Senso (film)

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Senso
Valli+granger Senso 1954.jpg
Alida Valli e Farley Granger, interpreti di "Senso" in una scena del film diretto da Luchino Visconti
Titolo originale Senso
Lingua originale Italiano, Tedesco
Paese di produzione Italia
Anno 1954
Durata 115 min[1].
Colore colore
Audio sonoro
Genere drammatico / storico
Regia Luchino Visconti
Soggetto Camillo Boito
Sceneggiatura Suso Cecchi D'Amico e Luchino Visconti con la collaborazione di Carlo Alianello, Giorgio Bassani, Giorgio Prosperi, e, per i dialoghi, Paul Bowles e Tennessee Williams.
Produttore Lux Film
Distribuzione (Italia) Lux Film (1954)
Fotografia Aldo Graziati, Robert Krasker, Giuseppe Rotunno
Montaggio Mario Serandrei
Musiche Settima sinfonia di Anton Bruckner e Giuseppe Verdi, diretta da Franco Ferrara
Scenografia Ottavio Scotti
Costumi Piero Tosi, Marcel Escoffier
Trucco Alberto De Rossi
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani

Senso è un film del 1954 diretto da Luchino Visconti, con Farley Granger ed Alida Valli quali interpreti principali. Assistenti alla regia furono Francesco Rosi e Franco Zeffirelli, entrambi all'epoca quasi all'inizio della carriera.


«Cosa m’importa se i miei compatrioti hanno vinto oggi
una battaglia in un posto chiamato Custoza,
quando so che perderanno la guerra … e non solo la guerra ?
E un intero mondo sparirà, quello cui apparteniamo tu ed io.
E il nuovo mondo non ha alcun interesse per me».

Franz Mahler, tenente austriaco (Farley Granger) alla contessa Livia Serpieri (Alida Valli).

Trama[modifica | modifica sorgente]

Venezia, 27 maggio 1866, vigilia della terza guerra di Indipendenza. La voce fuori campo della contessa Livia Serpieri racconta una vicenda iniziata quando, durante una rappresentazione del "Trovatore" alla Fenice, i sostenitori della riunione del Veneto all’Italia lanciano dei volantini anti austriaci. Dagli incidenti che ne seguono nasce uno scontro verbale tra il nobile Roberto Ussoni, fervente filo italiano, ed il tenente dell’esercito austriaco Franz Mahler, con conseguente sfida a duello. Livia, presente a teatro, cugina di Ussoni e favorevole alla causa italiana benché sposata ad un nobile veneto filo austriaco, chiede di essere presentata a Mahler e cerca di convincerlo a rinunciare al duello, temendo per le sorti del cugino. Ma Ussoni viene arrestato e condannato all’esilio.

Quando Livia si reca a salutarlo al Comando Austriaco, incontra nuovamente Franz Mahler. Sempre più coinvolta dalla personalità dell’uomo, percorre assieme a lui le calli veneziane deserte per il coprifuoco. La loro lunga passeggiata dura per l’intera notte, durante la quale la donna si innamora perdutamente dell’ufficiale austriaco. Inizia così con lui una travolgente e sensuale relazione, fatta di appuntamenti in camere a pagamento e di incontri clandestini, sino a quando lui scompare, gettandola nella disperazione e inducendola, incurante dello scandalo, a cercarlo invano affannosamente per tutta Venezia.

Quando iniziano le ostilità tra Italia ed Austria, Livia è nuovamente contattata da Ussoni, fuggito dall’esilio, che le affida l’ingente somma raccolta dai filo italiani, chiedendole di portarla alla sua Villa di Aldeno, dove la Serpieri è in procinto di trasferirsi con il marito, timoroso della guerra. Dovrà consegnarla alle bande di sostenitori dell'Italia che si sono organizzate in quella zona con l’obiettivo di operare in armi dietro le linee austriache.

Alida Valli e Farley Granger nella scena della passeggiata notturna a Venezia.

Ad Aldeno Livia viene raggiunta da Franz che piomba in camera sua di notte sfuggendo ai guardiani ed ai loro cani. La donna cede nuovamente alla passione per il Tenente che, nascosto nel granaio con la complicità di Laura, la cameriera di Livia, la informa della possibilità di evitare la battaglia corrompendo dei medici che lo dichiarino inabile. Accecata dai suoi sentimenti, Livia consegna a Mahler la somma destinata alle bande filo italiane e con quella l'ufficiale riparte per Verona.

Nei giorni successivi si sviluppa la guerra, cui Ussoni tenta invano di far partecipare le forze irregolari, sino a rimanere ferito durante la battaglia. Ad Aldeno, intanto, Livia riceve una lettera con cui Franz le comunica che è riuscito ad ottenere l’esonero. Benché lui le chieda di non muoversi, Livia, travolta da un impulso irrefrenabile, decide di partire per Verona, dove arriva la sera stessa della vittoria austriaca sugli italiani a Custoza. Qui, dopo aver sognato di riavviare la relazione con Franz abbandonando per lui il marito, Livia lo trova invece sporco, ubriaco e in compagnia di una prostituta, di fronte alla quale egli la insulta e la umilia pesantemente,mostrando alla donna la sua vera natura di uomo spregevole,ladro e delatore (confessa alla contessa di aver denunciato lui il marchese Ussoni facendolo esiliare).Livia si rende improvvisamente conto di essersi innamorata di un'idea che,purtroppo per lei,non ha nessun riscontro nella realtà.

La donna fugge sconvolta e si reca al Comando Austriaco, dove denuncia Mahler consegnando la lettera nella quale egli racconta la corruzione messa in atto e rivela dove si trova. Il Generale Austriaco comprende i veri motivi del gesto della contessa, ma non può sottrarsi dal compiere il suo dovere. Il Tenente Mahler viene quindi arrestato e immediatamente fucilato. Livia, impazzita dal dolore, vagherà invocando il suo nome per le strade di Verona, in mezzo ai soldati austriaci che festeggiano la vittoria.

