Battaglia di Custoza (1866)

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Coordinate: 45°22′44″N 10°47′45″E / 45.378889°N 10.795833°E45.378889; 10.795833

Battaglia di Custoza (1866)
Battaglia di custoza monte cricol.jpg

Data 24 giugno 1866
Luogo Custoza, presso Verona, nell'allora Regno Lombardo-Veneto
Esito Vittoria austriaca
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
120.000 75.000
Perdite
714 morti,
2.576 feriti,
4.101 prigionieri o dispersi
1.170 morti,
3.984 feriti,
2.802 dispersi
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La battaglia di Custoza del 24 giugno 1866 fu la battaglia che diede inizio alle manovre offensive della Terza guerra d'indipendenza sulla terraferma e che vide la sconfitta delle truppe italiane, numericamente superiori e comandate dal generale La Marmora, di fronte alle truppe austriache dell'arciduca Alberto d'Asburgo, duca di Teschen.

Le premesse eziologiche che condussero a questa battaglia sono sostanzialmente le stesse che diedero luogo allo scoppio della guerra austro-prussiana e, allo stesso tempo, della terza guerra d'indipendenza.

La guerra contro l'Austria[modifica | modifica wikitesto]

L'Alleanza italo-prussiana, siglata l'8 aprile 1866, aveva sancito l'obbligo di cooperazione militare fra il regno sabaudo e quello di Prussia contro il trono di Vienna; si componeva di una promessa (non reciproca) di soccorso italiano alla Prussia in caso di guerra con l'Austria e di una preventiva ripartizione degli utili in caso di vittoria[1]. Per l'Italia prevedeva, in particolare, l'acquisizione del Veneto.

In realtà per il Veneto l'Italia aveva allestito anche delle trattative clandestine, gestite in segreto dal conte Alessandro Malaguzzi Valeri e finalizzate a farselo cedere pacificamente contro corresponsione di un indennizzo pari a un miliardo di lire del tempo, e la trattativa avrebbe potuto avere qualche chance di riuscita se non fosse stata inizialmente stroncata dall'imperatore Francesco Giuseppe[1][2][3]. Saputo però del trattato italo-prussiano, gli austriaci provarono subito a riallestire il negoziato, mentre parallelamente interveniva anche Napoleone III il quale, se in precedenza aveva spinto perché l'Italia siglasse l'alleanza con la Prussia[4], ora si era impegnato a provare a dissuadere l'Italia dall'intervenire (violando il patto con la Prussia) o almeno a fare un intervento non incisivo: sussurrò infatti all'ambasciatore italiano a Parigi, il conte Nigra, «Sarebbe utile che l'Italia non facesse la guerra con troppo vigore»[1][5].

Il 12 giugno la Prussia ruppe le relazioni diplomatiche con l'Austria, il 16 ne invase i territori. L'Italia presentò il giorno 20 la dichiarazione di guerra all'Austria in Veneto, a mani dell'arciduca Alberto d'Asburgo[1][6], che ivi comandava la cosiddetta "Armata del Sud", cioè le forze di Vienna in Veneto. Le attività militari italiane iniziarono il 23 giugno.

La dichiarazione di guerra italiana

La dichiarazione di guerra da parte italiana, riportata sulla Gazzetta Ufficiale il 20 giugno 1866[7].

Comando in capo dell'Esercito Italiano - Dal quartier generale di Cremona, 20 giugno 1866

