Alpinismo
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L'alpinismo è una disciplina sportiva che si basa sul superamento delle difficoltà incontrate durante la salita di una montagna. L'ascesa (arrampicata) alpinistica può avvenire su roccia o su neve e ghiaccio.
La differenza fondamentale tra l'alpinismo propriamente detto e la disciplina dell'arrampicata sportiva è che, mentre nell'alpinismo lo scopo è il raggiungimento della vetta di una montagna, nell'arrampicata lo scopo principale è il superamento di una parete (naturale o artificiale) o di una parte di essa, dove la difficoltà è generalmente maggiore.
Una ulteriore differenza tra alpinismo ed arrampicata sportiva è che, in generale, le difficoltà incontrate nell'alpinismo sono prevalentemente legate all'ambiente (es. altitudine, presenza di ghiaccio, esposizione alla variazioni meteorologiche, lontananza da luoghi abitati) mentre nell'arrampicata sportiva prevalgono le difficoltà tecniche (es. parete strapiombante, scarsità di appigli ed appoggi). Ne consegue che la pratica dell'alpinismo, oltre ad una adeguata preparazione fisica, richiede una particolare conoscenza dell'ambiente di montagna mentre nell'arrampicata sportiva è necessario portare ai massimi livelli l'allenamento fisico specifico. E anche vero che la grande progressione delle difficoltà superate in falesia ha contribuito ad innalzare molto anche il livello di difficoltà delle salite in ambiente alpino.
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[modifica] Storia dell'Alpinismo
[modifica] La preistoria
L'ambiente alpino è stato popolato fin dalla preistoria e la presenza umana a quote ben superiori al fondovalle è testimoniata da ritrovamenti archeologici (Uomo del Mondeval presso Selva di Cadore, Uomo del Similaun nella zona di Merano). La motivazione che spinse i primi abitanti delle Alpi a salire oltre i boschi ed i pascoli era molto probabilmente legata alla caccia o a riti religiosi. Si hanno notizie di alcune salite già nel XIV secolo; il 26 aprile 1336 giorno del salita del Mont Ventoux (1909 m s.l.m. in Provenza) da parte di Francesco Petrarca e del fratello Gherardo. Pochi anni dopo, il 1º settembre 1358, Bonifacio Rotario d'Asti raggiungeva la sommità del Rocciamelone montagna alta ben 3538 m s.l.m..
Tra le imprese della “preistoria apinistica” va ricordata l'ascensione del Mont Aiguille (2085 m s.l.m.) nella regione francese del Vercors). Essa fu effettuata il 26 giugno 1492, su ordine di Carlo VIII, da Antoine de Ville con una squadra di esperti costruttori di chiese. All'ascensione, capitanata da un esperto militare, parteciparono anche religiosi e maestranze locali che eressero in cima tre croci e una piccola cappella votiva.
Al di là di questi episodi sporadici fino alla fine del settecento le alte montagne alpine continuarono a rappresentare un territorio privo di risorse di interesse, pericoloso e frequentato solo dai cacciatori e dai viaggiatori. Un ambiente in gran parte ignoto e per questo ritenuto popolato da creature malvagie e sovrannaturali.
[modifica] La salita delle principali vette delle Alpi
Tradizionalmente la nascita dell'alpinismo viene posta l'8 agosto 1786, giorno della prima ascensione del Monte Bianco. La spinta ad effettuare la salita venne da uno scienziato ginevrino (Horace-Bénédict de Saussure) ma essa venne realizzata da un medico (Michel Gabriel Paccard) e da un cacciatore e cercatore di cristalli (Jacques Balmat) di Chamonix. In questa prima fase l'azione è promossa da appartenenti alle classi agiate non residenti in montagna ma è realizzata anche grazie alla partecipazione di abitanti del luogo, conoscitori dell'ambiente montano (le guide alpine). Inizialmente la motivazione a raggiungere la sommità delle principali vette era di poter effettuare misurazioni di pressione e temperatura oltre che di esplorare l'ambiente glaciale ancora sconosciuto. Per esempio prima della salita al Monte Bianco si pensava che una sola notte trascorsa su un ghiacciaio ad alta quota potesse essere fatale. L'ascensione sulle vette alpine venne ben presto affiancata dal gusto della scoperta come estensione del turismo alpino praticato in particolare da inglesi e tedeschi. Nella prima metà dell'ottocento vengono salite per la prima volta tutte le cime principali della Alpi tra cui:
- Großglockner – 1800
- Monte Rosa (Punta Giordani) – 1801
- Ortles – 1804
- Jungfrau – 1811
- Bernina – 1829
- Pelmo – 1857
- Monviso – 1861
- Grandes Jorasses – 1863
- Marmolada – 1864
- Cervino – 1865
Questo periodo si conclude idealmente il 14 luglio 1865 con la prima scalata del Cervino. Se la salita del Monte Bianco era stata in qualche misura suscitata da un interesse scientifico e di scoperta, l'impresa dell'inglese Edward Whymper contiene gli ingredienti che caratterizzeranno l'alpinismo in futuro: la sfida fine a sé stessa con una montagna di grande attrazione estetica (nessun barometro fu portato in cima al Cervino), la competizione tra diverse cordate e nazionalità (la prima ascensione avvenne in un clima di aspra competizione con una cordata italiana), la tragedia di un incidente mortale (durante la discesa persero la vita quattro dei sette componenti della cordata) e le successive polemiche.