La realizzazione del film[modifica | modifica sorgente]

Il soggetto[modifica | modifica sorgente]

Il film è tratto da un omonimo e breve racconto di Camillo Boito, parte di una «bella antologia di novelle[2] intitolata “Il maestro del Setticlavio”» pubblicata a cura di Giorgio Bassani, presso l’Editore Colombo di Milano[3]. Luciano De Giusti[4] racconta che alla fine del 1952 Visconti e la sceneggiatrice Suso Cecchi D'Amico erano impegnati con la casa di produzione “Lux” nella preparazione di "Marcia Nuziale", un film sulla crisi del matrimonio cattolico, progetto a cui, però, la casa produttrice decise di rinunciare[5], chiedendo tuttavia delle idee alternative. Il regista e la D’Amico ne proposero cinque, tra cui la novella di Boito, che lei ricordava di aver letto.

«Quando la Lux accettò il progetto – ha scritto Alessandro Bencivenni[6]– Bassani fu invitato a collaborare alla sceneggiatura[7]. La produzione affiancò due sceneggiatori di sua fiducia, cioè Giorgio Prosperi, e Carlo Alianello.[8]. Infine Paul Bowles e Tennessee Williams[9] furono chiamati ad elaborare la versione inglese dei dialoghi». Sin da allora il film fu presentato come «il più notevole sforzo finanziario ed organizzativo compiuto durante l'anno nel quadro della produzione cinematografica italiana[10][11]».

La sceneggiatura[modifica | modifica sorgente]

La scena del bacio alla Villa di Aldeno, che secondo molti critici è ispirata al quadro di Francesco Hayez del 1859.

«A Visconti – ha scritto Pio Baldelli[12] - la novella di Boito parve troppo scheletrica: ha voluto fare in grande, nello spazio, nel tempo, in primo luogo complicando la situazione psicologica dei protagonisti e secondariamente l’ambiente del trapasso tra due mondi». Anche Fernaldo di Giammatteo[13] sostiene che «dilatando la modesta novella naturalistica di Boito, Visconti si pone alcuni obiettivi: narrare una storia di abiezioni e di viltà, costruire uno spettacolo “bello in sé”, esprimere un giudizio su un gruppo sociale, il medesimo cui egli appartiene, ed un’epoca storica, il Risorgimento[14]».

Con questi intenti si mise mano alla sceneggiatura che si sviluppò con diverse versioni.Le ricostruzioni di G.B. Cavallaro[15] e di Lino Micciché[16] ne individuano almeno tre: la prima, scritta a più mani e conclusa nell'aprile del 1953, manteneva il titolo della novella, oppure "Custoza", (ma si pensò anche a "I vinti") ed in essa la vicenda è posteriormente raccontata da Livia ad Ussoni. Ne seguì una seconda, elaborata solo da Visconti e D’Amico, con titolo "Uragano d’estate" senza più flashback del racconto e con una distribuzione diversa degli episodi. Ma fu una terza, detta “continuity” ed utilizzata anche per il doppiaggio, quella su cui fu in gran parte costruito il film e nella quale vi fu l’intervento dei due autori stranieri. Il tutto richiese tempi lunghi: «”Senso” lo cominciammo in primavera – è il ricordo della Cecchi D’Amico[17] e d’estate mi trasferii da Luchino ad Ischia, poi lo seguii con Bassani a Venezia ed a Milano. L’estate dell’anno dopo arrivò Tennessee Williams portandosi dietro Bowles per riadattare i dialoghi in inglese[18][19]».

La scelta del cast[modifica | modifica sorgente]

Quali interpreti di “Senso” Visconti aveva pensato a Ingrid Bergman e Marlon Brando, ma questa sua idea non poté essere attuata[20]. La D’Amico ha sostenuto[21] che «per Brando non si combinò perché la Lux non lo volle. Aveva fatto ancora poco e Fronte del porto in Italia non era ancora venuto». Diverso il caso della Bergman, che, dice la D’Amico, «fece storie per via di Rossellini», secondo lei contrario al fatto che l’attrice svedese lavorasse con altri registi. Invece Rossellini diede un’altra spiegazione[22]: «Se a lei [Bergman n.d.r.] piaceva fare qualcosa, non sarei certo stato io dissuaderla. Ingrid non se la sentì: il nostro Risorgimento non le dice nulla, non lo capisce, la sua cultura è troppo diversa. Fu lei comunque a rifiutare, io non misi parola[23]».

Nel giugno – luglio 1953, mentre sta facendo i sopralluoghi per il film, Visconti incontra a Venezia Mario Soldati che sta girando "La mano dello straniero" con Alida Valli quale interprete[24] e gli chiede notizie su di lei, ricevendone un giudizio positivo. La scelta di Visconti è una fortuna per l’attrice di origine istriana che viene da un periodo sofferto della sua carriera[25]. La Valli ricorderà piacevolmente quel “set”. «Che bel periodo fu quello[26], provavamo alla Malcontenta e Visconti aveva con noi attori una forza di comunicazione straordinaria», definendolo «l’uomo che non ho potuto amare». Farley Granger, che a quei tempi era popolarissimo presso le giovani americane[27] aveva da poco risolto il proprio contratto con Samuel Goldwyn, decisione che gli era costata molto sul piano finanziario, ed anche per quello il suo agente lo indusse ad accettare il ruolo in “Senso”, il che gli diede anche la possibilità di conoscere l’Italia, dove poi tornerà in seguito per altri ruoli, e di soggiornare a Parigi. Quanto agli altri principali attori, oltre a quelli che da tempo lavoravano nel cinema o nel teatro con Visconti, come Rina Morelli o Massimo Girotti, vi fu la presenza della giovanissima Marcella Mariani, eletta “Miss Italia” 1953 a Cortina e che poi perirà tragicamente nel 1955 in un disastro aereo.

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Tre immagini dal "set" di "Senso". In alto ed al centro: le riprese delle scene di battaglia nella zona di Valeggio sul Mincio. Qui sopra: Farley Granger ed Alida Valli discutono con il regista Luchino Visconti durante una pausa della lavorazione.

L’ambientazione[modifica | modifica sorgente]

A differenza dei suoi film precedenti, in “Senso” Visconti pose una cura eccezionale nella ricostruzione degli elementi storici. «Il costume di “Senso” – scrisse Piero Tosi[28] - è costato ad Escoffier ed a me molte ricerche, molte limature e soprattutto molta umiltà. (…) Per ricreare questo mondo la documentazione ha attinto alle immagini più vive, più attendibili; i dagherrotipi sono stati una fonte inesauribile e la pittura italiana[29] [ha fornito] preziosissime visioni di un mondo borghese che qua e là fa da sfondo alla vicenda».

