Pyrgi
| Pyrgi | |
|---|---|
| Civiltà | etrusca, romana |
| Utilizzo | città portuale e santuario |
| Epoca | dalla fine del VII secolo a.C. al II secolo |
| Localizzazione | |
| Stato | |
| Comune | Santa Marinella |
| Dimensioni | |
| Superficie | circa 10 ettari (abitato etrusco) m² |
| Scavi | |
| Data scoperta | 1957 |
| Date scavi | dal 1957 |
| Organizzazione | Sapienza Università di Roma |
| Archeologo | Massimo Pallottino, Giovanni Colonna |
| Amministrazione | |
| Ente | Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l'Etruria meridionale |
| Visitabile | Sì |
| Sito web | www.beniculturali.it/luogo/antiquarium-di-pyrgi-e-area-archeologica |
| Mappa di localizzazione | |
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Pyrgi (in greco Πύργοι, "torri") era il principale scalo portuale della città etrusca di Caere, situato sul litorale tirrenico in corrispondenza dell'odierna Santa Severa, frazione di Santa Marinella. Il nome etrusco del sito non è documentato.[1]
Comprendeva un abitato costiero di circa dieci ettari, un sistema portuale sfruttante le insenature naturali della costa e due santuari affiancati, che nella fase di massimo sviluppo occuparono un fronte di oltre 180 metri: un complesso di estensione senza confronti in Etruria, per il quale si è cercato il termine di paragone in Grecia e in Magna Grecia.[2] Nel santuario monumentale furono rinvenute nel 1964 le lamine di Pyrgi, il più importante documento bilingue dell'antichità italica preromana. Il sito è collegato a Caere da una strada monumentale ed è l'unico santuario extraurbano etrusco di cui le fonti greche e latine diano descrizioni geografiche e storiche precise.[3]
Il nome e le fonti antiche
[modifica | modifica wikitesto]Il nome con cui gli Etruschi chiamavano il proprio scalo non è documentato da alcuna fonte, né letteraria né epigrafica, e non è ricostruibile: tutte le denominazioni antiche del sito sono alloctone. Il toponimo corrente è di origine greca e significa "torri": la sua tradizionale connessione con l'etnico Τυρσηνοί, inteso come "abitanti di torri", risale a Dionigi di Alicarnasso.[1] Le forme attestate sono Pyrgoi, Pyrgi, Pyrgos e Pyrgessa, con l'etnico Pyrgensis; il nome latino deriva dal greco.[4]
La più antica menzione letteraria si trova nello Pseudo-Aristotele, a proposito del saccheggio del 384 a.C., in un testo di fine IV o inizio III secolo a.C.[4] Il sito ricorre poi in Strabone, che lo definisce epineion di Caere, in Diodoro Siculo, in Livio, in Pomponio Mela, in Plinio, in Tolomeo, in Marziale, in Ateneo, che lo chiama polis e ne ricorda la pesca, e in Rutilio Namaziano, che nel V secolo lo descrive come oppidum parvum; Servio lo definisce castellum e lo dice metropoli dei pirati tirreni. Nelle fonti tardoantiche compare regolarmente come stazione della via Aurelia.[4] Cicerone ne attesta l'etnico, mentre Lucilio ricorda gli scorta pyrgensia e Svetonio annota che a Pyrgi morì Domizio Enobarbo, padre di Nerone.[5]
Strabone attribuisce ai Pelasgi la fondazione del santuario di Ilizia; la notizia rientra nel più ampio ciclo di tradizioni erudite sulle origini pelasgiche di Caere e non costituisce un dato sulla fondazione dell'insediamento, che l'archeologia colloca alla fine del VII secolo a.C.[6]
Storia degli studi
[modifica | modifica wikitesto]L'ubicazione di Pyrgi non fu chiara a lungo. Gli eruditi rinascimentali ritenevano che i Pyrgensi provenissero dall'Arcadia e occupassero il litorale fra il fosso Vaccina e il Mignone; il territorio era detto "purgano" e il centro antico veniva cercato a Santa Marinella, dove esisteva una chiesa intitolata a Santa Maria in Purgano, ancora in rovina agli inizi del XVIII secolo.[7] L'identificazione corretta con Santa Severa si deve a Filippo Cluverio, attratto dagli avanzi di mura poligonali del castrum romano inglobati nel castello medievale.[7]
