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Vetulonia (sito archeologico)

Coordinate: 42°51′45″N 10°58′30″E
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Vetulonia
Tomba etrusca a Vetulonia
CiviltàEtrusca poi romana
UtilizzoCittà
EpocaDall'età del Ferro all'età romana
Localizzazione
StatoItalia (bandiera) Italia
ComuneCastiglione della Pescaia
Dimensioni
Superficieca. 38−40 ettari (area cinta dalle mura) m²
Scavi
Data scoperta1881
Date scavi1884-1913
ArcheologoIsidoro Falchi
Amministrazione
EnteMinistero della cultura - Direzione regionale Musei nazionali Toscana
VisitabileSì
Visitatori11 264 (2022)
Sito webparchiarcheomaremma.cultura.gov.it/siti-musei/parco-archeologico-di-vetulonia/
Mappa di localizzazione
Map

L'area archeologica di Vetulonia è situata nel territorio comunale di Castiglione della Pescaia, nei pressi della frazione di Vetulonia, e conserva le vestigia dell'antica città etrusca e poi romana di Vetulonia (in etrusco Vetluna o Vatluna), uno dei principali centri dell'Etruria settentrionale e tra le città della «lega» dei dodici popoli (Dodecapoli etrusca).[1] Il sito fu in gran parte portato alla luce da Isidoro Falchi, a cui è dedicato il museo di Vetulonia.

L'area conserva i resti dell'abitato etrusco-romano e delle estese necropoli che circondavano la città, sorta su un colle che domina la Piana di Grosseto, un tempo in parte occupata dal Lacus Prelius, bacino lagunare comunicante con il Mar Tirreno e in seguito interrato e bonificato.[2]

Storia degli scavi

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Lo stesso argomento in dettaglio: Vetulonia (città antica).
Tratto delle mura dell'Arce nel borgo di Vetulonia.
Rilievo giulio-claudio dal teatro di Caere con la personificazione di tre popoli etruschi, Vetuloniesi, Vulcenti e Tarquiniesi (CIL XI, 3609); da Cerveteri, 1840 (Museo delle belle arti di Lione).

Ricordata dalle fonti romane ma scomparsa nel Medioevo, Vetulonia perse anche il proprio nome, e la sua ubicazione rimase a lungo incerta. Le fonti antiche la collocavano nell'interno, non lontano dal mare, e un ulteriore indizio veniva da un rilievo marmoreo di età giulio-claudia rinvenuto a Cerveteri nel 1840, pertinente al ciclo statuario del teatro di Caere e tradizionalmente detto «trono di Claudio», che personifica tre popoli dell'Etruria, i Vetuloniesi, i Vulcenti e i Tarquiniesi (Vetulonenses, Volcentani, Tarquinienses): la città vi è raffigurata da una figura maschile con un remo, allusivo al suo legame con le acque.[3][4] Alcuni documenti medievali del 1181 e del 1204 ricordano il toponimo antico tra i castelli del circondario di Massa Marittima, mentre un atto del 1179 attesta i nomi di Colonna e Colonnata, poi rimasti in uso: il borgo sorto sul colle fu infatti chiamato Colonna per tutto il Medioevo.[5] La questione dell'ubicazione era già stata discussa da George Dennis, console britannico, in un articolo del 1845 e nella sua opera The Cities and Cemeteries of Etruria (prima edizione 1848).[3]