Anche la scenografia fu curata nei minimi particolari. Gino Brosio[30] ricorda che «i problemi che si sono presentati per la realizzazione delle scenografie non sono stati né pochi, né piccoli» e ancora: «linee, volumi, colori dovevano essere quelli e non altri, per la certezza che al regista veniva dalla sua vecchia civiltà che affiorava spontanea in ogni occasione[31]».

Questo impegno fu riconosciuto da molti critici. Vittorio Spinazzola[32] lo ha definito «Una delle più belle affermazioni del cinema d’arte nel buio periodo tra il 1948 ed il 1960» aggiungendo che «la novità di “Senso” consisteva nell’eccezionalità dell’impegno produttivo[33], dall’uso del colore alla fama degli interpreti, dalla vastità delle scene di massa, alla ricchezza di costumi e scenografie: siamo in prossimità della categoria del colossale». E Bencivenni[34] ha definito “Senso” un film «di una bellezza figurativa eccezionale».

La produzione[modifica | modifica sorgente]

Visconti stabilì il suo “quartier generale” nell’edificio della scuola elementare di Valeggio sul Mincio; le prime scene girate furono quelle della battaglia[35]. Durante la lavorazione si verificò la grave perdita dell’operatore G.R. Aldo [Aldo Graziati], che già aveva girato, oltre alle scene di battaglia, anche quelle nella Villa Valmarana[36]. Graziati fu sostituito dall’americano Robert Krasker che girò, tra l’altro, le scene notturne veneziane,[37] e quelle di Verona. La complessità del “set”, soprattutto nelle scene corali di battaglia, comportò notevoli sforzi, diversi problemi tecnici (ad esempio, si dovettero eliminare dalla campagna pali e fili elettrici) e qualche problema “sindacale”, dato che in alcune occasioni le comparse protestarono per le paghe troppo basse. Tuttavia il critico cinematografico Renzo Renzi ha raccontato[38] che, nonostante l’impegno assorbente della lavorazione, Visconti e la troupe non mancarono di fargli pervenire nel poco lontano carcere militare di Peschiera, dove era detenuto assieme a Guido Aristarco, diversi generi di conforto[39]. Gli interni furono girati negli stabilimenti “Scalera” di Venezia e “Titanus” di Roma.

A seguito degli interventi censori (vedi punto successivo) la produzione dovette rifare completamente il finale del film. «In realtà il finale doveva essere un altro – ha scritto Pietro Cavallo[40]» ed a questo proposito riporta una dichiarazione di Visconti pubblicata sul nº 93, marzo 1959, della rivista francese “Cahiers du Cinéma” in cui il regista afferma che «il finale in origine era completamente diverso da quello che si vede ora (…) si sono spesi ancora dei milioni per girare la morte di Franz».

I tagli apportati al film, su intervento della produzione ancora prima della censura, ridussero, secondo G.B. Cavallaro[41], la pellicola da 3.650 a 3.340 metri. Il nuovo finale, del tutto diverso, compresa la scena della fucilazione (non presente nel primo[42]) fu girato a Roma, a Castel Sant'Angelo, nei mesi di gennaio e febbraio del 1954[43]. La scena della fuga disperata di Livia fu girata in una via di Trastevere e l’attrice, per lo sforzo del grido, si ruppe una corda vocale[44]. Per queste scene Visconti ricorse come operatore a Giuseppe Rotunno (che poi lavorerà con lui in molti altri film, tra cui "Rocco e i suoi fratelli" e "Il Gattopardo"). La pellicola del finale originario girata in Veneto fu bruciata e quelle immagini sono andate perse per sempre.

La censura mutila il film[modifica | modifica sorgente]

Nonostante le riduzioni apportate dalla produzione, il film fu ancora ampiamente colpito dalla censura, ad iniziare dal titolo. «”Custoza” – ha scritto Pietro Cavallo[45] - fu considerato disfattista; censura e produzione tagliarono molte sequenze, soprattutto quelle che riguardavano il rifiuto dello Stato Maggiore Italiano a far partecipare alla lotta i volontari». In realtà gli interventi censori furono anche più di uno: dapprima intervenne il Ministero della Difesa[46][47] poi seguirono i tagli del Sottosegretariato allo Spettacolo. Franco Vigni[48] elenca minuziosamente tutte le mutilazioni subite da “Senso”: l’episodio sgradito ai militari fu dapprima ridoppiato con un dialogo diverso, imposto dallo stesso Ministero Difesa, ma, dopo Venezia, ne fu chiesto (ed ottenuto) il taglio completo[49]. Altri venti tagli furono apportati, con il consenso della Lux, a numerose scene. Ma, dopo la stampa delle copie, furono chiesti venti ulteriori tagli di parti del film considerate “immorali”, soprattutto delle scene d’amore tra Livia e Franz. In questo caso la produzione, danneggiata, si oppose e si arrivò ad una mediazione di “soli” quattro altri tagli[50][51].

Polemiche a Venezia[modifica | modifica sorgente]

«Ma neppure questi tagli – ha scritto De Giusti[52] - bastarono a proteggere il film dal boicottaggio del potere politico, le cui pressioni sulla giuria della Mostra di Venezia sortirono l’effetto voluto di non assegnare alcun premio al capolavoro di Visconti». La “prima” del film, molto attesa per il gran parlare che se n’era fatto, avvenne nella serata del 3 settembre 1954 e provocò immediate reazioni contrastanti nel pubblico. Tutti i corrispondenti dei principali quotidiani convennero nel giudicare i consensi superiori ai dissensi[53].Quando la giuria, il 7 settembre, sera della premiazione, annunciò i risultati, vi furono in sala molti fischi e polemiche di chi ritenne un’ingiustizia – o peggio un complotto - la totale mancanza di premi al film di Visconti[54].Non mancarono le dietrologie quando[55] «negli ultimi giorni della Mostra l’arrivo in extremis dai laboratori inglesi della Technicolor di "Giulietta e Romeo" alimenta i sospetti di una macchinazione ai danni di “Senso”». Ancora più esplicita è la testimonianza di Piero Regnoli[56] il quale affermò: «la D.C. mi inviava a Venezia per impedire la premiazione di “Senso” e per favorire quella di “Giulietta e Romeo”. Quando feci resistenza, mandarono di nascosto Scicluna Sorge[57] il quale [operò] per intervenire presso gli altri membri della giuria che poi, a mia insaputa, furono in gran parte comprati. E difatti “Senso” non fu premiato». La decisione della giuria veneziana scatenò altresì veementi critiche da parte dei commentatori di sinistra. Ugo Casiraghi[58] parlò di «protesta più decisa e compatta che sia mai esplosa in tutti gli anni del Festival» per «una troppo grave ingiustizia».

