come tempio della dea Luna, divinità eponima della colonia: costruito pochi anni o decenni dopo la fondazione, forse per iniziativa di Marco Emilio Lepido, era decorato dai celebri frontoni fittili con il concilio degli dei, oggi al Museo archeologico nazionale di Firenze; fu interamente rinnovato in marmo fra la tarda età augustea e quella tiberiana, quando il santuario si dotò di un triportico con aule pavimentate in opus sectile, e ancora in età severiana.[54] Completavano l'attrezzatura pubblica il teatro, presso l'angolo settentrionale della città, e il grande anfiteatro di età antonina, costruito fuori dalle mura.[55]

Il porto principale non va cercato nel golfo della Spezia, come ha sostenuto una lunga tradizione erudita, ma presso la città stessa: i carotaggi e la ricerca archeologica di superficie hanno ricostruito un'ampia insenatura di facile approdo sulla sponda sinistra dell'estuario della Magra, molto più vasto dell'attuale, e una laguna esterna accessibile alle navi, difesa da barre di sabbia; due moli in opera cementizia, perpendicolari all'estuario, rinforzavano i fianchi della barra orientale. Con il progressivo interramento del bacino interno, noto in età medievale come Seccagna, lo specchio lagunare antistante la città divenne fin dall'età augustea il vero centro portuale, accessibile anche alle grandi navi onerarie.[56] Il marmo veniva imbarcato direttamente dalle banchine della città e non alla foce del torrente Carrione, località usata a questo scopo solo dal medioevo.[57]

Fuori porta si estendevano le necropoli, con il mausoleo ancora visibile a sud-est della città, fondato in tutto o in parte su sabbie di barra, il che spiega la sua vistosa inclinazione.[58] Dentro le mura, nel settore sud-occidentale, a cavallo fra IV e V secolo venne costruita sopra una domus la prima cattedrale, dedicata a Santa Maria almeno dall'età carolingia, più volte rinnovata fino alla fase romanica del XII secolo.[59]

Il porto prima della colonia

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Tabula Peutingeriana: Pars IV - Segmentum IV
Rappresentazione delle zone apuane con le colonie di Pisa, Lucca e Luni; il tratto Pisa - Luni non è ancora collegato.

Il confine tra Liguri ed Etruschi cambiò più volte durante l'età del ferro. La Toscana nord-occidentale, tra i fiumi Arno e Magra, fu culturalmente allineata con gli Etruschi nella prima età del ferro e divenne sotto controllo ligure nella tarda età del ferro.[2]

Il porto naturale alla foce della Magra veniva utilizzato quale attracco per navi commerciali sia dagli Etruschi sia dai Greci. Di fronte ad esso, in località Cafaggio presso Ameglia, è stata scavata un'importante necropoli ligure databile tra il IV e la prima metà del III secolo a.C., riferibile con ogni probabilità a un insediamento marittimo i cui abitanti intrattenevano rapporti commerciali con le navi che facevano scalo nell'estuario.[60] I Romani si servirono del porto forse già dalla fine del III secolo a.C. e certamente dagli inizi del II, come base per le flotte dirette in Spagna e per le campagne contro i Liguri: nel 195 a.C. il console Catone vi fece scalo con la flotta diretta in Spagna, e Livio lo ricorda ancora come punto di raccolta nel 186 e nel 185 a.C.[61]

La fondazione e l'età repubblicana

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La colonia, con il nome di Luna, venne fondata dai Romani nel 177 a.C. come avamposto militare durante la campagna contro i Liguri Apuani. Livio ricorda la deduzione di duemila cittadini romani ad opera dei triumviri Publio Elio Tuberone, Marco Emilio Lepido e Gneo Sicinio, con 51 iugeri e mezzo di terra a testa: si trattò dunque di una colonia di cittadini romani, i cui coloni godevano della piena cittadinanza fin dalla fondazione.[62] Pochi anni prima, nel 180 a.C., oltre 40.000 Apuani erano stati deportati nel Sannio per iniziativa di Publio Cornelio Cetego e Marco Bebio Tanfilo, e altri settemila li avevano seguiti l'anno successivo: lo narra Livio, mentre Plinio il Vecchio ricorda nel Sannio i loro discendenti, i Ligures Corneliani e Baebiani.[63] I Liguri continuarono a resistere ai Romani fino al 155 a.C., quando il console Claudio Marcello riuscì a sottometterli definitivamente; per celebrare la vittoria nel Capitolium venne eretta una statua del condottiero, della cui base in marmo si conserva memoria.[51]

Il territorio assegnato alla colonia si estendeva a sud-est fino ai confini con Pisa, presso la futura Pietrasanta, come suggerisce la controversia di confine discussa in senato nel 168 a.C.[13] Sulla viabilità, Roma fece costruire nel 109 a.C. la via Aemilia Scauri, che toccava Luni lungo la costa; l'esistenza di un asse costiero continuo verso Genova (la cosiddetta via Aurelia nova) e di un prolungamento transappenninico della via Aemilia Scauri verso la via Aemilia Lepidi resta però discussa, in assenza di resti stradali antichi.[64] Un'altra strada, che congiungeva Lucca a Parma attraverso il passo del Lagastrello, la cosiddetta Strada delle cento miglia o "Nuova Clodia", fu ricostruita su base documentaria dallo storico Ubaldo Formentini, che già nel 1937 identificava con Fivizzano il Foro Clodi posto a sedici miglia da Luni;[65] l'asse transappenninico Parma-Luni, di cui le fonti antiche non parlano, ha invece acquistato consistenza archeologica con gli scavi alla Sella del Valoria (2012-2015).[66]