Fu Isidoro Falchi, medico condotto e archeologo dilettante, a riconoscere l'antico sito sul poggio di Colonna, esprimendone l'intuizione fin dal 1881[N 1]; l'identificazione, sostenuta dalle sue ricerche, si affermò non senza accese discussioni, tra cui le polemiche con Antonio Malfatti e Carlo Dotto de' Dauli, e portò nel 1887 al ripristino ufficiale del nome di Vetulonia per il borgo di Colonna.[5] Falchi condusse a Vetulonia trentaquattro campagne di scavo tra il 1884 e il 1913, proseguendo di fatto fino alla morte, avvenuta nel 1914.[2] Le prime ricerche interessarono le necropoli settentrionali, in particolare quella di Poggio alla Guardia, i cui ricchi corredi orientalizzanti Falchi definì «ripostigli stranieri» per l'abbondanza di ornamenti personali e vasellame, e quelle di Poggio alle Birbe e Poggio Belvedere; sul vicino Poggio al Bello venne individuata nel 1886 la tomba del Duce, mentre a nord-ovest, sul Colle Baroncio, si esplorò un'altra necropoli villanoviana.[7] Il settore nord-orientale si rivelò via via il più ricco: vi furono scavati i circoli degli Acquastrini, della Sagrona e delle Pellicce (primo e secondo), il grande tumulo della Pietrera, indagato tra il 1893 e il 1894, e la tomba del Littore; campagne più tarde restituirono la tomba del Tridente, nel 1908, e, nel 1913, i circoli dei Lebeti e del Monile d'Argento, questi ultimi esplorati insieme a Luigi Pernier.[7] Falchi documentò le indagini con una fitta serie di taccuini, disegni di piante e relazioni, in parte tuttora conservati negli archivi della Soprintendenza e del museo di Firenze, sui quali si è potuta basare la moderna ricostruzione dei complessi tombali.[2]

Alla stagione delle ricerche di Falchi seguì, tra le due guerre, una fase di rallentamento, durante la quale non mancarono campagne di scavo nelle necropoli, condotte da Doro Levi, e la messa a punto delle conoscenze, come nel volume di Studi Etruschi del 1931 dedicato al cinquantenario delle prime ricerche; a Levi si deve anche una prima organizzazione topografica delle scoperte.[8] Nel 1966 l'alluvione di Firenze danneggiò gravemente la collezione etrusca del museo di Firenze, comprese numerose suppellettili vetuloniesi.[2] Nel secondo dopoguerra gli scavi ripresero con intensità nell'abitato, soprattutto nella zona di Costa Murata, dove un ingente scarico ha restituito un importante nucleo di ceramiche greche, mentre nella necropoli delle Dupiane, a nord-ovest, Anna Talocchini mise in luce una successione ininterrotta di deposizioni dall'età villanoviana a quella tardo-ellenistica.[9] A partire dagli anni settanta del Novecento l'attenzione si è rivolta anche al territorio, con indagini nei centri secondari; tra il 1985 e il 1990 la Soprintendenza, sotto la direzione di Mario Cygielman, condusse nuove campagne nel quartiere di Poggiarello Renzetti.[10] Dal 2012 l'Università di Firenze porta avanti ricerche sistematiche sul territorio, mentre scavi recenti interessano anche il cuore dell'abitato moderno, in via Garibaldi.[11]

L'area archeologica

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Il sito archeologico

Il sito conserva le vestigia degli insediamenti che si sono succeduti sul colle, alto circa 345 metri e sulla cui sommità sorge l'odierno borgo di Vetulonia, di aspetto prevalentemente medievale. Il rilievo, lambito alla base dal fiume Bruna, dominava un tempo l'ampio bacino del Lacus Prelius, attraverso il quale la città comunicava con il Mar Tirreno, distante una quindicina di chilometri, mentre i corsi d'acqua conducevano verso il distretto minerario delle Colline Metallifere. Le più antiche testimonianze, di carattere funerario, risalgono a un momento avanzato dell'età del Bronzo finale e soprattutto alla prima età del Ferro (IX-VIII secolo a.C.); nel corso del VII secolo a.C. l'area divenne sede di una città pienamente organizzata.[12] Le vestigia si distribuiscono tra l'abitato, che occupava le due alture sommitali, e le vaste necropoli disposte sui rilievi circostanti e lungo le vie che conducevano al mare e al distretto minerario.