[modifica] Nascita dei Club alpini
Nello stesso periodo si costituiscono le prime associazioni alpinistiche: l'Alpine Club inglese nel 1857, l'Österreichischer Alpenverein austriaco nel 1862, il Club Alpino Italiano (C.A.I) nel 1863, il Deutscher Alpenverein nel 1869, la Società degli Alpinisti Tridentini (S.A.T.) nel 1872, e il Club Alpino Francese nel 1874.
| Per approfondire, vedi la voce Club alpino. |
[modifica] La salita delle pareti, la ricerca delle difficoltà e l'avvento del sesto grado
Lo stesso giorno della conquista del Cervino un'altra cordata inglese apriva un nuovo itinerario sul Monte Bianco scalando il versante italiano della Brenva, una parete molto vasta e complessa, sicuramente ben più difficile della via di salita utilizzata settantanove anni prima durante la prima ascensione. Poco dopo, siamo nel 1872, W.M. Pendlebury, C. Taylor con F.Imseng, G.Spechtenhauser e G.Oberto riescono in un'impresa ancora più ardua e soprattutto molto più pericolosa: scalano infatti la celebre parete est del Monte Rosa a Macugnaga, la più alta delle Alpi e l'unica di dimensioni himalayane. L'interesse non è più la conquista della cima ma percorrere i versanti o le strutture della montagna (creste, canaloni, cenge) ancora inesplorati; al posto di cercare la via più agevole si identifica un versante o una struttura esteticamente attraente e si affinano le capacità tecniche necessarie a superare gli ostacoli posti dalla montagna. Un esempio sono le scalate dell'inglese Albert Mummery che il 5 agosto 1881 assieme alle guide Burgener e Venetz raggiunge per primo la cima del Grèpon (Aiguilles de Chamonix) superando difficoltà fino al IV grado. Nei primi anni del Novecento le capacità tecniche di arrampicata su roccia trovano espressione ideale nelle aguzze e slanciate cime dolomitiche e dei massicci calcarei austriaci dove sono particolarmente attivi alpinisti di lingua tedesca che portano il livello delle difficoltà massime intorno al V e V grado superiore. In particolare si distinguono Hans Dulfer e Paul Preuss. Mentre il primo ammetteva l'uso di chiodi per ridurre il rischio di caduta e forse anche per facilitare la progressione (Totenkirchl, parete ovest nel 1912) il secondo praticava un'etica severa escludendo l'uso di mezzi artificiali e spesso realizzando le proprie imprese in solitaria (ad esempio Campanile Basso di Brenta, parete est il 28 luglio 1911). In questo periodo gli alpinisti iniziano a praticare la montagna senza guide che, specialmente nelle economie stremate del dopoguerra, si troveranno private dei ricchi clienti che avevano progettato e realizzato le prime salite delle cime alpine. Uno degli ultimi esempi di guide alpine del “periodo d'oro” è il cortinese Angelo Dibona che effettuò numerose importanti prime salite sia nelle Alpi Orientali (ad esempio Cima Una, Croz dell'Altissimo) che nel gruppo del Monte Bianco ed in Delfinato. La guida fassana Tita Piaz fu tra le prime a proporsi con uno spirito moderno effettuando anche parecchie nuove ascensioni esclusivamente per propria scelta.