Il concilio degli dei, frontone A del Grande Tempio di Luni, Museo archeologico nazionale di Firenze

Entro la prima metà del I secolo a.C. la colonia attraversò una stagione di prosperità, testimoniata da una serie di investimenti pubblici e privati: il restauro del Capitolium, la costruzione di grandi domus in città e delle ville di Bocca di Magra e del Varignano nel territorio, quest'ultima dotata di un grande impianto per la produzione dell'olio.[67]

L'età imperiale

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Nel 28 a.C. (o, secondo altra proposta, nel 33 a.C.) la colonia riconobbe Ottaviano come proprio patrono, dedicandogli una base onoraria: l'iscrizione è stata spesso addotta a sostegno di una nuova assegnazione di terre e di una deduzione di coloni in età triumvirale o augustea, che resta però priva di prove certe.[68]

Sotto l'impero di Augusto Luni divenne parte della Regio VII Etruria.[16][14][69][70] e conobbe il suo periodo di massimo splendore, con l'ampliamento del foro ed un'intensa espansione edilizia.

Oltre che della sua favorevole posizione lungo una strada principale dell'impero, la città si avvantaggiò della forte domanda di marmo bianco ricavato dalle vicine Alpi Apuane (il marmo lunense), del quale divenne il porto di imbarco. L'estrazione, avviata su scala ridotta già in età preromana e ripresa negli ultimi decenni della repubblica, divenne sistematica e intensiva a partire dall'età augustea, quando il marmo lunense cominciò ad affluire in grande quantità a Roma e nelle città dell'impero; prima della fine del regno di Nerone la maggior parte delle cave era ormai passata, in forme dirette o mediate, sotto il controllo imperiale, e in età flavia esisteva a Roma un archivio dedicato alla loro amministrazione.[71] Inoltre la città esportava legname (che proveniva dall'interno direttamente lungo il corso del fiume Magra), formaggi e vini.[14][72] La ricognizione del territorio ha mostrato però un entroterra agricolo povero, sfruttato con fattorie collinari a terrazze per la produzione di vino e forse olio: la prosperità della città poggiava dunque in larga misura sul commercio marittimo di pochi prodotti specializzati, primo fra tutti il marmo.[73]

Fra i notabili della colonia le iscrizioni documentano famiglie di solide risorse, come i Baebii, coinvolti nello sfruttamento delle cave, e personaggi legati alla corte imperiale come l'eques Lucio Titinio Glauco Lucreziano, quattro volte duoviro e patrono della colonia sotto Claudio e Nerone.[74]

Nel II secolo la famiglia dei Monettii di Luni avrebbe costruito il primo nucleo del futuro borgo di Moneta, non lontano dalle cave di marmo. In questo periodo, sotto gli imperatori Antonini, la città fu oggetto di un rinnovato impegno edilizio: a quest'epoca risale, tra l'altro, la costruzione del grande anfiteatro. Un ulteriore rinnovamento interessò la città in età severiana, quando fu ricostruito in marmo il tempio della dea Luna: la dinastia dei Severi, largamente onorata nelle iscrizioni lunensi, tornò a interessarsi delle cave apuane e dell'estrazione del marmo.[75]

Il 4 gennaio 275 Eutichiano, cittadino lunense, venne eletto Papa; morì il 7 dicembre 283 ed è venerato Santo dalla Chiesa cattolica.[76]

La città tardoantica

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Alla fine del IV secolo la città imperiale conobbe una cesura profonda: le indagini archeologiche collocano concordemente nella seconda metà del secolo l'abbandono degli edifici monumentali pubblici (l'area capitolina e la basilica dopo il 366, data di una base di statua reimpiegata) e delle grandi domus, con crolli e spoliazioni. Maria Pia Rossignani ha proposto di riconoscervi, a livello di ipotesi, gli effetti di un violento terremoto, non ricordato dalle fonti scritte; Bryan Ward-Perkins aveva invece letto gli stessi dati come esito di un più lento processo di abbandono, legato anche alla crisi del commercio del marmo, la cui estrazione cessa in questo periodo.[77]

Le fonti sottolineano, per contro, come all'inizio del V secolo la città fosse ancora vitale: Rutilio Namaziano, che navigò lungo la costa nel 417, ricorda che Luni era circondata da «candide mura»,[78] e la ripresa edilizia del V secolo, con la ristrutturazione della domus dei Mosaici e la costruzione della prima cattedrale, contraddice un'immagine generalizzata di povertà: il vero declino sembra da collocare più tardi, fra la fine del VI e il VII secolo.[79] Studi geologici hanno attribuito un ruolo decisivo nella rovina della città a una serie di eventi alluvionali eccezionali della seconda metà del VII secolo, che avrebbero sepolto interi quartieri sotto depositi di fango e ghiaia; secondo Paolo Fazzini e Marina Maffei tentativi di regimazione delle acque si ebbero ancora nell'VIII secolo.[80]

Nel corso del V secolo la città fu eletta a sede vescovile: la diocesi fu probabilmente istituita agli inizi del secolo, insieme alla prima cattedrale, e un vescovo di Luni di nome Felice risulta tra i partecipanti a un concilio indetto da papa Ilario nel 465.[81] L'estensione originale della diocesi di Luni era alquanto vasta: approssimativamente comprendeva tutta la costa tra le odierne città di Forte dei Marmi e di Levanto, estendendosi nell'interno fino all'alta Garfagnana ed includendo anche le isole di Gorgona e di Capraia.