Le mura e l'Arce

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L'abitato si distribuiva su due alture e occupava un'area di circa 38-40 ettari, cinta da mura; la cosiddetta Arce, sulla cui sommità sorge il borgo, era dotata di una propria cinta.[5] Un ampio tratto di mura poligonali, tradizionalmente identificato con le mura dell'Arce e assegnato al VI secolo a.C., è oggi oggetto di revisione: funzione e cronologia sono discusse e la struttura è stata reinterpretata come parte di un grande podio concepito per delimitare e monumentalizzare un'area sacra.[7] In prossimità di essa, negli scavi condotti da Falchi e da Luigi Adriano Pernier tra il 1904 e il 1905 nell'area di casa Renzetti, furono rinvenuti un kottabos bronzeo sormontato da una statuetta di sileno e, poco distante, un deposito di oltre cento elmi del tipo Negau, ammassati in una cavità scavata nella roccia su più strati sovrapposti e tutti piegati e resi intenzionalmente inservibili; diversi esemplari recano inciso il gentilizio haspnas.[7][13] L'insieme, interpretato come deposito votivo legato all'area sacra dell'Arce, è stato letto come espressione congiunta dell'ideologia del simposio e della guerra e messo in relazione con forme di milizia organizzata su base gentilizia.[7][14] Resti della cinta urbica propriamente detta, di età ellenistica, sono stati individuati presso Poggiarello Renzetti, sebbene non sia certo che non si tratti di sostruzioni dell'abitato sovrastante.[15] Oggi non è facile seguire la cinta, in gran parte distrutta; nel centro storico del borgo se ne conserva un tratto nella parte settentrionale, presso il quale venne eretta la fortificazione del Cassero Senese.

La testimonianza più evidente dell'abitato è il quartiere di Poggiarello Renzetti, riportato alla luce da Falchi tra il 1893 e il 1896 e indagato di nuovo tra il 1985 e il 1990. Databile alla fine del III e al II secolo a.C., esso documenta la rinascita della città in seguito all'alleanza con Roma ed è costituito da strade, tra cui un'ampia via lastricata che lo scopritore chiamò «via Decumana», da apprestamenti manifatturieri e da abitazioni.[16] Vi si riconoscono diverse domus a pianta canonica con atrio, tra cui la domus «di Medea», assegnata ai primi decenni del II secolo a.C. e così denominata per la ricca decorazione fittile che ne ornava l'atrio compluviato, il cui programma figurativo, ricomposto grazie ai frammenti recuperati negli scavi più recenti, è stato ricondotto al mito di Medea a Corinto, secondo modalità note anche nelle domus coeve di Fregellae.[17] Vi si aprivano inoltre una grande domus con cisterna ricavata nella roccia, frequentata dal principio del III fino alla metà del I secolo a.C., e la domus «dei Dolia», che ha restituito bronzetti devozionali riferibili a un ambiente di culto domestico.[17] Altre abitazioni signorili di età tardo-etrusca e romana sono note nel vicino quartiere di Costa Murata, dove sono state rinvenute anche masse di terrecotte architettoniche riferibili a edifici di culto, come pure a Costia dei Lippi.[15] Proprio a Costa Murata un ampio scarico ha restituito un cospicuo nucleo di ceramiche greche, con pochi esemplari greco-orientali e numerosi vasi attici a figure nere e rosse, che attesta una fase di vita del centro protratta fino alla prima metà del V secolo a.C., poco documentata nelle necropoli nord-orientali.[18] Le tracce di distruzione riscontrate in tutti i quartieri finora scavati, non oltre la metà del I secolo a.C., sembrano segnare la fine della città etrusco-romana e sono state messe in relazione con gli sconvolgimenti dell'età sillana.[15]

Parte di un cinerario globulare in bronzo con manici a teste animali, da Poggio al Bello (tomba del Duce), Museo archeologico nazionale di Firenze.
La copertura a pseudocupola della tomba della Pietrera.