Dopo il primo conflitto mondiale vi fu un rilevante aumento dell'attività da parte di alpinisti austriaci e tedeschi che cercavano una sorta di rivincita ed un'affermazione nazionalistica. La “Scuola di Monaco” raffinò la tecnica di arrampicata ed introdusse la pratica dell'allenamento sistematico.
Anche in Italia si sviluppò una mentalità nazionalista, spesso in competizione con le cordate d'oltralpe. In questo periodo vi fu un una grande espansione delle vie ferrate nelle zone dolomitiche. L'avvento dei regimi totalitari favorì l'interpretazione dell'alpinismo come dimostrazione della superiorità razziale e di forza ed impeto virile. Nelle Dolomiti vengono salite le pareti più imponenti raggiungendo la massima difficoltà del tempo: il VI grado, probabilmente raggiunto per la prima volta nel 1925 da Emil Solleder con la sua nuova via lungo la parete Nord-Ovest del Civetta (salita che tradizionalmente si indica come la prima via di sesto grado e come metro per le successive imprese). Nel 1929 il sesto grado veniva finalmente raggiunto anche da un italiano, con le salite, effettuate più o meno negli stessi giorni, di Emilio Comici sulla Sorella di Mezzo, di Renzo Videsott e Domenico Rudatis lungo lo spigolo della Cima della Busazza e della guida fassana Luigi Micheluzzi sul pilastro Sud della Marmolada. Le salite di estrema difficoltà più significative di questo periodo furono:
- il pilastro sud della Punta Penia (Marmolada), Luigi Micheluzzi, 1929
- la parete nord del Lyskamm Orientale, Julius Evola, 1930
- la parete nord della Cima Grande di Lavaredo, Emilio Comici, 1933
- la parete nord-ovest della Punta Civetta, Alvise Andrich, 1934
- la parete sud della Torre Trieste, Raffaele Carlesso, 1934
- la parete nord della Cima Ovest di Lavaredo, Riccardo Cassin, 1935
- la parete sud della Punta Rocca (Marmolada), Giovanni Battista Vinatzer, 1936.
Nelle Alpi Occidentali rimanevano irrisolti tre grandi problemi: le pareti Nord del Cervino, delle Grandes Jorasses e dell'Eiger. La Nord del Cervino venne salita nel 1931 da due alpinisti austriaci, i fratelli Franz e Toni Schmid con un solo bivacco. Le possibilità di trasporto erano evidentemente meno agevoli di oggi, infatti i due fratelli fecero il viaggio in bicicletta e con tutta l'attrezzatura da Monaco di Baviera a Zermatt e ritorno. L'alpinismo non era più lo sport di nobili e benestanti viaggiatori inglesi. Per inciso, è dello stesso anno un'altra grande impresa: la salita della parete est del Monte Rosa di Macugnaga alla Punta Gnifetti per la via "dei Francesi" (Jacques Lagarde e Lucine Devies).
La Nord delle Grandes Jorasses fu oggetto di numerosi tentativi, a partire dal 1931, da parte di cordate francesi, austriache ed italiane. Il successo fu ottenuto nel 1935 da una cordata tedesca formata da Peeters e Meier, lungo il cosiddetto "sperone Croz", che non conduce direttamente alla cima principale. Il problema fu definitivamente risolto nel 1938 dalla cordata lecchese di Riccardo Cassin, Ugo Tizzoni e Gino Esposito, lungo lo sperone Walker, che con un itinerario diretto, all'epoca al massimo livello di difficoltà, sbucarono sulla cima principale delle Grandes Jorasses. L'Eiger (Oberland Bernese) fu l'ossessione degli alpinisti austriaci e tedeschi che numerosi, spinti anche dalla propaganda di regime, persero la vita nel tentativo di scalare la parete. La prima salita fu effettuata nel 1938 da una cordata composta dagli alpinisti tedeschi Heckmair e Vorg e dagli austriaci Harrer e Kasparek.
Nel periodo che precede la seconda guerra mondiale la tecnica di arrampicata sviluppata nelle Alpi Orientali fu trasferita alle Alpi Occidentali, innalzando ai massimi livelli dell'epoca le difficoltà dell'arrampicata su granito. Il 26 e 27 agosto 1930 Brendel e Schaller, della Scuola di Monaco superarono la cresta Sud dell'Aiguille Noire (versante italiano del Monte Bianco) con difficoltà di VI grado. Nel 1940 Giusto Gervasutti e Giuseppe Gagliardone supereranno, con una arrampicata libera tra le più difficili del tempo, la parete Est delle Grandes Jorasses che sovrasta la Val Ferret. Nel 1932 l'alpinismo fece parte dei Giochi olimpici.