Rina Morelli e Alida Valli in una scena del film ambientata nella Villa di Aldeno. I costumi dell'epoca furono ricostruiti con grande cura grazie a minuziose ricerche iconografiche.

Il successo commerciale[modifica | modifica sorgente]

A fronte delle tante difficoltà ed ostilità incontrate, “Senso” ebbe una «rivincita al botteghino[59]» dato che il film riscosse presso il pubblico un lusinghiero successo, incassando 628 milioni di lire. Risultò in tal modo in ottava posizione nella classifica dei film italiani prodotti nell’anno 1954[60]. Campione di incassi per quell’anno risultò Ulisse di Mario Camerini, con un incasso di un miliardo e 800 milioni seguito da Pane, amore e gelosia di Comencini, che sfiorò il miliardo e mezzo.

Il positivo risultato di “Senso” è stato visto come il segnale di cambiamenti intervenuti nel cinema e nella società italiani. Vittorio Spinazzola[61], dopo aver constatato che nei primi anni ’50 tutti i film di ispirazione neorealista, sebbene esaltati dalla critica, si trovavano in fondo alle classifiche d’incasso, scrive che «”Senso” realizza un recupero pieno della dimensione spettacolare, ricorrendo alle forme del film storico in costume di ambiente risorgimentale» e che «l’ampio successo commerciale incitava a sforzi per riallacciare quel dialogo con il pubblico che da vari anni i migliori registi italiani si erano dimostrati incapaci di perseguire». Ed anche Di Giammatteo[62] giudica “Senso” come «il frutto di una complessa operazione culturale sviluppata in un periodo di grave crisi economica del cinema italiano, in sintonia con gli sforzi di un apparato industriale che tentava, per salvarsi, la carta del connubio tra spettacolo e dignità artistica».

Premi e riconoscimenti[modifica | modifica sorgente]

Dopo la vicenda veneziana, “Senso” ottenne alcuni indiretti riconoscimenti. La protagonista Alida Valli fu premiata dapprima con la “Grolla d'oro”, assegnatale nel corso del “Premio Saint Vincent per il Cinema Italiano” che si svolse nella cittadina valdostana nel luglio 1955[63] e successivamente, nel 1957, ricevette per “Senso” anche il Premio “Stella di Cristallo” dall’Accademia del Cinema Francese. Nel 1955 ad Aldo Graziati fu attribuito (postumo) il Nastro d'argento alla migliore fotografia. L'opera è stata inoltre selezionata tra i 100 film italiani da salvare[64].

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Due scene della battaglia di Custoza che sono rimaste in "Senso" dopo i numerosi tagli apportati a questa parte del film.

La critica ed i commenti[modifica | modifica sorgente]

Già al centro di curiosità e commenti ancor prima di essere terminato[65], “Senso” «fu subito al centro di appassionate polemiche[66]», diventando anche strumento per contrasti politici[67].

Il dibattito tra i critici[modifica | modifica sorgente]

"Senso" provocò un’accesa discussione nell’ambiente cinematografico dell’epoca. Guido Aristarco e Luigi Chiarini, due tra i più importanti critici, svilupparono sulle pagine del quindicinale “Cinema Nuovo” un lungo dibattito, il cui nodo del contendere fu, come in molti altri casi in quegli anni, il neorealismo. Mentre Aristarco sosteneva l’opera di Visconti come una maturazione «dal neorealismo al realismo» mettendone in evidenza il gradimento del pubblico, Chiarini la criticava per essere soltanto «uno spettacolo, seppur di altissimo livello, ma che «rappresenta un’aperta contraddizione col neorealismo», quindi disattento alla realtà.

Polemica che fu col tempo ridimensionata. Lino Micciché[68] la giudica «di puntigliosa asprezza inversamente proporzionale alla sua utilità» e Di Giammatteo la ritiene una «discussione abbastanza inconcludente nella sua astrattezza[69]», anche se Bruno Torri, tuttavia osserva[70] come tale contrasto illustri il clima culturale del tempo e quindi «per quanto datato, ancora oggi può essere proficuamente ricordato».

I giudizi contemporanei[modifica | modifica sorgente]

Della attesissima presentazione del film a Venezia scrissero tutti i più importanti quotidiani, con giudizi positivi, anche se non entusiasti. Arturo Lanocita[71] definì “Senso” «uno splendido affresco, ma le figure che lo popolano hanno reazioni spesso inesplicabili; opera d’arte riuscita solo in parte e tuttavia con un suo fragile incantesimo, con una sua forza e vocativa. Tutto è ammirevole e tutto è gelido, più pensato che sofferto». Aggiunse Mario Gromo[72] che «”Senso” si impone come un quadro assai raffinato, vasto minuzioso, sapiente, che rivela il suo valore più vero proprio in quelle virtù formali che tanti affettano di disprezzare. Si è ben meritato il successo, pur non aggiungendo molto all’opera di Visconti, le cui pagine più vive si devono ancora ricercare in Ossessione e La terra trema». Con una suggestiva evocazione, fu ancora Gromo in un successivo articolo[73], a criticare «gli strappi, i buchi ed i rattoppi» inferti dai tagli di produzione e censura, senza i quali “Senso” avrebbe potuto essere una sorta di Via col vento italiana.