L'area archeologica si caratterizza soprattutto per le estese necropoli, disposte sui rilievi che circondano l'abitato. Le più antiche sono le tombe a pozzetto del periodo villanoviano, distribuite sulle alture di Poggio alla Guardia, Poggio Belvedere e Poggio alle Birbe a nord-est e di Colle Baroncio a nord-ovest, talvolta raccolte entro grandi cerchi di pietre; la loro distribuzione ha fatto ipotizzare l'esistenza di due distinte comunità insediate sul colle.[19] Il sepolcreto di Colle Baroncio, esplorato negli anni ottanta dell'Ottocento dalla famiglia Guidi, ha restituito, accanto ai corredi della prima età del Ferro, materiali che documentano precoci contatti con la Sardegna nuragica, tra cui un pugnale in bronzo di tipo isolano.[20] Nella necropoli delle Dupiane, a nord-ovest, si succedono senza soluzione di continuità, dall'età villanoviana fino a quella tardo-ellenistica, sepolture di tipologia diversa, dal pozzetto alla fossa fino alla «cappuccina», in una delle sequenze cronologiche più complete dell'intero sito.[9] I corredi villanoviani, deposti in cinerari per lo più biconici e talora in urne a capanna, un tipo di contenitore più diffuso in area laziale, si distinguono per la presenza di armi e di oggetti che segnalano il rango del defunto; già in questa fase la ricchezza mineraria delle vicine Colline Metallifere alimentò precoci scambi, documentati dai bronzi di produzione sarda e dai primi materiali d'importazione.[21]

Dell'epoca etrusca sono conservate altre necropoli, caratterizzate in un primo momento da tombe a fossa databili fra l'VIII e il VII secolo a.C. Nella prima età orientalizzante prevale la tomba detta «a circolo», il cui recinto di pietre racchiudeva una o più fosse; dalla metà del VII secolo a.C. compare la grande sepoltura a camera, coperta da un tumulo monumentale e destinata ad accogliere per più generazioni i defunti di una medesima famiglia, come alla Pietrera, ai due Diavolino e a Poggio Pelliccia.[22] Tra le tombe orientalizzanti più fastose si annoverano il circolo di Bes, il circolo del Monile d'Argento, il circolo del Tridente, i due circoli delle Pellicce, la tomba del Littore e la tomba del Duce, oltre ai circoli degli Acquastrini, della Sagrona e dei Lebeti.[23] I loro corredi, in gran parte di fabbricazione locale, restituiscono l'oreficeria per cui Vetulonia fu celebre, lavorata a filigrana e a granulazione («a pulviscolo»), insieme a oggetti d'ambra e a bronzi; il vasellame greco d'importazione, invece, si concentra in poche tombe di rango, come la tomba del Duce e quella della Pietrera, e diviene più frequente solo con la fine del VII secolo a.C.[24]

La tomba del Duce fu rinvenuta da Falchi il 6 aprile 1886 sul Poggio al Bello, propaggine del Poggio alla Guardia, tra il circolo di Mut e il circolo dei Due Coni. Appartenente al tipo a circolo continuo, delimitato da un anello di pietre bianche, è considerata il più ricco complesso orientalizzante di Vetulonia e dell'Etruria settentrionale; il numero delle deposizioni che accolse è discusso, e Giovannangelo Camporeale, autore della monografia sul complesso, vi riconobbe da tre a quattro gruppi di corredo, databili fra il secondo quarto e la metà del VII secolo a.C.[25] Tra gli oggetti spiccano una kotyle in argento dorato decorata a granulazione e un kyathos in bucchero recante una delle più antiche iscrizioni note di Vetulonia.[26]

