Luna (colonia romana)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Coordinate: 44°03′50.4″N 10°01′01.2″E / 44.064°N 10.017°E44.064; 10.017

Luni
Luna
Luna Amphitheater1.jpg
L'anfiteatro della Luni romana
Civiltà romana
Utilizzo Città
Epoca II secolo a.C. - X secolo d. C.
Localizzazione
Stato Italia Italia
Comune Ortonovo
Altitudine 20 m s.l.m.
Scavi
Data scoperta in epoca rinascimentale
Amministrazione
Ente Polo museale della Liguria
Responsabile Direttore: Antonella Traverso
Visitabile Si
sito web

La colonia romana di Luna fu dedotta nel 177 a.C. alle foci del fiume Magra, nell'agro conquistato ai Liguri Apuani. La città che fu un porto fluviale e marittimo, di rigoroso impianto coloniale, dovette sorgere su un sito preesistente, probabilmente un emporio etrusco controllato dai Liguri. Il toponimo di Portus Lunae è conosciuto e citato dalle fonti in periodo precedente alla fondazione della colonia. L'insediamento si sviluppò per tutto il periodo repubblicano e dovette crescere in importanza a partire dal primo periodo imperiale parallelamente all'intensificarsi dello sfruttamento delle vicine cave di marmo. Un terremoto, avvenuto nel corso del IV secolo, pose fine alla città imperiale. La zona fu comunque frequentata durante i successivi periodi fino al quasi totale abbandono avvenuto intorno alla fine del IX secolo.

I resti della colonia romana di Luna si trovano nell'odierna frazione di Luni nel territorio del Comune di Ortonovo, in provincia della Spezia. Ad oggi, il sito è gestito dal Polo Museale della Liguria per conto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

« Se tu riguardi Luni e Urbisaglia
come sono ite, e come se ne vanno
di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,
udir come le schiatte si disfanno
non ti parrà nova cosa né forte,
poscia che le cittadi termine hanno. »
(Dante Alighieri, Paradiso canto XVI, vv. 73-79)

Fondazione di Luni ed età romana[modifica | modifica wikitesto]

Tabula Peutingeriana: Pars IV - Segmentum IV; Rappresentazione delle zone Apuane con indicate le colonie di Pisa, Lucca, e Luni ed il nome "Sengauni"; il tratto Pisa - Luni non è ancora collegato.

Sin da tempi antichissimi, pur sotto il controllo dei Liguri, il porto di Luni veniva utilizzato quale attracco per navi commerciali sia dagli Etruschi che dai Greci. Da questi ultimi è fatta risalire la prima consacrazione del porto alla dea Selene (Luna per gli antichi Romani)[1]. La colonia, con il nome di Luna, venne fondata dai Romani nel 177 a.C. come avamposto militare delle legioni romane, durante la campagna contro i Liguri. Secondo la testimonianza di Plinio il Vecchio, vennero deportati nel Sannio oltre 40 000 Liguri Apuani (180 a.C.)[2] e, successivamente, vi vennero insediati 2 000 coloni romani, veterani della battaglia di Azio (31 a.C.). Ad ogni veterano furono assegnati 51 iugeri e mezzo di territorio, con l'intenzione di far bonificare le zone paludose e costituire una colonia agraria. I Liguri continuarono a combattere i Romani fino al 155 a.C., quando il console Claudio Marcello li sottomise definitivamente. Per commemorare la vittoria, nel capitolium venne eretta una statua del condottiero[3]. Nel 109 a.C. i Romani, non riuscendo a collegare Pisa con Luni, pur avendo l'aspirazione di prolungare la via Aurelia lungo costa, fecero comunque costruire la via Emilia Scauri. I Romani non riuscirono, fino al 56 a.C. circa, a superare l'ostacolo rappresentato dalle paludi dette Fosse Papiriane (cfr. Tabula Peutingeriana: Pars IV - Segmentum IV).