Nell'Ottocento la tendenza ad attribuire la tecnica poligonale a popolazioni mitiche, unita alla notizia straboniana sulla fondazione pelasgica del santuario, indusse Luigi Canina a ricostruire l'insediamento preromano all'interno del recinto poligonale, collocandovi il santuario nel centro geometrico. La corretta lettura diacronica del comparto costiero fu proposta soltanto nel 1957 da Ferdinando Castagnoli e Lucos Cozza con l'ausilio della fotogrammetria aerea, in concomitanza con l'individuazione sul terreno del santuario etrusco.[7]
Gli scavi sistematici presero avvio nello stesso 1957 sotto la direzione di Massimo Pallottino, per iniziativa dell'Università di Roma; furono poi diretti da Giovanni Colonna dal 1981 al 2008, con Francesca Melis e Maria Paola Baglione, e successivamente da quest'ultima.[8] Alle ricerche a terra si affianca dal 1999 il progetto "Pyrgi sommersa", curato dal Museo del Mare e della Navigazione Antica di Santa Severa, che ha esplorato i fondali antistanti il castello e i santuari.[9]
Il porto e l'abitato
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La cornice ambientale e il sistema portuale
[modifica | modifica wikitesto]La scelta del sito da parte di Caere, nonostante la distanza non trascurabile dalla città, è motivata anzitutto dalla presenza di una sorgente che sgorga tuttora abbondante nell'immediato entroterra, alla quale si devono le tracce di frequentazione del litorale fin dal neolitico medio.[10] La linea di costa antica era assai diversa dall'attuale: le ricognizioni subacquee e i dati sull'innalzamento del livello marino hanno permesso di riconoscere, per le fasi preistoriche, una costa più avanzata di alcune centinaia di metri e due promontori oggi sommersi, con una morfologia naturalmente adatta ad approdi riparati dai venti di scirocco e di libeccio.[9]
Le esplorazioni dei fondali hanno individuato un porto-canale scavato artificialmente nel banco roccioso davanti al castello, parzialmente colmato da un deposito con ceramiche comprese fra il VI secolo a.C. e l'età medievale; entro il 600 a.C. il porto comprendeva due bacini collegati da canali.[11] Secondo Colonna lo scalo univa funzioni commerciali e di arsenale militare, ed è probabile che la flotta impegnata nella battaglia del mare Sardo sia stata armata e varata qui.[11] Il rinvenimento in Provenza del relitto etrusco del Grand Ribaud F fa ipotizzare che già in età arcaica Pyrgi disponesse di attrezzature adeguate a navi da carico di tonnellaggio considerevole.[11]
L'abitato etrusco
[modifica | modifica wikitesto]L'abitato costiero si estendeva per almeno dieci ettari, impiantato sul promontorio roccioso poi occupato dal castrum romano e dal castello medievale e sviluppato verso sud fino all'area santuariale. Il mare ne ha eroso porzioni crescenti già in età antica, e resta un settore archeologico in larga parte non indagato; e la principale fonte di informazione resta la sezione stratigrafica intagliata dal mare lungo la scarpata.[6]
La fondazione risale alla fine del VII secolo a.C. e avvenne per diretto intervento della città madre, che si esprime tanto nella strada monumentale quanto in una poderosa opera di bonifica del litorale: un banco di argilla mescolata a cocci finemente triturati, una sorta di cordone dunale artificiale. L'intervento si sovrappone a una precedente fase di frequentazione, fra la fine dell'VIII e il pieno VII secolo, che è stata messa in relazione con attività di briquetage, cioè con la produzione del sale.[10][12]
L'insediamento non seguiva un piano ortogonale: una rete viaria secondaria di strade in terra battuta, larghe in media due metri, ritagliava isolati separati da stretti ambitus destinati al passaggio e allo smaltimento delle acque, e gli isolati si adattavano alla morfologia dell'insenatura costiera aprendosi a ventaglio, con orientamento prevalente nord-est/sud-ovest.[13] La lottizzazione del suolo pubblico è documentata dalle sezioni stratigrafiche e da una stele iscritta recuperata nel 1968, con l'iscrizione (m)arces (m)arcaska databile al terzo o quarto quarto del VI secolo, nella quale si è riconosciuto il segnacolo che delimitava la proprietà di un magazzino appartenente a un forestiero dal nome latino.[14]