Di particolare interesse sono due tombe monumentali, la tomba della Pietrera e la tomba del Diavolino II, conosciuta anche come Pozzo dell'Abate. La prima è un imponente tumulo artificiale di circa 60 metri di diametro e alto una quindicina di metri, delimitato da un tamburo di pietra, fondato negli ultimi decenni del VII secolo a.C., al cui interno si trovano due tombe a camera sovrapposte.[27] Le sculture in pietra qui rinvenute, oggi esposte al Museo archeologico nazionale di Firenze, sono opere ormai mutile, di fabbricazione locale, che sembrano derivare gli spunti iconografici da oggetti in avorio o metallo; databili alla fine del VII secolo a.C., costituiscono uno dei più antichi cicli di sculture in pietra noti in Etruria e testimoniano la volontà di ostentazione delle aristocrazie locali.[22] Altre sepolture notevoli nelle vicinanze sono la tomba del Belvedere e la tomba della Fibula d'oro. Nel loro insieme le necropoli hanno restituito i materiali che hanno reso celebre Vetulonia: accanto alle oreficerie, la bronzistica forniva servizi da simposio, con lebeti, situle, incensieri, tripodi e reggivasi impreziositi da figure a fusione piena, mentre tra le importazioni figurano coppe e statuette vicino-orientali, ceramiche greche e greco-orientali e i caratteristici bronzi di produzione sarda, come le «navicelle» nuragiche deposte in tombe di rango quale quella del Duce.[28]

Tra la fine del VII e il VI secolo a.C. le necropoli del centro primario mostrano un progressivo impoverimento, parallelo alla dispersione delle iniziative di scambio nel territorio e allo sviluppo dei centri vicini; dopo la metà del V secolo a.C. la documentazione si dirada quasi del tutto, per riprendere solo in età ellenistica.[22] A questa fase appartiene il diffuso riutilizzo dei tumuli orientalizzanti per nuove deposizioni, tra la seconda metà del IV e il III secolo a.C.: il fenomeno, oggetto di un progetto di ricerca dell'Università di Firenze avviato nel 2012, è documentato per esempio al Diavolino II e in vari tumuli del territorio.[29]

Le necropoli e gli insediamenti del territorio

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All'area archeologica si collegano numerosi insediamenti minori disseminati nel territorio, per lo più di età arcaica, disposti lungo gli itinerari che collegavano la città agli approdi marittimi, alle rive del Lacus Prelius e alle vie dirette al distretto minerario delle Colline Metallifere.[18] Tra questi si segnalano la necropoli di Val Berretta, lungo il basso corso del fiume Alma, e, lungo l'itinerario verso il Lago dell'Accesa, un «villaggio minerario» di età arcaica, presso il quale sorge l'importante tumulo di Poggio Pelliccia, tomba di una facoltosa famiglia dell'entroterra, in uso per più generazioni, i cui corredi comprendono ceramiche greche e greco-orientali databili dagli ultimi decenni del VII fino alla metà del V secolo a.C.[18] A uno di questi centri extraurbani potrebbero riferirsi alcune terrecotte architettoniche, ottenute con matrici di ascendenza tarquiniese e databili intorno al 520 a.C., che decoravano un piccolo edificio templare a oikos individuato al margine della necropoli nord-orientale.[18] Molti di questi tumuli del territorio, come quelli di San Germano e della stessa Val Berretta, furono anch'essi riutilizzati in età ellenistica.[30]

Dal 2016 un progetto geoarcheologico dell'Istituto archeologico germanico e della Libera Università di Berlino indaga l'estensione della laguna del Prile e la localizzazione degli approdi della città. Le prospezioni geomagnetiche e i sondaggi con carotaggi hanno documentato, per la prima volta nell'area a nord-est del colle, sedimenti di acqua ferma riferibili all'antica laguna, che in età etrusca e romana doveva estendersi fin quasi sotto l'abitato; in località Badia Vecchia, allo sbocco della via principale d'accesso a Vetulonia, lo scavo del 2019 ha messo in luce un'ampia struttura muraria a ferro di cavallo di età etrusco-ellenistica, in uso non oltre la prima metà del II secolo a.C. e forse connessa alle attività lungo la riva lagunare.[31]