Mentre l'Aurelia, prima repubblicana e poi imperiale, correva verso l'arco ligure sull'antichissimo tracciato della "via Erculea"[4], la via Emilia Scauri andava a congiungere il Tirreno con la Pianura Padana nella via Aemilia Lepidi (l'attuale via Emilia)[5]. In età romana s'andava a Modena, dall'Aurelia, valicando il passo della Cisa o il Passo del Lagastrello. Vi era infatti anche un'altra strada romana che congiungeva Parma a Lucca, attraversando il Passo del Lagastrello, anticamente chiamato Malpasso. Questa direttiva, citata sull'Itinerario Antonino, era chiamata Strada delle cento miglia o "Nuova Clodia" dal nome del console Marco Claudio Marcello, trionfatore dei Liguri Apuani nell'anno 155 a.C. Questa Strada delle cento miglia o "Nuova Clodia" che percorreva il bacino del fiume Auser ( Serchio ) si incontrava in Lunigiana con quella proveniente da Luni in "FORO CLODI" un luogo che il grande storico Ubaldo Formentini[6] ha identificato già dall'anno 1937 in Fivizzano, località sita a "XVI" miglia da Luni come appunto indicato nella Tabula Peutingeriana.

Nell'89 a.C., dopo la guerra sociale, Luni ottenne la cittadinanza romana assieme a tutto il resto della Liguria. Sotto l'impero di Augusto essa divenne parte della Regio IX Liguria e Luni conobbe il periodo del suo massimo splendore, con l'ampliamento del foro ed una forte espansione edilizia. Oltre che della sua favorevole posizione lungo una strada principale dell'impero, nel I secolo a.C. la città si avvantaggiò dell'uso massiccio del marmo bianco delle vicine Alpi Apuane (marmo lunense), di cui divenne il principale porto di imbarco. Inoltre i suoi abitanti esportavano legname (che proveniva dall'interno direttamente sul corso del fiume Magra), formaggi, vini e oggetti di artigianato. Nell'epoca del massimo splendore, la città arrivò a contare oltre 50 000 abitanti. Nel II secolo la famiglia dei Monettii di Luni costruì il primo nucleo del futuro borgo di Moneta non lontano dalle cave di marmo. In questo periodo, sotto gli imperatori Antonini la città fu oggetto di un rinnovato impegno edilizio. A quest'epoca, tra l'altro, risale la costruzione del grande anfiteatro, in grado di contenere 7000 persone.

Il 4 gennaio 275 un cittadino lunense, Eutichiano, venne eletto Papa. Morì il 7 dicembre 283 ed è venerato come santo dalla Chiesa Cattolica. Alla fine del IV secolo un violento terremoto sancì la fine della città imperiale, causando il crollo degli edifici pubblici e privati. L’evento è documentato dalle ricerche archeologiche[7], ma non dalle fonti. Queste sottolineano, per contro, come intorno al 416 la città fosse ancora fiorente. Per esempio, Rutilio Namaziano, che ebbe modo di attraversare la regione in quell’epoca, ricorda che Luni era circondata da "candide mura"[8]. Nel corso del V secolo la città fu scelta come sede vescovile. Un vescovo di Luni, di nome Felice, risulta tra i partecipanti ad un concilio indetto da papa Ilario nel 465.L'estensione originale della diocesi di Luni era piuttosto vasta: approssimativamente copriva tutta la costa compresa tra le attuali città di Forte dei Marmi e Levanto, estendendosi nell'interno fino all'alta Garfagnana. Includeva anche le isole di Gorgona e di Capraia.

La leggenda di Alarico[modifica | modifica wikitesto]

Se la documentazione archeologica ci parla chiaramente del crollo di numerosi edifici di Luna romana da ricondurre a un evento simico, la tradizione letteraria è ricca di leggende sulla distruzione della città. Una di esse, quella di Alarico I, si iscrive alla metà del V secolo. Narra il poeta Angelo Brofferio che di un principe di Luni, Lucio, che si innamorò perdutamente della giovane sposa di Alarico I, re dei Goti ed autore del sacco di Roma del 410. Il principe moriva di dolore perché, nonostante la donna ricambiasse il sentimento, la gelosia di Alarico impediva loro qualsiasi incontro. L'amore, fabbrica d'inganni, aprì loro una via d'uscita. L'imperatrice finse di avere contratto una grave malattia contagiosa. Il medico, messo a conoscenza dell'inganno, favorì il tradimento spargendo la voce che l'imperatrice doveva stare in isolamento e aveva pochi giorni di vita. Dopo alcuni giorni l'imperatrice venne dichiarata morta. Alarico, innamoratissimo dell'imperatrice, ordinò che fosse celebrato il più solenne funerale mai visto e affranto dal dolore per la grave perdita ripartì per il suo regno. Intanto la giovane l'imperatrice volò in braccio al suo seduttore e con lui visse per parecchio tempo felice e beata. Ma un giorno Alarico venne a sapere dell'inganno: colmo d'ira, radunò il suo potentissimo esercito e rase al suolo la città[9]. Al di là dell’aneddoto, esistono altre leggende che collegano la distruzione di Luni a un amore colpevole, come prova il poeta Fazio degli Uberti nel Dittamondo (1346, incompleto):

“ … lussuria senza legge […] vergogna e danno di colui che t’usa […] noi fummo a Luni, ove ciascun t’accusa, che sol per tua cagion veracemente fu nella fine disfatta e confusa …”.