[modifica] Il secondo dopoguerra
Dopo i tragici anni della seconda guerra mondiale l'attività alpinistica risentì delle gravi difficoltà economiche e sociali del momento. Molti dei protagonisti delle imprese degli anni precedenti al conflitto o erano deceduti o, non più giovanissimi, avevano abbandonato l'alpinismo di punta. Bisognava quindi riannodare i fili con il passato e gli alpinisti francesi (tra gli altri Gaston Rébuffat, Lionel Terray e Louis Lachenal) furono i primi a ripercorrere gli itinerari più difficili aperti negli anni trenta e quaranta nelle Alpi Occidentali.
Fino alla metà degli anni sessanta l'alpinismo fu ancora caratterizzato dalla progressione del grado di difficoltà, soprattutto in termini ambientali (isolamento, complessità) piuttosto che di pura difficoltà di arrampicata. Ma soprattutto emergono tre aspetti: le salite invernali, le solitarie e la conquista degli ottomila.
Tra gli alpinisti italiani emerge la figura di Walter Bonatti che sarà un punto di riferimento per l'alpinismo internazionale fino a circa il 1965. Bonatti, pur essendo un alpinista completo, espresse il proprio talento soprattutto nell Alpi Occidentali (tra le altre: la parete est del Grand Capucin nel 1951, la prima salita invernale della via Cassin alla cima Ovest di Lavaredo nel 1953, il pilastro sud ovest del Petit Dru in solitaria nel 1955 e la nuova via in solitaria sulla parete nord del Cervino, nell'inverno del 1965). Egli anticipò (con un suo personalissimo e a volte contraddittorio stile) alcune tendenze che emergeranno negli anni '70 e '80 come il "clean climbing" (la scalata pulita, con il minor utilizzo di chiodi e aiuti artificali).
Bonatti fu tra i primi alpinisti professionisti che portarono le proprie imprese al grande pubblico attraverso le riviste e i giornali (ad esempio la collaborazione con il settimanale Epoca che proseguì anche dopo che Bonatti abbandonò l'alpinismo per dedicarsi a viaggi e reportages in luoghi selvaggi del pianeta).
[modifica] Il "Nuovo Mattino"
All'inizio degli anni '70 la contestazione sessantottina influenzò anche l'Alpinismo, seppure con qualche anno di ritardo rispetto alle rivolte studentesche. Il nuovo movimento alpinistico prese il nome di "Nuovo Mattino", dal titolo di un articolo di Gian Piero Motti sulla "Rivista della Montagna". Si cominciarono a mettere in dubbio e contestare i metodi e gli scopi dei classici scalatori con l'idea della conquista per mezzo delle vie classiche, da ripetere con tecniche e metodologie consolidate. L'idea del movimento era quella di basare l'Alpinismo sulla scoperta della libertà, il gusto per la trasgressione, rifiutando la cultura alpinistica della vetta a tutti i costi, dei rifugi, degli scarponi, del CAI, delle guide, e deprecando la sfruttamento ambientale delle Montagne.
| « Con l'incremento dei mezzi tecnici si è creduto di progredire, ma in realtà non si è fatto che regredire sul piano umano. A poco a poco si è creata l'illusione di poter salire ovunque, si è creduto ingenuamente di poter aprire il territorio alpinistico a chiunque, usufruendo dei mezzi aggiornatissimi che la tecnica ci ha messo a disposizione. La stessa illusione amarissima la sta vivendo la società occidentale, la quale, credendo assai presuntuosamente di assoggettare la natura ai propri voleri, sta assistendo impotente alla distruzione del pianeta » | |
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(G. Motti, Rivista Fila, 2-1976)
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Vi era il rifiuto di ridurre la Montagna (e la Natura in generale) a semplice strumento, ma al tempo stesso mantenere l'Uomo al centro della natura.
