Porto Pisano

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Area d'accesso a Porto Pisano, ormai interrato, presso Livorno

Porto Pisano costituiva uno degli antichi sistemi portuali a servizio della città di Pisa. Era situato sostanzialmente nella periferia nord dell'attuale città di Livorno (non distante dall'odierna Fortezza Vecchia).

Storia[modifica | modifica sorgente]

Dall'epoca romana al XII secolo[modifica | modifica sorgente]

Già molto attivo in età romana e ricordato come importante porto dell'Etruria settentrionale, in realtà più che un vero porto, originariamente, sembra fosse un vasto golfo (Sinus Pisanus), oggi completamente interrato a causa dei sedimenti trasportati nei secoli dall'Arno. Si suppone che, partendo approssimativamente dalla Versilia, il Sinus Pisanus si inoltrasse nell'interno verso Pisa e, costeggiando la via Æmilia Scauri (attuale SS. 206), lambisse l'odierna località di Vicarello, seguendo la linea costiera delle colline del Suese e della Gronda dei Lupi, e si ricongiungesse alla linea costiera in prossimità delle scogliere dell'attuale Terrazza Mascagni a Livorno. Alcuni autori sostenevano che questa ampia insenatura marina altro non era che la vasta foce dell'Arno e del Serchio che a quel tempo defluivano insieme nel mare unendosi appena a valle di Pisa con un'imponente piena di acque che, secondo Strabone, non permetteva di vedere le rive opposte. Tale posizione potrebbe essere avvalorata dalle rilevazioni geologiche della bassa Valdarno, ove è stato accertato che già durante la glaciazione Würm II (circa 70.000 anni fa) il Serchio entrava nell'Arno all'altezza di Vicopisano creando così un'ampia fiumana con una vasta foce da Migliarino a Livorno.[1] Il Sinus Pisanus è ricordato nelle Historiae di Publio Cornelio Tacito (Historiae, III, 42, 2) sugli avvenimenti bellici del 69 d.C. tra l'imperatore Vitellio e Vespasiano.[2] Dalle fonti tardo antiche si evince che all'epoca il Sinus era una grande insenatura compresa tra l'attuale Fortezza Vecchia di Livorno e il Calambrone.[3]

Si comincia a citare come Portus Pisnus, alludendo quindi ad una porzione di mare più circoscritta e chiusa, nella geografia di Claudio Tolomeo del II secolo d.C. Il Portus Pisanus era probabilmente solo la più importante delle strutture portuali della vasta area che forse aveva i caratteri di una laguna.[4]

La sua florida situazione è documentata anche dall'operetta poetica di Claudio Rutilio Namaziano, che nel suo "De reditu suo" degli inizi, o della prima metà del V secolo, sbarcando al Portus Pisanus, ammirò le rovine degli edifici marmorei ed il fiorente passato del centro marittimo di Triturrita, esistente dal II secolo a.C., che si protendeva nel golfo come una penisola. Tuttavia, non vi sono certezze circa la posizione di Triturrita, centro indicato indicato come "villa" nel seno del porto; Giovanni Targioni-Tozzetti ha supposto che potesse coincidere con l'area di Santo Stefano ai Lupi (attuale via Provinciale Pisana a Livorno).

Bassorilievo del Porto Pisano posto sulla Torre pendente di Pisa

Un altro centro portuale era posto nei pressi di San Piero a Grado, molto più vicino a Pisa e probabilmente con caratteri di scalo fluviale, verosimilmente situato su un braccio dell'Arno.[4] Secondo una leggenda pare che lo stesso san Pietro, giunto per la prima volta sulla penisola italica, attraccasse la sua nave in uno degli scali di questo porto, nel luogo dove ora sorge la Basilica di San Piero a Grado, nell'omonima località ad ovest di Pisa.

Il Portus Pisanus con ogni probabilità è stato anche base della flotta romana in azione nel Mar Ligure; verosimilmente, il bacino portuale fu teatro dell'imbarco di quattro legioni con venticinquemila uomini che al comando del console G. Bebius furono condotte nella guerra contro i Liguri. Qui si verificarono numerosi episodi di rilievo della storia longobarda come lo sbarco delle reliquie di Santa Giulia che, richieste dal re Desiderio e sua moglie Ansa, qui sbarcate dalla Corsica (663), furono portate nel monastero di Brescia, o la fuga verso Costantinopoli dell'ultimo sovrano Adelchi, di fronte all'avanzata dei Franchi (774).