L'Impero Austriaco ha più d'ogni altro contribuito a tenere divisa ed oppressa l'Italia, e fu cagione principale degli incalcolabili danni materiali e morali che da molti secoli ha dovuto patire. Oggi ancora che ventidue milioni di Italiani lì sono costituiti in Nazione, l'Austria, sola fra i Grandi Stati del mondo civile, si rifiuta a riconoscerla. Tenendo tuttora schiava una delle più nobili nostre provincie, trasformatala in un vasto campo trincerato, di là minaccia la nostra esistenza, e rende impossibile il nostro svolgimento politico interno ed esterno. Vani riuscirono in questi ultimi anni i tentativi e i consigli di Potenze amiche per rimediare a questa incompatibile condiziono di cose. Era quindi inevitabile che l'Italia e l'Austria si trovassero a fronte al primo manifestarsi di qualche complicazione europea.
La recente iniziativa dell'Austria ad armare e la ripulsa che oppose alle pacifiche proposte di tre grandi Potenze, mentre fecero palese al mondo quanto fossero ostili i suoi disegni, commossero l'Italia da un capo all'altro.
Ond'è che S. M. il Re, custode geloso dei diritti del suo popolo e difensore dell'integrità nazionale, ai sente in dovere di dichiarare la guerra all'Impero Austriaco.
D'ordine quindi del prelato Augusto mio Sovrano, significo a V. A. I, qual comandante le troppe austriache nel Veneto, che le ostilità avranno principio dopo tre giorni dalla data della presente; a meno che V. A. I, non volesse aderire a questa dilazione, nel qual caso la pregherei di volermelo significare.
[8]

Lo schieramento austriaco[modifica | modifica wikitesto]

Le forze austriache integravano la cosiddetta "Armata del Sud", locuzione con cui si indicavano le truppe di stanza nei territori della Pianura Padana e delle altre aree del quadrante meridionale.

Il comando era appannaggio dell'arciduca Alberto d'Asburgo, il quale disponeva di tre corpi d'armata e due divisioni (una di riserva, comandata dal generale Friedrich Rupprecht, e l'altra di cavalleria, comandata dal generale Ludwig Pulz). I C.A. erano il V, il VII e il IX, rispettivamente agli ordini dei generali Gavrilo Rodić, Joseph Maroičić e Ernst Hartung.

Lo schieramento italiano[modifica | modifica wikitesto]

Il comando supremo spettava al Re d'Italia, al cui fianco assunse il comando dello stato maggiore il generale La Marmora, allora presidente del consiglio dei ministri (carica cui rinunciò e che fu assunta da Bettino Ricasoli). Vittorio Emanuele II effettivamente si mosse per partecipare personalmente alle operazioni militari, lasciando la luogotenenza[9] del regno al principe Eugenio; da Firenze (capitale) prese il treno lungo la Ferrovia Porrettana appena inaugurata e[10] raggiunse il quartier generale a Cremona[7].

L'Italia poteva schierare 20 divisioni, per una forza complessiva teorica di 260.000 uomini, una rilevante parte dei quali, però, impegnati in vigilanze e presidi in Veneto, in Dalmazia e in altri territori[1][11].

La preparazione dell'imminente conflitto era iniziata qualche giorno prima della dichiarazione di guerra. La Marmora ebbe il comando di 12 divisioni, le altre 8 erano comandate dal generale Enrico Cialdini, Duca di Gaeta. A queste si affiancava una formazione di volontari guidata da Garibaldi, forte di 38.000 unità cui La Marmora non mise a disposizione ufficiali, regolari e artiglieria, assegnando loro, peraltro, l'obiettivo decentrato della conquista del Trentino[1]. Praticamente solo le due formazioni regolari furono quindi impegnate direttamente.

La Marmora divise le sue forze in tre corpi d'armata di quattro divisioni ciascuno. Il primo e il terzo, rispettivamente comandati dal generale Giovanni Durando e dal generale Enrico Morozzo Della Rocca, furono quelli ingaggiati per primi. Il secondo era comandato dal generale Domenico Cucchiari.

Le truppe di la Marmora si assestarono sulle rive occidentali del fiume Mincio il 17 giugno, mentre quelle di Cialdini raggiunsero nello stesso periodo le sponde del Po, fra Pontelagoscuro e Polesella[12]; La Marmora e Cialdini si incontrarono a Bologna, ma il contenuto degli eventuali accordi stabiliti non è noto[1].

L'attacco[modifica | modifica wikitesto]

Il 23 giugno, un sabato, fu per l'esercito italiano il giorno di inizio delle attività belliche vere e proprie. Nella notte si preparò una manovra di sfondamento che avrebbe dovuto sorprendere gli austriaci, per le informazioni di cui disponeva La Marmora, dietro il fiume Adige, dove si pensava di trovarli[13].