Ciascun isolato subì numerose ristrutturazioni, con un massimo di cinque livelli di case sovrapposti fra lo scorcio del VII e il III secolo a.C.; la distribuzione dei pozzi, riconoscibile anche nella parte sommersa, permette di individuare unità abitative affiancate ad aree cortilizie, mentre tegole di compluvio e basi di colonne in tufo segnalano l'introduzione della casa ad atrio verso la fine del VI secolo.[13] Al secondo quarto del V secolo appartiene la cosiddetta Casa delle Anfore, messa in luce da una mareggiata nel 1982: un vano il cui pavimento era coperto da un letto di anfore prevalentemente d'importazione, con funzione insieme commerciale e abitativa, confrontata con la Punic Amphora Building di Corinto.[14]
La strada per Caere
[modifica | modifica wikitesto]Il collegamento con la città madre era assicurato da una strada larga oltre dieci metri, interamente lastricata e provvista di cordoli e sistemi di drenaggio, lunga circa tredici chilometri, percorribile da carri nei due sensi: un'opera la cui concezione è stata accostata al collegamento fra Atene e il Pireo.[11] Il tracciato ricalca un percorso extraurbano più antico e raggiunge la costa descrivendo un'ampia curva a gomito, che al tempo dei lavori per il tempio A fu trasformata in uno slargo e dotata di un ingresso a porta scea.[13][N 1]
Lungo il percorso, a circa quattro chilometri da Caere, sorgeva il complesso monumentale di Montetosto, un edificio a corte di grandi dimensioni costruito verso il 530-520 a.C. di fronte a un tumulo orientalizzante; Colonna vi ha riconosciuto il santuario eretto per espiare la lapidazione dei prigionieri focei ricordata da Erodoto, identificazione ripresa da Mario Torelli e giudicata prematura da Dominique Briquel.[15]
Il santuario monumentale
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Il complesso santuariale si articola in due aree sacre distinte, separate da un corso d'acqua collegato alla sorgente dell'entroterra, per un fronte sul mare di 180 metri e una superficie che sfiora l'ettaro e mezzo.[16] L'area settentrionale, detta santuario monumentale, era cinta da un muro di temenos ed è il risultato di una progettazione accurata.[16]
Il tempio B e le lamine
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Il tempio B, il più antico, fu eretto verso il 510 a.C.: è un periptero a cella unica di 18,64 per 28,41 metri, con quattro colonne in duplice fila in facciata e sei sui lati lunghi, di pianta ispirata a modelli greci forse mediati dalla Campania; le lastre a rilievo recavano episodi del ciclo di Eracle e la coppia acroteriale raffigurava l'eroe con Uni.[2][17] Sul lato meridionale si allineano oltre venti celle affiancate, per le quali Colonna ha proposto l'identificazione con la sede di sacerdotesse dedite alla prostituzione sacra, culto di importazione fenicia forse proveniente da Erice; l'ipotesi è stata contestata e altri vi hanno riconosciuto un katagogion, cioè un alloggio per i frequentatori del santuario.[17][2]
Nel 1964 Colonna rinvenne nell'area C, uno spazio quadrangolare a cielo aperto addossato al muro settentrionale del tempio B, tre lamine d'oro iscritte e una lamina di bronzo. Il testo etrusco e quello fenicio documentano una dedica di Thefarie Velianas, indicato in etrusco con il titolo di zilath e in fenicio con quello di re, nel terzo anno del suo potere.[18] Il testo fenicio non è una traduzione letterale dell'etrusco, ma ne fornisce un modello interpretativo.[18]
Sull'oggetto della dedica le posizioni divergono. Secondo la lettura corrente il tempio con i suoi annessi fu costruito e dedicato a Uni assimilata alla fenicia Astarte.[2] Mauro Cristofani ha invece sostenuto che il testo fenicio nomini come oggetto della dedica un sacello e forse una statua compresi in un tempio che poteva già esistere al momento dell'atto, e ne ha tratto che il santuario e il culto di Uni perdano il carattere esotico e in particolare cipriota sottolineato da gran parte della letteratura, risultando fondamentalmente locali.[17]
Il tempio A