Il porto fu anche testimone dell'arrivo dell'imponente delegazione di ambasciatori inviati dal Califfo di Bagdad, Harun ar Rashid, per salutare il nuovo imperatore della cristianità Carlo Magno. Per l'occasione, ricorda il cronista del tempo Aimoino di Fleury, furono donati al sovrano franco un elefante, una scimmia, un orologio ad acqua che suonava, le chiavi del Santo Sepolcro, ricchi broccati, sete ed altri tessuti di valore.

Nel Medioevo divenne il maggior porto della Repubblica marinara di Pisa, dove attraccavano e partivano navi che instauravano commerci con tutto il mar Mediterraneo, oltre che fungere da rifugio alla potente flotta da guerra pisana.

La cura che la repubblica marinara dedicava al suo porto è anche documentata da importanti opere pubbliche al servizio delle attività portuali. Tutta la zona circostante assunse importanza militare ed economica (si ricordi tra tutte l'attività remunerativa della caccia alle lontre nel vicino stagno).

Con l'intensificarsi degli assalti genovesi al porto per ostacolare l'egemonia pisana nel Mediterraneo occidentale, dal 1156 venne avviata una sua fase di fortificazione, cominciata con la costruzione di una prima torre, e proseguita l'anno successivo, nel 1157, con l'erezione di altre due torri nel Portus Magnalis, come si chiamava la parte meridionale del Porto Pisano. Infatti, il console di Pisa Cocco Griffi fece fortificare Pisa ed il porto con alcune torri per difenderne il suo ingresso. La Torre Magnale e la Torre Formice più a sud furono erette tra il 1157 ed il 1163; nello stesso periodo è costruita anche una torre ad uso di faro sulle secche della Meloria. Nel 1162 sulle banchine del porto venne aperto un vasto alloggio per gli equipaggi che qui sbarcavano, detto "Domus Magna", complesso fortificato e difeso da un fossato, mentre nelle vicinanze, nel 1174, fu costruito il "Fondacum Magnum", vasto magazzino fortificato e difeso da una torre. L'ingresso portuale venne chiuso per maggiore sicurezza con una grossa catena tesa tra le torri. Vennero inoltre scavati alcuni canali nel tentativo di irreggimentare e deviare i corsi d'acqua che gettandosi nel golfo ne favorivano l'insabbiamento: il canale della Vettola per deviare un ramo meridionale dell'Arno, la "fossa antiqua o Catafratta" che deviava le acque dei torrenti Ugione, Cigna, Riseccoli e Mulinaccio verso San Jacopo in Acquaviva.

Frattanto, in prossimità della costa, nel 1163 esistevano la pieve di San Niccolò di Porto Pisano, centro di culto delle locali popolazioni e dei marinai e quelle di Santa Maria e Santa Giulia di Livorno (riunite nell'unica pieve superstite di Santa Maria nel 1293). In questo periodo tutta la zona limitrofa era fittamente popolata e prospera, grazie ai floridi commerci che Pisa faceva attraverso il suo emporio marittimo.

Dal XIII secolo al tramonto della Repubblica pisana[modifica | modifica sorgente]

Resti della Torre Maltarchiata, ora nel porto di Livorno

Intorno al 1280 venne aperto il grande acquedotto detto di Santo Stefano, le cui vestigia sopravvissero fino alla metà dell'Ottocento.

A seguito delle dure condizioni di pace imposte dopo la battaglia della Meloria del 1285, non rispettate dai Pisani, i Genovesi nel 1290 attaccarono il Porto Pisano distruggendolo, abbattendo le quattro torri esistenti e facendo affondare una nave colma di materiale da costruzione con l'intenzione di interrare l'ingresso del porto stesso. In più con lo stratagemma di scaldare le due grandi catene che univano le torri del porto e ne chiudevano gli ingressi, riuscirono a spezzarle ed a portarle a Genova in segno di vittoria e scherno, dove, ridotte in vari pezzi, vennero appese in molte chiese e facciate di edifici della città. I vari frammenti delle catene furono restituiti solo dopo l'Unità d'Italia, in segno di pace, e da allora custoditi nel Camposanto monumentale di Pisa.