| « Sarei felice se su queste pareti potesse evolversi sempre più quella nuova dimensione dell'alpinismo spogliata di eroismo e di gloriuzza da regime, impostata invece su una serena accettazione dei propri limiti, in un'atmosfera gioiosa, con l'intento di trarre, come in un gioco, il massimo piacere possibile da un'attività che finora pareva essere caratterizzata dalla negazione del piacere a vantaggio della sofferenza » | |
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(G. Motti, Scandere, 1974)
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Mediante metodi specifici di allenamento fisico e psichico, innovazioni tecniche e spesso importate dalgli Stati Uniti (i primi pionieri del free climbing sperimentavano in quegli anni sulla formazione rocciosa El Capitan [1], fino ad allora considerata quasi impossibile da scalare, nel Parco nazionale di Yosemite in California), si rese possibile vincere difficoltà che allora sembravano insormontabili: è il periodo in cui si cominciano ad utilizzare le scarpette a suola liscia, in cui viene sviluppato il free climbing.
Passati gli anni '70 e '80 il Nuovo Mattino tramonterà con le sue contraddizioni, lasciando nell'innovazione solo quello che poteva essere consumato e massificato.
| « Il free-climbing, inteso non tanto nel senso di arrampicata libera ma in quello più ambizioso e filosofico di libero arrampicare, pareva essere nato come espressione di libertà e di assoluta disinibizione. Ahimé... ora ci si va accorgendo che invece ha portato gli alpinisti a schiavitù, dogmi, imposizioni, divise da portare, fazioni, provincialismi, miti e mitucci dell'uomo-muscolo alla Bronzo di Riace, glorie e gloriuzze, re e reucci di paese... un quadro forse peggiore di quello dell'alpinismo di ieri. Il Nuovo Mattino rappresentava la possibilità di estendere la dimensione dello spirito a quelle strutture rocciose che erano invece ripudiate dagli alpinisti tradizionali » | |
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(G. Motti, Arrampicare a Caprie, 1982)
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[modifica] Messner e il settimo grado
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| « In alpinismo l'evoluzione risiede nel “come”. Io mi sforzo di affinare la mia tecnica di arrampicata, di esercitare l'occhio, di aumentare la mia resistenza. Voglio mettere alla prova i miei progressi, e questo posso farlo nel modo migliore con una prima ascensione, con l'apertura di itinerari nuovi e arditi. Una salita è tanto più ardita quanto minore è l'impiego di materiale in rapporto alle difficoltà complessive. Molti dei più grossi problemi delle Alpi sono stati risolti. Se noi impariamo a rinunciare, la scoperta delle Alpi non ha fine » | |
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(R. Messner, Settimo grado, 1973)
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A seguito delle esperienze anglosassoni e nell'ambito (almeno in Italia) delle idee del Nuovo Mattino, già da alcuni anni si dibatteva sulla necessità di aprire la scala delle difficoltà verso l'alto, oltre i VI grado.
L'UIAA oppose una fortissima (e cieca) resistenza a tale logica evoluzione delle scale di difficoltà. Si pensi che nel 1977 Jean Claude Droyer aveva scalato la via Bonatti sul Capucin con 9 chiodi soltanto, oltrepassando dunque la definizione classica del VI grado secondo Welzenbach e Rudatis.
[modifica] Gli anni novanta
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Sono da ricordare le grandi discese dalle pareti nord del Monte Bianco, da parte del grande snowboarder francese Marco Siffredi che calcando le orme di Jean Marc Boivin è stato il primo snowboarder a scendere in solitaria la parete Nant Blanc (oltre 50°) di pendenza.
[modifica] Bibliografia
- Claire Eliane Engel, Storia dell'alpinismo, Mondadori, 1969. In appendice Cento anni di alpinismo italiano di Massimo Mila.
- Alessandro Pastore, Alpinismo e storia d'Italia, Il Mulino, 2003; ISBN 88-15-09429-6
- Gian Piero Motti, La storia dell'alpinismo, L'Arciere Vivalda, 1994; ISBN 88-7808-110-8
- Doug Scott, Le grandi pareti, Il Castello, 1976
- Enrico Camanni, Nuovi mattini. Il singolare Sessantotto degli alpinisti, 1998, CDA & VIVALDA
[modifica] Note
- ^ Free climbing - ci fu il tempo in cui lo chiamavano così racconto di Franco Perlotto
[modifica] Voci correlate
- Soccorso Alpino
- UIAA unione internazionale associazioni alpinistiche
- CAI club alpino italiano
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[modifica] Collegamenti esterni
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