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Le sconfitte etrusche di Imera nel 480 e di Cuma nel 474 a.C. coincidono con la probabile caduta della tirannide a Caere. Il nuovo regime promosse un ampliamento del santuario che ne raddoppiò quasi l'estensione, con seimila metri quadrati in più, l'allargamento del muro di cinta e un ingresso monumentale sulla strada da Caere, che assunse così rango di via sacra.[3]
Il tempio A, eretto una ventina di metri a nord del precedente e parallelo a esso, misura 25,75 per 21,90 metri e ha pianta tuscanica a tripla cella. La datazione oscilla fra il 480-470, sulla base dello stile delle terrecotte, e il decennio successivo, secondo i dati di scavo.[17][2] Fu dedicato con ogni probabilità a Thesan, la dea etrusca dell'aurora assimilata a Mater Matuta e a Leucotea, come indica una tabella bronzea iscritta anteriore alla costruzione dell'edificio.[17][19]
Alla trave di colmo del tempio A apparteneva l'altorilievo di Pyrgi, lastra di oltre un metro e mezzo con episodi del mito dei Sette contro Tebe: Capaneo che sfida Zeus, Tideo che azzanna il capo di Melanippo e Atena che si ritrae inorridita. Baglione vi legge una condanna della precedente tirannide di Thefarie Velianas.[2]
Il santuario meridionale
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L'area sacra meridionale fu individuata nel 1983 in modo del tutto inatteso: sigillata da una spessa coltre alluvionale, non era emersa né dalle arature del 1957 né dalle prospezioni della Fondazione Lerici, e fu intercettata mentre si verificavano alcune anomalie magnetiche che si riteneva appartenessero ai depositi votivi del santuario monumentale.[16]
L'area meridionale si comporta in modo opposto al vicino santuario di Uni e Leucotea: rinuncia programmaticamente a ogni effetto monumentale e non sembra obbedire ad alcun disegno stabilito in anticipato: al posto di templi si trovano altari e sacelli di varia tipologia, realizzati con tecniche e materiali analoghi a quelli delle abitazioni.[16] Organizzata a quote prossime al livello del mare, l'area soffriva di una forte tendenza all'impaludamento e fu oggetto di reiterati interventi di regimentazione idrica; la frequentazione fu preceduta da una consistente opera di bonifica, e nella seconda metà del VI secolo un riporto di argilla gialla formò una vera e propria collina artificiale, realizzata con la stessa tecnica impiegata per innalzare il tempio B.[20]
Alla fase arcaica appartiene l'edificio β, articolato in due celle di larghezza diseguale con portico sul lato orientale, cui è attribuito un tetto con antefisse a testa femminile e acroteri a busto di Acheloo, tipo privo di confronti. Nel massetto pavimentale delle celle erano sepolti doni distinti, un paio di orecchini d'oro e una olpetta di tipo ionico, che qualificano la pertinenza dell'edificio a una coppia divina di sesso diverso.[20]
Verso il 500 a.C. fu ricavato nell'area il deposito votivo ρ, costituito da almeno quarantaquattro vasi d'importazione deposti in una buca circolare profonda cinquanta centimetri secondo una prassi rigorosa: dapprima un'anfora centrale contenente una parure d'argento, poi i vasi suddivisi e abbinati per forme su tre livelli. In superficie il deposito era segnalato dall'altare ν, un disco di arenaria di circa centoventi centimetri di diametro la cui forma evoca il disco solare.[21] Fra il primo e il secondo quarto del V secolo l'area fu ampliata e la sommità della collina artificiale ricevette una delimitazione monumentale, il muro τ; sulla base della sua traccia in negativo è stato proposto di ricostruire un recinto quadrangolare il cui lato misurava una sessantina di piedi e i cui angoli guardavano ai quattro punti cardinali, che avrebbe funzionato da polo generatore dell'intera area sacra e che è stato assimilato a un templum in terris.[21]