I Pisani, popolo fiero e duro da abbattere, non si arresero e ricostruirono il Porto Pisano risarcendo le vecchie ed elevando tre nuove torri e un faro, denominato poi Fanale. La ricostruzione della quarta torre detta Formice, o "della Formica", ben riassume il sistema portuale pisano: si trattava di una torre posta in un luogo strategico del porto, dove il Comandante del Porto era tenuto a mantenere intorno dei pali per far attraccare le navi; detto sistema fu realizzato con l'apposizione di dodici colonne in pietra per gli ormeggi (inter palos in dictu porto ormeggiate). Infatti le galere non viaggiavano mai sole, ma in carovana: ma quand'esse arrivavano nel porto, non c'era posto per tutte ed alcune attraccavano in questo punto della rada. Più a sud venne costruita un'altra torre detta Maltarchiata o Palazzotto (1290) a difesa meridionale dell'imboccatura del porto. La Maltarchiata era collegata alla riva da un lungo molo difeso da una palizzata lignea che si riconduceva al fondaco della Domus Magna. Pare che dalla Formice partisse un altro moletto che arrivava in linea retta fin quasi alla Magnale per una lunghezza di circa 260 metri. La distanza tra la Maltarchiata e la Formice di circa 80 metri, costituiva l'ingresso meridionale del porto, mentre la distanza tra la Formice e la Magnale era di circa 300 metri, in gran parte coperti da un lungo molo difeso da palizzata lignea. È dello stesso periodo anche la Torre (turris Vermilia), sulle cui rovine sarà poi costruita, dai fiorentini, l'ancora esistente Torre del Marzocco che distava dalla Magnale circa 180 metri verso ovest. Infine tra la Vermiglia e la torre Frasca o Fraschetta verso nord era di un tratto di mare di circa 360 metri, ben presto reso inagibile dalle secche sabbiose e dagli accumuli di alghe costituendo pericolosi bassifondi e rendendo inaccessibile il porto dal lato settentrionale. Queste costituivano un complesso fortificato a difesa dei due ingressi del porto definito da alcuni Porto Magnalitico essendo dominato dalla mole della Magnale: ebbero il nome di Vermiglia eretta a fianco della ricostruita Magnale (turris Magnalis) e la Torrazza (Turrassa) verso sud a fianco della Formice. Il Fanale davanti al borgo di Livorno era già funzionante nel 1310, mentre le altre torri erano tutte ripristinate fin dal 1297. Ciascuna torre era anche fornita di castellani e sergenti. Vengono restaurati e ampliati l'antica Dogana (Deghatia), il Fondaco (Domus Magna), l'arsenale (Tersania) e il palazzotto dove aveva sede il Tribunale per le cause marittime, già arricchito da fregi e marmi recuperati probabilmente dalle antiche rovine di Triturrita.

L'importanza del porto è testimoniata anche dall'organizzazione amministrativa del suo distretto denominato "Piviere o Capitanato del Piano di Porto Pisano", dipendendo direttamente dai Consoli del Mare della Repubblica Pisana. Il porto era governato da un "Fundacarius" annuale, un "Operaio" responsabile della sua manutenzione e di un Ufficiale per la sua difesa.

Tuttavia la manutenzione dello scalo da allora si fece sempre meno costante, anche a causa delle ripetute e periodiche distruzioni da parte dei vari eserciti invasori, causando un lento ed inesorabile interramento dei canali d'accesso; dopo il 1339 si cominciò a distinguere il Porto Pisano dallo scalo di Livorno che andò ad acquistare sempre più importanza. Ciononostante il Porto Pisano continuò ad essere ancora funzionante, portando in alto il vessillo della Repubblica Pisana finché, dopo la conquista di Pisa da parte dei fiorentini prima nel 1406 e, definitivamente, nel 1509, e con l'ampliamento della città di Livorno deciso dai Medici, non venne soppresso per costruire un nuovo porto nella città labronica (si veda Storia di Livorno). L'uso del porto è comunque documentato per tutto il XV secolo, venendo citato da un poeta minore, Matteo Fortini, nella sua operetta "L'Universo". Gli Statuti di Livorno del 1507 ricordano per l'ultima volta il Porto Pisano.

Al suo posto si creò un vasto stagno circondato da marazzi e paludi litoranee che furono prosciugati e bonificati solo nel corso del XIX secolo. L'esistenza delle sue torri in rovina caratterizzò la zona fino alla metà del XX secolo, quando le ultime vestigia vennero abbattute dagli eventi bellici.