La dominazione barbarica e l'età bizantina[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Diocesi di Luni.

All' inizio del VI secolo i Goti saccheggiarono Luni e si insediarono nelle sue vicinanze. Molti degli abitanti originari cercarono scampo nelle località vicine, in particolare lungo la valle di Massa.

Nel 552 la città venne riconquistata dai Bizantini di Narsete e inserita all'estremo limite settentrionale della Provincia Italica. Da quel momento, Luni assunse il ruolo di capitale della Provincia Maritima Italorum,essendo contestualmente oggetto di un importante programma di rinnovamento urbano. Pare infatti che già attorno al 540 il generale bizantino Belisario avesse ordinato la costruzione di un sistema di fortificazioni nell'alta Lunigiana per impedire l'ingresso dei barbari nella valle di Luni e, indirettamente, per proteggere la via Aurelia verso Roma.

La città divenne un importante porto dell'Impero Romano d'Oriente e, trovandosi lungo il principale asse stradale bizantino in Italia, ottenne un nuovo periodo di prosperità, anche se entrò in competizione con Lucca per il predominio nella regione.

Nel 642 la dominazione bizantina terminò bruscamente quando la città (con tutta la Liguria) fu occupata dagli invasori Longobardi di Rotari, che già detenevano vasti territori nella Toscana meridionale. La conquista longobarda, anche se ancora incompleta, si rivelò molto dannosa per l'economia di Luni: i nobili locali preferirono stabilire le proprie sedi nella valle di Carrara, più difendibile, mentre l'asse dei commerci terrestri si spostò verso sud dalla via Francigena[10] alla regione di Lucca, che ottenne definitivamente il dominio della zona.

Inoltre, i re longobardi vollero esplicitamente contrastare il potere del vescovo di Luni anche sul piano religioso, favorendo a più riprese i monaci della vicina abbazia di Brugnato, che i chierici lunensi tentarono più volte di controllare, inutilmente. In più, la regione meridionale della diocesi di Luni (territorio compreso tra Massa e Montignoso), si trovò a gravitare nell'orbita della diocesi di Lucca, anch'essa favorita dai Longobardi.

Ma la vera conquista longobarda avvenne soltanto sotto il regno di Liutprando, che acquisì definitivamente gli ultimi insediamenti bizantini nella regione: Luni fu così inglobata nel Ducato di Lucca, di cui costituì (assieme a Pisa) uno dei principali sbocchi a mare.

Luni e gli imperatori franchi[modifica | modifica wikitesto]

Nel 773 Carlo Magno occupò la città, che divenne capoluogo di comitato sotto l'autorità di un vescovo-conte. Il 6 aprile del 774 i delegati di Carlo Magno e il pontefice Adriano I stabilirono le rispettive sfere di influenza in Italia; Luni venne a trovarsi proprio sul confine.

Sotto gli imperatori carolingi la città si riprese parzialmente e conobbe un periodo di relativa prosperità, grazie alla guida dei vescovi conti che avevano qui la loro sede principale. Pare che già in questa epoca i vescovi di Luni avessero ottenuto in concessione il feudo di Carrara.

All'anno 742 risalirebbe la singolare leggenda dell'arrivo a Luni della reliquia del Volto Santo. La tradizione riportata dallo storico Giovanni Sforza[11] narra di un crocifisso, scolpito da Nicodemo e ispirato dagli stessi angeli, scoperto dal diacono Leboino in Terrasanta. Il crocifisso sarebbe giunto davanti al porto di Luni su una nave senza equipaggio, la quale non poté approdare se non dopo l'esortazione del vescovo di Lucca Giovanni I, giunto a Luni guidato da un angelo. L’evento miracoloso scatenò una disputa sul possesso della reliquia fra lunensi e lucchesi, la quale si risolse soltanto allorché Giovanni rinvenne nel crocefisso una preziosa ampolla contenente il sangue di Cristo. Il vasetto[12] venne consegnato ai Lunensi, mentre il crocifisso venne condotto a Lucca.