Le divinità titolari sono note dalle dediche: Cavatha, assimilata a Kore e attestata da non meno di diciassette iscrizioni, e il suo paredro Śuri, per Colonna in origine l'Apollo Soranus falisco, divinità ctonia e oracolare.[19] Il santuario meridionale è stato riconosciuto come il più antico e articolato luogo di culto demetriaco dell'Etruria, e ha restituito una quantità straordinaria di ceramica attica, per varietà e qualità di forme rare senza confronti nei contesti sacri coevi.[3] Fra i pezzi più notevoli una phiale mesomfalica attica a figure rosse di 41,7 centimetri di diametro, con la strage dei Proci all'esterno, forse la più antica raffigurazione conservata del tema, e un simposio all'interno.[22]
Il saccheggio di Dionisio
[modifica | modifica wikitesto]Nel 384 a.C. Dionisio I di Siracusa attaccò Pyrgi, sbarcando di notte le proprie truppe e saccheggiando l'area santuariale. L'entità del bottino è valutata in mille talenti da alcune fonti e in millecinquecento da altre.[N 2][15][3] L'episodio ebbe vasta eco nel mondo greco e la tradizione superstite è sistematicamente ostile al tiranno, accusato di avere agito per avidità dietro il pretesto di liberare il Tirreno dalla pirateria etrusca.[15]
Dopo l'incursione il santuario meridionale fu ritualmente sigillato e l'attività si spostò nel settore settentrionale, con la creazione di una nuova piazza; nel santuario monumentale le strutture furono obliterate e i piazzali realizzati con un enorme riempimento nel quale confluirono ex voto, resti di sacrifici e strumenti di culto.[22]
La colonia romana
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Il santuario restò frequentato fino alla prima metà del III secolo a.C.[23] Nel quadro della conquista romana di Caere del 273 a.C. e della confisca di metà del suo territorio, sulla fascia costiera furono dedotte colonie marittime di cittadini romani, fra cui Pyrgi.[24][N 3]
La colonia occupò un'area assai ridotta rispetto all'insediamento etrusco, cingendo con una cinta in opera poligonale il solo settore arroccato sul promontorio; il circuito ricalca il limite meridionale di un preesistente asse stradale etrusco.[13][23] I blocchi provengono verosimilmente da un promontorio roccioso in località Grottini, due chilometri più a nord, oggi smantellato dall'erosione marina.[12] Con la fondazione della colonia gli edifici sacri furono smantellati e le decorazioni interrate; il culto all'aperto proseguì tuttavia, sia pure in forme sporadiche, almeno fino al II secolo a.C.[3]
Nel 191 a.C. i coloni maritimi di Pyrgi figurano fra quelli che chiesero al pretore l'esenzione dal servizio militare.[5] Il porto decadde già all'inizio del II secolo d.C., quando sepolture alla cappuccina e in anfora occuparono il circuito esterno delle mura; in età imperiale sono attestati culti a Esculapio, al Sole e al Pater Pyrgensis, e lungo il litorale sorsero le villae grandes ricordate da Rutilio Namaziano.[23] Le indagini condotte dal 2003 all'interno del castello hanno messo in luce murature di età imperiale impostate senza soluzione di continuità sui resti dei muri delle case etrusche più recenti.[14]
Musealizzazione
[modifica | modifica wikitesto]I materiali più importanti, fra cui le lamine e l'altorilievo del tempio A, sono conservati nel Museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma. Nel 1972 fu aperto sul posto l'antiquarium di Pyrgi, oggi ospitato nel castello di Santa Severa, che accoglie anche il Museo del Mare e della Navigazione Antica.[8][9]
Note
[modifica | modifica wikitesto]Note esplicative
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ La datazione della strada varia da autore ad autore: Michetti la assegna alla fine del VII secolo sulla base delle tombe a dado sorte ai suoi bordi, Baglione colloca la definizione del tracciato nella seconda metà del VII secolo e la monumentalizzazione in età tardoarcaica, de Grummond alla prima metà del VI secolo.
- ↑ Turfa indica mille talenti citando Diodoro; Michetti e Baglione millecinquecento, con rimando anche a Strabone, allo Pseudo-Aristotele e a Polibio.
- ↑ La data della deduzione è discussa: Cristofani la colloca fra il 264 e il 245, Baglione intorno al 270-268, mentre la tavola cronologica di Camporeale indica il 191 a.C.