I commenti successivi[modifica | modifica sorgente]

«Su “Senso” – ha scritto Brunetta[74] – esiste una letteratura critica enorme». Ed in effetti nessuna opera sul cinema – italiano e non solo – ha trascurato di parlarne. Lo stesso regista è più volte intervenuto con dichiarazione e commenti. «È un film romantico – dichiarò[75] - vi traspare le vera vena dell’opera italiana. I suoi personaggi fanno dichiarazioni melodrammatiche». In un’altra occasione egli accentuò più l’attenzione sul dato storico: «Quello che mi interessava[76] era raccontare la storia di una guerra sbagliata, fatta da una sola classe e che fu un disastro».

Marcella Mariani e Farley Granger nella scena del film ambientata a Verona.

Tutti i commentatori hanno comunque messo in evidenza la novità di “Senso” rispetto ai film precedenti di Visconti. «Visconti – è scritto ne “Il Cinema. Grande storia illustrata”[77] - abbandona per la prima volta la gente povera, gli sfondi populistici per scegliere personaggi ed ambienti in quel mondo aristocratico da cui proviene ed al quale, malgrado ogni distanziamento critico, si sente legato. Non si tratta quindi di un rifiuto nel neorealismo, ma di un modo diverso di affrontare la realtà senza perdere di vista i grandi motivi ricorrenti della tormentata evoluzione della società italiana». Anche secondo il critico Renzo Renzi, “Senso” «segna comunque il primo vero, “ritorno a casa” del suo autore, dopo quei tre viaggi nell’ ”altro da sé” dei film precedenti. A casa, cioè, nel proprio ceto di origine». Analoga la visione di Brunetta[78] secondo cui «l’anima populista, a cui pure Visconti aveva dato ascolto, tace per lasciare posto alla rappresentazione di un mondo nei confronti del quale egli prova al tempo stesso un doppio sentimento di attrazione e repulsione».

Dal punto di vista storico «quello offerto da Visconti[79] è il primo quadro cinematografico di un Risorgimento non retoricamente rievocato, non scolasticamente rappresentato, visto come rivoluzione mancata o “tradita”». Pur non essendo l’unico film storico di argomento risorgimentale prodotto in quegli anni (erano usciti nel 1953 "Il brigante di Tacca del Lupo" di Germi e nello stesso anno 1954 il poco fortunato "La pattuglia sperduta" di Piero Nelli), “Senso” è tuttavia, come ha scritto Spinazzola[80] «il primo autorevole esempio di “superspettacolo d’autore", una formula che ebbe parte decisiva, in bene ed in male, nella rinascita del cinema italiano nel biennio 1959-60».