I materiali provenienti dagli scavi sono distribuiti principalmente tra il Museo archeologico nazionale di Firenze, il Museo archeologico e d'arte della Maremma di Grosseto e il Museo civico archeologico Isidoro Falchi di Vetulonia, quest'ultimo dedicato allo scopritore del sito e allestito nel borgo, a breve distanza dall'area archeologica.[2] Il museo di Vetulonia espone in particolare i materiali delle necropoli e dell'abitato, tra cui oreficerie, bronzi e ceramiche, e propone la ricostruzione dei principali contesti tombali, mentre una parte cospicua dei reperti più antichi, comprese le sculture della Pietrera, è conservata a Firenze. L'area archeologica, aperta alla visita, comprende i settori delle necropoli monumentali e il quartiere di Poggiarello Renzetti.[32]

  1. ↑ La data varia nella letteratura: secondo Camporeale, Falchi salì sul colle di Colonna nella primavera del 1880, ma espresse e rese pubblica l'intuizione sull'ubicazione del sito a partire dal 1881, anno dei suoi primi scritti su Vetulonia.[6]

Bibliografiche

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  1. ↑ Cristofani e Cygielman 2012, pp. 848-849, 853.
  2. 1 2 3 4 5 Colombi 2018.
  3. 1 2 Cristofani e Cygielman 2012, pp. 849, 853-854.
  4. ↑ Colombi 2020, p. 30.
  5. 1 2 3 Cristofani e Cygielman 2012, p. 849.
  6. ↑ Camporeale 2015, pp. 393-394; Cristofani e Cygielman 2012, p. 849.
  7. 1 2 3 4 5 Cristofani e Cygielman 2012, p. 850.
  8. ↑ De Angelis 2021, p. 87; Cristofani e Cygielman 2012, p. 850.
  9. 1 2 Cristofani e Cygielman 2012, pp. 850-851.
  10. ↑ De Benetti 2013; Cristofani e Cygielman 2012, p. 851.
  11. ↑ Cappuccini 2018, p. 129; Cristofani e Cygielman 2012, p. 853.
  12. ↑ De Angelis 2021, pp. 85-88.
  13. ↑ Giuntoli 2021, pp. 181-184.
  14. ↑ Giuntoli 2021.
  15. 1 2 3 Cristofani e Cygielman 2012, p. 853.
  16. ↑ Grassigli e Rafanelli 2019, p. 169; Cristofani e Cygielman 2012, p. 850.
  17. 1 2 Grassigli e Rafanelli 2019, pp. 169-170.
  18. 1 2 3 4 Cristofani e Cygielman 2012, p. 851.
  19. ↑ De Angelis 2021, p. 88; Colombi 2018.
  20. ↑ Morandi 2013, pp. 1-6; Morandi 2022; Cygielman e Pagnini 2002.
  21. ↑ Morandi 2013, pp. 1-6; Cristofani e Cygielman 2012, pp. 850-851.
  22. 1 2 3 Cristofani e Cygielman 2012, p. 852.
  23. ↑ Cristofani e Cygielman 2012, p. 850; per il circolo di Bes Colombi 2018.
  24. ↑ Cristofani e Cygielman 2012, pp. 851-852.
  25. ↑ Mandara e Rafanelli 2020, pp. 329-333; Camporeale 1967.
  26. ↑ Mandara e Rafanelli 2020, pp. 331, 355.
  27. ↑ Musei nazionali Toscana; per la datazione Cappuccini 2018, p. 133.
  28. ↑ Cristofani e Cygielman 2012, pp. 851-852; Cygielman e Pagnini 2002.
  29. ↑ Cappuccini 2018, pp. 129, 133-136.
  30. ↑ Cappuccini 2018, pp. 133-136.
  31. ↑ Colombi 2020.
  32. ↑ Musei nazionali Toscana.
  • Luca Cappuccini, Casi di riutilizzo di tombe a tumulo a Vetulonia e nel territorio: discendenti o novae gentes?, in Luciana Aigner-Foresti, Petra Amann (a cura di), Beiträge zur Sozialgeschichte der Etrusker, collana PHERSU. Etrusko-italische Studien 1, Wien, Holzhausen, 2018, pp. 129-146.