Le pievi del porto[modifica | modifica sorgente]

A testimonianza della ricchezza demografica ed economica del Piano del porto (Piviere) nei secoli XI, XII e XIII c'è l'elevato numero di pievi in cui il suo territorio e la sua popolazione erano suddivisi. Verso l'anno 1000 la zona era abitata da circa 72 villaggi di cui si conosce ancora l'elenco, ma dei cui toponimi si è in gran parte persa la conoscenza. Alle quattro pievi d'origine (San Silvestro, San Quirico, San Felice, Santa Lucia), si aggiunsero e/o si sostituirono in seguito quelle di Livorna, Santo Stefano Protomartire de Carraia, San Paolo al Poggio d'Orlando presso Villa Magna, San Martino al Suese, San Niccolò del Porto, San Andrea di Salviano, Santi Andrea e Giovanni del Limone, San Lorenzo in Platea, Santi Stefano, Cristoforo e Giovanni del Limone. Di seguito si indicano le varie pievi esistenti verso il XII secolo con i relativi villaggi, borghi e località di pertinenza:

  • Santa Maria de Livorna: Livorna, Prato, Borgo San Giovanni, Borgo alle Murelle, Campo Galeano, Santa Giulia al Trivio, Guaralda, Valaneto, Ripondo, Campaccio, Cillieri di Stagno, Sala, Gaitana, Chiesucula, Sant'Jacopo in Acquaviva, Septari, Pede Lupi, Cruce de Via, Fondo Magno, La Macchia, Casal Pigna;
  • Santi Andrea e Giovanni de Limone: Fabricole (Poggio al Melo), Ponte Arcione, Selva d'Ogione, Porchereccia, Oliveto (1077), Campo, Pieve Vecchia, La Poggia, Carbonaia, San Vecchio;
  • San Lorenzo in Piazza (1061): Sant'Apostolo (1029), Farneta, San Michele alle Corti, Castell'Anselmo, Santa Maria di Nugola (1059), San Biagio di Cotone (1198), Acquaviva, Castelli di Montemassimo, Santa Maria della Sambuca (1237), San Michele di Torciano, Santa Maria della Parrana (1192), San Donato (1296), San Giusto di Colle Romoli, Petreto, Santo Regolo di Filicaia, Sant'Andrea di Postignano, San Michele di Vallignano, San Martino di Suese, Prato della Contessa, San Leonardo di Stagno;
  • San Felice de Lardentia: Albignano, Tregolo, San Martino, La Corte, San Matteo di Salviano Maggiore, Caprolecchia (1256), La Leccia, Sant'Andrea di Salviano Minore (1078), San Paolo de Coteta, San Felice di Oliveto in Piano, Santa Lucia de Lantignano.

Vi erano infine importanti eremi e conventi: San Jacopo di Acquaviva, Santa Maria di Caprolecchio alla Leccia, Santa Maria della Sambuca, San Leonardo e Ognissanti di Stagno, La Poggia, Montenero.

Cronotassi dei principali avvenimenti[5][modifica | modifica sorgente]