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Su questo dato concordano Bencivenni e De Giusti – vedasi bibliografia..
  2. ^ L'espressione è della Cecchi D’Amico nel suo contributo scritto per il numero nº 136 della rivista “Cinema” dedicato in forma monografica al film.
  3. ^ Sottotitolo originale della novella di Boito è: ”Dallo scartafaccio segreto della Contessa Livia” ed il suo testo completo è ritrovabile nel volume monografico sul film curato da G.B. Cavallaro – vedasi bibliografia - dove sono anche pubblicate le diverse scenografie del film.
  4. ^ Nel suo libro “I film di Luchino Visconti” – vedasi bibliografia – pag. 61 e segg.
  5. ^ Nel volume curato da Cavallaro – vedasi bibliografia – vengono indicati due motivi per la rinuncia: le obiezioni sollevate dalla censura preventiva a cui i produttori sottoponevano i soggetti, ed i dubbi degli stessi produttori sull’efficacia dell’argomento rispetto a molti Paesi nei quali la morale cattolica non era così presente come in Italia.
  6. ^ Nel volume dedicato al regista milanese – vedasi bibliografia – pagina 32 e segg.
  7. ^ Lo scrittore ferrarese disse alla D’Amico che il soggetto era già stato opzionato da un altro produttore, Niccolò Theodoli, per un film con Mario Soldati che però poi non si fece, per cui esso tornò disponibile – circostanza riferita nel volume “L’avventurosa storia del cinema italiano” – vedasi bibliografia, pag. 325.
  8. ^ Questo secondo autore, fu affiancato, afferma la D’Amico – dichiarazione riportata ancora in “L’avventurosa storia, cit.” vedasi bibliografia, pag. 326 – «perché aveva scritto dei romanzi sul Risorgimento, ed infatti scrisse tutto un blocco sulla battaglia e sul viaggio di Ussoni, di cui poi [nel film n.d.r.] è rimasto ben poco.»
  9. ^ Bowles aveva riscosso pochi anni prima un grande successo con il romanzo “The Sheltering Sky” (Il tè nel deserto); Williams risiedeva frequentemente a Roma.
  10. ^ Questa descrizione apparve sul numero 104 del 28 febbraio 1953 della rivista "Cinema".
  11. ^ "Senso" fu, secondo Brunetta - vedasi bibliografia, pag. 24 «uno degli ultimi film della Lux», società del produttore Riccardo Gualino, «unico produttore - aggiunge - in grado di gestire un'impresa commerciale capace di essere, al tempo stesso, un luogo di raccolta di alcune delle migliori forze del cinema di quegli anni».
  12. ^ Giudizio che si trova a pagina 141 del suo volume dedicato all’opera del regista – vedasi bibliografia.
  13. ^ Questo critico ha curato un numero monografico di “Bianco e Nero" su Visconti- vedasi bibliografia, pag 27 e segg.
  14. ^ Le diversità tra novella e film sono profonde. Tra le principali: Livia abita a Trento, il tenente si chiama Remigio e non Franz e lei lo conosce mentre è in vacanza a Venezia. Non è presente la figura del filo italiano Ussoni, né si parla di denaro per i volontari italiani. Livia assiste personalmente alla fucilazione del tenente e quando narra la vicenda sono già trascorsi sedici anni e sta per avere un altro amante.
  15. ^ Nel citato volume monografico sul film, pagine 41, 72 e segg.
  16. ^ Articolo contenuto nella “Storia del Cinema Italiano – IX° volume” – vedasi bibliografia, pagg. 227 e segg.
  17. ^ Testimonianza pubblicata nel libro autobiografico scritto assieme alla nipote – vedasi bibliografia, pagina 148.
  18. ^ Pellizzari e Valentinetti, nel loro libro dedicato alla Valli – vedasi bibliografia, pagina 164 – ricordano che il film fu recitato in inglese al 90 per cento. Era la madre lingua di Granger e la Valli nel dopoguerra aveva vissuto e lavorato per anni negli Stati Uniti.
  19. ^ Secondo De Giusti -vedasi bibliografia, pag. 65 - a Tennessee Williams si deve in particolare il dialogo della passeggiata notturna tra le calli veneziane durante la quale nasce la travolgente passione di Livia per Franz.
  20. ^ Per l’interpretazione maschile s’era pensato anche a Burt Lancaster ed a Edward G. Robinson. Notizia desunta dal numero 104 del 28 febbraio 1952 della rivista “Cinema”.
  21. ^ Questa sua dichiarazione è riportata ne "L’avventurosa storia ....cit." – vedasi bibliografia, pag. 325.
  22. ^ Anche questa dichiarazione è riportata nel volume "L’avventurosa storia .. cit." - vedasi bibliografia, pag 327.
  23. ^ In realtà nella sua autobiografia – pubblicata nel 1980 – la Bergman scriverà di non aver «mai perdonato completamente a Roberto la sua proibizione a lavorare con altri registi. Tutti i più bravi registi italiani del momento volevano lavorare con me, trovandomi consenziente. Roberto, invece, mi considerava una sua proprietà». Questo passo si trova a pagina 307 dell’edizione italiana edita da Mondadori nel 1981, con il titolo "La mia storia".
  24. ^ Questo episodio è narrato nel libro di Pellizzari e Valentinetti dedicato all’attrice – vedasi bibliografia, pagina 156 e segg.
  25. ^ La Valli aveva da poco concluso l’esperienza americana, interrotta nonostante il contratto che la legava al produttore David O. Selznick e le penali che per questo aveva dovuto pagare; contemporaneamente s’era separata dal marito che era rimasto negli USA. Sul set di "Senso" incontrò quello che sarebbe stato il suo nuovo compagno, l’aiuto regista Giancarlo Zagni, ma pochi mesi dopo dovette affrontare il problema del suo indiretto coinvolgimento nello scandalo Montesi
  26. ^ Queste dichiarazioni sono riportate da Nicola Falcinella nel suo libro sull’attrice – vedasi bibliografia, pagine 57 e segg.
  27. ^ Negli USA erano stati anche fondati dei clubs di suoi fan denominati “farleygrangerettes”. Notizia apparsa sul numero 111 del 15 giugno 1953 della rivista "Cinema".
  28. ^ Tosi aveva iniziato a lavorare quale costumista con Visconti per Bellissima e la loro collaborazione proseguirà per molti anni. Queste sue dichiarazioni sono riportate nel numero 136, monografico sul film, della rivista “Cinema” – vedasi bibliografia.
  29. ^ I pittori italiani che vengono citati quali ispiratori sono Silvestro Lega, Giuseppe Cammarano, Telemaco Signorini, Giovanni Fattori e Giuseppe Abbati. Cinquanta anni dopo, nel suo saggio critico su Visconti,, Miccicché – vedasi bibliografia, pag. 84 – aggiungerà altre suggestioni pittoriche, come Francesco Hayez per il bacio tra Livia e Franz, Paolo Veronese per gli affreschi in Villa e Francisco Goya per la scena della fucilazione.
  30. ^ La sua ampia descrizione è amch’essa pubblicata sul citato numero monografico 136 di “Cinema” – vedasi bibliografia.
  31. ^ Nel suo articolo Brosio elenca i molti luoghi di ambientazione (oggi si parla di “location”) del film: le terre veronesi del Borghetto e di Valeggio sul Mincio, le strade di Verona, la cinquecentesca Villa Valmarana a Lonedo di Vicenza (di cui si rifece l’arredamento con mobilio recuperato presso antiquari) , la Fenice (nel teatro fu rifatta l’illuminazione con le candele, compreso il grande lampadario centrale), le calli, i rii ed i campi più inediti di Venezia, un prato trasformato in un campo di grano trasportandovi quintali di paglia legata in covoni, un ponte sul Mincio in parte demolito per riportarlo alle sue dimensioni ottocentesche.
  32. ^ A pagina 135 e seguenti del suo libro “Cinema e pubblico” – vedasi bibliografia.
  33. ^ Nel già citato numero monografico di “Cinema” è il direttore di produzione Claudio Forges Davanzati a fornire puntigliosamente i numeri di tale impegno: 1836 costumi, di cui 2/3 realizzati espressamente, 660 equipaggiamenti militari, 14 cannoni con avantreni, 160 cavalli per 25 giorni, 78 ambienti diversi, 8000 presenze diverse di comparse, 2100 presenze di cavalieri e 1378 presenze di attori secondari., 1000 lire per ogni colpo di cannone, 35 lire per ogni colpo di fucile.