L'età bizantina e longobarda

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Lo stesso argomento in dettaglio: Diocesi di Luni.

All'inizio del VI secolo i Goti saccheggiarono Luni e si insediarono nelle sue vicinanze. Molti degli abitanti originari cercarono scampo nelle località vicine, in particolare lungo la valle di Massa.

Nel 552 la città venne riconquistata dai Bizantini di Narsete. Con la creazione della Provincia Maritima Italorum, ricordata nella Descriptio orbis Romani di Giorgio Ciprio, Luni mantenne la cattedra vescovile e ospitò il comando civile e militare del distretto, affidato a un tribunus militum.[82] La città rimase un porto dell'Impero romano d'Oriente e le due case bizantine scavate nell'area del foro testimoniano la continuità dell'abitato. Una tradizione di studi, inaugurata da Ubaldo Formentini, ha letto le fortificazioni tardoantiche dell'alta Lunigiana come un limes bizantino a difesa della valle di Luni: le indagini archeologiche recenti hanno però ridimensionato questa ricostruzione, mostrando castelli sorti fra V e VI secolo, privi di connotati militari bizantini e abbandonati precocemente.[83]

Nel 643 la dominazione bizantina ebbe termine quando la città, con tutta la Liguria, fu conquistata dai Longobardi di Rotari.[84] La conquista longobarda si rivelò dannosa per l'economia di Luni: i nobili locali preferirono stabilire le proprie sedi nella valle di Carrara, più difendibile, mentre l'asse dei commerci terrestri gravitò sulla regione di Lucca, che ottenne il predominio della zona. Inoltre i re longobardi vollero contrastare il potere del vescovo di Luni anche sul piano religioso, favorendo a più riprese i monaci della vicina abbazia di Brugnato, che i chierici lunensi tentarono più volte inutilmente di controllare, mentre la regione meridionale della diocesi (il territorio compreso tra Massa e Montignoso) si trovò a gravitare nell'ambito della diocesi di Lucca, anch'essa favorita dai Longobardi. Luni fu così inglobata nel Ducato di Lucca, di cui costituì, assieme a Pisa, uno dei principali sbocchi a mare.

Luni e gli imperatori franchi

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Nel 773 Carlo Magno occupò la città, che divenne capoluogo di comitato. Il 6 aprile del 774 i delegati di Carlo Magno e il pontefice Adriano I stabilirono le rispettive sfere di influenza in Italia; Luni venne a trovarsi proprio sul confine.

Sotto gli imperatori carolingi la città si riprese parzialmente e conobbe un periodo di relativa prosperità. Pare che già in questa epoca i vescovi di Luni avessero ottenuto in concessione il feudo di Carrara.

All'anno 742 risalirebbe la singolare leggenda dell'arrivo a Luni della reliquia del Volto Santo. La tradizione narra di un crocifisso, scolpito da Nicodemo e ispirato dagli stessi angeli, scoperto dal diacono Leboino in Terrasanta. Il crocifisso sarebbe giunto davanti al porto di Luni su una nave senza equipaggio, la quale non poté approdare se non dopo l'esortazione del vescovo di Lucca Giovanni I, giunto a Luni guidato da un angelo. L'evento miracoloso scatenò una disputa sul possesso della reliquia fra lunensi e lucchesi, la quale si risolse soltanto allorché Giovanni rinvenne nel crocefisso una preziosa ampolla contenente il sangue di Cristo. Il vasetto.[85] venne consegnato ai Lunensi, mentre il crocifisso venne condotto a Lucca.[86]

All'VIII-IX secolo risale una nuova fase edilizia della cattedrale di Santa Maria.[87]

Un vescovo di Luni di nome Petroaldo è citato tra i partecipanti al concilio di Roma dell'826.

Nell'849 i Saraceni saccheggiarono Luni durante una lunga scorreria che li portò a devastare tutta la costa fino alla Provenza: lo ricordano gli Annales Bertiniani, secondo i quali nessuno oppose resistenza; il sacco non comportò comunque la distruzione della città.[88]

L'ultimo secolo della città

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Sulle rovine della città antica si era ormai consolidato un abitato ridotto, che fece da nucleo per successivi insediamenti, senza che tuttavia Luni potesse più tornare ai fasti precedenti, pur restando sede di importanti istituzioni ecclesiastiche, feudali ed amministrative.