All'VIII-IX secolo risale la costruzione della locale cattedrale di San Marco.

Un vescovo di Luni di nome Petroaldo è citato tra i partecipanti al concilio di Roma dell'826.

Nell'849 gli arabi saccheggiarono Luni durante una lunga scorreria che li porterà a colpire anche alcuni centri della Sardegna.

Calata dei Vichinghi e distruzione di Luni[modifica | modifica wikitesto]

La leggenda del sacco di Luni da parte dei Vichinghi, al pari di quella di Lucio e della sua giovane amante, trova eco negli scritti raccolti da Angelo Brofferio[9]. Nell'860 Luni venne praticamente distrutta, dai pirati danesi guidati dal re Hasting. All’attacco seguì un saccheggio particolarmente violento, nel corso del quale il vescovo della città venne trucidato. Pare che per diversi anni i lunensi superstiti trovassero scampo a Carrara, prima di tornare ad abitare le rovine della loro città. Secondo la tradizione riportata da Brofferio, i Vichinghi avrebbero saccheggiato Luni per errore. Hasting, nel lontano Nord Europa, avrebbe ricevuto una descrizione della città di Roma, ricca ed opulenta, e decise quindi di mettersi alla sua ricerca per saccheggiarla. Durante la loro calata in Italia i Vichinghi, ammirati dallo splendore e dallo sfarzo di Luni, credettero che si trattasse di Roma, la vera meta delle loro scorrerie. Secondo la leggenda, re Hasting avrebbe dichiarato al vescovo di volersi convertire al Cristianesimo. Pochi giorni dopo la conversione, egli fece allontanare le proprie navi nascondendole dietro un promontorio e dichiarandosi pronto a intrattenere scambi commerciali; subito dopo finse di ammalarsi gravemente e chiese che gli fossero concessi dei funerali cristiani all'interno della città. Fintosi morto, fu fatto entrare a Luni con un piccolo corteo funebre di soldati, tutti segretamente armati. Una volta all'interno delle mura il re saltò fuori dalla bara e trafisse il vescovo che presenziava al funerale. Quello fu il segnale convenuto con i suoi uomini per dare il via al saccheggio. Alcuni storici ritengono che il religioso ucciso dai Vichinghi sia identificabile in san Ceccardo, un vescovo di Luni fatto santo la cui esistenza storica è incerta. Se è da escludere che egli fosse vissuto intorno al 600 (come dimostra anche il suo stesso nome, di origine longobarda), certo è che la figura di questo santo, sin dall’inizio del Basso Medioevo, è legata alla distruzione di Luni[13]. Altri storici, sulla scia di Gaetano Ballardini, sostengono invece che san Ceccardo fosse il successore del vescovo Gualtiero e che morì martire a Carrara nell'892, ucciso dagli abitanti della regione mentre cercava di procurarsi il marmo necessario alla ricostruzione della città dopo il saccheggio vichingo.

L'ultimo secolo della città[modifica | modifica wikitesto]

Planimetria dei resti di Luni (XVIII secolo#

Sulle rovine della città sorsero nel tempo piccoli agglomerati di casupole che fecero da nucleo per successivi insediamenti, senza che tuttavia Luni potesse più tornare ai fasti precedenti, pur diventando sede di importanti istituzioni ecclesiali, feudali ed amministrative.

Nell'anno 900 il re d'Italia Berengario I confermò al vescovo di Luni Odelberto tutti i privilegi ecclesiastici, che si pensano già proclamati da Carlo Magno nel 774, nei confronti dell'aristocrazia feudale della zona.

Durante l'ultimo secolo la città mostrò segni di dinamismo economico: è un passaggio obbligato per la transumanza e rappresenta il mercato principale per la vendita dei prodotti agricoli della regione, incluse le isole del Tino e della Palmaria. È accertato che nel 927 i vescovi mantenessero una loro delegazione a Pavia per facilitare gli scambi commerciali. Inoltre, la successiva unificazione politica e militare in un vasto territorio sotto Oberto I fu di ulteriore stimolo alla crescita economica. Nonostante questi segnali positivi, nel corso di tutto il X secolo la città si trovò ad affrontare i prolungati saccheggi dei pirati e delle forze di spedizione arabe, particolarmente aggressive in tutto il periodo[14].