  34. ^ Nel suo libro dedicato all’opera del regista – vedasi bibliografia, pag. 36.
  35. ^ «La gestazione, lavorazione ed edizione definitiva del film occupò Visconti per oltre un anno – ha scritto Gianni Rondolino nel suo libro “Visconti” – vedasi bibliografia, pag. 289 – le riprese iniziarono sabato 29 agosto 1953 e la lavorazione in esterni nella campagna veneta dura alcuni mesi, sino ad autunno inoltrato».
  36. ^ Graziati, conosciuto come “Aldò” era l’operatore che aveva lavorato con Visconti sin dai tempi (1948) de "La terra trema" e con “Senso” era la prima volta che utilizzava il colore; rimase vittima il 14 novembre 1953 di un incidente stradale mentre era alla guida della sua auto nel Padovano.
  37. ^ Questa precisazione è di Bencivenni – vedasi bibliografia, pagina 35.
  38. ^ L’episodio è narrato nel libro “Visconti segreto” – vedasi bibliografia, pagg. 81 e segg.
  39. ^ I due critici furono sottoposti a processo dal Tribunale militare per aver pubblicato un soggetto ritenuto offensivo dell’Esercito italiano, sulla base di una norma risalente al periodo fascista
  40. ^ Autore di “Viva l’Italia" – vedasi bibliografia - che dedica a “Senso” molte pagine ad iniziare dalla 352.
  41. ^ Dato citato nella monografia dedicata al film – vedasi bibliografia, pagina 74.
  42. ^ Visconti fu costretto a inserire la scena della fucilazione del tenente Mahler, per corrispondere alle richieste dei militari. Fu tagliata anche una scena nella quale si vedevano delle donne veronesi accompagnarsi con i soldati austriaci vincitori, considerata “disonorevole”.
  43. ^ Circostanza raccontata da Alida Valli e riportata a pag. 227 del citato “L’avventurosa storia...cit.” – vedasi bibliografia.
  44. ^ Questo episodio è riferito da Nicola Falcinella nel suo libro sull’attrice – vedasi bibliografia, pag. 57 e segg.
  45. ^ Nel suo “Viva l’Italia" – citato in bibliografia, pagina 355.
  46. ^ Il Ministero della Difesa aveva titolo di intervenire in quanto aveva messo a disposizione del materiale bellico. Nell’occasione si parlò di «timore che l’interpretazione della battaglia risultasse lesiva del prestigio dell’Esercito Italiano» - così l’editoriale di “Cinema” n. 133 del 15 maggio 1954.
  47. ^ Visconti, in una dichiarazione riportata da Umberto Lisi sul numero 52 della rivista “Cinema Nuovo” - vedasi bibliografia - lamentò che «in questo modo in Italia ci sono tante censure quanti sono i Ministeri!».
  48. ^ Nel saggio “Buon costume e pubblica morale” scritto per il IX° volume della “Storia del Cinema Italiano – vedasi bibliografia, pag 71 e segg.
  49. ^ Il testo integrale di questa scena sarà poi pubblicato da Aristarco sul numero 151, maggio- giugno 1961, di “Cinema Nuovo”.
  50. ^ Tutti i tagli sono considerati «pesanti ed insensati» dal critico Lino Micciché nel suo “Profilo critico” su Visconti – vedasi bibliografia, pag 29 e seg.- ed «inflitti in nome della tradizione risorgimentale»
  51. ^ Gli ulteriori interventi censori operati dopo la presentazione a Venezia ritardarono la distribuzione del film, che uscì poi nelle sale solo il 28 gennaio 1955.
  52. ^ Nel suo saggio su Visconti – vedasi bibliografia, pagina 62.
  53. ^ Arturo Lanocita de “Il Corriere della Sera” scrisse che «sugli zittii hanno avuto la meglio gli applausi». Mario Gromo de “La Stampa” riferì di «quattro nutriti applausi durante la proiezione e due, prolungati, insistenti, alla fine». Articoli pubblicati il 4 settembre 1954 e tratti rispettivamente da archivi bibliotecari e dall’archivio on line del quotidiano.
  54. ^ Il film premiato con il “Leone d’oro” fu "Giulietta e Romeo" di Castellani; i “Leoni d’argento” andarono a due film giapponesi - tra cui "I sette samurai" di Kurosawa - a "Fronte del porto" di Kazan ed a "La strada" di Fellini; quale attore fu premiato Jean Gabin, mentre nessuna attrice fu premiata.
  55. ^ La circostanza è narrata da Pierotti, Rossi e Vitella nella raccolta “Il cinema italiano degli anni ‘50” – vedasi bibliografia, pag. 531.
  56. ^ Regnoli è stato critico cinematografico de "L’Osservatore Romano" e le sue dichiarazioni sono riportate ne “L’avventurosa storia ..cit” – vedasi bibliografia, pag 332 e seg.
  57. ^ Annibale Scicluna Sorge, un funzionario di origini maltesi che aveva ricoperto incarichi importanti anche durante il periodo fascista, era nel 1954 Ispettore Generale presso la Direzione per la Cinematografia, ufficio del Sottogretariato allo Spettacolo.
  58. ^ La sua corrispondenza apparve su “L’Unità” del 9 settembre ’54 dal significativo titolo “Scandalo a Venezia” – consultato presso l’archivio on line del quotidiano
  59. ^ L’espressione è di Pietro Cavallo nel citato “Viva l’Italia” – vedasi bibliografia, pag. 354.
  60. ^ Su questi dati concordano sia il “Catalogo Bolaffi” che il “Dizionario del Cinema Italiano”, vedasi bibliografia.
  61. ^ L’analisi si trova nel suo libro “Cinema e pubblico” – vedasi bibliografia, pagg. 39 e 135.
  62. ^ Nel saggio inserito nel quaderno monografico di “Bianco e Nero” vedasi bibliografia, pag.27.
  63. ^ Servizio di Francesco Rosso, inviato di “Stampa Sera”, apparso sull’edizione del 9 luglio 1955, consultato presso l’archivio on line del quotidiano.
  64. ^ Rete degli Spettatori
  65. ^ Molte riviste mandarono loro redattori sul “set” per tentare di avere anticipazioni o commenti da Visconti. Questa curiosità assunse toni così accentuati che Mario Gromo, nella sua corrispondenza da Venezia per “La Stampa” scrisse che «la “prima” è giunta un po’ come una liberazione da tutto un prolungato affanno di dicerie ed indiscrezioni». Articolo apparso sul numero del 4 settembre 1954 consultato presso l’archivio on line del quotidiano.
  66. ^ Questa espressione è di De Giusti, vedasi bibliografia, pag.63
  67. ^ Su “L’Unità” del 25 gennaio 1955, Aldo Scagnetti, descrivendo le vicissitudini censorie del film, denunciava «le mene governative contro “Senso”, strettamente legate ai tentativi reazionari del Governo ScelbaSaragatMalagodi di soffocare la libertà di espressione artistica, così come le libertà sancite dalla Costituzione».
  68. ^ Nel suo “profilo critico” – vedasi bibliografia, pag 33
  69. ^ Questo giudizio si trova a pagina 162 de “Lo sguardo inquieto” – vedasi bibliografia.
  70. ^ Il suo contributo si trova a pagina 46 de “Il Cinema Italiano degli anni ’50”, vedasi bibliografia.
  71. ^ Il suo articolo è apparso sul “Corriere della Sera” del 4 settembre 1954, consultato presso archivi bibliotecari.
  72. ^ Servizio de “La Stampa” del 4 settembre 1954, consultato presso l’archivio on line del quotidiano.
  73. ^ Apparso su ”La Stampa” del 9 settembre, consultato presso l’archivio on line del quotidiano.
  74. ^ Nella sua “Storia del cinema italiano” – vedasi bibliografia, pagina 466.
  75. ^ Questa sua dichiarazione è riportata, tra l’altro, nel volume “Leggere Visconti” – vedasi bibliografia, pag. 38.
  76. ^ Queste affermazioni di Visconti sono contenute nella intervista da lui rilasciata alla rivista francese “Cahiers du Cinéma”, nº 93 del marzo 1959.
  77. ^ Del film di Visconti si parla nel- volume IV ° - vedasi bibliografia, pag. 116.
  78. ^ Nella “Storia del Cinema italiano” – vedasi bibliografia, pag 447-
  79. ^ Questo giudizio è di Lino Micciché nel capitolo “Visconti ed il melodramma” nel IX° volume della "Storia del Cinema Italiano" – vedasi bibliografia.
  80. ^ Nel volume “Cinema e pubblico” – vedasi bibliografia, pag.136.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