Il 24 maggio dell'anno 900 il re d'Italia Berengario I concesse al vescovo di Luni il primo diploma di immunità, capostipite della serie di privilegi che avrebbe fondato il potere temporale dei vescovi lunensi.[89]

Durante l'ultimo secolo la città mostrò segni di dinamismo economico: è un passaggio obbligato per la transumanza e rappresenta il mercato principale per la vendita dei prodotti agricoli della regione, incluse le isole del Tino e della Palmaria. È accertato che nel 927 i vescovi mantenessero una loro delegazione a Pavia per facilitare gli scambi commerciali. Nonostante questi segnali positivi, nel corso di tutto il X secolo la città si trovò ad affrontare i saccheggi dei pirati e delle forze di spedizione arabe, particolarmente aggressive in tutto il periodo.[90]

Nella prima metà del X secolo si affermò nella regione la famiglia dei futuri Obertenghi: Oberto I, capostipite della dinastia, è attestato per la prima volta come conte di Luni a un placito tenuto a Pavia il 23 aprile 945. Nel 951, con la costituzione delle tre grandi marche del regno italico (Arduinica, Aleramica e Obertenga), Oberto ricevette la Marca Ligure Orientale, che riuniva i comitati di Tortona, di Genova e di Luni, istituita per respingere in modo più efficace le incursioni dei corsari saraceni; nel 953 divenne conte di Sacro Palazzo sotto Berengario II, carica nella quale Ottone I lo confermò nel 962.[91]

Il 19 maggio 963 Ottone I donò al vescovo di Luni Adalberto una serie di beni nella vallata della Magra, fra cui la curtis de Cararia (prima menzione documentaria di Carrara) e i castelli di Ameglia e Trebiano, con la curtis e il castello di Vezzano Ligure.[92]

Pare che già nel 970 le incursioni arabe lungo la costa ligure fossero diventate meno incisive, grazie all'azione congiunta delle nuove marche di confine; in più dal 990 circa la via Francigena iniziò ad essere utilizzata assiduamente come via di pellegrinaggio verso Roma: l'itinerario dell'arcivescovo di Canterbury Sigerico, che vi transitò attorno al 990, registra Luni come tappa, unica città direttamente sul mare di tutto il percorso dalla Manica a Roma.[93]

Sul finire del X secolo la situazione della regione subì un nuovo peggioramento. Nel 998, davanti al vescovo Gottifredo, Oberto II rinunciò in favore dell'episcopio ai diritti patrimoniali sui territori dipendenti da quattro pievi della diocesi; l'atto fu rogato in Carrara, sede della curia lunense in quel periodo.[94] Dalla famiglia obertenga avranno origine, fra le altre, le casate degli Estensi e dei Malaspina.[95] In questa situazione il territorio della Marca Ligure Orientale non fu più controllato né difeso da un governo feudale unitario: nella regione costiera i discendenti degli Obertenghi stabilirono il centro del loro potere nel castello di Arcola piuttosto che nella città di Luni vera e propria e, come diretta conseguenza, in città e nelle regioni limitrofe il potere dei vescovi andò consolidandosi.

Nel 1016 Luni fu teatro dell'ultimo grande attacco arabo: secondo il Chronicon di Tietmaro di Merseburgo, i Saraceni giunti con la flotta invasero la città, messo in fuga il vescovo, e si insediarono nella regione, finché papa Benedetto VIII radunò contro di loro i difensori della cristianità; la tradizione pisana collega l'episodio alla guerra condotta dalle flotte di Pisa e Genova contro Mujahid al-'Amiri, signore della taifa di Denia, reduce dalla spedizione contro la Sardegna del 1015.[96] La città sopravvisse comunque all'attacco: ancora attorno al 1154 l'abate islandese Nikulás di Munkathverá la registra come punto d'imbarco per le coste della Francia meridionale e della Catalogna.[97]

Nel 1033 il piccolo paese di Arcola, già appartenuto a Oberto di Luni, entrò a far parte del dominio dei vescovi di Luni. Allo stesso anno risale un documento eloquente sullo stato dell'abitato: il 10 giugno 1033 il marchese Adalberto e la moglie Adelaide donarono al monastero di Santa Maria di Castiglione alcune aree dentro la città, «que iam solarias et salas fuerunt», cioè sedimi di case ormai in rovina.[98]

Tra il 1040 e il 1054 la diocesi di Luni perse definitivamente la giurisdizione sulle isole della Gorgona, della Capraia, del Tino, del Tinetto e della Palmaria, che vennero spartite tra le diocesi di Pisa e Genova. Nel 1055 il vescovo Guido di Luni strinse un patto di alleanza con il nobile Rodolfo di Casola per la costruzione del castello di Soliera, che sarebbe stato amministrato congiuntamente dai due domini.