Nel 940 il re d'Italia Berengario II nominò marchese di Luni Oberto I, capostipite della dinastia degli Obertenghi, che in pochi anni riuscì ad estendere il suo dominio su una regione molto vasta. Già nel 945 infatti l'imperatore Ottone I nominò Oberto conte di Luni concedendogli autorità su numerosi territori: tra essi Carrara e sui suoi castelli, Tortona e la nascente Repubblica di Genova.

Con la sconfitta dell'usurpatore al trono d'Italia Berengario II ad opera di Ottone I, 951) Oberto estese ulteriormente i suoi domini ricevendo la signoria su tutta la Marca Ligure Orientale, territorio appena costituito, per respingere in modo più efficace le incursioni dei corsari arabi. La Marca Ligure si estendeva su tutta l'odierna Liguria orientale, sulla Toscana settentrionale e nell'entroterra fino a Tortona, Parma e Piacenza.

Nel 963 lo stesso Ottone I donò i feudi di Carrara, Massa e gli abitati di Ameglia, Sarzana e Vezzano Ligure al vescovo di Luni Adelberto.

Pare che già nel 970 le incursioni arabe lungo la costa ligure fossero diventate meno incisive, grazie all'azione congiunta delle nuove marche di confine istituite da Ottone; in più dal 990 in poi, la via Francigena iniziò ad essere utilizzata assiduamente come via di pellegrinaggio verso Roma e il papato, contribuendo a migliorare non poco l'economia della zona, soprattutto nella pianura dell'entroterra. Nonostante questi progressi, già sul finire del X secolo la situazione nella regione subì un nuovo peggioramento. Infatti, già nel 998, il vescovo Gotifredo stabilì temporaneamente a Carrara la sede della diocesi, per sfuggire alla malaria e ai pirati. In questa data, il vescovo riacquisì anche quattro Pievi precedentemente sottraetegli da Oberto II, capostipite degli Obertini. Da tale famiglia avranno origine le famiglie degli Estensi e dei Malaspina, degli Adalberti e dei Pallavicino, dei Massa, dei Corsica e dei Parodi. In tale panorama, il territorio della Marca Ligure Orientale non fu più controllato o difeso da un governo feudale unitario. In particolare, nella regione costiera, i discendenti degli Obertenghi stabilirono la sede del loro potere nel castello di Arcola piuttosto che nella città di Luni vera e propria. Come diretta conseguenza, in città e nelle regioni limitrofe il potere dei vescovi andò consolidandosi.

A partire dal 1015, per la città di Luni inizio' un periodo di decadenza. In questa data il califfo arabo Mujāhid al-Āmirī conquistò temporaneamente Luni con la sua flotta di navi proveniente dalla Sardegna; la città divenne un campo di battaglia tra le forze arabe e una coalizione di truppe di terra e di mare della Repubblica di Pisa e della Repubblica di Genova, guidate dal papa Benedetto VIII. Quando gli arabi alla fine furono costretti a ritirarsi Luni era distrutta.

Nel 1033 il piccolo paese di Arcola, già appartenuto a Oberto di Luni, entrò a far parte del dominio dei vescovi di Luni.

Tra il 1040 e il 1054 la diocesi di Luni perse definitivamente la giurisdizione sulle isole della Gorgona, della Capraia, del Tino, del Tinetto e della Palmaria, che vennero spartite tra le diocesi di Pisa e Genova.

Nel 1055 il vescovo Guido di Luni strinse un patto di alleanza con il nobile Rodolfo di Casola per la costruzione del castello di Soliera, che sarebbe stato amministrato congiuntamente dai due domini.

All'aumento del potere dei vescovi di Luni andò di pari passo la decadenza della città, che non rimase abitabile ancora per molto: al dilagare della malaria e alle incursioni dei pirati si aggiunse il progressivo insabbiamento del porto, che decretò la fine economica della città. Le attività portuali si trasferirono in parte ad Ameglia, e in parte lungo la foce del fiume Magra. Si hanno, tuttavia, notizie di sporadici approdi al vecchio porto di Luni fino al XII secolo.

Nel 1058 l'intera popolazione di Luni si trasferì a Sarzana; altri gruppi di profughi fondarono gli abitati di Ortonovo e Nicola e la città venne definitivamente abbandonata.

Nonostante l'abbandono della città il titolo di vescovo o conte di Luni sarà ancora adottato per molti secoli dalle autorità civili e religiose della zona. I vescovi di Luni, in particolare, sposteranno la loro sede vescovile a Sarzana nel 1204.