Note bibliografiche
[modifica | modifica wikitesto]- 1 2 Michetti 2016, pp. 73-78
- 1 2 3 4 5 6 Baglione 2013, pp. 615-620
- 1 2 3 4 5 Michetti 2016, pp. 80-85
- 1 2 3 Cristofani 1994, pp. 579-582
- 1 2 Cristofani 1994, pp. 582-585
- 1 2 Belelli Marchesini 2013b, pp. 247-259
- 1 2 3 Belelli Marchesini 2013b, pp. 249-251
- 1 2 de Grummond 2016b, pp. 271-274
- 1 2 3 Enei 2018, pp. 343-346
- 1 2 Belelli Marchesini 2013b, pp. 255-259
- 1 2 3 4 Michetti 2016, pp. 76-80
- 1 2 Baglione-Belelli Marchesini 2015, pp. 131-135
- 1 2 3 4 Belelli Marchesini 2013b, pp. 259-262
- 1 2 3 Belelli Marchesini 2013b, pp. 251-255
- 1 2 3 Turfa 2016, pp. 87-95
- 1 2 3 4 Belelli Marchesini 2013a, pp. 11-15
- 1 2 3 4 5 Cristofani 1994, pp. 585-588
- 1 2 Wallace 2016, pp. 45-48
- 1 2 de Grummond 2016, pp. 152-155
- 1 2 Belelli Marchesini 2013a, pp. 16-21
- 1 2 Belelli Marchesini 2013a, pp. 19-25
- 1 2 Baglione 2013, pp. 620-626
- 1 2 3 Cristofani 1994, pp. 588-590
- ↑ Torelli 2016, pp. 266-268
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]- (EN) Maria Paola Baglione, The Sanctuary of Pyrgi, in Jean MacIntosh Turfa (a cura di), The Etruscan World, Londra-New York, Routledge, 2013, pp. 613-626.
- Maria Paola Baglione e Barbara Belelli Marchesini, Nuovi dati dagli scavi nell'area a nord del santuario nella seconda metà del VI sec. a.C., in Scienze dell'Antichità, vol. 21, n. 2, 2015, pp. 131-149.
- Barbara Belelli Marchesini, Le linee di sviluppo topografico del Santuario Meridionale, in Maria Paola Baglione e Maria Donatella Gentili (a cura di), Riflessioni su Pyrgi. Scavi e ricerche nelle aree del santuario, Roma, L'Erma di Bretschneider, 2013, pp. 11-30.
- Barbara Belelli Marchesini, Considerazioni sull'abitato etrusco di Pyrgi, in Maria Paola Baglione e Maria Donatella Gentili (a cura di), Riflessioni su Pyrgi. Scavi e ricerche nelle aree del santuario, Roma, L'Erma di Bretschneider, 2013, pp. 247-262.
- Giovannangelo Camporeale, Gli Etruschi. Storia e civiltà, 4ª ed., Torino, UTET, 2015.
- Mauro Cristofani, Pirgi, in Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle Isole Tirreniche, vol. 13, Pisa-Roma, Scuola Normale Superiore-École française de Rome, 1994, pp. 579-590.
- (EN) Nancy Thomson de Grummond, Ritual and Religion. Life at the Sanctuaries, in Nancy Thomson de Grummond e Lisa C. Pieraccini (a cura di), Caere, Austin, University of Texas Press, 2016, pp. 149-163.
- (EN) Nancy Thomson de Grummond, Rediscovery and Recognition, in Nancy Thomson de Grummond e Lisa C. Pieraccini (a cura di), Caere, Austin, University of Texas Press, 2016, pp. 271-274.
- Flavio Enei, Pyrgi sommersa: i risultati delle nuove indagini subacquee nel porto dell'antica Caere, in Annali della Fondazione per il Museo Claudio Faina, XXV, Roma, Quasar, 2018, pp. 343-370.
- (EN) Laura Maria Michetti, Ports. Trade, Cultural Connections, Sanctuaries, and Emporia, in Nancy Thomson de Grummond e Lisa C. Pieraccini (a cura di), Caere, Austin, University of Texas Press, 2016, pp. 73-85.
- (EN) Mario Torelli, The Roman Period, in Nancy Thomson de Grummond e Lisa C. Pieraccini (a cura di), Caere, Austin, University of Texas Press, 2016, pp. 263-270.
- (EN) Jean MacIntosh Turfa, Prisoners and Plagues. The Battle over Alalia, in Nancy Thomson de Grummond e Lisa C. Pieraccini (a cura di), Caere, Austin, University of Texas Press, 2016, pp. 87-95.
- (EN) Rex Wallace, Literacy and Epigraphy of an Etruscan Town, in Nancy Thomson de Grummond e Lisa C. Pieraccini (a cura di), Caere, Austin, University of Texas Press, 2016, pp. 41-48.
Voci correlate
[modifica | modifica wikitesto]Altri progetti
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Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Pyrgi
Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- Sito ufficiale, su beniculturali.it.
- Pirgi, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- Giovanni Colonna, PYRGI, in Enciclopedia Italiana, V Appendice, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1994.
- Pirgi, su sapere.it, De Agostini.
- (EN) Pyrgi, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
| Controllo di autorità | VIAF (EN) 237277287 |
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