All'aumento del potere dei vescovi di Luni, che nel XII secolo otterranno anche il titolo comitale, il pedaggio sulla strada e i diritti di approdo (ripatico) nei porti di Luni e di Ameglia,[99] andò di pari passo la decadenza della città, che non rimase abitabile ancora per molto: al dilagare della malaria e alle incursioni dei pirati si aggiunse il progressivo insabbiamento del porto, che decretò la fine economica della città. Le attività portuali si trasferirono in parte ad Ameglia, il cui porto è ricordato dai documenti nel 1158 e nel 1201, e in parte lungo la foce del fiume Magra; si hanno tuttavia notizie di sporadici approdi al vecchio porto di Luni fino al XII secolo.[100] La popolazione andò trasferendosi sulle alture e nei borghi del circondario: la diaspora alimentò nel corso dell'altomedioevo la crescita di Sarzana (menzionata per la prima volta nel X secolo), di Nicola e di Ortonovo.[101]

Nella seconda metà del XII secolo la crisi divenne irreversibile: la città è ricordata come «maledictam civitatem episcopalem» dal cronista Riccardo di Devizes a proposito del passaggio del re di Francia Filippo Augusto, di ritorno dalla terza crociata nel 1191, e la bolla con cui papa Innocenzo III trasferì la sede vescovile a Sarzana nel 1204 descrive una città che «divora e consuma i suoi abitanti, sicché pochi o nessuno vi si trattengono».[102] L'abbandono definitivo del sito, ormai impaludato, si colloca agli inizi del XIII secolo.[103] Nonostante ciò, il titolo di vescovo o conte di Luni sarà ancora adottato per molti secoli dalle autorità civili e religiose della zona.

Agli albori del XIV secolo è Dante Alighieri a constatare l'abbandono e a redigere l'epitaffio dell'antica città nel Canto XVI del Paradiso, facendone con Urbisaglia l'esempio delle città che ebbero termine.[104]

«Se tu riguardi Luni e Urbisaglia come sono ite e come se ne vanno dietro ad esse Chiusi e Sinigaglia, udir come le schiatte si disfanno, non ti parrà nuova cosa nè forte, poscia che le cittadi termine hanno.»

Le leggende sulla distruzione

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Se la documentazione archeologica parla di crolli, alluvioni e lento abbandono, la tradizione letteraria è ricca di leggende sulla distruzione della città, fiorite fra il medioevo e l'età moderna.[105]

Alarico e l'amore colpevole

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Una di esse si ascrive alla metà del V secolo. Il poeta Angelo Brofferio narra di un principe di Luni, Lucio, che si innamorò perdutamente della giovane sposa di Alarico, re dei Visigoti ed autore del sacco di Roma del 410. Il principe moriva di dolore perché, nonostante la donna ricambiasse il sentimento, la gelosia di Alarico impediva loro qualsiasi incontro. L'amore, fabbrica d'inganni, aprì loro una via d'uscita. La regina finse di avere contratto una grave malattia contagiosa. Il medico, messo a conoscenza dell'inganno, favorì il tradimento spargendo la voce che la regina doveva stare in isolamento e aveva pochi giorni di vita. Dopo alcuni giorni la regina venne dichiarata morta. Alarico, innamoratissimo della regina, ordinò che fosse celebrato il più solenne funerale mai visto e, affranto dal dolore per la grave perdita, ripartì per il suo regno. Intanto la giovane regina volò tra le braccia del suo seduttore e con lui visse per lungo tempo felice e beata. Ma un giorno Alarico venne a sapere dell'inganno: colmo d'ira, radunò il suo potentissimo esercito e rase al suolo la città.[106]

Al di là dell'aneddoto, il motivo dell'amore colpevole come causa della rovina di Luni è antico e diffuso: lo attesta già Fazio degli Uberti nel Dittamondo («… lussuria senza legge […] noi fummo a Luni, ove ciascun t'accusa, che sol per tua cagion veracemente fu nella fine disfatta e confusa …»), e la leggenda della moglie infedele, variamente collegata al sacco normanno, era nota fra Trecento e Quattrocento a Giovanni Sercambi, Giovanni Villani e ad altri autori toscani.[107]

I Vandali di Genserico

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Un'altra tradizione attribuiva una distruzione di Luni ai Vandali di Genserico, attivi nel Tirreno fra il 455 e il 477: nessuna fonte antica ricorda però un attacco alla città, e la leggenda sembra nata in ambito agiografico, attorno alla figura del vescovo Habetdeus, che i Vandali avrebbero decapitato per il suo rifiuto di convertirsi all'arianesimo.[108] Alla sequenza Vandali-Normanni si rifà anche il falso epigrafico cinquecentesco di Palazzo Neri a Sarzana (CIL XI 183*), che condensa le leggende sulla fine della città facendola distruggere prima dai «Novergi» guidati da un re "Liero" e poi dai Vandali di Genserico.[109]

La calata dei Vichinghi

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La tradizione più celebre è quella del sacco vichingo. Attorno all'860 una flotta normanna, nel corso della grande spedizione mediterranea guidata secondo le fonti franche e normanne da Björn Costa di ferro e da Hasting, avrebbe preso e saccheggiato Luni; gli studiosi si dividono fra chi vi riconosce l'eco di un avvenimento reale, forse connesso all'incursione danese che gli Annales Bertiniani registrano nell'861 contro Pisa e altre città, e chi la considera una leggenda, dietro la quale starebbe al più un attacco saraceno come quello dell'849.[110]