  • 1116 - fondazione della pieve di Santo Stefano "quae est juxta mare sita"
  • 1120 - prima guerra di Corsica; assalto dei Genovesi con 147 navi e 22.000 soldati per danneggiare il porto
  • 1153 - le monache dell'Ospedale di Stagno del monastero di Ognissanti di Pisa e la Mensa arcivescovile pisana hanno la privativa sul diritto di caccia alle lontre nello stagno
  • 1154 - il console pisano Cocco Griffi fa erigere a difesa le possenti torri Magnale, Formice a difesa dell'ingresso portuale chiuso con una catena
  • 1162 - il Federico Barbarossa riconosce alla repubblica di Pisa il dominio tra Portovenere e Civitavecchia
  • 1163 - è costruita la "Domus Magna", il grande fondaco del porto
  • 1190 - lite con i marchesi di Massa, Corsica e Livorno per il diritto di pascolo nella campagna adiacente il porto e l'Ardenza
  • 1237 - prima battaglia della Meloria (3 maggio) con vittoria pisana che fa prigionieri 4.000 genovesi
  • 1254 - fondazione dell'eremo di San Jacopo ad opera degli Agostiniani su autorizzazione del capitano del porto
  • 1267 - Carlo d'Angiò distrugge gran parte del porto e dei suoi dintorni con le pievi, monasteri, spedali, borghi, dogana, ecc.
  • 1270 - Corradino di Svevia s'imbarca sulla flotta pisana per la spedizione punitiva in Sicilia contro Carlo d'Angiò; scomunica papale alla repubblica pisana
  • 1282 - è eretta una torre a Salviano per difendere il porto dal lato terra
  • 1284 - il 6 agosto si combatte la seconda battaglia della Meloria, con la disfatta pisana; il porto in gran parte distrutto dalle armi genovesi e circoscritto dal progressivo interramento viene limitato tra la foce dell'Ugione e il borgo di Livorno
  • 1284 - viene eretta la nuova torre Rossa a difesa del porto
  • 1285 - sono erette le torri di difesa Maltarchiata e Fraschetta; la cala portuale può contenere ancora un centinaio di galee; un nuovo attacco genovese dal mare e lucchese da terra danneggia gran parte del porto
  • 1286 - i genovesi distruggono la torre-faro della Meloria
  • 1289 - nuovo attacco della flotta genovese che taglia la catena del porto e a pezzi la porta a Genova
  • 1290 - nuove distruzioni ad opera dei genovesi, fiorentini e lucchesi che danneggiano le torri e tentano di insabbiare l'ingresso del porto
  • 1303 - i provveditori delle fabbriche del porto, Lando Eroli e Jacopo da Peccioli, fanno erigere il nuovo Fanale (attuale faro di Livorno), vengono costruite nuove opere portuali e fortificazioni, posta una nuova catena all'ingresso e risarcito l'acquedotto di Santo Stefano che fornisce l'acqua alle navi
  • 1339 - si comincia a citare in modo distinto il porto dallo scalo di Livorno
  • 1360 - in previsione della guerra con Firenze si rafforzano le fortificazioni del porto e sono restaurate le torri Rossa e Castelletto
  • 1363 - assalto di galee genovesi al soldo di Firenze, molti edifici sono distrutti, la catena è nuovamente tagliata e i suoi pezzi appesi alle colonne di porfido del battistero fiorentino
  • 1364 - ultimo grande scorreria nel porto ad opera dei fiorentini Monforte, Manno Donati e Bonifacio Lupi

Gli scavi archeologici[modifica | modifica sorgente]

I recenti scavi, seguiti dalla Soprintendenza Archeologica per il territorio di Livorno, iniziati nel 2004 nella zona interposta tra le località Santo Stefano ai Lupi e la Paduletta, hanno riportato alla luce reperti di origine etrusca del V e IV secolo a.C., porzioni di un molo, un vasto edificio ad uso di magazzino, un tempio probabilmente dedicato al culto orientale di Mitra, nonché il reperimento di un interessante tesoretto di monete d'oro databili tra il IV ed il V secolo d.C., a testimonianza della millenaria vocazione portuale della zona posta a settentrione di Livorno.[6]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ "Il Tirreno", Il Porto Pisano era sulla riva dell'Auser Dal delta paludoso dell'Arno, le navi romane risalivano fino all'antico Serchio. URL consultato il 10-04-2014.
  2. ^ G. Panessa, O. Vaccari, Livorno, il primato dell'immagine, Pisa 1992, p. 1.
  3. ^ G. Panessa, O. Vaccari, Livorno, il primato dell'immagine, Pisa 1992, p. 2.
  4. ^ a b AA.VV. Le strutture dei porti e degli approdi antichi. Atti del seminario (Roma, 16-17 aprile 2004).
  5. ^ Giuseppe Vivoli, Annali di Livorno, Livorno, Giulio Sardi, 1842-46, ristampa anastatica, ed. Bastogi, Livorno, 1976.
  6. ^ S. Ducci, Portus Pisanus. Torna alla luce l'antica vocazione marinara di Livorno, in "CN Comune Notizie", n. 68, luglio-settembre 2009, pp. 5-11.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Giuseppe Vivoli, Annali di Livorno, Livorno, Giulio Sardi, 1842-46.
  • Eligio Fusi, Santa Giulia vergine e martire patrona di Livorno, Livorno, Società Editrice Italiana, 1954.
  • Gaetano Ciccone et al., Porto pisano e il porto di Livorno nel Medioevo in Studi Livornesi, vol II, Livorno, Bastogi, 1987.
  • Gaetano Ciccone et al.,Vie d'acqua, vie di terra - La logistica d'altri tempi a Collesalvetti, Felici Editore, 2006

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