  • Giovannangelo Camporeale, La Tomba del Duce a Vetulonia, collana Monumenti etruschi 1, Firenze, Sansoni, 1967.
  • Giovannangelo Camporeale, Gli Etruschi. Storia e civiltà, 4ª ed., Torino, UTET, 2015, ISBN 978-8860084514.
  • Camilla Colombi, La necropoli di Vetulonia nel periodo orientalizzante, collana Italiká 5, Wiesbaden, Reichert, 2018.
  • (DE) Camilla Colombi, Das verschwundene Meer. Geoarchäologie, Geophysik und Archäologie auf der Suche nach den Häfen der etruskischen Stadt Vetulonia, in SAKA/ASAC Bulletin, 2020, pp. 30-38.
  • Mauro Cristofani e Mario Cygielman, Vetulonia, in Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle Isole Tirreniche, vol. 21, 2012, pp. 848-878.
  • Mario Cygielman, Vetulonia. Museo civico archeologico «Isidoro Falchi». Guida, Firenze, Il Torchio, 2000.
  • Mario Cygielman e Lucia Pagnini, Presenze sarde a Vetulonia: alcune considerazioni, in Etruria e Sardegna centro-settentrionale tra l'età del Bronzo finale e l'arcaismo. Atti del XXI Convegno di Studi Etruschi ed Italici (Sassari-Alghero-Oristano-Torralba 1998), Pisa-Roma, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, 2002, ISBN 978-88-8147-302-1.
  • Caterina De Angelis, La formazione della città. Costa delle Dupiane: nuovi dati per il Bronzo finale a Vetulonia, in Mediterranea, XVIII, 2021, pp. 83-93.
  • Massimo De Benetti, La moneta vetuloniese e la circolazione monetaria tra fine III e II secolo a.C. a Vetulonia (GR). Nuovi dati dagli scavi di Poggiarello Renzetti (1985-1990) (PDF), in The Journal of Fasti Online, n. 291, 2013.
  • Isidoro Falchi, Vetulonia e la sua necropoli antichissima, Firenze, Successori Le Monnier, 1891.
  • Stefano Giuntoli, Il deposito di elmi e il kottabos dall'Arce di Vetulonia. Una proposta di lettura, in Stefano Bruni (a cura di), Aspetti dell'età arcaica nell'Etruria settentrionale. Convegno in ricordo di Giovannangelo Camporeale, collana Mousai, Pisa, Edizioni ETS, 2021, pp. 181-204.
  • Gian Luca Grassigli e Simona Rafanelli, La Domus «dei Dolia» nel quartiere di Poggiarello Renzetti a Vetulonia (GR), in Bollettino di Archeologia Online, X, n. 2019/1-2, 2019, pp. 169-200.
  • Giovanna Mandara e Simona Rafanelli, Nuove riflessioni sulla Tomba del Duce di Vetulonia, in Ascesa e crisi delle aristocrazie arcaiche in Etruria e nell'Italia preromana, collana Annali della Fondazione per il Museo «Claudio Faina» XXVII, Roma, Quasar, 2020, pp. 329-384.
  • (EN) Lionello Morandi, Early Iron Age Finds from the Villanovan Cemetery of Colle Baroncio: Remarks on Early Vetulonia and Its Connections, in Mediterranean Archaeology, vol. 26, 2013, pp. 1-14.
  • Lionello F. Morandi, La collezione Guidi nel Museo Archeologico di Grosseto. La necropoli di Colle Baroncio e la prima età del Ferro a Vetulonia, collana Quaderni del MAAM 3, Arcidosso, Effigi, 2022.
  • Area archeologica di Vetulonia, su Direzione regionale Musei nazionali Toscana. URL consultato l'8 luglio 2026.

Voci correlate

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Altri progetti

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Collegamenti esterni

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