La più antica narrazione dell'impresa si legge nella Storia dei Normanni di Dudone di San Quintino, composta all'inizio dell'XI secolo sulla base delle tradizioni orali che circolavano presso la corte ducale normanna. Secondo il racconto, i Vichinghi, ammirati dallo splendore di Luni, credettero che si trattasse di Roma, la vera meta della loro spedizione. Hasting dichiarò al vescovo di volersi convertire al cristianesimo; pochi giorni dopo la conversione finse di ammalarsi gravemente e chiese che gli fossero concessi funerali cristiani all'interno della città. Fintosi morto, fu fatto entrare a Luni con un piccolo corteo funebre di soldati, tutti segretamente armati: una volta dentro le mura il re saltò fuori dalla bara e trafisse il vescovo che presenziava al funerale, dando il segnale del saccheggio.[111]

Alcuni storici ritengono che il vescovo ucciso dai Vichinghi sia identificabile in san Ceccardo, un vescovo di Luni la cui esistenza storica è incerta: se è da escludere che egli sia vissuto intorno al 600, come dimostra anche il suo nome di origine longobarda, certo è che la figura di questo santo, sin dall'inizio del basso medioevo, è legata alla distruzione di Luni.[112] Altri storici, sulla scia di Gaetano Ballardini, sostengono invece che san Ceccardo fosse il successore del vescovo Gualtiero e che morì martire a Carrara nell'892, ucciso dagli abitanti della regione mentre cercava di procurarsi il marmo necessario alla ricostruzione della città dopo il saccheggio.

Nell'erudizione lunigianese del Cinquecento la vicenda si arricchì di varianti: il condottiero, chiamato Lier Costa di ferro (alterazione del nome di Björn), diventa ora un re danese, ora un re persiano travestito, e il saccheggio viene collegato alla leggenda della moglie infedele.[107]

Il pantheon della colonia è noto soprattutto dalla documentazione epigrafica e archeologica: accanto alla dea eponima Luna, titolare del Grande Tempio, e alla triade capitolina venerata nel Capitolium, le iscrizioni restituiscono i culti tradizionali della religione pubblica romana, mentre nelle cave apuane era particolarmente venerato Silvano.[113] Grazie ai contatti marittimi la città accolse anche culti orientali: Mitra, Giove Sabazio, Giove Dolicheno, il dio ebraico e le divinità egizie. Un piccolo santuario di Iside, frequentato almeno fino al III-IV secolo, fu scavato nel 1882 fuori dalle mura presso l'anfiteatro: vi si rinvennero una lampada bronzea osiriforme e la dedica della liberta Vettia Pasipila, che offrì alla dea due vesti e due «occhi d'oro», ex voto per una guarigione.[114]

Scavi archeologici

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Lo stesso argomento in dettaglio: Museo archeologico nazionale di Luni.
Mosaico raffigurante Oceano

L'area archeologica comprende diverse aree pubbliche della città romana quali il foro, l'area capitolina e il decumano massimo, la basilica civile, la curia e il cardine massimo, il Grande Tempio e alcune dimore signorili (Domus dei Mosaici, Domus Settentrionale, Domus degli Affreschi). All'interno dell'area archeologica, in casali ottocenteschi, sono situate sezioni tematiche distaccate del Museo.

Anche i resti dell'anfiteatro romano di Luni, posto al di fuori dell'antica cinta muraria e visitabile su richiesta, sono inclusi nell'area archeologica. I resti della città, oggetto di scavi a partire dal Rinascimento, sono inclusi nel percorso di visita del Museo archeologico nazionale di Luni, il cui edificio nacque con l'obiettivo, non completamente riuscito, di riunire i reperti dispersi nel corso del tempo in diverse istituzioni museali italiane.