La scena della fucilazione, che fu girata a Roma nel Castel S.Angelo e sostituì quello che era il finale originale, andato perduto.

Le opere relative all’attività artistica di Luchino Visconti sono innumerevoli. Su “Senso”, uno dei suoi film più rilevanti, esiste – sia in Italia che all’estero – una vastissima letteratura critica, tanto che sarebbe impossibile darne conto in modo completo. Pertanto l’elenco che segue, necessariamente parziale, illustra soltanto gli scritti citati nella presente voce.

(in ordine cronologico):

  • diversi numeri della rivista quindicinale “Cinema”, in particolare il il numero 104 del 18 febbraio 1953, il numero 111 del 15 giugno 1953, il numero 133 del 15 maggio 1954 ed il numero monografico 136 del 25 giugno 1954, quasi interamente dedicato al film quando esso era ancora in lavorazione.
  • diversi numeri della rivista quindicinale “Cinema Nuovo” in particolare il numero 52 del 10 febbraio 1955, il numero 53 del 25 febbraio 1954, il numero 55 del 25 marzo 1955 (questi due per il dibattito tra critici), ed il numero 151 del maggio – giugno 1961.
  • diversi numeri della rivista quindicinale "Eco del Cinema", in particolare il numero 80 del 15 settembre 1954.
  • Ornella Levi (a cura di): Catalogo Bolaffi del cinema italiano. Bolaffi Edit. Torino, 1967. ISBN non esistente
  • Pio Baldelli: Luchino Visconti. Mazzotta Edit. Milano, 1973. ISBN non esistente
  • Vittorio Spinazzola: Cinema e pubblico. Spettacolo filmico in Italia 1945 - 1965. Bompiani Edit. Milano, 1974. ISBN non esistente
  • AA.VV. Leggere Visconti. Atti dell’iniziativa “Si va per cominciare”. Edito a cura dell’Amministrazione Prov. di Pavia, 1976. ISBN non esistente
  • Fernaldo di Giammatteo (a cura di): La controversia Visconti. Studi Monografici di “Bianco e Nero”. Ateneo e Bizzarri Edit. Roma, 1976. ISBN non esistente
  • G.B. Cavallaro (a cura di): Luchino Visconti: Senso. Cappelli Edit. Bologna, 2ª ediz. 1977. ISBN non esistente
  • Franca Faldini, Goffredo Fofi. L’avventurosa storia del cinema italiano. Feltrinelli Edit.. Milano, 1979. ISBN non esistente
  • Giorgio Tinazzi (a cura di): Il cinema italiano degli anni ‘50. Marsilio Edit. Venezia, 1979. ISBN non esistente
  • Gianni Rondolino: Visconti. UTET Edit. Torino, 1981. ISBN 88-02-03645-4
  • Gian Piero Brunetta: Storia del cinema italiano - vol. III° - dal neorealismo al miracolo economico (1945-1959). Editori Riuniti, Roma, 1982. ISBN 88-359-3787-6
  • Luciano De Giusti: I film di Luchino Visconti. Gremese Edit. Roma, 1985. ISBN 88-7605-225-9
  • AA.VV. Il cinema. Grande Storia illustrata - volume IV°. Istituto Geografico De Agostini Edit. Novara, 1985. ISBN non esistente
  • Roberto Chiti, Roberto Poppi: Dizionario del Cinema Italiano – volume II° (1945-1959). Gremese Edit. Roma, 1991. ISBN 88-7605-548-7
  • Renzo Renzi: Visconti segreto. Laterza Edit. Roma – Bari, 1994. ISBN 88-420-4377-X
  • Suso Cecchi D’Amico: Storie di cinema (ed altro) raccontate a Margherita D’Amico. Garzanti Edit. Milano, 1996. ISBN 88-11-73855-5
  • Alessandro Bencinvenni : Luchino Visconti. Il Castoro Edit. Milano, 1999. ISBN 88-8033-018-7
  • Lino Micciché: Visconti: un profilo critico. Marsilio Edit. Venezia, 2002. ISBN 88-317-7906-0
  • AA.VV. Storia del Cinema Italiano volume IX° (1954-1959). Editori: Marsilio, Venezia, 2003 e Fondazione Scuola Nazionale Del Cinema, Roma, 2003, ISBN 88-317-8209-6. in particolare i capitoli:
    • Buon costume e pubblica morale di Franco Vigni (pagina 71 e seguenti).
    • Visconti e il melodramma di Lino Miccicché (pagina 227 e seguenti).
  • Pietro Cavallo: Viva l’Italia. Storia, cinema ed identità nazionale (1932-1962). Liguori Edit. Napoli, 2009. ISBN 978-88-207-4914-9

(opere relative all’attrice Alida Valli – in ordine cronologico):

  • Ernesto G. Laura: Alida Valli. Gremese Edit. Roma, 1979. ISBN non esistente
  • Lorenzo Pellizzari, Claudio M. Valentinetti: Il romanzo di Alida Valli. Garzanti Edit. Milano, 1995. ISBN 88-11-73843-1
  • Nicola Falcinella: Alida Valli: gli occhi, il grido. Le Mani - Microarts Edit. Recco (Ge), 2011. ISBN 978-88-8012-606-5

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