Agli albori del sec. XIV fu Dante Alighieri a redigere un epitaffio dell'antica "splendida civitas lunensis" nel Canto XVI del Paradiso.

Scavi archeologici[modifica | modifica wikitesto]

L'area archeologica comprende diverse aree pubbliche della città romana quali il foro, l'area capitolina e il decumano massimo, la Basilica civile, la curia e il cardine massimo, il Grande Tempio e alcune dimore signorili (Domus dei Mosaici, Domus Settentrionale, Domus degli Affreschi).

All'interno dell'area archeologica, in casali ottocenteschi, sono situate sezioni tematiche distaccate del Museo.

Anche i resti dell'Anfiteatro romano di Luni, posto al di fuori dell'antica cinta muraria e visitabile su richiesta, sono inclusi nell'area archeologica.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ ROSSIGNANI M. P. 1995, Il nome di Luna, in Studia classica Johanni Tarditi oblata, Milano, pp. 1477-1504; DURANTE, GERVASINI 2000.
  2. ^ Plinio, Naturalis Historiae III; Tito Livio, Ab urbe condita libri XL, 38.
  3. ^ DURANTE, GERVASINI 2000.
  4. ^ Strabone, Geografia V, X, 11.
  5. ^ Cicerone, nella XII filippica in "Antonium"sostiene che si poteva andare da Roma a Modena mediante l'Aurelia: ciò indica l'esistenza di un prolungamento nella via Aemilia Scauri e ad un valico dell'Appennino avvicinato al capolinea designato. Sulla viabilità lungo la via Aemilia Scauri vedere CIAMPI POLLEDRI H. 1967, Via Aemilia Scauri, in Studi Classici e Orientali XVI, pp. 256-272, Pisa.
  6. ^ FORMENTINI U. 1953, Le due " Viae Aemiliae ", in Rivista di Studi Liguri 1-4, anno XIX, Bordighera, pp. 44-74.
  7. ^ ROSSIGNANI M. P. 1989, La fine di Luni imperiale e la nascita della città tardo antica, in I terremoti prima dell'anno Mille. Storia, Archeologia, Sismologia, a c. di C. Guidoboni, Bologna, pp. 489-496.
  8. ^ Nel poemetto De Redituo Suo (63-64), Namaziano racconta di aver navigato sotto costa da Pisa verso nord e nomina le candentia moenia (mura biancheggianti) di una città del cui nome è auctor sole corusca soror (autrice la corrusca sorella del sole).
  9. ^ a b CELESIA E. in BROFFERIO A. 1847, Tradizioni italiane per la prima volta raccolte in ciascuna provincia dell'Italia e mandate alla luce per cura di rinomati scrittori italiani, Torino. Vd. edizione Tradizione Ligure, ristampa anastatica di Tradizione Italiane a cura di A. Brofferio, Priuli e Verlucca ed., Torino 1976.
  10. ^ A.A.VV. 1995, La via Francigena. Itinerario Culturale del Consiglio d'Europa, Atti del Seminario (Torino 20 ottobre 1994), Torino.
  11. ^ NERI, E., VAJ, I. 2004, La ricerca del volto santo, in Quaderni del centro studi lunensi VIII, pp. 115-162 .
  12. ^ Si tratta della reliquia conosciuta come il “preziosissimo sangue”, oggi custodita nella cattedrale di Santa Maria di Sarzana (SP).
  13. ^ Le prime notizie sul martirio di San Ceccardo a Luni sono dovute a Dudone di San Quintino e al Monaco Paolo di Chartres. Sulla vicenda di questo santo vedere Bibliotheca sanctorum, Istit. Giovanni XIII, Roma 1963.
  14. ^ DURANTE A.M. 2003, La città vescovile di Luna nell'Alto Medioevo, in Liguria Maritima, pp. 203-214.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • A.A.V.V. 1987, Luni : guida archeologica, Sarzana
  • DURANTE A. M., GERVASINI L. 2000, Luni. Zona Archeologica e Museo Nazionale, in “Itinerari dei musei, gallerie, scavi e monumenti d'Italia”, Roma
  • DURANTE A. M. 2001, Città antica di Luna, Lavori in corso I, Milano
  • DURANTE A. M. 2010, Città antica di Luna Lavori in corso II, Genova

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Precedente Tappa dell'itinerario di Sigerico Successivo
Mansio XXVII – Campmaior (Camaiore) Mansio XXVIII – Luna Mansio XXIX – Sce Stephane (Santo Stefano di Magra)