  1. 1 2 Livio, XLI, 13, 4-5.
  2. 1 2 (EN) Silvia Paltineri, The Ligurians, in Gary D. Farney, Guy Bradley (a cura di), The Peoples of Ancient Italy, Boston/Berlino, Walter de Gruyter Inc., 2018, ISBN 978-1-61451-520-3.
    «The Ligurian-Etruscan border changed several times during the Iron Age. According to the archaeological evidence in northwestern Tuscany, the area between the Arno and the Magra rivers seems to have been culturally aligned with the Etruscans in the early Iron Age (de Marinis and Spadea 2004, 219‒223), whereas the same area seems to be under Ligurian control in the late Iron Age. This fluctuation of borders is evident in Livy (41.13.4) who states that the territory of Luna (mod. Luni) was under the control of the Etruscans before passing to the Ligurians (Paribeni 1990; de Marinis and Spadea 2004, 369‒371; Venturino Gambari and Gandolfi 2004, 191‒204).»
  3. Banti 1937, pp. 68-73; Frasson 2019, pp. 24-25.
  4. Rossignani 1989, pp. 489-490; Dadà 2009, pp. 299-301.
  5. Bozzi 2022, pp. 11, 80-82. Sul nome della città vedi Rossignani 1995.
  6. Persio, Saturae, VI, 9, che riprende un verso di Ennio.
  7. Livio, XXXIV, 8, 4.
  8. Frasson 2019, pp. 24-25, con Angeli Bertinelli 2011, pp. 131-132.
  9. Rossignani 1995; Durante, Gervasini 2000.
  10. Banti 1937, pp. 68-69.
  11. Frasson 2018, pp. 17-21; Frasson 2019, pp. 24-25.
  12. Livio, XXXIV, 8, 4; XXXIX, 21, 4; XXXIX, 32, 1-2; Cafaro 2023, p. 3.
  13. 1 2 Livio, XLV, 13, 10-11; Fazzini, Maffei 2000, p. 248.
  14. 1 2 3 Strabone, Geografia, V, 2, 5.
  15. Banti 1937, pp. 69-72.
  16. 1 2 Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, III, 50.
  17. Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XIV, 68; Cafaro 2023, p. 6, nota 21.
  18. Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XI, 241; Marziale, XIII, 30; Cafaro 2023, p. 6, nota 21.
  19. Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXXVI, 48; Cafaro 2023, p. 9, nota 34.
  20. Lucano, Pharsalia, I, 586.
  21. Claudio Rutilio Namaziano, De reditu suo, II, 63-64: il poeta ricorda le candentia moenia (mura biancheggianti) di una città del cui nome è auctor sole corusca soror (autrice la corrusca sorella del sole).
  22. Delano Smith et al. 1986, p. 134.
  23. Banti 1937, p. 71.
  24. Dante la definisce una città morta, e Petrarca asserisce che di essa non sussisteva che il nudo e vano nome. Vd. Guida 1985, pp. 20-23 (A. Frova, Storia degli scavi).
  25. Frasson 2018, p. 21.
  26. Delano Smith et al. 1986, p. 136.
  27. Frasson 2019, pp. 19-20. Ippolito Landinelli, Origine dell'antichissima città di Luna e sua distruzione, 1610; Bonaventura De Rossi, Collettanea copiosissima di memorie e notizie istoriche appartenenti alla Città e Provincia di Luni, 1710.
  28. Frasson 2019, pp. 18-30.
  29. Rossignani 1989, p. 492; Varaldo Grottin 1987.
  30. Sulla storia degli scavi di Luni vedere Guida 1985, pp. 20-23; Durante, Gervasini 2000.
  31. Bozzi 2022, p. 11.
  32. Carlo Promis, Dell'antica città di Luni: memorie, con nota del marchese Angelo Alberto Remedi di Sarzana; Frasson 2019, p. 21.
  33. Guida 1985, pp. 20-23.
  34. Gallo, pp. 9-11; Bozzi 2022, p. 11.
  35. Bozzi 2022, p. 19.
  36. Bozzi 2022, pp. 33-54.
  37. Scavi di Luni I; Scavi di Luni II; Rossignani 1989, p. 489.
  38. Rossignani 1989, p. 490.
  39. Delano Smith et al. 1986, pp. 81-83.
  40. Sulle recenti indagini archeologiche vedere Gervasini, Mancusi 2015.
  41. Bini et al. 2013.
  42. Cafaro 2023, pp. 1-2.
  43. F. Bulgarelli, Anna Maria Durante e Lucia Gervasini (a cura di), Lo sport nelle culture e nel tempo. La Liguria, s.l., s.d.
  44. Anna Maria Durante e Giuseppina Spadea (a cura di), Di porpora e d'oro. La moda in età giulio claudia a Luna, Genova, 2004.
  45. Anna Maria Durante e Lucia Gervasini (a cura di), …frammenti di figura e d'ornato… Il riuso del marmo da Luna al territorio, catalogo della mostra (Nicola di Ortonovo, 8 agosto-11 ottobre 2009), La Spezia, 2009.
  46. Delano Smith et al. 1986, pp. 133-134, 141.
  47. Guida 1985, p. 31 (L. Gambaro, Il portus Lunae); Delano Smith et al. 1986, p. 140.
  48. Rossignani 1989, p. 492; Dadà 2009, p. 304.
  49. Guida 1985, pp. 31-32; Cafaro 2023, p. 8.
  50. Scavi di Luni I, coll. 638-646 (F. D'Andria).
  51. 1 2 Scavi di Luni I, col. 642, nota 16; Durante, Gervasini 2000.
  52. Cafaro 2023, pp. 7-8; Rossignani 1989, pp. 490-495.
  53. Cafaro 2023, pp. 1-2, 8-11.
  54. Bozzi 2022; Bozzi 2023, pp. 59-62.
  55. Guida 1985, pp. 33-34.
  56. Guida 1985, pp. 29-32 (L. Gambaro, Il portus Lunae).