Per questo fra le 02:00 e le 03:00 di notte[14] egli varcò il Mincio con il I e il III corpo d'armata (Durando e Morozzo della Rocca)[15], lasciando il II (Pianell) di retroguardia nei pressi di Peschiera del Garda[14]. Il I e il III si disposero a ventaglio, avanzando a fronte largo. Nel I C.d.A., la 1ª divisione dirigeva verso Castelnuovo del Garda, la 5a verso Custoza, la 3a verso Sommacampagna, mentre la 2a restava indietro con il comando di C.d.A.. Nel III C.d.A., la 7a e la 16a dirigevano su Villafranca per poi riunirsi, così era previsto, con la 3ª a Sommacampagna. Restavano arretrate, con il comando di C.d.A., l'8a e la 9 divisione.

Gli austriaci, in realtà, non erano dietro all'Adige, ma allo scoppio del conflitto avevano varcato il fiume e si dirigevano verso il Lago di Garda, andando incontro agli uomini di La Marmora[13]. Nello stesso momento in cui il Mincio veniva oltrepassato dagli italiani, proprio alle 03:00 di notte, il generale Maroičić fece uscire da Verona tre brigate del suo VII C.A., con in avanscoperta quella comandata dal generale Anton Scudier e le altre due di riserva[16].

Consuntivo[modifica | modifica wikitesto]

La battaglia suscitò subito un notevole interesse internazionale. Già il 28 giugno 1866 il Manchester Guardian pubblicò ampie osservazioni di Friedrich Engels il quale, oltre ad un resoconto giornalistico (affermò di aver voluto provare a mettere ordine nella confusione dei tanti telegrammi che riferivano degli eventi in modo caotico), rese anche delle valutazioni d'altro ordine[12].

Ben presto si pubblicarono saggi militari in cui si esaminavano professionalmente gli aspetti di strategia e di tattica considerati rilevanti. Ad esempio il Rellica[17].

Le motivazioni dell'insuccesso sono da ricercarsi nella scarsa organizzazione dei comandi dell'esercito italiano, al quale, nonostante la superiorità numerica e la conquista di importanti teste di ponte, fu ordinato di ripiegare a causa dell'incomprensione e delle rivalità fra i comandanti Enrico Cialdini e Alfonso La Marmora, cui contribuirono la conoscenza approssimativa o del tutto nulla dei movimenti delle truppe nemiche sul territorio. Sebbene gli italiani non avessero perso più di 600 uomini (mentre gli austriaci ebbero il doppio delle perdite) La Marmora perse la testa e dette, ingiustificatamente in quanto le sue truppe erano quasi del tutto intatte e il morale fosse ancora alto, l'ordine di ritirata ingigantendo nei suoi dispacci la sconfitta, definendola disastrosa e impedendo perciò a Vittorio Emanuele II, che voleva contrattaccare sul fianco destro, di raccogliere abbastanza reparti per l'attacco e lasciandogli solo truppe sufficienti per fare quadrato intorno al Principe Ereditario. Le truppe quindi sbandarono e la ritirata si trasformò, colpa anche di Enrico Cialdini che per le solite rivalità rifiutò di portare appoggio tattico, in una rotta che permise agli austriaci di avanzare senza quasi incontrare resistenza. La battaglia si risolse quindi in scontri fra reparti isolati.

Dopo il disastroso scontro contro le truppe asburgiche e la disordinata ritirata che ne seguì, nonostante entrambi i generali delle due armate italiane dovessero ritenersi parimenti responsabili della disfatta, il comando di fatto passò dal generale La Marmora, Capo di Stato Maggiore al generale Enrico Cialdini, che aveva già diretto l'assedio di Gaeta, responsabile della seconda armata schierata a sud del Po verso Mantova e Rovigo. Di fatto, il giorno 24 giugno, invece di intervenire in appoggio alle truppe sul fiume Mincio il generale Cialdini abbandonò il campo per ripiegare in salvo a Modena[18].

Solo una divisione italiana, la 2ª comandata dal generale Pianell, tenne la posizione sul Mincio e respinse il nemico presso Monzambano. Ma, visto l'esito generale della battaglia, anch'essa dovette ritirarsi. Nonostante la vittoria, Vienna, fu costretta a domandare la pace a causa del successo delle truppe prussiane nella battaglia di Sadowa, in cui gli alleati dell'Italia sbaragliarono gli austriaci.