  57. Guida 1985, p. 31.
  58. Delano Smith et al. 1986, p. 138.
  59. Rossignani 1989, p. 490; Dadà 2009, pp. 299-300, 304-305.
  60. Guida 1985, p. 30; Delano Smith et al. 1986, pp. 93, 141.
  61. Livio, XXXIV, 8, 4; XXXIX, 21, 4; XXXIX, 32, 1-2; Guida 1985, pp. 30-31; Cafaro 2023, p. 3.
  62. Livio, XLI, 13, 4-5; Frasson 2019, p. 18; Fazzini, Maffei 2000, pp. 247-248.
  63. Livio, XL, 38 e XL, 41; Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, III, 105.
  64. Gambaro, Gervasini 2004, pp. 115-116; Fabiani 2001.
  65. Ubaldo Formentini, Le due "Viae Aemiliae", in "Rivista di Studi Liguri", XIX, 1-4, 1953, pp. 44-74. Le ricostruzioni di Formentini, prive di riscontri materiali, sono oggi considerate con cautela: Giannichedda 2016, pp. 144-147.
  66. Lusuardi Siena 2016, pp. 9-10.
  67. Cafaro 2023, pp. 3-8.
  68. CIL XI 1330; Cafaro 2023, p. 3, nota 6.
  69. Maria Gabriella Angeli Bertinelli, La Liguria nell'impero romano: gli imperatori liguri, in Maria Gabriella Bertinelli Angeli (a cura di), Collana studi e ricerche, vol. 22, Genova, Accademia ligure di scienze e lettere, 2002, p. 38.
  70. Monica Pozzar, Insediamenti e territorio: viabilità in Liguria tra I e VII secolo d.C., Genova, Istituto internazionale di studi liguri, 2004, p. 114.
  71. Cafaro 2023, pp. 3, 9-10; Delano Smith et al. 1986, p. 142.
  72. Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XI, 241 e XIV, 68; Marziale, XIII, 30; Delano Smith et al. 1986, p. 142.
  73. Delano Smith et al. 1986, pp. 141-143.
  74. Cafaro 2023, pp. 12-15.
  75. Bozzi 2023, p. 62; Bozzi 2022, pp. 213-217.
  76. Le date sono quelle della tradizione del Liber Pontificalis.
  77. Rossignani 1989, pp. 489-496; Delano Smith et al. 1986, p. 143.
  78. Claudio Rutilio Namaziano, De reditu suo, II, 63-64.
  79. Rossignani 1989, pp. 490-491.
  80. Fazzini, Maffei 2000, pp. 258-259.
  81. Dadà 2009, p. 299.
  82. Dadà 2009, p. 299; Giannichedda 2016, pp. 146-147.
  83. Giannichedda 2016, pp. 143-166.
  84. Frasson 2019, p. 18; Dadà 2009, p. 299; Giannichedda 2016, p. 148.
  85. Si tratta della reliquia conosciuta come il "preziosissimo sangue", oggi custodita nella cattedrale di Santa Maria di Sarzana (SP).
  86. Neri, Vaj 2004, pp. 115-162.
  87. Dadà 2009, pp. 299-300.
  88. Annales Bertiniani, a. 849; Frasson 2019, p. 26, nota 36.
  89. Salvatori 2001, nota 34.
  90. Anna Maria Durante, La città vescovile di Luna nell'Alto Medioevo, in Liguria Maritima, 2003, pp. 203-214.
  91. Santini, pp. 149-151.
  92. MGH, Diplomatum regum et imperatorum Germaniae, I, n. 363; Delano Smith et al. 1986, pp. 120-121, 127; Carrara, su Enciclopedia Italiana..
  93. Dadà 2009, pp. 300-301; Salvatori 2001, pp. 177-180.
  94. Ricci 2007, p. 59.
  95. Salvatori Malaspina, pp. 1-2.
  96. Tietmaro di Merseburgo, Chronicon, VII: «In Longabardia Saraceni navigio venientes Lunam civitatem fugato pastore invadunt et cum potentia ac securitate fines illius regionis inhabitant et uxoribus incolarum abutuntur»; Dadà 2009, p. 301.
  97. Dadà 2009, p. 301.
  98. Banti 1937, p. 116.
  99. Salvatori 2001, pp. 190-192.
  100. Guida 1985, p. 32; Delano Smith et al. 1986, p. 136.
  101. Guida 1985, p. 29; Delano Smith et al. 1986, p. 143.
  102. Banti 1937, p. 116; Dadà 2009, p. 301.
  103. Rossignani 1989, p. 489.
  104. Frasson 2019, pp. 28-29.
  105. Frasson 2019, pp. 18-19.
  106. E. Celesia, in Angelo Brofferio, Tradizioni italiane per la prima volta raccolte in ciascuna provincia dell'Italia e mandate alla luce per cura di rinomati scrittori italiani, Torino. Vd. edizione Tradizione Ligure, ristampa anastatica di Tradizione Italiane a cura di A. Brofferio, Priuli e Verlucca ed., Torino 1976.
  107. 1 2 Frasson 2019, pp. 27-28.
  108. Frasson 2019, pp. 25-26.
  109. Frasson 2019, pp. 22-30.
  110. Frasson 2019, pp. 26-27, con la bibliografia ivi citata.
  111. Frasson 2019, pp. 26-27. Lo stratagemma della falsa morte è un topos della letteratura nordica.
  112. Le prime notizie sul martirio di San Ceccardo a Luni sono dovute a Dudone di San Quintino e al monaco Paolo di Chartres. Sulla vicenda di questo santo vedere Bibliotheca sanctorum, Istituto Giovanni XXIII, Roma 1963.
  113. Angeli Bertinelli 2011, pp. 1-27; Cafaro 2023, pp. 12-13.
  114. Gallo, pp. 5-17.

Fonti antiche

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  • Maria Gabriella Angeli Bertinelli, Lunensia antiqua, collana Serta Antiqua et Mediaevalia, XIII, Roma, Giorgio Bretschneider, 2011, ISBN 978-88-7689-257-8.
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