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

  • Da una novella di Camillo Boito, Senso, che ha come cornice proprio le vicende legate alla Terza Guerra d'Indipendenza e che offriva un eloquente spaccato di vita del mondo post-unitario e del decadimento di quel mondo antico che l'Impero asburgico incarnava attraverso la figura di un'aristocratica veneziana, Luchino Visconti trasse il celebre omonimo film. L'opera, che ha per protagonista Alida Valli, secondo il progetto iniziale del regista doveva chiamarsi proprio Custoza: «Dapprima l'avevo orientato in senso storico; volevo persino che si chiamasse Custoza, dal nome di una grande sconfitta italiana. Vi fu un grido di indignazione: la Lux, il ministro, la censura.»[19].
  • Per rinsaldare il morale delle truppe, molti comuni italiani spontaneamente decisero di dedicare dei premi speciali, eminentemente in denaro, ai soldati che si fossero distinti per valore nella campagna che stava per iniziare. L'iniziativa si propagò villaggio dopo villaggio, sino al clamoroso premio promesso dal comune di Este, consistente in «lire 1000 per una volta a chi primo avrà piantato o pianterà la bandiera sopra un forte nemico»; sfida e montepremi effettivamente assai interessanti, se non fosse che la delibera fu emanata il 22 agosto[20][7], cioè da molto tempo ormai in tempo di pace...
  • Oltre ai premi, in molti comuni si organizzarono strutture di assistenza ai feriti le quali ricevevano libere donazioni in denaro e beni fungibili dalla popolazione; i relativi atti erano pubblicati in Gazzetta Ufficiale, così verso la fine del mese di giugno si poté apprendere che il Comitato fiorentino di soccorso per i feriti in guerra, fra le tante offerte materiali ricevute, poté mettere a disposizione degli aventi diritto "libbre 20 di coka, pianta americana, eccellente come tonico e per le proprietà alimentari di cui è dotata"[7].
  • Alla battaglia prese parte anche il principe ereditario Umberto, inquadrato nel III corpo d'armata. Inizialmente era destinato al IV C.A., quindi agli ordini di Cialdini, ma questi ritenne troppo impegnativo trovarsi per dipendente il principe, che così fu inviato alla formazione di La Marmora. In questa Umberto ebbe come dipendente il tenente Edmondo De Amicis, in seguito divenuto celebre come scrittore, con il quale sostenne un ingaggio contro la cavalleria del Pulz[21]. Anche il fratello di Umberto, Amedeo I di Spagna, prese parte alla battaglia alla testa di una brigata di Granatieri di Lombardia; durante un assalto alla baionetta, fu seriamente ferito da un colpo di fucile sparato da un fante di origine ceca[16].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g Indro Montanelli, L'Italia dei notabili, Rizzoli, 1973
  2. ^ Giancarlo Giordano, Cilindri e feluche - La politica estera dell'Italia dopo l'unità, Ed. Aracne, 2008
  3. ^ Treccani online, voce "Malaguzzi-Valèri ‹-zzi ...›, Alessandro, conte"
  4. ^ In questo senso Montanelli, op.cit, altri autori preferiscono evidenziare l'assunzione di eventuale neutralità della Francia e concluderne un meno impegnativo non-veto. Si veda inoltre Sandro Bortolotti, La guerra del 1866, ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, Milano, 1941
  5. ^ Va tenuto presente, in ordine agli interessamenti di Napoleone III alle vicende italo-austriache, che una delle possibili vie di acquisizione all'Italia del Veneto, ventilata al principio del 1866 e considerata fattibile sino alla sigla del trattato italo-prussiano, dipendeva da un intervento proprio della Francia, che aveva proposto di cedere all'Austria i principati danubiani, allora oggetto di protettorato da parte di tutte le principali potenze europee (Italia compresa), in cambio appunto della regione veneta ai piemontesi. Le reazioni da parte delle altre potenze erano state negative, e l'idea di Napoleone III si infranse poi definitivamente quando - proprio contemporaneamente alla sigla dell'alleanza con l'Italia - la Prussia favorì l'insediamento di Carlo I come domnitor di Romania. Risulta però che Napoleone avesse confidato al Nigra l'interesse francese ad un conflitto che coinvolgesse l'Austria, poiché ne avrebbe potuto ricavare espansioni territoriali dal lato del Reno. Un'altra possibilità era quella studiata dall'Austria, con la quale Vienna avrebbe ceduto il Veneto alla Francia, che l'avrebbe poi volentieri rigirato all'Italia (Austria e Italia non avevano relazioni diplomatiche); ma a quel punto, ad alleanza ormai vigente, fu l'Italia a non accettare. Si veda Giordano, op. cit.
  6. ^ In realtà, la escalation iniziò il 1º giugno, quando l'Austria rivendicò una sua giurisdizione sui ducati danesi, deferendo alla Confederazione germanica l'autorità di valutare; la Prussia accusò l'Austria di violazione della convenzione di Gastein, e Bismarck fece invadere dalle sue truppe il ducato dell'Holstein. Il 14 le truppe austriache furono mobilitate e il giorno dopo la Prussia, abbandonando la Confederazione, invase la Sassonia.
  7. ^ a b c d Pierluigi Ridolfi (a cura di), L'unità d'Italia dalle pagine della Gazzetta Ufficiale, Associazione Amici dell'Accademia dei Lincei, Roma, 2011
  8. ^ La dichiarazione fu materialmente consegnata dal colonnello dello stato maggiore italiano Pompeo Bariola (in seguito senatore), il quale intorno alle 8 antimeridiane del giorno 20 la affidò agli avamposti austriaci presso Mantova; da qui il documento fu inviato al quartier generale austriaco di Verona dove pervenne circa 5 ore dopo. L'arciduca non trasmise alcuna risposta. Si veda in proposito Alberto Pollio, Custoza (1866), Torino, 1903.
  9. ^ È molto utilizzato il termine "reggenza" per indicare la condizione del regno durante quell'assenza del Re. In effetti chi propende per uno status di luogotenenza sottolinea per il caso specifico che il re era materialmente a capo delle sue truppe, non poteva ravvisarsi quindi quella condizione di temporaneo comando assoluto tipica del reggente, bensì, nel senso letterale dei termini, una mera "tenuta del presidio" da parte di un luogotenente, titolare quindi di una delega esclusivamente parziale. Si veda in proposito il seguente saggio di diritto statutario pubblicato dalla Camera dei Deputati.
  10. ^ Attraversando Pistoia, Bologna, Modena, Reggio Emilia, Parma e Pizzighettone - Ridolfi, op.cit.
  11. ^ Ci sono altre cifre circa le truppe italiane: Sergio Romano, ad esempio, in Storia d'Italia - Dal Risorgimento ai nostri giorni (Longanesi, 1998), parla di 220.000 uomini, da contrapporre ai 115.000 dell'Armata del Sud. Il conto del Romano coincide con quello del Montanelli se quest'ultimo includeva nel novero i volontari garibaldini. In ogni caso, le fonti indicano pressoché unanimemente che le truppe italiane erano molto più numerose di quelle austriache.
  12. ^ a b (EN) Frederick Engels, Notes on the War in Germany No. III, in The Manchester Guardian, N. 6197, 28 giugno 1866
  13. ^ a b Esercito Italiano - Ufficio Storico (1)
  14. ^ a b Esercito Italiano - Ufficio Storico (2)
  15. ^ Il I a nord di Valeggio sul Mincio, il III a sud.
  16. ^ a b Mike Bennighof, Battles of 1866: A Brigade’s Story, aprile 2005
  17. ^ Cesare Rellica, Considerazioni tattiche sulla battaglia di Custoza: esame critico, UTET, 1866
  18. ^ Beggiato, Ettore in Cronologia e Storia d'Italia, Riassunti cronologici su www.cronologia.leonardo.it/storia/a1866.htm, 15 luglio 1997.
  19. ^ Raffaele De Berti, Letizia Bellocchio, Il cinema di Luchino Visconti tra società e altre arti, Editore CUEM, 2005 - ISBN 88-6001-010-1
  20. ^ Gazzetta Ufficiale del 25 agosto 1866
  21. ^ Arrigo Petacco, O Roma o morte, Mondadori, 2011 - ISBN 88-520-2156-6